Adam Wingard è tornato a fare quello che sa fare meglio, e quello che sa fare meglio è un cinema di genere, low budget, di serie b e per adulti. Bentornato Adam Wingard, ci hai fatti preoccupare, ma alla fine tutto si è risolto per il meglio.

Non è una novità, anzi, negli ultimi 20 anni è diventato praticamente la norma vedere registi cresciuti nei pascoli dell’indie che venivano tirati su dall’artiglio meccanico dello studio system e calati di peso su grossi franchise con cui non avevano nulla a che fare. Autori che si erano messi in luce ottenendo grandi risultati da piccoli budget, con storie intime e gran lavoro con gli attori, messi a dirigere balocconi giganteschi, costosissimi e indirizzati al pubblico più generico possibile, cosa mai sarebbe potuto andare storto? E infatti: crisi di nervi, litigi furiosi con chiunque, film inguardabili e carriere finite – o, come lo chiamiamo noi, il 2015 di Josh Trank.
Ma anche senza ravanare nel torbido di gente a cui è andata davvero, davvero (davvero) male, non dimentichiamo che in questo gioco “vincere” significa scordarsi qualunque pretesa autorialità per diventare gli impiegati delle poste più pagati al mondo. Penso a gente come Trevorrow (Jurassic Park), Edwards (Godzilla, Star Wars e Jurassic Park), Benson & Moorhead (ogni singola serie della Marvel), anche se il caso più clamoroso è ovviamente Jon Watts: oggi praticamente uno schiavo con la maschera di latex e la cerniera che gli tiene chiusa la bocca che la Disney si palleggia tra ogni sua IP – supereroi, Star Wars, adattamenti live action – a seconda di cosa gli serve in quel momento. Per carità, probabilmente ogni mattina fa il bagno nei soldi, e magari era quello che voleva fin dall’inizio, ma ci credereste che è uno che è partito facendo film di clown demoniaci e poliziotti corrotti che messi insieme non costavano più di 5 milioni di dollari?

Da un po’ di anni, Adam Wingard era su quella stessa china. Una carriera solidissima iniziata nei primi 2000s tra corti e horror no-budget violentissimi e personali, poi la consacrazione nel 2011 con You’re Next, un home invasion talmente fresco e divertente che nella mia testa ancora oggi, a 15 anni dall’uscita, è “la new wave”. E poi The Guest, il mio preferito nella sua filmografia, un thriller ambientato ad Halloween con Maika Monroe e Dan Stevens che ricorda quei mid-budget movie degli anni 90 in cui una persona normale fa amicizia con un tipo carismatico e con un rapporto un po’ sbarazzino con la legge, che all’inizio sembra il più figo della compa ma poi si rivela uno scoppiato totale che metterà in pericolo tutti in un’escalation di violenza spesso sproporzionata (sottogenere di cui Fight Club, nel bene e nel male, è stato la pietra tombale).

Insomma, era la grande promessa dell’horror, ovvio che Il Sistema si doveva mettere di traverso affinché non la mantenesse. La picchiata inizia con Blair Witch, un film di transizione: ancora un horror, ma già un franchise e nella fattispecie uno dei franchise più sfigati della storia del cinema. Poi l’incursione nello young adult con l’adattamento live action di Death Note, di cui la cosa più gentile che posso dire è “young adult” (ma se volete sentire il me di 9 anni fa svarionare per un’ora e mezza: pergo) per Netflix. Non so se le cose sono in qualche modo legate, se l’aver adattato (male) un manga ha fatto di Wingard, agli occhi degli studios, “l’uomo del Giappone” ma succede che a quel punto gli mettono in mano i kaiju del Monsterverso: Godzilla contro Kong e Godzilla per Kong, roba che sulla carta è una licenza per fare tutte le giostre di Gardaland saltando la fila, nella pratica si traduce in due dei più scemi e soporiferi film di mostri che si siano mai visti.
È fatta, mi dico, ce lo siamo giocato. Prossima fermata: serie prequel su Disney+ su come si sono conosciuti i genitori di Chewbacca. E invece, a salvare la situazione, inattesa e tempestiva come un supereroe su cui spero che nessuno faccia mai un film, arriva la A24. Sotto l’egida dello studio famoso per fare gli horror col messaggio, Wingard ritrova il suo swing e confeziona un filmetto di un’ora e mezza spaccata che omaggia gli anni 80, mescola action e slasher ed è una discretissima mina. La trama: nel più polveroso e deprimente trailer park del New Mexico, Adria Arjona è una madre single ed ex cecchina dell’esercito che per proteggere sua figlia e i suoi vicini di casa dovrà affrontare tre supersoldati trasformati in inarrestabili macchine assassine da uno scienziato nazista. Smembramenti e divertimento assicurati.

Carpenteriano nello stile e cormaniano nella trama, fondamentalmente Onslaught è Universal Soldier aggiornato alla sensibilità dei giorni nostri. Decidete poi voi se la sensibilità dei giorni nostri è che c’è una donna protagonista o è perché i cattivi sono dei nazisti. Che a quanto pare sono diventati un tema controverso! I nazisti! Vi ricordate quanto Indiana Jones li prendeva a cazzotti? Beh, dimenticatevelo, perché ora “la situazione è molto più complessa di così”, “ci sono colpe gravi da entrambe le parti” e bisogna fare molta attenzione a non fare di tutte le erbe un fascio. Almeno secondo alcuni. Per Wingard, a quanto vedo, il tema dei nazisti non è controverso proprio per un cazzo. Sigla!
Basterebbe dire che in questo film ci sono i titoli di testa, per capire di che pasta è fatto Onslaught. Chi li fa più i titoli di testa? Sembra già di essere di nuovo nel 1989. E che titoli di testa! Un montaggio tutto sincopato a rischio attacco epilettico che mischia girato, filmati di repertorio, articoli di giornale e fotomontaggi per suggerire – molto sottilmente, eh? – come una sorta di, uhm, filo conduttore che unisce la Germania degli anni 30 e l’America dei giorni nostri. Personalmente non ci avrei mai pensato. Poco dopo facciamo la conoscenza di herr doktor Hans Kammler, il ruolo per cui mi batterò affinché Dan Stevens vinca un Premio Sylvester, o almeno l’Oscar: uno scienziato nazista che vive, lavora e adora i piedi di Rebecca Hall (poco più che un cameo, il suo, ma che scena!) all’interno di una struttura militare del governo degli Stati Uniti. Più tardi verrà presentato come “terza generazione dell’Operazione Paperclip”, portando l’attenzione non tanto su quella che è una pagina piuttosto abietta della storia contemporanea (quella in cui criminali di guerra sono stati perdonati e accolti a braccia aperte nella più grande democrazia del mondo perché sapevano come far decollare un razzo), quanto sul fatto che per arrivare a una terza generazione significa che i nazisti hanno prosperato e si sono moltiplicati, sul suolo americano, per decenni e col beneplacito del governo, senza mai perdere di vista i propri ideali.
Per fortuna è solo un film, eh?

Il dottor Hans sta portando avanti il classico progettino da scienziato pazzo nazista, che è incidentalmente anche l’eterna ossessione dell’esercito americano (qui rappresentato dall’immancabile Michael Biehn) in questo genere di film: la creazione del supersoldato – un individuo con forza, resistenza e riflessi iper sviluppati e varie altre caratteristiche che sconfinano nel superumano, tipo vedere al buio, non avere bisogno di respirare o avere la pelle così dura da farci rimbalzare i proiettili. Hans parla, naturalmente, di razza superiore, ma allo Zio Sam basta che costino poco e facciano quello che gli viene ordinato. Cosa che ovviamente non succede. In tempo zero le tre cavie del dottore – Crybaby, Cockroach e The Butcher – si liberano, fanno una carneficina e partono alla volta della provincia americana con un unico obiettivo: uccidere tutto quello che si muove. Come dicevo all’inizio, toccherà ad Adria Arjona, veterana con PTSD d’ordinanza e figlia a carico, e una coppia di improbabili alleati (il comico Eric Wareheim e l’immortale Reginald VelJohnson) fermare l’avanzata di questi nuovi, deviati Capitani America.

A livello iconografico è stato fatto l’impossibile per non lasciare dubbi di alcun tipo. Se da un lato lo scienziato tedesco va in giro vestito come un ufficiale dell’Impero di Star Wars (mi chiedo da dove sia nata l’ispirazione), il look dei tre supersoldati rimanda più che esplicitamente ai giovani larper di estrema destra, che hanno dismesso le divise delle SS in favore di mimetiche e passamontagna da usare la prossima volta che ci sarà da assaltare il Campidoglio.


Allo stesso tempo, è significativo che gli eroi non siano invece caratterizzati da nessuna precisa appartenenza politica. Vedi Adria Arjona passare le sue giornate a bere e lucidare la sua collezione di armi da fuoco e non ti dà esattamente l’idea di una abbonata a Lotta Comunista. Non dà proprio l’idea di una che vota, e probabilmente è meglio così. Sfiduciati, traditi dalle istituzioni e abbandonati a sé stessi, questi veterani non sono animati da grandi ideali e il punto del film, credo, è un po’ questo: contrariamente a quanto vuole una certa retorica, combattere i nazisti non è una questione “di sinistra”. Combattere i nazisti è una questione di sopravvivenza. È un problema che riguarda tutti.
Ora, questa faccenda dell’antifascismo è chiaramente l’aspetto che mi ha gasato di più, ma non arriverei a dire che Onslaught sia un film esclusivamente politico. Il sottotesto sul problemuccio dell’avanzata delle destre è, appunto, un sottotesto, mentre il livello più superficiale affonda le radici in un cinema molto più dritto (e, ironicamente, spesso reazionario): il film d’assedio e gli slasher. Abbiamo un luogo neutrale come un parcheggio di roulotte che si trasforma in un campo di battaglia, i buoni che si barricano in casa, contano i proiettili, curano i feriti e fanno piani per uscirne vivi, mentre i cattivi rispettano ogni singolo stereotipo del killer inarrestabile alla Jason Voorhees, con tanto di maschera e arma preferita che diventa progressivamente più grottesca (uno il fucile, un altro la motosega e il boss finale la mannaia!). Tensione a mille, sporadici momenti di ilarità ed esplosioni di violenza come non se ne vedevano da parecchio, è questo il nucleo del film e questo ciò di cui parlerei se dovessi consigliarlo a qualcuno che non è abbonato a Lotta Comunista. Ci sono i buoni che sono buoni perché hanno ricevuto le medaglie quand’erano nell’esercito e i cattivi che sono cattivi perché hanno la maschera e brandiscono una motosega.
E poi c’è il personaggio di Drew Starkey, protagonista di quello che è quasi un film a parte, il cleaner strafatto di MDMA che il governo mette sulle tracce dei tre supersoldati non tanto per fermarli, ma per cancellare ogni prova del loro passaggio. Un po’ showreel di faccette buffe, un po’ alleggerimento comico (per quanto si tratti di un umorismo, sia chiaro, piuttsto dark), la sequenza con cui viene introdotto è quanto di più clamorosamente e innecessariamente erotico abbia visto al cinema negli ultimi anni e merita un piccolo approfondimento perché veramente emblematica di che film abbiamo davanti.

“La scena del club fetish” era una tappa quasi obbligatoria nel cinema di genere fino alla fine degli anni 90: Nine Inch Nails a palla e cubiste sadomaso, fruste, latex, immagini “scioccanti” per un pubblico che non aveva accesso a internet 24/7. Un modo per dire che i nostri eroi, di solito interpretati da Nicolas Cage, si stavano addentrando in un mondo nuovo, alieno, sexy ma pericoloso; ma più precisamente, un modo per dire “ehi, non abbiamo ancora fatto vedere un culo, facciamo vedere un culo”. Poi, appunto, è arrivato internet, e poi è arrivato il nuovo puritanesimo del cinema contemporaneo, e quella roba lì è sparita. I culi, le cubiste, il club fetish, niente più. E non perché improvvisamente Hollywood si è svegliata e ha detto “ehi, fermi tutti, questa cosa non è molto rispettosa verso le donne” ma perché fare film per tutta la famiglia era più conveniente ed è progressivamente diventato l’unico modo di fare film.
Vedere una scena del genere (che chiariamoci, non è davvero niente di così trasgressivo) nel 2026 suscita una strana nostalgia. Ci ricorda che il cinema può essere anche questo e che, tutto sommato, siamo ancora fatti di carne. Continua a non essere super rispettoso delle donne, eh, ma è, a modo suo, una scelta coraggiosa. È una presa di posizione. Cosa ci vuole dire Wingard? Forse che gli mancano gli anni 80, forse che gli piacciono i culi, forse che si è rotto il cazzo pure lui di vedere (e fare) film fatti con lo stampino e se ogni tanto esce qualcosa che non è a misura di bambino non casca il mondo.

Continuo a parlare solo di Wingard, ma Onslaught segna anche il ritorno alla sceneggiatura di Simon Barrett, il partner in crime dietro a tutti i film più riusciti di Wingard, al punto che per un po’ ho sospettato fosse lui quello intelligente dei due (in realtà poi ho scoperto di no: Wingard e Barrett si erano riuniti già nel 2024 per fare Godzilla x Kong, e lì di intelligente non c’era niente; ma voglio continuare a immaginarli come gli 883, con Repetto/Barrett che se ne va per inseguire il sogno di fare film a modo suo e Pezzali/Wingard rimasto solo che diventa ricchissimo facendo cose noiose ma nazional popolari). Del resto, Onslaught è ambientato nello stesso universo di The Guest. Non aspettatevi easter eggs o scene post credit, almeno io non ne ho notate, ma il tono di voce è evidentemente lo stesso, come la predilezione per personaggi strampalati ed eroi improbabili, lo humor nerissimo e la sete di sangue. Tutte cose che sono mancate, e ci sono mancate, nei lavori più mainstream di Wingard.
Poi chiaro, Onslaught non reinventa la ruota, su questo siamo tutti d’accordo. Guarda agli anni 80 con gli occhi a cuore e copia tutto il copiabile, cosa che può essere un bene o un male a seconda di come ti svegli la mattina, ha un terzo atto un po’ tirato via e l’assalto finale del titolo italiano avrebbe potuto lasciare più il segno di così. Ma non so veramente cos’altro chiedere a un film che dura 90 minuti precisi, dice quello che deve dire e ci manda a casa in tempo per rivedere Universal Soldier su Italia1; un film con le motoseghe, in cui volano arti, scoppiano teste, le scene in notturna sono comprensibili, la musica è tutta bibibididibibidi e Dan Stevens fa il matto con la parrucca e l’accento buffo. Ho un debole per Adam Wingard? Forse ho un debole per Adam Wingard. O forse è che odiamo le stesse cose: i nazisti e i film troppo lunghi.
VHS quote:
“A24 is the new Carolco”
Quantum Tarantino, i400calci.com




Un film sui genitori di Cheewbacca lo guarderei,me lo immagino però girato da John Hughes
Al solito le recensioni di Quantum sono piacevoli e autoironiche, cosa che non posso dire di taluni che si professano sciupafemmine….