
Voglio rassicurarvi innanzitutto su una cosa riguardo al film It Ends: posso confermare che effettivamente finisce.
Non troppo tardi e sicuramente non troppo presto; non arrivo a dire che avrebbe beneficiato di dieci minuti di meno, perché io non sono nessuno mentre il regista, l’esordiente Alexander Ullom, è un serio professionista. Ma non c’è dubbio che questi film basati sui loop e sulla ripetizione nascano e muoiano sulla loro capacità di rendere interessante ogni iterazione, anche solo cambiando un singolo elemento per giro. E It Ends questo si dimentica di farlo in un paio di momenti.
È anche l’unico difetto che ascrivo a uno dei film più interessanti dell’anno.

Sono un grande appassionato dei periodi del cinema.
OK messa così non vuol dire nulla.
Ogni tanto capita, e nel cinema di genere capita più spesso che in quello c.d. “d’autore”, che una persona abbia un’intuizione geniale (chiamiamola X) e ci costruisca intorno un film il più in fretta possibile prima che qualcun altro gli rubi l’idea. Il suo film esce, fa sensazione, a quel punto altre dieci persone ci propongono la loro versione di X, a volte migliorandola e approfondendola, altre semplicemente rifinendo la forma e aiutando a definire non solo il contenuto ma anche la confezione. Dopodiché ne arrivano altre venti: a quel punto siamo ufficialmente nel “periodo X”, durante il quale sembra che il genere in questione produca solo film che parlano di X. Poi vabbe’ a questo punto lo sapete come va: le venti diventano cento, X si annacqua sempre di più, nella fase più tarda si comincia a ibridarla con Y Z e W nella speranza di ravvivarla, e alla fine come tutte le cose anche X va in soffitta perché all’improvviso è di moda K.
(per un esempio molto pratico, pensate a quando nel giro di un anno il Migliore degli Anderson e Danny Boyle (ma guarda cosa mi tocca scrivere) decisero che “X = zombi che corrono” e nel giro di pochi anni si arrivò a degenerare fino a Warm Bodies, un film che provava a rendere sexy i morti viventi)
Tutto questo per dire che siamo, a quanto pare, nel periodo liminale del cinema horror.

Lo so, lo so! Fa sorridere. Prevengo già tutte le vostre obiezioni: certo che anche Lynch era già liminale, certo che Carpenter lo era nel Seme della follia, e sì so anche che si parla di nonluoghi già dai tempi di quel film con Tom Hanks nell’aeroporto e di quegli altri film di (ma oh davvero che robe mi fate pubblicare sui Calci oggi?!) Sofia Coppola. E sicuramente c’era già della gran roba prima! Il termine stesso “nonluogo” ha più di vent’anni, insomma non è che ci siamo accorti l’altroieri del fascino perturbante delle location abbandonate (la faccio semplice). Però oggi c’è l’Internet e la parola con la L ha assunto un’altra accezione, e c’è stato Backrooms, e ci sono di mezzo anche i videogiochi, e insomma, siamo nel periodo dell’horror liminale e dell’horror elevato e dell’horror astratto e il mio punto è che It Ends si colloca in questa nascente microscena, pur facendolo in un contesto offline e più psicoanalitico che altro.
Uff.
È anche un bel casino da commentare per me che sono vecchio: Alexander Ullom ha meno di trent’anni e It Ends è un film generazionale. Io ne ho quarCOFFCOFF e per quanto possa comprendere e in parte anche abbracciare molte delle istanze di questi giovinastri, non ho dubbi che mi manchi qualcosa per entrare del tutto in un film che, almeno a quel livello superficiale che ti porta a chiederti “cosa farei io al loro posto?”, si muove in direzioni che a me sembrano assurde. Il problema forse è che è un po’ liminale anche la mia stessa generazione: siamo l’ultima a essere cresciuta ottimista, o la prima a essere cresciuta pessimista, il che significa che siamo venuti su sul limite tra queste due visioni, sul filo del rasoio che separa la convinzione che se studi, ti laurei e ti fai il culo sarai ricco e felice e quella che il gioco sia truccato e non valga la pena sbattersi se non sei già nato con la proverbiale camicia. La cosiddetta Gen Z invece, almeno dal racconto che se ne fa in It Ends, è intrappolata in un limbo ancora più bastardo: sanno benissimo che le regole non sono uguali per tutti ma non hanno comunque ancora trovato un modello alternativo e continuano quindi a ripetere quello che aveva funzionato per i loro genitori e i loro nonni pur essendo consapevoli che non li porterà da nessuna parte. Come comparse in una recita et cetera.

Vabbe’ ma cosa c’entra tutto questo con un film horror? Quale non sono del tutto convinto che It Ends sia, ma non saprei altrimenti ascriverlo ad alcun altro genere. È forse quindi un Film d’Autore? Nel senso: non fa paura, non ci prova neanche. Suscita però tante altre emozioni negative: smarrimento, disorientamento, logoramento, frustrazione, tutte robe prese di peso dai protagonisti e sbattute in faccia allo spettatore per via del fatto che tre quarti del girato è dentro una macchina e dunque è impossibile farsi sfuggire sentimenti, sensazioni ed espressioni facciali di gente che viene inquadrata quasi sempre da vicinissimo. Soprattutto è un film che parla della FUTILITÀ DEL TUTTO: non è forse a suo modo un orrore anche questo? Chiediamolo alla SIGLA!
Costato una cifra sinceramente ridicola (80.000 dollari, ci sono calciatori anche scarsissimi che prendono più soldi di così in una settimana), tutto girato in un tratto di strada tra i boschi in un luogo non identificabile dell’degli Stati Uniti d’America, It Ends è la storia di un tizio che deve traslocare e dei suoi amici che lo accompagnano in questo suo ultimo viaggio prima dell’età adulta. Niente di straordinario eh, devono andare da tipo Nullsville, Ohio a Whatsthisplace, West Virginia con la loro macchinina scassata, e per farlo devono a un certo punto uscire dall’autostrada e farsi questo pezzo di provinciale alberata in cerca della svolta giusta (eh eh eh capita la metafora, no?). Il problema è che la svolta non arriva mai, la strada tira dritta e la prima volta che i quattro amici scendono dalla macchina per cercare di capirci qualcosa e sgranchirsi le gambe vengono assaliti dagli zombi dei boschi e devono rimettersi in auto e scappare.
“Ma è Dead End – Quella strada nel bosco con Ray Wise!” direte voi, ammiccando al fatto che avete citato un horror con un noto attore lynchano che si perde in una strada infinita nei boschi che diventa una metafora della FUTILITÀ DEL TUTTO. Non posso negare che ci siano molti punti di contatto tra i due film, ma dove quello del 2003 era più che altro una classica galleria degli orrori e dei jump scare in un contesto di loop arboricolo, questo It Ends è soprattutto un’esplorazione degli effetti del sentirsi intrappolati sulla psiche dei giovani d’oggi. O detto più brutalmente è un film con pochissima (pochissssssssima!!!) azione, un sacco di ripetizione, tanti dialoghi e una generale aria da seduta psicanalitica che prende quasi subito il sopravvento sull’elemento orrorifico.

Davvero: se lo affrontate come un classico horror basato sul loop (perché sì c’è un loop legato al tempo sempre fisso che ci mettono gli zombi dei boschi a raggiungere la macchina quando si ferma), aspettandovi che a ogni ripetizione ci sia una qualche novità o un elemento più perturbante dell’elemento precedente, uscirete da It Ends non tanto delusi quanto frustrati, perché è un film sulla depressione che procede come se fosse esso stesso depresso – diciamo che più che altro si trascina. Non per mancanza di idee ma proprio per scelta di metodo: è una discesa agli inferi che avanza per incrementali, che si diverte un mondo a smontare i suoi personaggi non a botte di shock improvvisi o traumi devastanti, ma semplicemente consumandoli.
… e basta, oh, questo è: ci sono quattro amici in macchina sulla strada infinita e li seguiamo chilometro dopo chilometro mentre perdono sempre di più la voglia di andare avanti e la convinzione che, come suggerisce il titolo del film, prima o poi questo nastro di cemento arriverà da qualche parte.
(incidentalmente, e non credo sia uno spoiler visto che lo suggerisce il titolo stesso, il momento in cui arriva da qualche parte è raggelante e ripaga tutta l’attesa)
Siamo dunque di fronte al più classico dei Metaforoni? Probabilmente sì, ma è talmente smaccato che non definirei neanche It Ends un “film che parla di una cosa quando in realtà vuole parlare di tutt’altra”. Mi è sembrato più che altro una confessione a cuore aperto, un grido d’allarme, un tizio di neanche trent’anni che dice “noi ci sentiamo così, lo sapevate?” e chiede solo di farsi ascoltare, non cerca compassione o comprensione, solo che il pubblico si metta in strada con lui e si faccia trasportare nell’abisso di mancanza di senso che è questa nostra vita nell’era del tardo capitalismo.

Vabbe’ volevo chiudere con qualche nota più tecnica se no poi ci viene la depre pure a voi. Una delle robe più belle di It Ends è come Ullom riesca a strizzare i quattro soldi di budget e a mettere in piedi più di una sequenza visivamente interessante, che non è facile quando su novanta minuti ce ne sono settantacinque ambientati dentro un abitacolo. Non so quanto i dialoghi siano improvvisati ma i quattro protagonisti, tutti più o meno sconosciuti, sono perfetti e danno la sensazione che il film li stia spiando: ci sono un sacco di conversazioni che girano a vuoto, frasi buttate a metà, tutte quelle imperfezioni del parlato che normalmente vengono tagliate in una sceneggiatura e che qui vengono mantenute (o addirittura sono studiate a tavolino, non lo so) per dare più naturalezza al tutto. E c’è un momento verso metà film dove il tono cambia completamente e senza preavviso per qualche minuto: sembra un momento random ma è azzeccatissimo per come e quando arriva e per quanto dura (poco, il giusto).
Sto dicendo che dietro all’impostazione teorica c’è anche un ottimo film. Magari non arriverei a dire, come ha fatto lo stesso Ullom, che è “come se Linklater avesse girato un horror”, ma il punto è che It Ends non è solo una Grande Idea agghindata da film, non è uno di quegli high concept che si fermano al concept sperando tu sia abbastanza high da ignorare il fatto che manca il film. È una bella opera prima, entrata nella programmazione calcista quasi di straforo, forse addirittura un’eccezione meritevole, sicuramente una prova di forza e talento per uno che è partito con 30.000 dollari in tasca e ne ha tirato fuori un piccolo manifesto generazionale.
Ma poi che cazzo volete oh, la vita non ha senso e moriremo tutti, cosa me ne frega delle cose.
Quote:
«Cosa me ne frega delle cose»
(La Gen Z)
<>> a href=”https://www.imdb.com/title/tt35519455/”>IMDb | Trailer




Visto venerdì. Mi ha annoiato non poco.
Con questa storia bastava fare un cortometraggio. Al solito si è provato a fare un film che sfondasse al
Botteghino con quattro soldi sulla scia di Obsession (chissà la me*da che ci toccherà vedere da qui ai prossimi anni cercando di avvicinarsi al successo di tale film. Comunque it ends e’ semplicemente un film senza senso, noioso ed irritante perché non spiega nulla. Non è nemmeno un horror nonostante il marketing abbia provato a vederlo così. Non andate a vederlo, butterete quasi due ore della vostra esistenza.