Uno dei ricordi più divertenti e spaventosi della mia vita vede protagonista un amico, furioso dopo la sconfitta in una partita di tennis, scagliare violentemente una racchetta contro la recinzione del campetto, non decapitando di pochissimo un’altra amica sfortunatamente nei paraggi. La furia, la competitività, la pazzia (… l’incoscienza, l’agonia).
Ma what if quella racchetta, quel concentrato d’ira scagliato a tutta velocità, avesse effettivamente mozzato il capo alla malcapitata?
Oggi parliamo di un film, Bloody Tennis, che potrebbe essere benissimo la risposta a questo interrogativo, se solo non fossi io l’unico al mondo a essermelo posto.
Oddio a ben vedere saremmo più dalle parti di «tennista fuorioso – racchetta che scivola di mano – testa della malcapitata che si stacca lo stesso», un film nettamente migliore che infatti scriverò subito dopo aver finito con questa recensione.
SIGLA!
Alla Mary Tyrone Tennis Academy si tirano su solo campionesse di tennis. Sophie (Sandra Guldberg Kampp) riesce a entrare per il rotto della cuffia, riempiendo il vuoto lasciato da una studentessa uccisa misteriosamente nel prologo. Ma questa non è un’accademia normale: è esattamente il covo di decerebrati sadici di cui tanto ci piace parlare a Val Verde.
La struttura non è esattamente attrezzatissima, il programma di allenamento è pigrissimo e il personale è ridotto all’osso: solo la francamente stucchevole direttrice (Elina Löwensohn, in versione pseudo strega argentiana), un allenatore che per fisico e sadismo dovrebbe farvi telare a grandi falcate come Zlatko Burić, e Fred, uno spinoff vivente del Salò di Pasolini. Eppure, in palio per Sophie c’è un posto a Wimbledon. Per ottenerlo, però, deve superare una tortuosa e assolutamente non necessaria serie di abusi fisici e psicologici e, ovviamente, dimostrare il suo valore sconfiggendo le sue cinque compagne.

L’allenamento è gratuitamente crudele: milkshake di sangue rappreso; sanguisughe per distendere i muscoli; episodi di bullismo, comprese puntine da disegno nelle scarpe; rivalità coltivata nei modi più brutalmente puerili; partite di tennis pallosissime in cui le rivali stanno sostanzialmente ferme; palle da tennis che diventano armi contundenti senza alcun vago fondamento nelle leggi fisiche come le conosciamo attualmente.
Sophie stessa entra sprovveduta e ingenua, ma abbraccia volentieri il suo lato più manipolatorio e oscuro: prima diventa amica della più fragile e isolata del gruppo, Heidi (Helena Zengel, da News of the World e The Legend of Ochi), che si imbottisce di pillole, per poi tradirla alla prima opportunità; poi inizia una tresca saffica con Bana (Tracy Gotoas), che molla appena realizza che la sua fame non è di sesso ma di fama; Mary ci rimpinza di monologhi stucchevoli e Zlatko Burić sviscida con la sapidità che lo contraddistingue e un’economia di movimenti che pare lo tenessero fermo per non pagarlo. Il tutto mentre Fred sventra micini per farne corde per le racchette e uccide a una a una le studentesse sconfitte, che finiscono servite a tavola alle superstiti il giorno dopo.

Nonostante ci provi a più riprese, Bloody Tennis non imbrocca nemmeno un servizio. Da un lato non riesce a esprimere alcuna satira sull’assurda competitività del nostro tardo medioevo capitalistico, dall’altro non gli viene manco in mente di divertirsi con la sanguinolenza o i promettenti risvolti di dark humor da relazioni disfunzionali. Nemmeno la regia – che punta al torrido e opprimente di un primo Lanthimos grondante horror low-budget – riesce ad andare oltre: il film resta visivamente scarno e del tutto privo di ispirazione, persino nel suo gore improbabile ad alto tasso di battutoni sottotestuali (l’inside joke sportiva delle corde di budello – in inglese catgut, ma di gatto non hanno mai avuto niente – qui fatte invece di intestino di gatto vero), e nell’aria da produzione Eurohorror nei fatti e non solo nei sentimenti (è una produzione tedesca dall’aria da Nazioni Unite: regista tedesco, girato in inglese tra Gran Canaria e Colonia, cast da tutta Europa e un po’ di più).

Il regista Nikias Chryssos non costruisce né cerca davvero nulla. Quando si ricorda di voler affrontare un tema, lo fa con scene estemporanee, inseguendo intuizioni che si perdono nella nebbia o che sbattono inevitabilmente contro il muro dell’ovvietà: che si tratti del generare artatamente conflitti tra personaggi che sostanzialmente non si cacano di striscio, dei segreti pseudo-satanici della casa matronale in odore di Suspiria o del gore fine a se stesso. Ogni elemento viene suggerito e mostrato con una dose di misticismo e sintomatico mistero, ma senza la decenza di dargli una quadra narrativa, allegorica o nemmeno di grasso intrattenimento.

Stando a collegare i puntini come i pazzi dei meme verrebbe forse fuori l’elemento delle famiglie disfunzionali (la matrona che già dalle prime battute suggerisce “Sono io il tuo paparino ora”) che plagiano e svuotano di purezza i figli nel modo più crudele immaginabile – qualcosa che già veniva fuori in altri film di Chryssos come Der Bunker e A Pure Place, stando a guardare le sinossi. Oppure l’angolo della sudditanza psicologica dei personaggi nel sottoporsi intenzionalmente a queste umiliazioni e bullismi incrociati pur di guadagnarsi quindici minuti di fama – quello sì qualcosa che qualcuno di più furbo avrebbe fatto diventare il perno del film.
Persino a leggerla come parodia horror seriosa di Challengers, il “pe’ davero?” sorge spontaneo.
Lo sviluppo procede a comparti stagni, come una collezione di fatti compiuti in cui si perde tempo a smarmellare cause e conseguenze tramite dialoghi dolorosi e costantemente in ritardo, come se nella scena precedente si fossero dimenticati di portare avanti elementi che la sequenza successiva è costretta frettolosamente a imboccarci. A volte sembra davvero impossibile comprendere perché quanto succede debba importare ai personaggi, figurarsi a noi.

Bloody Tennis poteva essere la nuova aggiunta al canone delle «donne che inseguono il successo a botte di body horror» di The Ugly Stepsister, The Substance e Raw, ma no: sembra di assistere in diretta a come si compila un modulo per incassare qualche sgravio fiscale, senza aggiungere niente che altri non abbiano già sviluppato in modo più interessante, anche quando con minore onestà.
Amici, anche oggi il nostro dovere è fatto.
Ora possiamo finalmente venire al bello:
DECAPITENNIS
UN FILM DI DREDD ASTAIRE
ESTERNO GIORNO – CAMPO DA TENNIS DI VAL VERDE…
Game-Set-Match-Quote:
«The ugly stepsister of The Ugly Stepsister»
Dredd Astaire, i400.calci



