Ieri sera ho visto un buon film. Non dico che non gli avrei dato una lira, anzi, la premessa mi gasava non poco, ma di film con premesse simili ne sono stati fatti a bizzeffe e non è che tutti siano venuti fuori necessariamente bene. Eppure me lo sono goduto: non è certo un capolavoro, e la gestione del metaforone centrale è alquanto pesa, ma avercene. Ma non siamo qui per parlare di Whalefall, di quello ve ne ha già parlato approfonditamente Casanova. Noi siamo qui per parlare di Clayface. Sigla!
Vorrei iniziare questa recensione tirando in ballo una frase del nostro Quantum Tarantino che, secondo me, coglie talmente bene l’affaire Clayface che non ci sarebbe bisogno di scrivere altro:
Io ‘sto film non lo capisco, sembra che si sono detti “Wow, hanno funzionato così bene i film sui cattivi di Spider-Man senza Spider-Man che dobbiamo troppo farlo con i nemici di Batman!”
Alla luce di questo, la Warner/DC, nelle persone di James Gunn e Peter Safran, ci fa la figura di quel vostro amico con la malattia del gioco che ogni volta che punta dice “Questa è la volta buona, me lo sento!”. Credo non ci sia migliore testimonianza – neanche l’ascesa delle destre estreme in Europa – di quanto l’essere umano abbia la memoria corta e non sia in grado di imparare dai propri errori.
Va detto che Clayface arriva con un pedigree che la maggior parte degli spin-off del SUDSSP (Sony’s Universo di Spider-Man senza Spider-Man) si sognava: un pitch di Mike Flanagan che, dall’alto della sua mikeflanaganità, è disceso sui neonati DC Studios esclamando “So, I have a movie for you!”, e tutti si sono inchinati di fronte al genio di questa originalissima trovata che solo una mente brillante come quella dell’autore di Oculus e Midnight Mass avrebbe potuto ideare. La trovata:

Non è che di per sé sia una brutta idea declinare Clayface nello stile di un classicone come Darkman (andatevi a rileggere la recensione scritta proprio da Quantum, che lo accosta a Clayface e alla serie animata anni ’90 di Batman). I punti di contatto sono evidenti: c’è un tizio che viene sfigurato dopo una serie di bazze e, avendo accesso a una tecnologia sperimentale, impara ad assumere le sembianze di coloro che gli hanno fatto torto e si vendica uccidendoli uno dopo l’altro. Si potrebbe discutere del fatto che non sia realmente un’idea originale, ma secondo me si perderebbe di vista la vera questione: Clayface è stato presentato in pompa magna come il primo vero horror prodotto all’interno di un universo di supereroi, ma il fatto è, come dire, che non è un horror. D’altro canto, nemmeno Darkman lo era: certo, flirtava con elementi horror, ma per il resto era Sam Raimi che faceva un film di supereroi dieci anni prima che il destino gli mettesse in mano un vero film di supereroi. Era un omaggio all’Uomo Ombra e a tutto quell’intreccio di narrativa pulp e fumetti che lo aveva cresciuto. Ma di fatto NON era un film dell’orrore, e fa ridere che Clayface lo si spacci come tale quando in realtà rifà un film di supereroi e dunque è, stringi stringi, un film di supereroi in un universo di supereroi. L’ironia fa girare la testa.
Certo, poi va detto che Clayface si mantiene ampiamente sopra il confine del Rated R, è pieno di violenza e dettagli disgustosi da body horror, ci sono un sacco di scene che coinvolgono gli occhi (compresa quella senza dubbio migliore del film, ambientata su un aereo durante una turbolenza) e che quindi faranno rivoltare lo stomaco a tanta gente sensibile (me compreso). C’è persino una donna nuda! Ed è incredibile che sia questo il dettaglio che mi ha veramente spiazzato, in un’epoca in cui anche nei più duri film R-Rated la gente si copre con le lenzuola dopo aver scopato.

Ma vediamo un po’ più in dettaglio la trama, se no non si capisce niente: Tom Rhys Harries interpreta Matt Hagen, una star del cinema (originaria di Gotham City, ci torniamo) bellissima e amatissima, che ha appena ottenuto la sua prima nomination all’Oscar. Fuori a festeggiare col suo migliore amico, l’attore in difficoltà Corey Bowery (Joshua James), Matt decide che sia una buona idea portarsi a letto la morosa di un potente boss della mala di Gotham, il quale (ma pensa un po’!!!) non la prende mica tanto bene e lo sfregia brutalmente. Matt passa così dalle stelle alle stalle: la donna lo accusa di violenza, Matt viene mollato dalla sua agenzia, perde tutti i soldi in una serie di inutili operazioni di chirurgia estetica ed è costretto a tornare a vivere nel tugurio di famiglia sull’isola Narrows (ehi, chi si rivede!). Sì, amici, avete capito bene: Matt viene cancellato! Ma lui non demorde: scoperto che la ricercatrice Caitlyn Corr (Naomi Ackie) sta sperimentando una innovativa nanotecnologia in grado di riparare il corpo umano, decide di provarla su se stesso, ma le cose gli sfuggono presto di mano e, alla fine, Matt userà le sue abilità di shape-shifter per vendicarsi dei suoi aguzzini, in una spirale di vendetta sempre più… Folle? Fuori controllo? Peggio: sciatta.
Il grosso problema di Clayface, infatti, è che non sa che film vuole essere. Quando costruisce la origin story del protagonista, funziona anche abbastanza bene. È un film di supereroi fatto e finito, ma è un po’ più brutale della media e, soprattutto, Matt non è esattamente un personaggio simpatetico. Voglio dire: si è messo nei guai da solo nonostante sapesse benissimo le conseguenze delle sue azioni, come si fa a provare empatia per lui? L’ho trovata un’idea interessante: per un attimo ho pensato che il film fosse una riflessione sui vari casi di violenze esplosi a Hollywood negli ultimi anni. Abbiamo un attore bello, affascinante, che vuole bene alla mamma, di umili origini e che proclama di essere rimasto umile. Sembra che il film voglia chiedersi: e se invece sotto sotto fosse un pezzo di merda? Un narcisista patologico incapace di prendersi la responsabilità delle proprie azioni? Un violento manipolatore con la faccia da bravo ragazzo? Dopo tutto nel film cerca per ben due volte di rubare la donna a un altro, si prende quello che vuole fregandosene di chi possa ferire con le sue azioni. Clayface promette di parlare di questo, salvo poi dimenticarsene completamente. Così come dimentica ogni singola premessa interessante per virare verso il vuoto compitino da revenge movie senz’arte né parte.

Ad esempio, il fatto che il protagonista sia un attore e si ritrovi a interpretare delle parti nella sua missione di vendetta – abbastanza letteralmente, dato che può trasformarsi in chiunque – non è per nulla sfruttato. La sceneggiatura (di Flanagan e Hossein Amini, uno che ha scritto di tutto, da Drive a Biancaneve e il cacciatore, alla serie di Obi-Wan Kenobi) lo dice, ripetutamente, ma il regista James Watkins (The Woman in Black, il remake di Speak no Evil) non lo sa mostrare. Le trasformazioni avvengono istantaneamente, stile T-1000, non c’è nessun gusto per la messa in scena delle mutazioni corporee evocate dalle radici body horror del film, che cadrebbero a fagiolo con l’immaginario del personaggio a fumetti originale.
Un altro tema appena accennato è quello, ovviamente, dell’identità: chi è Matt Hagen? C’è davvero qualcuno dietro le mille maschere che indossa ogni giorno? È una domanda a cui il film non sa rispondere, preso com’è dal mettere in scena senza fantasia un copione stravisto, adattando il personaggio a esso piuttosto che il contrario. Matt è, alternativamente, a seconda di cosa fa comodo alla sceneggiatura, una brava persona che si è fatta prendere la mano o un pezzo di merda rancoroso e confuso, un antieroe o un villain. A un certo punto (piccolo spoiler) arriva la scena che tutti si aspettano in questo tipo di film, quella in cui il protagonista grida “Do it!”, solo che qua non se l’è minimamente guadagnato. È un finale che vorrebbe guardare a quello de La mosca, quella roba in cui il protagonista tocca il fondo e scatta in lui l’ultimo barlume di integrità morale, ma come tutto il resto qui è solamente un’eco di un altro film migliore, strappata al proprio contesto e infilata a cazzo in un pastone di riferimenti privati del loro senso e usati solo come obbligatori cliché nel manuale del giovane sceneggiatore.

In apertura ho citato Whalefall per fare la battuta, ma non l’ho fatto a caso. In due giorni ho assistito ai due estremi opposti del cinema di genere: quello che i temi li usa in maniera anche troppo insistita e pesante e quello che invece non ha veramente un cazzo da dire, un vuoto pneumatico di cose che prese di per sé sarebbero una figata, ma che alla fine risulta molto meno della somma delle sue parti.
Il fatto è che, anche in assenza di cose da dire, sarebbe stato sufficiente abbracciare senza vergogna un po’ di sana exploitation, regalandoci una bella vendetta goduriosa come si deve, con un’escalation divertente e morti memorabili. E niente, Clayface fallisce anche in questo, presentandoci un intreccio da noir di quart’ordine con l’unico poliziotto onesto della città (Max Minghella) impegnato a indagare su una scia di delitti noiosissimi e uno scontro finale nel più banale dei nightclub, senza la minima catarsi. Mi chiedo se non sia soprattutto colpa di Watkins e della riscrittura del copione, e se magari il film sarebbe uscito meglio se Flanagan avesse deciso di dirigerlo invece che concentrare le sue energie sul nuovo Esorcista. Non lo sapremo mai.
Come non sapremo mai che cacchio passasse per la testa di James Gunn e chi per lui, quando ha deciso di dare l’ok a un film così insulso in un momento così delicato del nuovo corso DC, e di usarlo oltretutto per introdurre Gotham nel DCU, finendo per sfigurare persino di fronte al Joker di Todd Phillips. Dopo il flop (secondo me immeritato) di Supergirl, pare che anche per questo butti male. Davvero, ma che cazzo di altro devo dire? Ha detto già tutto Quantum, date i vostri soldi a lui, io mi licenzio, mi faccio una plastica e cambio vita.
Poster quote:
“Ho visto una Gotham migliore nel Joker di Todd Phillips, e ce ne vuole!”
George Rohmer, i400Calci.com




Cmq riflettevo… Oggi che l’horror riflette sui maschi beta, il fallimento del sogno americano anni 80 e 90, sulla mercificazione del corpo femminile etc… Un film come clayface non è fuori tempo massimo?
Forse avrebbe avuto senso o spostandolo negli anni 80 o, non so, trasformando clayface in un attore/influencer
O portando avanti un discorso sui deep fake
Allora, sarebbe interessante sapere se l’attore protagonista ha ottenuto la sua candidatura interpretando qualche personaggio grottesco o mostruoso, diciamo alla Lon Chaney o come belloccio. Trovo che la prima situazione è / sarebbe stata più interessante per il film.
Qualche anno fa ci aveva provato Hill con Johnny il bello, con scarso successo. Hill aveva avuto l’intuizione di dare una visione quasi datata di questo tipo di film, un dramma da anni ’40. Trovo difficile riprodurre quel tipo di sensibilità oggi.
Ricordavo un vecchio episodio di “Ai confini della realtà” – la serie originale anni ’50 – con una premessa simile. Mi sono fatto aiutare dall’IA per ritrovarla:
• Titolo originale: The Four of Us Are Dying
• Messa in onda originale: 1° gennaio 1960 (in Italia noto come Noi quattro siamo morenti)
• Protagonista: Arch Hammer, interpretato dall’attore Harry Townes (e con i volti di altri attori come Ross Martin e Phillip Pine quando assume le sembianze altrui).
• Trama: Il protagonista Arch Hammer possiede l’incredibile capacità di cambiare espressione facciale e assumere i tratti somatici di qualsiasi persona. Sfrutta questo potere per scopi egoistici: prima prende l’aspetto di un celebre cantante appena deceduto per sedurre la sua donna, poi si trasforma in un boss mafioso ucciso per intascare soldi facili e, infine, assume le sembianze di un pugile per sfuggire ai sicari. Alla fine, però, la sua stessa natura e le conseguenze delle sue azioni gli si ritorceranno contro