Fermi tutti, non vi spaventate: stiamo per parlare di un film italiano. Non solo, di un horror italiano, il secondo in un anno! Forse l’etichetta è pure eccessiva e potremmo fermarci a thriller psicologico con venature soprannaturali, ma bando agli indugi e diciamolo lo stesso. Anzi, quando non sai come dirlo, dillo con un meme di Vince McMahon:

Il film, come delicatamente suggerito dal titolo, è L’estranea, il regista è Paolo Strippoli, che da queste parti ormai conosciamo già abbastanza bene e che nel frattempo è pure stato scelto per rappresentare l’Italia nella corsa all’Oscar per il miglior film internazionale. Che poi ci arrivi davvero o meno alla cinquina dei candidati amen, ha trentatré anni e intanto se la gioca. Bella lì se ce la fa. SIGLA (obbligatoria, perchè per colpa sua è in loop da un mese)!
L’estranea comincia nel presente, a Roma, sotto quell’ennesima fitta pioggia che ormai nei film di Strippoli potrebbe tranquillamente chiedere una percentuale sugli incassi. Anna, Jasmine Trinca, arriva a casa della figlia Alice, Romana Maggiora Vergano, e decide che è arrivato il momento di raccontarle una storia rimasta sepolta per anni. Da qui si torna alla Bari del 1999, quando Alice è ancora una bambina, il fratello Tobia sembra promettere bene col pallone, papà Walter ha la faccia di Adriano Giannini e la famiglia Colonna vive in quella rassicurante bolla borghese fatta di soldi, aspettative e futuro programmato al millimetro che al cinema esiste principalmente perché qualcuno possa iniziare a prenderla a martellate dopo venti minuti. Il martello, in questo caso, arriva sotto forma di incidente: Alice rischia conseguenze gravissime e Anna, in ospedale, incontra una donna mai vista prima, interpretata da Valeria Bruni Tedeschi, che sa un po’ troppe cose e soprattutto le offre la possibilità di cambiare quello che è appena successo. Siccome l’universo non fa resi senza scontrino, ogni correzione ha un costo e ogni salvezza comporta una perdita da qualche altra parte.
Strippoli, mi pare chiaro già dalla trama, non inventa proprio l’acqua calda. Rielabora una storia vecchia come il cucco, espressione che continuo a usare senza avere la minima idea di cosa sia il cucco o da quale epoca remota provenga, ma pazienza: parliamo del Faust di Goethe, del patto col Diavolo, dell’idea che si possa ottenere ciò che si desidera in cambio di un prezzo che in quel preciso momento ci sembra accettabile e che ovviamente qualche scena dopo scopriamo essere stato negoziato con la stessa lucidità con cui si accettano i termini e condizioni di un sito senza leggerli. Ne volete sapere di più? Casualmente abbiamo scritto un libro, Il male spiegato bene, che spiega proprio bene davvero anche di questa faccenda qui del Diavolo che fa i patti e di quanto nella storia dell’orrore il problema non sia mai soltanto lui, poveraccio, ma soprattutto noi che continuiamo a firmare. Sapete però cosa non c’è nel libro? Un paragrafo dedicato a Valeria Bruni Tedeschi che interpreta una sorta di Mefistofele. Grave lacuna, ce ne assumiamo la responsabilità, ma voglio dire: che cazzo ne potevamo sapere noi? E invece il Multiverso si conferma un concetto di cui conosciamo spaventosamente poco…

Il modo migliore per provare a inquadrare L’estranea è partire proprio da lei, dal fatto che quello di Valeria Bruni Tedeschi è contemporaneamente il miglior casting e il peggior casting possibile per questo film, una specie di gatto di Schrödinger mefistofelico che resta geniale e completamente sbagliato finché non decidete da che parte della scatola guardarlo. Se l’intenzione era costruire un Diavolo sui generis, fuori asse, privo di qualsiasi solennità da “io sono il Male eterno e adesso ti parlo con la voce bassa davanti a un camino acceso”, allora la scelta è perfetta: Bruni Tedeschi entra nelle scene con quella sua presenza nervosa, irregolare, e tratta lo scambio soprannaturale come se dovesse risolvere una pratica amministrativa leggermente seccante. Non sembra Mefistofele, sembra una che potrebbe offrirti la dannazione eterna e subito dopo chiederti se conosci un bravo osteopata e va ammesso che «Io nel 2006 tifavo Francia» può tranquillamente diventare un tormentone estivo che Despacito levati. Ed è proprio questo che la rende interessante, perché toglie al male tutta la pompa simbolica e lo riporta a qualcosa di vicino, banale, perfino ridicolo. Il problema è che, se quella frequenza non la prendete, il rischio è esattamente opposto: che ogni sua apparizione vi faccia uscire dal film, che il perturbante diventi involontariamente buffo e che al posto di pensare “ecco la tentazione” vi venga da chiedervi se tra una scena e l’altra stia per partire una discussione sull’assegno di mantenimento.
Questa ambivalenza, però, non riguarda soltanto lei e in un certo senso è il modo migliore per parlare dell’intera impalcatura di L’estranea. È sicuramente il film più inquadrato, controllato e consapevole fatto finora da Strippoli, uno che ha sempre dimostrato di sapere molto bene come mettere in scena le cose anche quando non era ancora chiarissimo quali fossero le cose che avesse davvero bisogno di dire. È più o meno lo stesso discorso che facevo l’anno scorso parlando di La valle dei sorrisi, il suo film precedente: talento visivo evidentissimo, cultura cinematografica pure, una quantità piuttosto generosa di riferimenti riconoscibili, ma ancora la sensazione che la voce personale stesse da qualche parte in fase di caricamento, tipo aggiornamento Windows fermo al 78% da quaranta minuti. L’estranea non cancella del tutto quella sensazione, perché Strippoli resta un autore che ama mostrare di aver visto un sacco di cinema e che spesso costruisce le proprie immagini dentro forme già codificate; però qui almeno comincia a diventare più chiaro che forse qualcosa di suo da dire ce l’ha davvero, e che quel qualcosa riguarda soprattutto il dolore, il controllo e il modo in cui proviamo continuamente a barare con entrambi.

A ben vedere, è un filo che attraversa quasi tutti i suoi film. A Classic Horror Story, diretto insieme a Roberto De Feo, aveva soprattutto il piacere del gioco metatestuale e dei riferimenti, con tutta quella voglia di smontare l’horror dopo averlo ricostruito pezzo per pezzo. Piove era più cupo e fisico, con la rabbia e il malessere che diventavano praticamente materia. La valle dei sorrisi aveva invece un’idea centrale fortissima: un’intera comunità che scarica il proprio dolore su un ragazzo pur di non affrontarlo, terapia di gruppo ma con violazioni dei diritti umani incluse nel pacchetto. Era probabilmente la cosa migliore del film, ma rimaneva dentro un’opera che aveva il problema opposto rispetto a L’estranea: tante suggestioni, tante piste, il folk horror, il paese chiuso, il rituale, il trauma collettivo, ma la sensazione che diverse di quelle idee non arrivassero mai fino in fondo e che il finale preferisse in qualche modo lasciarsi andare invece di stringere davvero il cappio.
Qui succede quasi il contrario. L’estranea sa con molta più precisione cosa vuole essere e soprattutto quale domanda vuole continuare a fare ai propri personaggi. Anna non vuole liberarsi del dolore, vuole impedirgli di esistere. Vuole correggere il futuro prima che faccia quello che gli pare, cioè la cosa che normalmente fa il futuro da quando esiste. Il passaggio è importante perché rende il patto faustiano meno astratto e molto più domestico: non stiamo parlando di un uomo che vende l’anima per la conoscenza, per il potere o per la giovinezza eterna, ma di una madre che vuole evitare alla figlia una vita che considera ingiusta. Detta così sembra quasi nobile, ed è esattamente lì che il film diventa più interessante, perché il confine morale è molto più sottile di quanto vorremmo ammettere. Il controllo diventa quindi una forma degenerata dell’amore, o quantomeno una sua versione tossica, e Strippoli è intelligente quando lega tutto questo non a un male astratto ma a una famiglia estremamente concreta, piena di aspettative e di proiezioni. Il Diavolo, da questo punto di vista, non deve nemmeno lavorare troppo: non fa altro che offrire ad Anna lo strumento definitivo per fare ciò che molti genitori fanno già in piccolo, cioè convincersi che scegliere per i figli equivalga automaticamente ad amarli. E allora il famoso “lo faccio per il tuo bene” diventa quasi una formula satanica, perché più Anna prova a proteggere ciò che ha costruito e più scopre che la questione non è quanto sia disposta a sacrificare per la famiglia, ma quanto sia disposta a sacrificare della famiglia pur di tenere in piedi l’idea che si era fatta di essa.

L’estranea sembra fare un passo avanti rispetto ai film precedenti, perché finalmente Strippoli prende una delle sue ossessioni e le costruisce intorno una struttura molto più solida. Il problema, semmai, è che quella struttura la vuole controllare esattamente quanto Anna vuole controllare la vita dei figli, e quindi ogni tanto il film finisce per soffocare un po’ dentro la propria precisione. Strippoli ha un ottimo occhio, su questo credo ci sia poco da discutere, e appartiene a quella generazione di registi cresciuta in una proliferazione quasi infinita di film, serie, videoclip, making of, streaming, Blu-ray, YouTube, torrent se volete confessarvi, tutta la storia dell’audiovisivo disponibile in qualsiasi momento con abbastanza banda larga. La grammatica cinematografica non deve scoprirla, l’ha già assorbita. Sa costruire un’inquadratura, sa muovere la macchina da presa, sa usare una canzone, sa montare un’accelerazione improvvisa e soprattutto sa riconoscere una bella idea visiva quando gli passa davanti.
Ma non si accontenta di riconoscerla. La evidenzia e poi magari ci mette anche una freccia luminosa sopra nel caso qualcuno fosse distratto. L’estranea è pieno di improvvise accelerate di tono, ritmo, movimenti di macchina, trovate visive, musica, stacchi che sembrano voler continuamente ricordare allo spettatore che dietro c’è un regista che sa esattamente cosa sta facendo. E sì, lo sa. Solo che a un certo punto diventa tutto un po’ troppo: troppo calcato, troppo consapevole, troppo desideroso di impressionare. Non è più il “troppo poco” di La valle dei sorrisi, dove diverse intuizioni sembravano restare a metà, ma quasi il problema inverso, quello di un autore che ha finalmente trovato una linea e adesso la sottolinea con un evidenziatore giallo Stabilo Boss grande come una trave.

È una caratteristica che rende L’estranea più compiuto e allo stesso tempo più di maniera, che è una contraddizione solo apparente. Rispetto a La valle dei sorrisi c’è una crescita evidente nella gestione della struttura, nella tenuta del racconto, nel modo in cui i temi vengono legati ai personaggi e non restano soltanto appesi alle suggestioni dell’ambientazione. Là Remis era un posto bellissimo e inquietante ma poteva quasi trovarsi ovunque, perché il legame con il territorio restava più estetico che profondo; qui Bari, la famiglia, il 1999, il 2006, il successo, il calcio, la pubblicità, la malasanità dell’ospedale che fa entrare diavoli e porci e tutto il resto concorre a costruire un ambiente molto più specifico e riconoscibile. Resta però quell’impressione che il film voglia continuamente certificare la propria eleganza, e qui torna il paragone con Pietro Castellitto, ma lo dico per l’ultima volta prima che uno dei due decida definitivamente di venire a cercarmi sotto casa. Sono registi diversissimi, ma appartengono a una generazione in cui il problema non è certo la padronanza tecnica. Castellitto, se volete sapere la mia (volete?), non ha un cazzo da dire ma riesce quasi sempre a mettere in ogni film almeno una scena in cui pensi “però, cazzo, questo sa girare”. Strippoli è più interessante proprio perché qualcosa da dire ce l’ha, soltanto che sta ancora cercando il modo di separare quella cosa dall’enorme archivio di immagini, stili e influenze che si porta dietro. Non è poco, anzi, e forse è pure normale: a trentatré anni sarebbe leggermente ingeneroso pretendere che uno abbia già una visione del mondo talmente definita da poterla incidere sul marmo come Scorsese, Eastwood o Paul Thomas Anderson.
Il problema è che il cinema italiano per anni ha preteso esattamente questo dai giovani registi: fare subito il film definitivo oppure tornare a casa, mentre magari sarebbe più utile lasciarli fare quattro, cinque, sei film, sbagliare una volta per eccesso, una volta per difetto e capire strada facendo che cosa vogliono diventare. Se mi proponessero un patto per cui, in cambio di un film di Strippoli ogni tre anni, devo accettarne automaticamente uno di Fausto Brizzi ogni sei mesi, io vi confesso che probabilmente chiederei di leggere bene le clausole e di sapere almeno se posso saltarne uno ogni tanto, ma alla fine cederei. Questa è esattamente la roba che chiediamo da anni. Autori giovani, audaci, a cui venga concesso spazio per provare, sbagliare, eccedere, trovare una scena bellissima dentro un film imperfetto e magari imparare da quella. Servono tantissimo alla nostra nazionale, bisogna farli giocare, accumulare minuti, responsabilità, esperienza e poi portarli gradualmente—Ah no. Esempio sbagliato. Comunque: teniamocelo stretto.
Poster-quote:
“Il trucco più astuto del Diavolo è persuaderti che non può essere Valeria Bruni Tedeschi”
Lou Ferragni, i400calci.com




…..CHE NON POSSA ESSERE VBT”
Per la carità di Belìal e Azathot.
(A dimostrazione che lo Dìaulo sta nei congiuntivi.)
Il verbo persuadere, quando introduce una proposizione subordinata completiva attraverso la congiunzione “che”, non richiede obbligatoriamente il congiuntivo ma può reggere l’indicativo. A dimostrazione che il Diavolo sta anche nella Treccani.
E chi parla di obblighi o regolette? Trattasi di armonia, suono ed estetica del periodo.
Il fatto che si possa, più che altro per resa di grammatici ed enciclopedici alla crassa ignoranza dei docenti della nostra lingua patria ed al conseguente ” uso e consuetudine” corrente, non significa necessariamente che si debba.
Non voleva essere una correzione quanto piuttosto un consiglio.
Splendida recensione, cmq..
Direi che non solo non è un horror come qualcun l’ha definito, ma pure dire che è un thriller soprannaturale secondo me è improprio. Si tratta di un dramma familiare con elementi soprannaturali. Niente di male di per sé, eh, ma credo sia bene saperlo prima se no si rischia di rimanere delusi, come certa gente che ho sentito uscire dal cinema lamentandosi la sera che sono andato a vederlo.
Per quanto mi riguarda, comunque, promosso con riserva. L’impressione generale che mi ha dato è quella di un film più ben fatto che davvero interessante. Insomma è il compito del primo della classe. A Strippoli vorrei dire: sei bravissimo, ma la prossima volta cerca di divertiti un po’ di più.
Comunque per me police alto per Valeria Bruni Tedeschi in quanto unico elemento storto (nel senso buono) in un film troppo controllato.
Nota di merito 1: la presenza del robottino Emiglio come correlativo oggettivo del fatto che siamo alla fine degli anni ’90 e che i bambini sono ricchi e viziati.
Nota di merito 2: il realismo del fatto che a Roma tutte le volte che piove sembra che sia arrivata la fine del mondo.
Io ho visto solo il primo di Castellitto, I predatori, che secondo me invece qualcosa da dire ce l’ha ma ha il problema di credersela troppo e soffocare molte trovate.
Strippoli temo viva della sindrome italiana dell’horror come genere minore, e che quindi le sue idee devono scontrarsi a livello produttivo con la cosa che non deve fare un horror ma un film serio a cui ogni tanto puoi metterci qualche scena horror.
Concordo che sia il film più a fuoco di Strippoli, autore che anche quando si perde qualche pezzo (es. la valle dei sorrisi che si trascina forse fin troppo) vale comunque sempre la pena vedere. Qui a me ha convinto a pieno, tenuto in tensione e angosciato anche nelle cose meno sovrannaturali (scene di bullismo veramente fatte bene). Forse la struttura è un po’ classica ma a me ha convinto proprio per questa dimensione più chiusa e drittona
Boh a me pare un horror fatto e finito, voi L’avvocato del Diavolo lo definireste un legal drama?
Detto questo, sono del partito pro Bruni Tedeschi (ciò fa di me un rossoBruni?) e gradirei un franchise di lei che va a rovinare famiglie ricche per l’Italia a partire dall’unificazione.
Accento romano in giro ce n’è (a proposito del diavolo)?