C’è stato un periodo, negli anni Novanta, in cui essere un bambino significava avere delle certezze piuttosto semplici. I dinosauri erano la cosa più figa del mondo, i robot giganti erano la seconda cosa più figa del mondo e se qualcuno avesse trovato il modo di mettere insieme dinosauri e robot giganti avrebbe probabilmente dominato l’universo tutto. Stacco di montaggio: arrivano i Power Rangers, che aggiunsero all’equazione degli adolescenti vestiti con tutine colorate, mostri di gommapiuma, arti marziali, esplosioni assolutamente sproporzionate e un numero di pose plastiche sufficiente a far venire l’ernia a un’intera generazione. E funzionava. Dio mio, se funzionava. I Mighty Morphin Power Rangers, arrivati nel 1993, furono un fenomeno gigantesco, di quelli che non si limitavano a occupare un’ora del palinsesto ma invadevano camerette, cartelle scolastiche, edicole, negozi di giocattoli e soprattutto l’immaginazione di milioni di bambini. Io ero uno di quelli. Li ho seguito almeno fino a Power Rangers Wild Force, la serie del 2002 in cui c’era un’isola sospesa nel cielo, l’Animarium, popolata da creature leggendarie che potevano trasformarsi in giganteschi animali meccanici. Una roba che a raccontarla oggi sembra il sogno di un bambino con quarantadue di febbre, e invece era televisione per ragazzi perfettamente funzionante. Ma soprattutto ricordo una Santa Lucia passata con addosso la tutina da Power Ranger Nero, a giocare insieme ai miei cugini che avevano rispettivamente il costume blu e quello rosso. Non abbiamo mai salvato il mondo, ma tanti pomeriggi certamente sì.
Erano fighi, i Power Rangers. Non c’è molto altro da aggiungere. Erano fighi perché si trasformavano, perché facevano le capriole, perché combattevano dei mostri improbabili e perché, quando le cose si mettevano male, potevano sempre tirare fuori un robot ancora più grosso. Un sistema di valori inattaccabile. Perché vi sto raccontando tutto questo? Perché è arrivato un altro reboot dei Power Rangers? Perché qualche produttore ha deciso che è giunto il momento di trasformare anche loro in un universo cinematografico interconnesso di diciassette film e tre serie televisive che dovete guardare per capire perché il Ranger Blu è triste? No. Ne parliamo per un film che ufficialmente con i Power Rangers non c’entra niente, ma che senza i Power Rangers non sarebbe mai esistito. Un film che si chiama Legend of the White Dragon e che, soprattutto, è l’ultimo film di Jason David Frank. SIGLA!
Per chi non avesse passato l’infanzia a urlare «It’s Morphin Time!» davanti alla televisione, Jason David Frank era Tommy Oliver. Il Green Ranger originale, poi White Ranger, poi ancora altri Ranger di colori diversi, perché evidentemente il guardaroba di quest’uomo aveva più possibilità di quello di un personaggio di The Sims. Tommy era probabilmente il volto più riconoscibile dell’intero franchise: prima nemico, poi alleato, poi leader, poi presenza ricorrente di una saga che continuava a reinventarsi mentre lui restava una specie di punto fermo. Frank aveva costruito una parte importante della propria carriera intorno a quel personaggio e al rapporto con i fan, ma era anche un artista marziale e un interprete che aveva voglia di raccontare qualcosa di diverso. Qualcosa di più adulto, magari. Con meno lezioni sull’importanza dell’amicizia e più gente che si prende a calci nei denti.
È qui che entra in scena Aaron Schoenke, regista, attore (interpreta il villain qui) e fondatore di Bat in the Sun, realtà produttiva conosciuta soprattutto per Super Power Beat Down, una webserie in cui personaggi della cultura pop si affrontavano in combattimenti spettacolari. Un territorio in cui la distanza tra fan fiction e cinema indipendente era sostanzialmente una questione di disponibilità economica, ma anche un ambiente in cui la passione per i personaggi veniva prima di tutto il resto. Schoenke e Frank avevano già collaborato e da quel rapporto nacque l’idea di Legend of the White Dragon: costruire un supereroe originale intorno a Jason David Frank, dandogli finalmente un film tutto suo.

Solo che fare un film costa. Fare un film di supereroi costa ancora di più. Fare un film di supereroi indipendente, con armature, combattimenti, effetti digitali, astronavi e gente che spara raggi luminosi dalle mani, è il genere di idea che probabilmente fa venire un principio di infarto al commercialista. Il progetto passò quindi attraverso Kickstarter. Una prima campagna nel 2019 non raggiunse l’obiettivo di 500.000 dollari, fermandosi a poco meno di 204.000. Una seconda raccolta, lanciata nel 2020, riuscì invece a superare i 500.000 dollari, permettendo di trasformare quella che inizialmente poteva essere una miniserie in un lungometraggio. Poi è arrivata la pandemia, con tutte le complicazioni e le spese aggiuntive che potete immaginare per una produzione già povera di suo. Le riprese sono ripartite nel 2021, il film ha attraversato una lavorazione travagliata e nel novembre del 2022 è successa la cosa peggiore possibile: Jason David Frank è morto, a soli 49 anni.
A quel punto Legend of the White Dragon non è stato più soltanto il progetto di un gruppo di amici che voleva fare un film di supereroi. È diventato l’ultimo film di Jason David Frank, qualcosa che bisognava riuscire a completare anche per lui. La produzione aveva ancora bisogno di riprese aggiuntive, soldi, postproduzione e distribuzione. Il percorso è andato avanti per anni, fino all’arrivo negli States ad agosto 2026. Sette anni dopo il primo tentativo di finanziamento. Quasi quattro anni dopo la morte del protagonista. Tenete a mente tutto questo, perché tra poco dovremo parlare del film vero e proprio e vi assicuro che sarà necessario ricordarsene.

La storia si svolge a Virtuo City, dove un tempo esisteva un supereroe chiamato White Dragon, che aveva dei poteri derivanti da un misterioso cristallo e proteggeva la città da minacce di varia natura, finché una battaglia particolarmente disastrosa non ha provocato morte e distruzione, trasformandolo da salvatore a nemico pubblico. La sua vera identità, Erik Reed, è stata rivelata, la sua reputazione distrutta, la sua famiglia è rimasta lontana e lui è sparito dalla circolazione. Tre anni dopo lo ritroviamo costretto a vivere nell’ombra, mentre una nuova minaccia legata al suo passato comincia a prendere forma. Il cattivo si chiama Dragon Prime, vuole vendicarsi di lui per la morte di sua moglie durante quel suddetto disastro e possiede una parte dello stesso potere che un tempo apparteneva al protagonista. Ora, questa sarebbe anche una premessa interessante, se non fosse che Legend of the White Dragon sembra avere un problema piuttosto serio con il concetto di premessa. Nel senso che la premessa è praticamente tutto quello che sarebbe stato interessante vedere, ma il film decide di passare oltre con un triplo salto olimpico.
Chi era davvero White Dragon? Come funzionavano i suoi poteri? Qual era il suo ruolo in questo universo? Che razza di mondo è quello in cui vivono questi personaggi? Che cosa è successo esattamente prima che cominciasse il film? Sono domande che continuano ad affacciarsi mentre la storia procede, spesso senza ricevere risposte sufficientemente soddisfacenti. A un certo punto Erik precisa persino di non essere un supereroe, ma un cacciatore di tesori. Ah. Va bene. Interessante. Un cacciatore di tesori. Come Indiana Jones? Come Nathan Drake? Come quelli che vanno in giro con il metal detector sulla spiaggia? Cosa c’entra questa cosa con tutto il resto? Non lo sappiamo, perché l’informazione viene sostanzialmente lasciata lì, come se qualcuno avesse aperto una porta su un film molto più interessante e poi si fosse dimenticato di farci entrare.

Il grosso problema è proprio questo: Legend of the White Dragon ha tutta l’aria di essere il capitolo centrale di una saga che nessuno ha mai girato. Sembra di essere capitati per sbaglio a metà di una stagione di Smallville, o di una di quelle serie in cui tutti conoscono già tutti, ogni personaggio ha un passato complicatissimo e lo spettatore deve semplicemente accettare che una certa pietra luminosa sia importantissima perché qualcuno l’ha detto con aria grave. Solo che qui c’è ancora meno budget, meno tempo per sviluppare i personaggi e una quantità impressionante di lore che esiste soprattutto fuori dallo schermo. Persino il nome è un po’ un grosso boh. White Dragon non era mica il padre di Peacemaker? Quello interpretato da Robert Patrick nella serie di James Gunn? Il suprematista bianco con l’armatura? Ah no, quello è un altro, questo è quello buono e a un certo punto, forse perché si rendono conto di quanto suoni VAGAMENTISSIMAMENTE problematico e in una botta di inclusività generale, fanno saltare fuori che il White Dragon è noto anche come Cosmic Dragon. La lezione da imparare è questa: se state pensando di inventare un supereroe, magari controllate prima quanti personaggi con lo stesso nome esistono già, soprattutto se uno di loro è un nazista.
Ad ogni modo, il film cerca di compensare le lacune narrative con una quantità generosa di combattimenti, inseguimenti, armature, armi fantascientifiche e via dicendo. Il risultato è un cinema supereroistico che sembra provenire da un’altra epoca, precedente al dominio del Marvel Cinematic Universe, quando il genere non aveva ancora trovato quella grammatica industriale fatta di ironia obbligatoria, continuità condivisa, battute piazzate dopo ogni momento drammatico e grandi battaglie digitali costruite per giustificare il budget. Qui siamo molto più vicini alla televisione d’azione degli anni Novanta e Duemila, a quel mondo in cui bastava infilare degli attori in un pigiamone corazzato, farli mettere in posa e convincere tutti che stavano combattendo per il destino dell’universo.

Che, attenzione, non è necessariamente un difetto. Anzi. Una delle cose più affascinanti di Legend of the White Dragon è proprio la sua totale estraneità al linguaggio contemporaneo dei cinecomic. Non sembra un film Marvel fatto male. Sembra un episodio costosissimo dei Power Rangers realizzato da qualcuno che, crescendo, ha deciso che adesso si potevano mettere anche sangue, traumi e personaggi tormentati. Un episodio dei Power Rangers durava una ventina di minuti e poteva permettersi di risolvere qualsiasi conflitto facendo arrivare un mostro più grosso. Qui invece bisogna reggere un lungometraggio, costruire rapporti, dare profondità ai personaggi e far funzionare una mitologia che il pubblico dovrebbe scoprire per la prima volta. E insomma… non sempre ci riesce. Potremmo stare qui ad elencarne tutti i difetti: se volete una sera ci vediamo, accendiamo una pipa in legno di radica sorseggiando un brandy davanti ad un fuoco acceso e ne parliamo approfonditamente. Ma c’è molto altro, qui dentro, qualcosa che alla fine fa soprassedere a quasi tutto.
Il primo elemento che rende tutto questo irresistibilmente familiare è che Legend of the White Dragon è una specie di rimpatriata dei Power Rangers. Oltre a Jason David Frank ci sono Jason Faunt, che era Wes Collins, il Red Ranger di Power Rangers Time Force; Cerina Vincent, che interpretava Maya, la Yellow Ranger di Power Rangers Lost Galaxy; e Ciara Hanna, che era Gia Moran, la Yellow Ranger di Power Rangers Megaforce e Super Megaforce. C’è persino Ron Roggé, che non era un Ranger ma interpretava il capitano William Mitchell in Power Rangers Lightspeed Rescue. Partecipano tutti a vario titolo a questo nuovo universo narrativo, interpretando personaggi differenti, e che proprio per questo contribuiscono a creare una specie di continuità affettiva con quello televisivo. È un po’ come andare a una rimpatriata di classe e scoprire che tutti hanno deciso di presentarsi vestiti da supereroi. Qualcuno è invecchiato, qualcuno ha cambiato pettinatura, qualcuno nel frattempo ha fatto altre cose, ma dopo cinque minuti siete di nuovo lì a ricordarvi quando avevate dieci anni e il problema più grande della vostra giornata era capire se il Megazord fosse più forte del Dragonzord. Ma non è finita qui, amici spettatori, perché nel mucchio selvaggio ci buttano dentro anche gente di menare bene come Amy Johnston (forse vi ricorderete di lei per Accident Man e Female Fight Club) e…

Ecco, Legend of the White Dragon funziona soprattutto a quel livello. Non perché sia un film riuscito, ma perché è un film che porta addosso le tracce delle persone che l’hanno fatto. È un oggetto cinematografico sgangherato, a tratti persino difficile da seguire, ma che esiste per una ragione molto precisa: qualcuno ci teneva abbastanza da continuare a lavorarci quando sarebbe stato molto più semplice lasciar perdere. E questa cosa cambia inevitabilmente il modo in cui lo si guarda. Perché a un certo punto bisogna anche chiedersi che cosa stiamo giudicando: se giudichiamo Legend of the White Dragon come un film di supereroi, la risposta è abbastanza impietosa, perché è bruttarello. Se lo mettessimo accanto a un qualsiasi blockbuster contemporaneo, verrebbe probabilmente preso a schiaffi ancora prima di riuscire a indossare il casco. Ma davvero vogliamo giudicarlo soltanto così?
Perché qui non stiamo parlando di una major che ha investito duecento milioni di dollari in un prodotto costruito da un comitato per occupare uno spazio nel calendario delle uscite. Stiamo parlando di un gruppo di persone che ha chiesto ai fan di finanziare il film, ha attraversato una pandemia, ha perso il proprio protagonista e ha comunque trovato il modo di arrivare alla fine. E non un protagonista qualsiasi: Jason David Frank, che per milioni di persone era stato un pezzo importante dell’infanzia e che in questo progetto aveva investito tempo, energie e una parte evidente della propria identità artistica. Questo non risolve tutti i problemi, eh, ma rende tremendamente difficile arrabbiarsi con il film per tutte queste cose. Soprattutto quando arrivano le immagini del backstage.

Legend of the White Dragon termina ricordandoci che dietro quelle armature e quei combattimenti c’erano delle persone vere. C’è Jason David Frank sul set, ci sono i momenti condivisi con sua figlia Jenna, che nel film interpreta anche la figlia del protagonista, e c’è Michael Madsen, altro volto amatissimo del cinema di genere, morto nel 2025. Madsen interpreta Max Reed, il padre di Erik, e sapere che anche lui non c’è più aggiunge un ulteriore livello di malinconia a un progetto che già di suo ne aveva abbastanza per tre film. A quel punto, per forza di cose, ‘sto film smette di essere soltanto una storia di cristalli magici, vendette, supereroi decaduti e persone che si prendono a pugni indossando dei caschi costosissimi. Diventa il documento di qualcosa che non esiste più. Di un gruppo di amici e colleghi che si è ritrovato per fare un film insieme, e di un attore che non potrà mai vedere il risultato finale del lavoro al quale aveva contribuito.
Ragà, che vi devo dire: questa cosa qui per me è commovente. E lo è in un modo che nessuna sceneggiatura avrebbe potuto pianificare. Non perché il film racconti particolarmente bene il lutto o la perdita, ma perché la sua stessa esistenza finisce per raccontarli meglio di qualsiasi dialogo. Ogni scena con Frank acquista un significato diverso, ogni momento in cui lo vediamo combattere dentro quel costume diventa un piccolo pezzo di cinema salvato dall’oblio. E quando lo si vede fuori dal personaggio, sorridere insieme alla figlia e ai colleghi, diventa davvero complicato continuare a pensare a quanto fosse brutta quella particolare esplosione digitale vista venti minuti prima. Io venti euro per Legend of the White Dragon li avrei dati volentieri. Non perché mi aspettassi il nuovo Il cavaliere oscuro, ma perché a volte è bello che certe cose esistano. Perché ci sono personaggi, attori, immagini e ricordi che ti accompagnano per tutta la vita, anche quando pensi di esserteli lasciati alle spalle. E perché la nostalgia è canaglia, certo.

E allora sì, Legend of the White Dragon è un film bruttarello. Sticazzi. Sono comunque contento che esista, che qualcuno sia riuscito a finirlo, di averlo visto. E in un’epoca in cui anche i grandi universi supereroistici, da Justice League in giù, sono riusciti a spendere cifre astronomiche per produrre film con meno cuore di una riunione condominiale, trovo persino rassicurante che da qualche parte ci sia ancora gente disposta a combattere per portare sullo schermo un tizio vestito da drago bianco, perché sì. Del resto, da bambino ho passato una Santa Lucia intera vestito da Power Ranger Nero, insieme a due cugini che fingevano di essere i Power Ranger rosso e quello blu. Sarebbe un po’ ipocrita mettermi adesso a fare quello sofisticato.
Poster-quote:
“It’s Cryin’ Time!”
Lou Ferragni, i400calci.com




Insieme a Chatgpt, sto cercando di fare una cosa simile (cioé sceneggiatura, soundtrack etc., non ridete) per un’immaginaria serie di film crossover tra i Paw Patrol e The Authority ed i personaggi Wildstorm. Lo sto facendo per me,in primis ovviamente e per mio nipote di 4 anni. Quindi comprendo,apprezzo e lo vedrei questo
Ma niente batte Megaloman.
il primo del genere dei cinque eroi con colori diversi che sbarcò nella tele italiana. E forse l’unico in cui il gruppo era a volto scoperto. Questo perchè girare senza maschera era difficile (controfigure etc.). Un valore aggiunto. E tutto giappo.
Poi oh, i Power Rangers americani sono quel tipo di prodotto che trasuda di sciovinismo. “non doppiamo e non riusciamo ad identificarci con eroi asiatici”, o così la pensavano i produttore. W allora questo taglia e cuci da un prodotto già bello pronto. Per me un peccato per i bambini di quella generazione, di poco succcessiva alla mia.