
Daniel Kraus è uno scrittore dallo spirito calcista. Ha collaborato con Guillermo del Toro per la scrittura del romanzo La Forma dell’Acqua, uscito dopo il successo del film, e ha messo la sua firma sulla serie tv d’animazione Trollhunter. Non solo: è stato lui a finire il libro iniziato da George A. Romero The Living Dead, dopo che questo ha lasciato il nostro piano astrale nel 2017 e una serie di note. Nel 2023 Kraus è entrato in molte delle classifiche di fine anno dei libri più interessanti con il suo Whalefall, un survival thriller di 300 e passa pagine che racconta la storia di un sommozzatore che finisce inghiottito da un capodoglio mentre cerca di recuperare i resti del padre scomparso in mare. Ancora prima dell’uscita nelle librerie, la Imagine Entertainment si era comprata i diritti per una traspoisizione cinematografica del libro. Questi diritti sono poi passati, dopo gara d’appalto, alla 20th Century Fox, che lo scorso weekend ha fatto uscire il film nelle sale di mezzo mondo, scritto da Kraus insieme al regista Brian Duffield e con un cast di tutto rispetto: Austin Abrams nella parte del protagonista, Josh Brolin in quella del padre ed Elisabeth Shue come mammà. Ok? Ci siamo? Prendete allora un bel respiro, che lancio la sigla.
Piccola nota personale. Quando uscì questo video dei Chemical Brothers, anno domini 2002, ebbi una piccola epifania. Ecco di cosa ho veramente paura! Di essere mangiato da una balena! Di andare sott’acqua e rendermi conto che lì sotto, in questo mondo parallelo dove i polmoni sono inutili, sotto quel piccolo velo che separa il nostro mondo da quello degli snorkies, ci sono i mostri! I mostri veri, quelli di dimensioni ciclopiche, quelli che non si riescono neanche a guardare tutti interi, da quanto sono grandi. Questi mostri sono talmente grandi e potenti e… come dire… mostruosi!, che non sanno neanche della nostra esistenza. Per loro, noi siamo come le mosche che scacciamo con la mano d’estate, come le formiche che calpestiamo inavvertitamente quando camminiamo… Le balene sono la versione reale dei MOSTRI GROSSI, di Godzilla e compagnia cantante. Il buio, l’insanabile differenza di scala tra me e una balena, un mondo ostile in cui le più elementari regole del nostro comune vivere vengono ribaltate (l’impossibilità du comunicare, la mancanza di ossigeno e di luce) sono gli elementi base delle mie paure. Per dire, io il bagno senza maschera, senza vedere quello che c’è sotto, non riesco a farlo. Questo per dire che quando ho visto il trailer di Whalefall, ancora un po’ mi veniva un infarto. Infarto che ho poi rischiato, seriamente, durante la visione del film.

Oh, amici, non scherzo: penso di essere uno spettatore abbastanza smaliziato, pronto a qualsiasi cosa (ho visto al cinema l’esordio alla regia di Laura Morante, Ciliegine, per dire, eh?), qui però ci sono stati dei momenti in cui la tensione, lo stress, l’ansia, la paura si sono fatti talmente insostenibili che ho pensato di lasciare la sala. Metto le mani avanti: come ho spiegato, quella di essere mangiato da una balena (in realtà l’idea stessa di vedere davvero una balena sott’acqua) è forse la cosa che più mi spaventa in assoluto nella vita, per cui immagino che questo film abbia una presa particolare sul sottoscritto, ma dubito che si possa uscire indenni dalla visione di Whalefall. Anzi, rilancio: raramente ho visto una cosa del genere. Se chiedete a me, qui abbiamo già almeno tre Sylvester dati d’ufficio: Miglior Scena Spaccatutto, Miglior Maccosa e, last but assolutamente not the least, il Premio Albero della Vita (al peggior “metaforone”). Andiamo con ordine? Parto da distante…

Vi ricordate quella scena de Alla Ricerca di Nemo in cui il piccolo e tenero pesce pagliaccio si sporge oltre il limite consentito, oltre la barriera corallina e guarda in là, verso l’infinito e oltre, verso the big blue and beyond? Ecco, quella scena, fatta con un po’ di anni d’anticipo e in un film – va detto – un po’ diverso, mi ha sempre ricordato quella che qui su queste pagine abbiamo giustamente identificato come la scena più rilevante e importante degli ultimi anni di Cinema: la piccola macchinina di Mad Max: Fury Road che corre verso quella gigantesca tempesta di sabbia.

C’è tutto: il gioco delle proporzioni, quello sbilanciamento nella composizione del fotogramma, la paura di qualcosa di mostruoso che si nasconde dietro a quella nuvolona o in quel blu profondo. Un fotogramma fatto e rifatto più volte in questi anni, un piccolo istant classic che abbiamo visto spuntare dappertutto, come lo SBREEEEENG di Inception. Whalefall fa esattamente lo stesso, ma si avvicina di più a Finding Nemo, piuttosto che a MMFR. C’è un piccolo momento di calma prima della tempesta in cui il piccolo Austin Abrams si sporge da un dirupo e guarda verso l’abisso. È un piccolo puntino che osserva l’infinito, quel buio pesto che cela i mostri grossi, guarda l’abisso e l’abisso ricambia lo sguardo… un piccolo istante di sospensione narrativa… e poi succede il finimondo. La sequenza in cui il nostro viene inghiottito dal capodoglio mentre questo tenta di mangiare un calamaro gigante (colpevolmente spoilerata dai trailer) ha la stessa potenza di fuoco delle più grandi scene spaccatutto che abbiamo visto e premiato in questi ultimi anni. In questo Whalefall è assolutamente imbattibile e merita tutto l’amore che noi fancalcisti possiamo dare.

Veniamo al Premio Maccosa. Ora, è chiaro che qui il livello di sospensione dell’incredulità è massim0. “Non ti dico a che livelli è arrivata la sospensione dell’incredulità mia! È arrivata ai massimi dei massimi, la sospensione dell’incredulità mia!”, diceva quello che c’aveva l’amico etiope in Ecce Bombo. Anche se ho sperato fino all’ultimo che uscisse la didascalia Based on a True Story, Whalefall raconta una storia assolutamente incredibile: un uomo che finisce nel ventre di una balena e che deve fare di tutto per trovare una via d’uscita. Una volta poi al suo interno, il povero sub dovrà anche lottare con quello che rimane del calamaro gigante inghiottito insieme a lui, si tufferà in succhi gastrici e, per farci sentire meno soli, parlerà tra se e se a voce alta (col boccaglio in bocca, in modo che non si capisca una mazza). Insomma, non proprio 100% medical accurate. Però… Però Brian Duffield e il set designer Ramsey Avery, con l’aiuto dei maghi degli effetti speciali prostetici della WETA, hanno costruito una serie di set assolutamente straordinari, che sono il più aderenti possibile alla realtà ma contemporaneamente astratti e metafisici, quasi spirituali… L’esofago della balena, con la sua epiglottide che si apre e si chiude, il primo stomaco, con le sue mucose piene di bioluminescenze bluastre, il secondo stomaco, con i suoi colori acidi, sono tutti dei piccoli capolavori di cinema… casalingo. Ora, prendete con delle pinze giganti da penso 20, 25 milioni di dollari questo aggettivo, che immagino sia il costo di quelle 200 o 300 pennellate di CGI che sono stat fatte poi in post produzione, ma quelle 200 o 300 pennellate di CGI sono state date a dei set che esistono davvero. Sono delle stanze di 2, 3 metri quadri, azionate poi da piccole pompe idrauliche. Lo stesso però sembrano vaste e infinite, come lo spazio dei film di fantascienza. E in questi spazi angusti e terribilmente claustrofobici, Austin Abrams ne passa davvero di tutti i colori. Lo sforzo fisico è assolutamente encomiabile e, tra questa parte e quella di Resident Evil, non so quale sia stata quella più stancante per lui. Spero che nel prossimo film, per esigenze di copione, sia obbligato a stare su un divano comodissimo a farsi massaggiare da una ridda di modelle pranoterapeute perché, davvero, se lo merita.

E arriviamo all’ultimo punto, al metaforone. Ed è qui che metterei la linea degli spoiler, amici. Che è già una cosa bizzarra. Cioè, solitamente su questo sito, le parti che non vogliamo rivelare al nostro pubblico non hanno a che fare con le metafore letterarie, Steinbeck e i riferimenti ai racconti biblici, ma in questo caso faremo un’eccezione. Che vuol dire, lo dico per i meno abbienti, che se non avete visto il film e non volete rovinarvi la sorpresa, potete sospendere la lettura.

La storia è la stessa del libro: Austin Abrams interpreta Jay, un giovane uomo a cui è appena morto il padre, un uomo di mare interpretato da Josh Brolin. Si è tolto la vita gettandosi in acqua. Lo ha fatto per evitare che fosse un tumore di merda ai polmoni a portarlo al creatore. Non riuscendo più a respirare, come accadrà a suo figlio nel ventre del mostro, ha scelto di attaccarsi una cintura con dei pesi e tuffarsi nell’oceano (mentre John Ortiz fa John Ortiz). Austin e Josh hanno avuto un rapporto difficile, per usare un eufemismo. Josh è sempre stato un pirata, un uomo incline alla violenza (vogliamo usare l’espressione “con dei tratti di mascolinità tossica”? E usiamola!), uno che ha cercato in ogni modo di influenzare la vita di suo figlio per farlo diventare la sua fotocopia. E il figlio non c’è stato. Appena ha potuto, ha lasciato quella vita dedicata al mare e alle balene e se n’è andato nel cazzo di Ohio a studiare. Poi, una volta morto suo padre, è tornato a casa per fare i conti col passato. E il passato si è presentato sotto forma di una balena gigante che se l’è mangiato. Oh, the irony! Dio che punisce Giona e lo fa inghiottire da un grande pesce. E cosa fa Giona nel ventre della balena? Prega, parla con Dio. Lo stesso che fa Jay. Una volta all’interno del capodoglio, rivive in una lunga serie di flashback (tutti furbescamente funzionali alla parte survival) il rapporto con suo padre, ma poi comincia direttamente a parlarci. E il padre diventa la balena. La balena che l’ha inghiottito e che vorrebbe schiacciarlo. La balena da cui si deve liberare per tornare alla vita.

Questa è la parte più difficile del film. Perché se è facile immaginare come possa funzionare su carta, dal punto di vista della resa cinematografica ogni tanto la mano si fa più pesante del dovuto e si corre il rischio di incappare in un trappolone retorico e strappalacrime. Per quanto mi riguarda, funziona. Si ferma proprio un centimetro prima di cadere in quel burrone di cui sopra. Ma funziona.
DVD-quote:
“Vi consiglio di andare a vederlo in sala.
Possibilmente con un’infermiere al vostro fianco che vi controlla i battiti cardiaci”
Casanova Wong Kar-Wai, i400calci.com



