In occasione del terzo capitolo di Avatar, come già per il secondo, abbiamo organizzato una speciale recensione a più mani. L’idea originale era che in tre avremmo coperto meglio le tre ore e diciassette di durata se ce le fossimo divise in parti uguali dandoci il cambio in sala: in realtà è finita che ognuno, separatamente, preparandosi con pranzo al sacco e vestiti di ricambio, si è diligentemente sparato il film per intero. Ve ne parlano quindi Lou Ferragni e Nanni Cobretti ma, prima di loro, accogliete calorosamente il battesimo di fuoco (e cenere) di Ornella Van Helsing, che da qualche settimana ci sta dando una mano gigantesca dietro le quinte e merita le luci della ribalta. Vi segnaliamo che da oggi, come ogni anno, ci pigliamo una piccola vacanza invernale dalle recensioni e che torniamo il 5 gennaio 2026, e vi lasciamo ai pezzi:
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Il Cameron dall’uccello di fuoco (di Ornella Van Helsing)
Eccoci qua, il fenomeno filmico della stagione, quello imprescindibile, che sarà sulla bocca di tutti fino alla fine dei tempi, o almeno fino alla fine dell’anno. No, non sto parlando dell’ultimo film di Checco Zalone, ma di Avatar 3: Fuoco e cenere. James Cameron è tornato con un altro kolossal ambientato su Pandora, con un titolo degno delle migliori faide legali tra lui e il creatore della serie Avatar – La leggenda di Aang. E dopo aver menzionato l’Avatar migliore, SIGLA!

La prima cosa che ho notato arrivata in sala è che, nonostante tutte le premesse bombastiche del trailer, a nessuno pare fregare niente di Avatar: in sala eravamo a malapena 10 persone, tra cui 3 signore di mezza età che appena oltre la metà del film si sono alzate e se ne sono andate. Ma come?! Per Avatar 2 la sala scoppiava, anche senza IMAX o 3D, a sto giro invece tutti sembrano essersi dimenticati che è droppato l’ultimo film di Cameron.
A parte queste considerazioni personali, che possono rivelarsi diverse di cinema in cinema, io comunque mi siedo con bibita e popcorn pronta a far diventare il mio culo quadro dopo 3 ore e passa. Ricordo il primo Avatar come sorprendente, un malloppone neocolonialista, per l’amor di Dio, ma nel 2009 era una roba mai vista, che ho proceduto poi a divorare altre 5 volte in DVD. Il secondo Avatar è stato anche quello sorprendente, ma semplicemente per essere uscito: non mi aspettavo niente se non acqua fotorealistica, e quello ho avuto. Dal 3 non avevo aspettative, ed è essenzialmente quello che ho ottenuto: nulla.
La trama, stringendola al massimo, è di nuovo Jake (Sam Worthington) sul pianeta Pandora che deve difendersi dagli spietatissimi esseri umani, ma nel mentre lui e quella bella topa di Zoe Saldana devono anche affrontare il lutto del figlio. A ciò aggiungiamo lo stesso teen drama alla SKAM che aveva caratterizzato la via dell’acqua: Lo’ak è ancora un reietto frignone, il piccolo dreadlo’ak, ehm, volevo dire Spider è ancora un bianco pittato di blu, Kiri è ancora l’Anakin Skywalker di questo mondo e Tuk è ancora una bambina inutile (non vi preoccupate, diventerà senza dubbio la protagonista in Avatar 17). A questa carovana di ragazzini stile Tutti insieme appassionatamente si aggiungono gli ovvi antagonisti: il vecchio colonnello Quaritch, che proprio non ce la fa a morire e nel prossimo film probabilmente arriverà in deambulatore, e la tipa infuocata che stava su tutti i poster, Varang.
Dedichiamoci adesso a lei, la new entry, perché ho più di qualcosina da dire. In primis, è palesemente la sorella separata alla nascita dell’Incantatrice di Suicide Squad: stesse movenze danzanti, stesso valore all’interno della trama, ossia zero. Iconico poi il modo in cui viene introdotta: incazzata nera a cavallo di un uccellone, mentre urla “Io sono il fuoco”, un po’ come alla fine di Thor 4 il narratore dice “Ci chiamiamo Love and Thunder”.

Sì, praticamente lei è il fuoco perché è a capo del clan dei Mangkwan. Ecco, vi ricordate come nel secondo film Cameron passa tipo un’ora e mezzo a presentare la nuova tribù dell’acqua con tanto di documentario sui balenoni? Qua non c’è assolutamente nulla di ciò: a un certo punto vedi un vulcano da lontano e quella è tutta la costruzione del mondo che faremo intorno a questo clan. Sento già i DAMSiani che mi rompono: “EH ma il fuoco non è messo così letterale, è il fuoco delle pistole che portano gli esseri umani ai Na’vi, è il neo-neocolonialismo!!!” PAZZESCO dico io, infatti ricordavo come questo tema fosse assolutamente assente nel primo Avatar, in cui ovviamente lottavano con le cerbottane e le palline di carta.
Non ci vuole un genio a capire che il film parla dell’economia di guerra, in cui i paesi più ricchi sfruttano le nazioni meno civilizzate per creare un ciclo infinito di guerra e vendita di armi. Ma se questo è un modo innovativo di raccontarlo, o quantomeno un modo bello e sottile, mi sa proprio che è il momento di fare un corso obbligatorio di Metal Gear Solid 4 nelle scuole. E poi, anche fosse che non me ne frega niente della sociopolitica e sono qua per l’azione, Avatar 3 non mi dà niente che io non abbia già visto: la battaglia finale di 45 minuti è la stessa del primo, ma con le balene più grosse.

Ma soprattutto, se un film che si chiama Fuoco e cenere ha come scene di fuoco le solo quelle cinque che presenta nel trailer, io mi sento veramente presa in giro su ogni livello. L’unico motivo per cui Avatar continua ad attrarre (parlo per me, ma se c’è qualcuno là fuori che lo segue per la trama, mi spiace molto) è la continua esplorazione di Pandora. Che qua, appunto, si ferma a una semplice landa desolata, senza un approfondimento di questo clan reietto. Ok, il fuoco è la morte, chiaro. Ok, loro hanno rifiutato la dea di tutta la vita, ok. Ma basta così? Che mangiano questi poracci che vivono nel deserto? Sassi e sabbia?
Qualcuno nel titolo dell’articolo potrebbe trovare un leggerissimo riferimento al film parodia di una certa saga d’azione YA. Non solo perché mi faceva ridere ma anche perché questo Avatar 3 sembra essere diventato una parodia di se stesso. E no, non parlo di Anatar, parlo di un James Cameron che torna sugli stessi archetipi, personaggi che reiterano gli stessi comportamenti all’infinito, senza evoluzione, al punto di diventare macchiette di se stessi.

Nessuno ha mai preteso delle grandi sceneggiature da Cameron, ma qua si tocca veramente il punto più basso. I personaggi sono bloccati tra un costante desiderio di andare avanti e un’altrettanto costante de-evoluzione. Che voglia c’è di vedere un film in cui tutto rimane identico a se stesso? Un film in cui la morte non esiste, come ci insegnano i migliori fumetti Marvel, perché in un modo o nell’altro si torna in vita quando, ovviamente, la sceneggiatura ha bisogno dell’ennesima smossa inutile: un conflitto epico, ma senza alcuna posta in gioco che ci faccia percepire il pericolo in cui si cacciano i personaggi, che dunque fallisce miseramente, lasciandoci a guardare un’arena da videogioco alla Mortal Kombat, in cui ce le si dà di tutti i colori, ma nel round successivo hai di nuovo a disposizione tutti i personaggi.
E anche quando non si tratta di evoluzione dei personaggi, ma di semplici meccanismi che muovono la storia, ci sono nuovamente dei buchi nell’acqua. O nel fuoco. O qualsiasi dei quattro elementi che Cameron metterà nel titolo del film per poi farlo vedre SOLAMENTE CINQUE VOLTE. Comunque, la sequenza in cui Jake diventa (di nuovo!!!!) il grande leader viene narrata dal monologo del figlio: “Mio padre faceva dei grandi discorsi”, il grande discorso essendo letteralmente: “Una freccia da sola si spezza, tante frecce insieme no”.

O ancora, la parte del film in cui il mistico potenziale di Kiri viene rivelato e si connette (di nuovo!!!) all’albero della vita. Ma, per la prima volta effettivamente qualcosa di non visto, arriva anche Spider ad aiutarla. Perché effettivamente l’unico elemento da ricordare di questo film è che SPOILEEEEEEER Spider riesce miracolosamente a respirare e gli cresce anche a lui una coda in mezzo a quei dreadlock puzzolenti. Devo dire che è stata una bellissima scena: perché Kiri è figlia dei due mondi, essendo la figlia del clone di Sigourney Weaver, e Spider, adesso mezzo Na’vi, è anche lui figlio dei due mondi, e insieme riescono a parlare con la madre del pianeta. Ah, si aggiunge anche Tuk? E anche Lo’ak? Ah, quindi questa cosa la possono fare tutti quando è conveniente per la trama? A posto così. FINE SPOILEEEEEER
Il problema di Cameron è sempre stata la narrazione, allora perché non smetterla di tenere questa facciata? Senti James, facciamo così: io ti mando un bel bonifico adesso e tu mi richiami quando, invece di fare questa roba per altri quattro film, ti metti l’anima in pace e fai il VR che tanto volevi fare. Avatar 3: Fuoco e cenere rimane un capolavoro visivo. E basta. Per il resto è un copia-incolla del secondo Avatar, senza esplorazione degna di qualcosa che voglia chiamarsi film. Guardatelo Avatar 3 al cinema, perché sullo schermetto di casa con l’audio della cassa Bluetooth non vale nulla. Guardatelo al cinema o andate alla giostra di Avatar a Disney World: l’immersione è la stessa e almeno vi risparmiate tre ore di tempo, tanto la Disney, in un modo o nell’altro, i vostri soldi li avrà.
Bluray 4k UHD-Quote:
“Per la via dell’acqua tutto dritto, svolti a destra e sei arrivato”
Ornella Van Helsing, i400calci.com
Le due espressioni di Cameron: col cappello e senza (di Lou Ferragni)
E questa è la parte in cui un tizio verde con le extension platino sale sul palco della rece, prende il microfono e YO, IMMA LET YOU FINISH BUT lasciatemi offrire un porto sicuro a chi, nonostante tutto (le nette sensazioni di déjà-vu, il giro giro tondo per Pandora e bla bla), con Avatar: Fuoco e Cenere ci si è divertito ed emozionato parecchio. Se state cercando il gruppo di supporto di chi pensa sia un film perfetto, è la seconda porta sulla destra, altrimenti accomodatevi pure. E già che ci siamo, così per rompere il ghiaccio: ricordate quando si diceva che Avatar era una copia di Pocahontas con i Puffi? A voler essere precisi la citazione completa è «gne gne gne è Pocahontas con i Puffi», ma sapete cosa? Questi detrattori non ci sono mai andati lontani. Ma il punto è che quell’accusa è sempre stata a metà fra un’ovvietà e un autogol critico. Perché Cameron non ha mai fatto finta che l’ossatura fosse diversa: ha parlato apertamente di una riscrittura fantascientifica della colonizzazione delle Americhe e dell’idea Terra uguale aggressori europei, Na’vi uguale nativi americani, precisando che non era pensata per essere sottile. Ed è una cosa che ha fatto per tutta la carriera: storie e trama originali, sì, ma montate su una struttura codificata. Mettiamo la lente giusta davanti al proiettore e parliamo di Avatar per quello che (per me eh, non fatecelo specificare ogni volta che sono pareri): la più grande saga western del nuovo millennio.

È una sacra regola non scritta del cinema: non esistono western brutti. Esistono western che ti piacciono meno, western che si trascinano, western che sono più furbi che ispirati. Ma il western, come impalcatura narrativa, ha una qualità immortale: prende la frontiera, un posto dove la legge è un’ipotesi e la morale è un lavoro a tempo pieno, e ci costruisce sopra una storia che gira sempre come la ruota di un carro. Pionieri, cowboy, fuorilegge, indiani/nativi americani secondo la più corretta terminologia, esercito, avidità, risorse, comunità da difendere e violenza pronta a diventare sistema. Quando il western classico è entrato in crisi (senza mai morire veramente), molti di questi meccanismi vengono riciclati altrove: la struttura è rimasta, è cambiato il paesaggio, e a volte cambia persino il pianeta. E infatti Avatar è un western fatto e finito, un fantasy western, il Cowboys & Aliens che ci meritavamo davvero. Invece della polvere c’è polline fluorescente, invece del saloon alberi-mondo e barriere coralline, al posto delle Colt bla bla insomma avete capito. La grammatica resta quella: una frontiera, una potenza coloniale che arriva per prendersi “la cosa preziosa”, e una comunità indigena che non vuole essere spostata come un mobile. Non scopro di certo l’acqua calda: c’è chi ha analizzato Avatar proprio come un western del XXI secolo, un western “revisionista” che tenta di ribaltare il mito della conquista, spostando la prospettiva sul popolo colonizzato e su una resistenza che diventa anche ecologica. Trovate tutto nel libro The Post-2000 Film Western: Contexts, Transnationality, Hybridity, capitolo Decolonizing the Western: A Revisionist Analysis of Avatar with a Twist. Poi non dite che non vi diamo idee regalo per Natale.
Riguardato così, il primo Avatar smette di essere “un film che copia” e diventa “un film che usa l’archetipo”: l’arrivo del protagonista in un territorio “altro”, l’avamposto militar-industriale che funziona da forte, la risorsa che fa partire la corsa all’oro, la mediazione culturale che diventa tradimento, e poi l’inevitabile guerra di conquista. Cameron ha scelto deliberatamente quel tipo di conflitto e quel tipo di immaginario storico. La via dell’acqua, da questo punto di vista, è un western che cambia paesaggio senza cambiare ossatura: sposta la frontiera dal “bosco” al mare e ti ricostruisce un’altra variante del conflitto coloniale, con nuove comunità e nuove forme di predazione. È ancora la frontiera, solo che invece del canyon hai l’oceano. Ora è arrivato Fuoco e Cenere e fa la stessa cosa ma in maniera ancora più esplicita: prende il western “revisionista” e lo spinge in direzione del western “sporco”, quello in cui le linee si confondono, le alleanze diventano tattiche e le armi cambiano mano. Cosa è la prima parte, se non il più classico assalto alla diligenza da parte degli indiani cattivi tutti grida di guerra e scalpi? E cosa sono i fucili che Quaritch offre alla selvaggia Varang, se non un dito puntato contro le logiche militariste che hanno portato l’esercito americano ad armare le popolazioni locali in giro per il mondo? E ancora, cosa fa Neytiri nella seconda metà del secondo atto, se non infiltrarsi nel forte per far scappare il prigioniero condannato a morte a colpi di dinamite? Cameron ha introdotto Varang e il Popolo della Cenere non come l’ennesimo “popolo nobile” da cartolina, ma come un gruppo aggressivo, duro, capace di crudeltà e animato da una rabbia che ha radici nel trauma. Anche qui: western puro. La frontiera non produce solo eroi, produce anche comunità temprate dall’orrore, gente che sopravvive e poi decide che sopravvivere non basta, bisogna dominare. E infatti la trama lavora su quell’asse: il lutto dei Sully non dura abbastanza da diventare pace, perché l’attacco arriva e li costringe a rimettersi in marcia e a difendere i figli, mentre Quaritch torna a fare da braccio armato alla colonizzazione terrestre.

In mezzo, Cameron mette in scena un altro dei topoi classici del western evoluto: la coppia antagonista che non è solo “cattivo contro buono”, ma è un rapporto di potere e desiderio, di attrazione e repulsione. In Fuoco e Cenere si lavora principalmente su quattro personaggi che sono elementi a loro modo incompatibili. È un preciso sistema di specchi: il “fuoco” non è solo quello che brucia fuori, è l’odio che prende forma dentro i personaggi; la “cenere” non è solo ciò che resta, è il dolore che si attacca addosso e cambia la pelle a chi lo porta. Neytiri è cenere che non si deposita mai: è il lutto che non trova un posto in cui stare e quindi si trasforma in rabbia, una rabbia che corrode e deforma lo sguardo su tutto. Il punto tragico è che non è un’energia “eroica”: è una combustione sporca, che cerca un bersaglio vicino perché il dolore non sa più dove andare. E qui Spider diventa la miccia più facile, il promemoria vivente degli Sky People in casa, la prova che il nemico non è solo là fuori ma già dentro la famiglia. Varang invece è il fuoco già organizzato, l’odio che non esplode per caso ma viene scelto e amministrato. Se Neytiri è la cenere del dolore che torna a bruciare, Varang è l’incendio che ha deciso di essere legge: la violenza come identità politica. Ed è per questo che lei e Neytiri funzionano come immagini distorte l’una dell’altra: stessa intensità, stessa ferocia, stesso istinto di protezione trasformato in dominio, ma con segno opposto.
Lo stesso vale anche per Jake e Quaritch, che continuano a essere due strade partite dallo stesso punto, due varianti dello stesso soldato. Jake prova a tenere insieme la famiglia con disciplina e protezione, ma scopre che la cenere non si spazza via col dovere. Quaritch, invece, resta l’uomo che sa esistere solo dentro la guerra, e proprio per questo trova nelle nuove alleanze un modo per alimentare il conflitto e per giustificarsi. E attorno a loro la frontiera smette di essere solo un luogo: diventa una tensione permanente, un confine che attraversa le persone e le relazioni. I figli sono la posta, e Spider più di tutti. Perché è il corpo estraneo che nessuno riesce a integrare davvero, quindi tutti lo trasformano in simbolo e in leva. Per Neytiri diventa il bersaglio emotivo di un dolore senza sfogo; per Quaritch è l’unico legame non militare, l’unica crepa che può farlo vacillare o renderlo ancora più pericoloso. È il tema sotteso più cattivo e attuale, volendo ben vedere: quando la guerra entra in casa, i figli smettono di essere persone e diventano territorio conteso. E se Jake/Neytiri sono la coppia che prova a restare famiglia mentre la frontiera le crolla addosso, Quaritch/Varang sono quella che nasce direttamente dall’odio e dall’utilità reciproca: un’alleanza tossica che flirta con il BDSM (lo diciamo? Ok, diciamolo: Avatar Folie a bleu) e in cui ogni intimità è controllo e reciproca utilità. È così che Fuoco e Cenere rende il suo titolo vivo: non un’etichetta poetica, ma un motore narrativo. Fuoco e cenere non sono solo due elementi: sono due modi di sopravvivere alla perdita, e due modi di trasformarla in violenza.

Quindi insomma: Pocahontas, Balla coi Na’Vi, chiamatelo come volete. Ma se pensiamo ad Avatar come a un western fantascientifico, smette di essere un caso di “””plagio””” emotivo e torna a essere una macchina narrativa che può annoiare, non piacere, qualsiasi cosa ma che ha suoi meccanismi e funzionalità ben precise. Una macchina che Cameron ha scelto consapevolmente di costruire sopra il mito della colonizzazione, e che nel terzo film alza ancora la posta perché mette armi, alleanze e clan in collisione dentro la stessa Pandora. Fuoco e Cenere è Cameron che fa il suo mestiere più antico, lo stesso mostrato da Terminator a Titanic: prendere archetipi vecchi come il cinema, adattarli al suo sense of wonder e alla magnificenza tecnologica rivoluzionaria che sa mettere in campo e farli sembrare roba nuova cambiando il cielo sopra la testa. Il Far West sarà pure blu, ma resta Far West.
Bluray 4k UHD-quote:
“Il Cowboys & Aliens che ci meritiamo”
Lou Ferragni, i400calci.com
Soldati blu (di Nanni Cobretti)
In queste settimane mi è capitato di ripassarmi tutti i famigerati cannibal movies. Cannibal Holocaust, Cannibal Ferox… quelli. Una roba tutta italiana: praticamente rifacevamo certi post-western tipo Un uomo chiamato cavallo, e al posto dei nativi americani ci mettevamo presunte selvagge tribù dell’Amazzonia o cose simili. Andavamo a girare da quelle parti ma poi ci inventavamo tutto, facevamo un gran mischione tra quella nuova ondata di storie dalla frontiera, i film di avventure esotiche e i mondo movies – altra famigerata creazione nostra, pseudo-documentari su stranezze e nefandezze dagli angoli più improbabili del mondo, in larga parte totalmente finte, inventate e ricostruite, che spacciavamo per giornalismo. Cosa c’entra con Avatar? Se sono bravo, tra un po’ lo capite.
Parlando di Avatar secondo me bisogna innanzitutto tenere a mente un paio di cose.
La prima è che per fare la quantità di soldi spropositati che ha bisogno di fare (e puntualmente fa) deve portare al cinema tutti. TUTTI. Grandi e piccini, ricchi e poveri, vicini e lontani, appassionati e occasionali, ecc… E quindi per forza di cose, se vuole convincere qualcuno a spararsi oltre tre ore di un film di animazione digitale il cui protagonista è doppiato da quel ninja di carisma di Sam Worthington (nel senso che il suo carisma è silenzioso e invisibile), bisogna che tutto il resto sia liscio e semplice ed eviti altri ostacoli.
La seconda è che Cameron è un perfezionista, e lo si continua a vedere in ogni dettaglio: quella di Avatar è la finta semplicità di chi suona una melodia che già conosci ma con precisione meticolosa per essere sicuri che ogni dettaglio ottenga il massimo effetto. È come ingaggiare i Rush per suonare La canzone del sole di Battisti: piazzatevi alla mia sinistra se pensate “sono malamente sprecati”, e alla mia destra se pensate “son pur sempre rimasti in pochi quelli che sanno suonare come i Rush”. Rimanete pure in mezzo se state pensando “chiccazzo sono i Rush, nonno”, fa lo stesso. A me comunque anche a questo turno, nonostante i balzi in avanti della tecnologia, è servita una buona mezz’ora per abituarmi al mix di personaggi digitali e umani senza che mi facesse l’effetto Mary Poppins.

Il primo film di Avatar era quindi facile da giustificare: bisognava introdurre la mitologia nuova, e soprattutto concentrarsi sulle innovazioni tecnologiche. Se la trama alla fine di tutto questo non era elaboratissima, non era la fine del mondo.
Il secondo era poi uscito a una distanza tale dal primo da sbarellare ogni riferimento su cosa avrebbe avuto il diritto e la convenienza di essere: ormai il tono era tracciato, ma sembrava comunque che le vere coordinate – quelle che non possono più contare sull’effetto novità ma devono dare un’idea su quali sono le vere fondamenta della saga – fossero tracciate con sufficiente chiarezza: il world building (specie il bestiario) e il focus sugli elementi.
Era, ahimé, un depistaggio. Un equivoco.
Il terzo film stronca quindi ogni aspettativa e ti sbatte in fazza l’amara verità: a James Cameron questa pappa piace davvero. Non era furbizia. Non era impalcatura su cui montare presunti piaceri superiori come la ricerca tecnologica, o la creazione tolkeniana di nuovi mondi, o l’esplorazione di scene d’azione stimolanti o che ne so. Macché! Al James piace davvero la sua storiella sulle tribù selvagge e incontaminate che si connettono con la natura tramite coda USB, gli piace la sua metafora ad altezza bambino delle elementari su capitalismo e colonialismo, gli piacciono le influenze new age e i tocchi di spiritualità pescati un po’ ovunque e rimescolati, gli piace confrontare fede e razionalità, gli piacciono le parabole sulla difficoltà di essere genitori e/o figli, ed è contentissimo così. E il terzo film è dove, invece che continuare a espandere un mondo che avrebbe spazio per qualsiasi cosa, decide di fermarsi e goderselo più o meno così com’è.

A questo punto è dove normalmente vi direi “la banalità non è grave se è scelta giustificabile e non frutto di pigrizia”, e di nuovo, Avatar 3 non è pigro. È testardo, diciamo. Ma ha un paio di problemi che non riesco a superare.
Il primo se lo tira dietro fin dal capitolo originale: i Na’Vi sono, uhm, i Nativi americani se accorci il nome e metti l’apostrofo e poi li dipingi di blu. Simbolicamente in modo aperto e voluto, certo. Ma concretamente sono proprio solo quello: lo stereotipo dei nativi americani dei western di 40/50 anni fa, invariato. I buoni selvaggi puri di Balla coi lupi. E io questa cosa la capisco solo fino a un certo punto: se si tratta di impalcatura, di contorno, o di operazione apertamente nostalgica o revisionista possono avere un senso, altrimenti non ci arrivo. Sei su un pianeta di marziani inventati, puoi fare qualsiasi cosa. In funzione del messaggio, ti servono solo dei buoni X armati di intenzioni ammirevoli e biologicamente integrati con il pianeta. Hai mille opzioni per far volare la fantasia senza distrarre, e invece rimani piantato alle sagome di cartone dei film di quando eri bambino fischiettando come se fossero ancora attuali, con meno onestà di un Roland Emmerich qualunque. L’unico personaggio con un vago accenno di tridimensionalità è Kiri – principalmente perché chiunque è in grado di accorgersi che meglio di Sam Worthington c’è pure Sigourney Weaver che finge di avere 17 anni, e a spostare gradualmente la storia su di lei ci guadagnano tutti (anche se sotto sotto secondo me Cameron sogna di essere quello scapestrato di Spider, l’umano che si integra coi Na’Vi senza bisogno di traslocare su un fisico come il loro).
Ripensavo quindi ai nostri cannibal movies: la stessa base di ricalcare i western e inventarsi una tribù di indigeni in terra esotica, e per il resto ovviamente tutto un altro sport, tutte altre esigenze, tutt’altro budget. Proprio per questo, non ha senso che per certi versi mi sembrino così vicini. Se i Na’Vi non fossero blu, alti tre metri e assolutamente positivi, ne sentiremmo volare di ogni. Ve lo ricordate Rapa Nui? No? Meglio così.

Il secondo motivo è l’uso più generale degli archetipi e delle strutture scolastiche di sceneggiatura. Ci sono contesti in cui lo ritengo accettabilissimo, e non è solo una questione di usarli con intento se non addirittura affetto, ma anche di usarli come base per qualcos’altro. Qui è dove, se chiedete a me, in questo momento Tom Cruise batte Cameron. Top Gun: Maverick li tratta come testo religioso e mostra una grinta smisurata e un cuore irresistibilmente umano, e vanta un protagonista che Sam Worthington non potrà mai essere manco se lo fanno ridisegnare in CGI dal clone resuscitato di Leonardo Da Vinci; Mission: Impossible ci si appoggia per creare un’atmosfera epica intorno a scene d’azione fuori dal normale. Cameron, a questo turno, crede talmente tanto per qualche motivo al suo mondo e ai suoi messaggi, così come sono, che per il resto rinuncia a tutto e visivamente rimane su quanto già visto nel secondo film. E no, non vale la scusa che li ha girati insieme. A quel punto, se siete come me, tre ore e diciassette minuti (3h e 17m!!!) senza un solo vero appiglio di interesse sembrano durare un weekend intero.
Alla fine del film sono uscito con tante immagini indubbiamente bellissime, ma una sola cosa che non avevo davvero mai visto prima in un film di Hollywood: una love story tra una ragazza e un ragazzo alto la metà di lei. A meno che, a proposito di Tom, non valgano Giorni di tuono e Cuori ribelli.
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“Se dovete vedere un solo film lungo mezza giornata sui danni del colonialismo americano, usate l’AI per aggiungere balene giganti a Killers of the Flower Moon”
Nanni Cobretti, i400calci.com




Certo che definire Maverick meglio di Avatar ci vuole coraggio, per rendersi ridicoli… che gusti orribili avete!
Ma è così
“una love story tra una ragazza e un ragazzo alto la metà di lei. A meno che, a proposito di Tom, non valgano Giorni di tuono e Cuori ribelli.”
BUAHAHAHAHAH
no vabbè, a questa frase a fine rece ho riso anche io per mezz’ora…
Sono due generi completamente diversi e quindi non confrontabili…
“Il problema di Cameron è sempre stata la narrazione”
Pensa allora cosa avrebbe potuto fare, se solo fosse stato bravo a raccontare due cazzate sullo schermo…
Picasso era uno stronzo, cinema edition
La forza di Cameron è sempre stata la spettacolarità e la perfezione visiva soprattutto a partire da Terminator 2 (dal punto di vista estetico, perfetto e migliore del primo). Comunque a me anche le sue storie per quanto semplici sono sempre piaciute, a parte Terminator: Dark Fate, proprio il papà Terminator sembra troppo anche a me…
Ragazzi non scherziamo, dai.. . Forse vi confondete con Tarsem Singh. La forza di Cameron é sempre stata far dei film della Madonna sotto tutti i punti di vista, storia e sceneggiatura in primis: è la differenza che passa tra essere l’autore di Terminator e quello di Rebel Moon. È secondo solo a Spielberg nella costruzione dell’immagimario collettivo del secondo 900 cinematografico, ha scritto una ventina delle citazioni più famose del mondo, ha creato da zero i film di maggiore incasso della storia senza tizi in costume.
Dire che nessuno si sia mai aspettato “GRANDI” (cit.) sceneggiature da lui è oggettivamente sbagliato e stupisce molto leggerlo su questi lidi.
@John Who?
Meno male, pensavo di essere il solo a pensarla così. Leggo che da Cameron “non ci si deve aspettare una grande trama” e mi stava prendendo un coccolone…..
@Capitan Ovvio O muori da eroe, o vivi abbastanza a lungo da diventare Mereghetti…
Il problema di Cameron è che è la rockstar games del cinema (4 videogiochi in 20 anni se conti GTA 4 e 5 e Ready dead 1 e 2 (2008/2025). Cameron li superò da Terminator 2 ad Avatar 2 ( 1991/2021). Tutto molto bello, ma poco stakanovista.
Addirittura 4 in 30 anni….
*Red Dead, scusate ma il correttore automatico di Motorola è atroce
a me che Varang sia sedotta e abbanondata in quel modo lì non passerà mai più: a un certo punto pareva Varang: Fury Road e invece…
Comunque se il film a questo giro non incassa almeno due miliardi che sarebbero più di 300 milioni in meno della via dell’ acqua non si sa se la Disney darà luce verde per un terzo capitolo. Se succede Cameron ha già accennato nelle interviste che sarà meno coinvolto nella pre-produzione e soprattutto nella regia, sta pensando ad una nuova storia per Terminator, praticamente un reboot fatto con i soldi veri. Questo Avatar intanto tra budget, marketing e stipendio di Cameron stesso è costato 600 milioni di dollari…ho omesso di dirvi che secondo indiscrezioni Cameron a fine corsa potrebbe incassare personalmente di stipendio 200 milioni di dollari.
è questo il terzo capitolo
Benvenuta Ornella, kudos per MGS4.
Applausi scroscianti per PAPmusic, non credevo lo conisceste…anche se a volte l’ignoranza è meglio.
Mi associo al benvenuto a Ornella Van Helsing e approfitto del Natale per aggiornare la wiki…
Le vostre recensioni sono fra le più divertenti che abbia mai letto! Mi permetto solo un commento a quella di Lou Ferragni. Sono in parte d’accordo sul western: l’unico vero western fantascientifico era (sottolineo ERA) Guerre Stellari (primi tre film). Sulla tiritera di Cameron, purtroppo devo dire che questa saga soffre del difetto della stragrande maggioranza dei sequel dei nuovi polpettoni sci-fi di oggi (primi in assoluto quelli della nuova era Disney). Gli sceneggiatori basano la storia sull’intelligenza media dell’adolescente americano (meno sveglio però). Questo è il problema di questi film che nonostante i budget offrono delle storie purtroppo MISERE.
“western fantascientifico”
Ovvero western-fantasy truccato da fantascienza. Giova a quanto pare ripeterlo, in Star Wars zero fantascienza. Solo ed esclusivamente fanta.
Sarò pedante e spoileroso, scusate:
(TL;DR – #teamLouFerragni)
1) Per me questi film sono 3 capolavori e ne vorrei uno ogni natale, come Fantaghirò quando ero bimbo. Come dicevano i latini, sui gusti non si sputa, basta che poi non stiamo sempre a lamentarci che ormai si fanno solo remake.
2) La questione dei vulcaniani poco approfonditi, per come l’ho capita io, è che la tribù è costituita da “silvani” ribelli, il villaggio lo ha fondato Perfidia Salazzle evidentemente da pochi anni (lei è giovane) per cui non hanno né storia né tradizioni antiche (a differenza degli acquatici che sono addirittura pinnati dal tanto che sono antichi).
3) “personaggi che reiterano gli stessi comportamenti all’infinito”
A me pare che quasi tutti i personaggi principali evolvano notevolmente nel corso dei film: Sigourney Anakin a poco a poco diventa una sciamana, Freestyler dei Bomfunk MC’s si integra sempre meglio (addirittura fisicamente) tra i Navii, Gamora Shiny deve fare i conti col lutto e con sentimenti francamente orribili verso il figlio adottivo, il Colonnello diventa sempre più fricchettone senza accorgersene, il balenologo prende coscienza e si dà al sabotaggio…
4) “Che voglia c’è di vedere un film in cui tutto rimane identico a se stesso? Un film in cui la morte non esiste…”
Nel finale si vedono i morti e non sono poi così pochi: Sigourney originale, il figlio maggiore dei Sully, la moglie e il figlio maggiore del capo degli Aqua. Il colonnello probabilmente si è salvato ancora ma potrebbe anche essere morto visto che la sua legacy rimane (Crudelia Puffòn è chiaramente gravida).
5) In generale le critiche sul fatto che è scritto col pennarello grosso mi lasciano un po’ così, è una saga basata sul sense of wonder che per andare a pari deve fare almeno un miliardo ogni volta, ovvio che debba essere comprensibile a tutti (come già detto da Nanni).
6) Una cosa che mi lascia basito è come in una saga così grossa i cattivoni siano i marines americani (nel finale vengono abbondantemente annegati, ‘splosi e ammazzati male, con discreta soddisfazione dello spettatore). A Superman i trumpiani gli hanno rotto le scatole all’infinito per ogni scemenza e questo zero polemiche? O mi sono perso qualcosa? (non è che me ne lamenti, è solo che mi pare strano).
6) probabilmente non hanno ancora ricevuto le indicazioni su quali frasi fatte usare in questo caso tramite i soliti X, blog o podcast e quindi non sanno verbalizzare un pensiero autonomo.
Concordo con te, leggendo questa recensione ad un certo punto ho pensato fosse un troll. In questo film invece ci sono tematiche molto adulte, profonde, che qui sono state sminuite o per nulla citate! Evidentemente non sono state colte da tutti gli spettatori, pace
Attenzione SPOILERSSSSS!!!!!
Anche per il terzo episodio diamo la pagelline del fantacalcio:
I Ragazzi acquatici: i bulletti dell’episodio precedente adesso sono un po’ piu’ maturi e cercano di rimediare agli sfondoni dei veterani della squadra. Ormoni a mille negli spogliatoi e prime fughe in cerca di scampoli d’assenza. Generosi e convinti nel sostenere il nuovo che avanza, si buttano nella mischia senza tanti complimenti. Voto 7+
Il capo degli acquatici: non riesce ad entrare in partita, succube della moglie e dei balenoni. Disorientato, non riesce a costruire una azione che sia una. Voto 4 ½
La moglie del capo degli acquatici: testarda, volitiva, ci crede, e si butta nell’azione anche se e’ un po’ appesantita. Generosa fino alla fine, abbandona il campo non prima di aver dato alla luce una piccolina destinata a chissa’ quali traguardi. Voto 7.5.
Le balene: i barbalberi della situa. Se la tirano oltremodo per tre quarti della partita, quando pero’ entrano in azione sono devastanti e generosi come pochi. Avercene. Voto 8.5
Il baleno reietto & il giovane sully: siamo la coppia piu’ bella del mondo, eredi dei buddy un po’ ibridi alla ian solo e chewbecca. Chiusi nel loro mondo, malgrado l’acquatica che fa il filo al na’vi, e il baleno riesce a trovare l’ultima sua simile (un po’ conciatina a dire il vero). Ci credono tantissimo, hanno talento, rimangono per troppo tempo in panchina, poi convincono i balenoni ad entrare in gioco e svoltano. Voto 9–
La balena reduce: parla poco, ma fa il suo dovere. Convince i veterani all’azione, poi si vendica del baleniere senza troppi complimenti: pochi tocchi, ma di classe. Voto 8+
I calamari cattivissimi: in una parola: risolutivi. Il guizzo sotto rete dell’attaccante di classe, si divorano le linee avversarie in pochi minuti e ribaltano il risultato. Difficili da guidare, ma che gioco! Voto 9.5
Spider: estroso, gran gioco di gambe, nella prima meta’ della partita il fisico non lo supporta a dovere. Al contrario dell’episodio precedente sa bene da che parte stare e recita la parte di Esau’ con convinzione. Nello spogliatoio l’ormone va a mille. Gli concedono un giretto nella hall of fame in virtu’ dell’entratura di Kiri: che simpatica canaglia! Voto 7
Kiri, la ragazzina dotata: gran talento, non entra veramente in partita se non alla meta’ del primo tempo, ricostruendo schemi di gioco e portando ossigeno (o quel che e’) al giocatore bisognoso. Un po’ aiutata nelle fasi finali in una azione a tre, conclude il match con l’azione decisiva. Si e’ fatta, si fara’. Voto 9
Moglie Sully: entra poco in partita, subisce un fallo che la costringe alla panchina per buona parte della partita, un po’ pesce fuor d’acqua, partecipa all’azione, ma si vede che non e’ del tutto convinta. Si perde troppo in scaramucce da spogliatoio. Rientra verso la fine del secondo tempo per recuperare un capitano un po’ sperduto riuscendo a passare fra le linee della difesa con lo smalto di un tempo. Voto 7–
Sully: il capitano con la squadra che fa acqua da tutte le parti, o l’allenatore nel pallone aereostatico: non si accorge di avere un paio di talenti in casa, rimanendo fermo su vecchi schemi a catenaccio e contropiede. Confuso, non riesce a tenere insieme la squadra, subisce fallacci a destra e a manca. Fa l’harry potter che si offre per evitare la ritorsione di voldemort, ehm, il colonnello. Forse e’ ora di lasciare spazio ai giovani. Voto 6.5
La cattiva con la cresta: evidentemente l’antidpoing nel campionato di Pandora non e’ previsto, la leader carismatica si cala che e’ una meraviglia e spacca che e’ un piacere. Mette a ferro e a fuoco la difesa avversaria, ci crede piu’ di tutti, miscela bene amore e crudelta’ – e fuori dal tepee nessuna pieta’, tranne poi doversi ritirare – per esigenza di copione – di fronte al talento emergente. Voto 9 ½
I na’vi cattivi pittati di bianco rosso e nero: riedizione sbiaditina dei seguaci di Immortal Joe di Fury Road. Mediocri. Voto 5-
Il colonnello: gioca con impegno, testardo, generoso, al limite del regolamento per poi farsi cacciare dalla bieca allenatrice verso fine partita. Sotto sotto romanticone, un darth fenner (si’, sono della generazione guerre stellari ‘77) in blu, non solo lato oscuro, avverto il conflitto, spider, io sono tuo padre… poi pero’ nel baratro si butta lui. Chissa’ che non ci sia un millenium falcon ad attenderlo la’ sotto. Voto 9
Il capitano acab versione braccino di Furiosa: eh, ci crede ancora. Allenamenti al mattino presto, schemi tattici, arpione lungo e pedalare. Caparbio, tenace, immarcescibile. Nell’uno-due con la balena reduce non c’e’ storia e sprofonda. Volli, sempre volli. Voto 7.5
Il biologo marino: rovesciamento di campo per il sensibile intellettuale, che guida bulldozer manco fosse Cobra proteggendo il capitano. Fa il suo lavoro creando un piacevole scompiglio. Voto 7
Menzione speciale a: la madre globale totale luminosa da raggiungere tipo sorgente di Matrix. Va bene scatenare i calamari e gli pterodattili… ma non potevi far emergere un vulcano sotto la base dei cattivi e chiuderla li’? mah. S.V.
Attendevo il polpettone3 di Cameron solo per le recensioni multiple e questo commento. Grazie di cuore, e al prossimo.
Già dopo la terza riga di recensione avevo pensato a Balla coi Lupi, ma a fine lettura propendo per Piccolo Grande Uomo.
Ma, appurato che non si guarda Cameron per la trama, almeno visivamente parlando ne vale la pena?
Il mio film dell’anno nella categoria “la trama è scema ma l’impianto visivo spacca” rimane Tron Ares.
Solo gente priva di qualsiasi gusto cinematografico poteva tirare fuori la boiata di Pochaontas ecc ecc altrettanto delirante pretendere e criticare la “scrittura” di Cameron in Avatar o altri suoifilm di gener analogo.. soprattutto dopo un ventennio di pigiamate pensate scritte e girate coi piedi e che hanno vampirizzato il genere in cui Cameron si muove meglio…detto ciò 3 ore è sequestro di persona e boh …il primo capolavoro secondo non visto al cinema ma quasi capolavoro..siamo al terzo e l’ effetto Jurassic Park si fa sentire…
Il primo Avatar l’ho visto a suo tempo e non ho mai avuto voglia di rivederlo. Il secondo l’ho saltato (abbastanza inconsapevolmente) senza rimpianti. Il terzo non mi hanno convinto a vederlo i commenti e le recensioni positive. Quelle negative hanno solo giustificato la perdurante indifferenza. E in effetti anche questo commento è abbastanza inutile (come, forse, anche Avatar 3).
benvenuta Ornella! Gobble Gobble!
#Lou Ferragni Team.
Io mi vanto (come me stesso) che 15 anni fa uscendo dal cinema dopo il primo dissi (sempre solo a me stesso), “Cazzo, ma questo è un western di Delmer Daves degli anni 50!” (e me stesso rispose “Delmer chiii?”), il che mi fece non poco piacere.
Lo spostamento sul “dirty western” stile anni 70 direi che è un buon viatico per farmi piacere anche il terzo. A questo punto urge incasellamento supercazzoloso anche del secondo: se il primo è 50s, il terzo è 70s, il secondo è 60s? Scartando i davvero poco affini spaghetti western… il western-kolossal che David Lean non ha mai girato?
Dico già la mia e ho letto solo l’articolo di Ornella. Ero fra le persone che volevano tanto vederlo al cinema. Magari non siamo tanti (Cyrus), ma x chi fosse nei miei panni consiglio di sbrigarsi. Ho dato un occhiata alle programmazioni. Da Natale esiste solo Zalone. A tutte le ore, in tutte le sale, monopolio totale. L’unica speranza di vedere un kolossal action in Italia sotto feste, è che Checco inizi a dar via dei calci volanti. Ke skif.
Ragazzi però “Quo vado?” è un capolavoro e infatti Zalone è anche nella mia nota classifica che attualmente lo vede in millesima posizione:
1) Sylvester Stallone
2) Arnold Schwarzenegger
3) Bruce Willis
4) Mark Wahlberg
5) Jason Statham
6) Vin Diesel
7) The Rock
8) John Cena
9) Dave Bautista
10) Jason Momoa
11) Alan Ritchson
12) Michael B. Jordan
13) Aaron Pierre
…
1000) Checco Zalone
…
9999) Massimo Boldi
10000) Cristian De Sica
…
E cmq, sempre dall’articolo di Ornella. ANATAR esiste qualcuno che ha avuto il coraggio di guardarlo? Se abbiamo un superstite, potremmo aver trovato l’uomo + forte del mondo
Il kolossal del nostro tempo: prestazionale, tecnicamente perfetto, poca originalità contenutistica. Come per molta musica.
Se fosse stato 2 ore di soggettiva in movimento 3d tra la natura di Pandora con musica curata, sarei andato a vederlo 3 volte ed avrebbe avuto un posto nel mio immaginario.
La sera prima ho visto Hostiles ed avrei voluto che non finisse mai. Avatar son 3 ore come risultato di ridondanze ed allungamenti di una storia così consapevolmente archetipica da soffocare l’ispirazione nella crazione dei profili “umani”. I personaggi non sono personaggi costruiti sull’archetipo, come, boh, Han Solo, son proprio archetipi scolastici. E le facce digitali certo non aiutano a farceli sentire vicini, gli occhi sono finti.
Gia’ in Lucas 2000 era quasi dichiarata la seccatura della storia, a lui interessava la composizione visiva. Cameron ormai è uguale, un semidio che vuole farsi i cazzi suoi e non si può essere geni su tutto il fronte. Poi certo, c’è la faccenda che le sale van riempite ma senza la magia della storia non si entra nel cuore, nella memoria e nel Tempo. Riempiamo le sale per osmosi, per risucchio, unico caso al mondo di saga campione d’incassi di cui non ce ne frega un cazzo.
Ornella VanHelsing scrive in un modo che mi fa molto ridere. Scusate lunghezza ma la cenere era buona
Ma veramente esiste qualcuno a cui frega qualcosa di questa saga-sega?
La tripla recensione è un regalo gradito, a prescindere dall’opera analizzata.
Io spero che Cameron abbandoni questo cartone animato potenziato e torni a film più tradizionali. Ma visto che è diventato (letteralmente) miliardario e considerando che ormai risponde alle critiche citando gli incassi, non credo che mollerà l’osso tanto presto.
Il suo conto corrente ne avrà anche guadagnato, il cinema ha perso un regista dal 2009.
In effetti va visto come un cartone animato, più che come un film…
Al netto che i confini dei generi stanno sempre più sfumando, siamo più nel videogioco di genere visual novel con grafica due generazioni in anticipo.
@Giancarlo un cartone animato BRUTTO, visto che con l’animazione puoi fare letteralmente quello che vuoi. E se il massimo che riesci a creare è questa roba, male male male
“a nessuno pare fregare niente di Avatar: in sala eravamo a malapena 10 persone, tra cui 3 signore di mezza età che appena oltre la metà del film si sono alzate e se ne sono andate”
io ricordo chiaramente di essere scappato a casa due volte per la troppa gente. da noi uscì nel 2010, per farlo scappare dai cinepanettoni.
“Vi ricordate i magici eschimesi in Sfida tra i ghiacci di Steven Seagal?”
No, ma mi ricordo Stephen Lang villain in Fire Down Below. invece in Sfida c’era Michael Caine con i capelli color pece.
ps: quando SPOILER Quaritch prova la troca di Varang ho riso forte perchè pensavo uscissero i pagliacci di Trevor in GTA5 quando fuma lo spinello. l’effetto grafico era uguale.
dopo l’ottimo sequel del primo Avatar questo terzo capitolo di Cameron dimostra un pò di stanchezza. Andiamo con ordine, il primo inpatto con le immagini del film girate a 78 fotogrammi al secondo mostrano ancora una volta che Cameron è un mostro di bravura per quanto riguarda la tecnica, su questo non si discute. sulla narrazione purtroppo ho notato un passo indietro rispetto al secondo capitolo, come se Cameron avesse scelto, anche per le pressioni della Disney di giocare in parte su una storia più convenzionale che replica il parte la seconda opera:
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Tutto ciò è un bene e un male allo stesso tempo, se la componente di riferimento agli indiani, al loro tentativo di assimilazione e infine alla guerra è evidente e palese Cameron non rinuncia comunque a introdurre altre tematiche, ovviamente di grana grossa perchè il pubblico non è migliorato nella sua capacità di attenzione…anzi.
Comunque la sorpresa migliore e Varang interpretata in maniera crudele e affascinante da OOna Chaplin, nipote del grande attore e regista. Il suo personaggi surclassa tutti, anche la “convenzionale” famiglia Sully che vabbè il lutto però la guerra è alle porte, solo Zoe Saldana con Neitiri riesce a dare una certa complessità al suo personaggio, ormai Sam Worthinghton è rimasto prigioniero del suo (scialbo ) personaggio che Cameron non ha fatto evolvere più di tanto. Infatti funziona come personaggio di contorno ma oramai la parabola del grande condottiero Turok Maknò risulta un pò ripetitiva per me. Per il resto il cast è al servizio della storia, Stephen Lang con la sua interazione con Varang con cui c’è anche una certa intesa “sessuale” oltre che la sperimentazione
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La colonna sonora risulta il riciclo del riciclo, iuna menzione al personaggio di spider che da spalla si evolve a personaggio forse determinante nel quarto capitolo potenziale. Effetti speciali eccezionali, durata notevole ma non eccessiva, il film è comunque volato ma James deve stare attento all’effetto stanchezza, il pubblico mondiale è ancora interessato alla saga di Avatar dopo 16 anni e tre film?
Alfonso non so da dove hai copiaincollato questo commento ma noi per la cronaca non abbiamo la funzione nascondi/visualizza lo spoiler
Mia recensione semplicemente.
Devo ancora vederlo ma le recensioni confermano i miei dubbi su quanto questa saga sia un niente di nuovo con un grande vestito e forse solo questo basta per essere visto. Il primo lo vidi come penso tutti e mi rimasero due cose impressse: il forte impatto visivo e la sensazione del “balla coi lupi coi pupazzoni”. Il secondo e’ scivolato via con un impatto visivo meno sorpreso del primo (forse perche’ piu’ abituato di prima alla CGI a pacchi) ma con una sgradevole sensazione di trama telefonata condita dai classici cliche’ tipo (vado a memoria e potrei sbagliare qualcosa):
bullismo alla mulino bianco: bulli che rompono le balls, scazzottata (ovviamente uno contro uno, sia mai che questi bulli siano infami come i bulli veri) con vittoria annessa del protagonista, risultato=bulli che diventano i suoi migliori amici e seguaci.
la maledizione del figliol buono: quando in una famiglia/gruppo c’e’ un elemento buono, bravo, educato ed uno rompicazzo, antipatico e viziato e poi quest’ultimo si mettera’ nei guai facendo qualcosa che gli e’ stato detto in mille salse di non fare, il risultato sara’ che a rimetterci le penne sara’ quello buono,bravo ed educato. All’altro nemmeno uno scappellotto di correzione.
Il/la fenomeno/a: quello o quella, normalmente inutile, che arriva e si rivela un genio in qualcosa che di norma richiede mesi o anni a tutti gli altri. Nella fattispecie una che non si e’ probabilmente mai bagnata nemmeno per farsi il bagno, arriva e tempo zero diventa Federica Pellegrini con 8 polmoni. Ovviamente il genio del nuoto non nasce in una tribu’ che vive nell’acqua, nasce da una famiglia ibrida dove sapevano correre ed arrampicarsi sugli alberi. Vabbe’.
Ora in questo, tiro ad indovinare, sembra esserci il cliche’ della tipa arrabbiata col mondo che tradisce le proprie genti per poi ad un certo punto rendersi conto dell’errore (e come ti sbagli, sia mai che uno porti a termine cio’ che inizia) e redimersi, possibilmente con annessa morte gloriosa.
Vedremo e spero sinceramente di essere smentito.
E la mia recensione semplice…
Un commento al film troppo lungo e noioso. Il film è sicuramente molto interessante anche per un appassionato di fantascienza. Prenderlo per quello che è, una maestosa e lunga idea filmica immersiva.
Caro Michael, vedo che sai già tutto. La dici e ti rispondi. Bravo
Figurarsi,nessuna verità in tasca, infatti uso termini come “sembra”, “vedremo”.
E’ solo quello che ho pensato dopo aver letto la recensione e dopo l’esperienza della via dell’acqua.
Se poi mi vuoi dire che non si sapeva già come andava a finire dopo aver visto che il protagonista aveva figliato e le personalità dei figli,vabbè rispetto l’opinione altrui.
“Un altro film dei gatti blu indistinguibile dai precedenti che avrà la solita trama risibile e CGI che ormai non stupisce più, anzi…”. io stesso. 29 luglio. commento al trailer.
Non so se fra 5 anni ancora guarderemo ancora i gatti blu. Ma sicuramente fra 50 anni guarderemo ancora The Twilight Zone.
Del primo film ricordavo dei lunghi tizi blu. Del secondo, più recente, ricordavo, oltre ai tizi blu, le balene, i volatili, alberi giganti e natura aliena varia. I personaggi li avevo dimenticati a parte forse il soldato cattivo, quindi nel terzo all’inizio non li riconoscevo. Per vari aspetti della storia, dei personaggi , dei sottotesti il film è un po’ imbarazzante, però dei filmoni con questo impegno produttivo partono almeno dal 6, per cui non ci vuole molto per arrivare almeno a un sette e mezzo, anche se poi non è che rimanga chissà cosa. Alla fine, dei film di Cameron, a parte Alien 2, un po’ i Terminator e Titanic, non è che ricordi molto. Mi pare abbia fatto anche True lies. Adesso vado a rivedere la sua filmografia per vedere se ha fatto altro. Sospetto una certa senescenza (sua).
Buon anno a tutti regaz! Stavo curiosando in giro e la mia sensazione che il terzo capitolo di Avatar sarebbe stato l’ultimo credo che diventerà realtà….
I numeri non mentono e se alla Disney non vogliono scaricare gli esigui guadagni ricavati dai 6 miliardi di incassi del 2025 grazie soprattutto agli animali di merda antropomorfi, all’alieno con sei zambe blu( Stich Avatar?)dovranno rivedere per forza di cose un pò di produzioni…ovviamente la più costosa rimane avatar, e attualmente il fuoco e la cenere non rende.
Se il secondo capitolo aveva raggiunto il miliardo il 27 dicembre 2022, questo al 1 gennaio sta a 859 miloni e rotti worldwide, ergo non ha generato un dollaro di profitto. Oltretutto ha perso il 24% di incassi domestici rispetto alla settimana precedente che era quella che contava, il Santo Natale del consuma e crepa di USA e getta memoria. A conti fatti a livello domestico ha raggiunto i 250 milioni e rotti ma è impossibile che faccia più di 300-320 milioni . L’incasso di 688 milioni domestici del 2022 la Disney può semplicemente scordarselo…. arriverà alla metà, se va bene, e insomma può raggiungere il miliardo e superarlo, ma non credo che possa fare di più. Da una parte è una delusione, dall’altra un sollievo, perchè se finalmente James decide di guardarsi intorno può pensare FINALMENTE di fare altro, siamo qui per questo!
I megapuffi cominciano a stufare ma fanno comunque incassare, quindi continueranno. Anche perché produrli costa ogni volta meno, e al peggio possono far fare buona parte del lavoro a qualche IA e tagliare su attori e voci correlate. Non molleranno la gallina blu a sei zampe fino a quando non l’avranno spennata tutta.
Rush ok, ma pensa ai Gentle Giant a rifare la canzone del sole!!
Ciao Michael, l’hai visto? Ti è piaciuto?
Costasse 100 euro sarebbero comunque ben spesi…solo la scena dell’ attacco all base vale tutta la filmografia Marvel…ai pier a cui non è piaciuto auguro 100 di questi checcozaloni…che inizio di 2026 ipercalcista
Che comunque la serie di Geddy Lee (il bassista dei Rush) sulla storia dei bassisti “Are Bass players humans to?” Su Paramount +, è uno dei pochi tv show che ho visto di bello a livello umano.