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Nanni Cobretti

Sono stato in vacanza al FrightFest 2019

Devo essere sincero (è il mio mestiere): nel complesso, quest’anno il Frightfest è stato una mezza delusione, soprattutto considerando che celebrava la sua ventesima edizione.
Ma che dire, la media annuale non guarda in fazza nessuno, e se quest’anno nessuno aveva il capolavoro nelle corde c’è poco da fare: l’evento, anche nelle sue edizioni più sfigate, rimane qualcosa di unico e imperdibile.
Poca roba veramente attesa: Crawl è già uscito in Italia; Scary Stories to Tell in the Dark lo seguirà a breve così come Ready or Not; Madness in the Method è l’esordio alla regia di Jay Mewes che si regge più che altro perché a fare di meglio degli ultimi di Kevin Smith è capace letteralmente chiunque, persino Jay Mewes di pura inerzia; The Banana Splits Movie è da vedere semplicemente per l’idea; Daniel Isn’t Real è un film scemissimo che si segnala per via del figlio di Schwarzenegger che interpreta una specie di Tyler Durden demoniaco dimostrando un buon carisma; il remake di Rabid delle Soska Sisters l’ho accuratamente saltato.
Il vero regalo d’anniversario: la presenza di Dario Argento in persona, che ha introdotto una proiezione di Tenebre e firmato copie della sua autobiografia. Partecipare all’evento però significava perdersi tre novità, e ho lasciato perdere.
Temi ricorrenti:
– un sacco di film argentini (non ne ho visto neanche uno);
– un sacco di film russi (non ne ho visto neanche uno);
– un sacco di film sul demonio (ne ho visti alcuni);
– un sacco di film sulla lotta di classe, due dei quali includono una scena di una ragazza che tira un cazzotto a un bambino (li ho visti tutti);
– due film con ex leggendarie super-modelle in ruolo di villain satanico (Monica Bellucci in Nekrotronik, Rebecca Romijn in Satanic Panic, visti entrambi);
– di nuovo, il fatto che la trilogia del Signore degli Anelli se la scorda l’influenza sulla storia del cinema che hanno ancora oggi i primi due film di Peter Jackson.
Una Top 10 classica sarebbe sleale, per cui parto dagli unici due film che consiglio senza riserve e seguo con altri cinque film davvero solidi. Il resto è stato la sagra del carino, volenteroso, simpatico, guardabilissimo ma dimenticabile (con l’occasionale pacco).
Pronti via:

READY OR NOT
Colpaccio per i Radio Silence, dopo una lunga serie di corti e un timido lungo che non si è filato nessuno (nemmeno noi). Qui si parla di una novella sposa che viene coinvolta dai ricchi parenti del marito in un gioco di nascondino mortale, scusa perfetta per una satira classista che prende di mira i nuovi conservatori (e non solo) mettendo comunque in primissimo piano divertimento, sangue e scrittura solida. Samara Weaving non è tanto una “donna forte™” come da formulette standardizzate di recente quanto piuttosto una specie di più umano “buzzurro inside” che quando l’istinto di sopravvivenza (e l’incazzatura) lo richiede sa cambiare marcia, ed è la sua consacrazione definitiva direttamente allo status di icona.

BLISS
Joe Begos ha già girato un paio di cosette che ci hanno lasciati perplessi, ma qui è dove viene colpito dal sacro fulmine dell’ispirazione inarrestabile. Bliss parte come remake gender swap di Driller Killer, poi si mischia a The Addiction e al video di Smack My Bitch Up e alza il volume al massimo, assaltando i sensi in un turbine allucinato di droga, metal e ultraviolenza che a confronto Mandy pare L’apprendista stregone. Io sono uscito stordito e gasato come non mi capitava da quella volta che ho visto i Sunn o))) coi Boris a un metro dalle casse.

Un grosso gradino sotto:

KINDRED SPIRITS
Il nuovo di Lucky McKee è sostanzialmente un’ennesima versione di Inserzione pericolosa, ma complicata dall’intimo rapporto tra i personaggi in ballo (una madre, una figlia e una sorella/zia di età equidistante) e gestita con mano intelligente e solidissima. Ottimo rispolvero di Thora Birch e ruolo della vita per Caitlin Stasey.

DEPRAVED
Larry Fessenden si cimenta nel Frankenstein (non nel Pinocchio per fortuna) e sai già che è di default una roba da vedere. La sua versione vede il castello in Germania diventare un loft a Brooklyn, e la metafora affronta sia i dilemmi e le responsabilità della paternità, sia il rapporto tra un “creatore” e la sua “opera”, in cui a questo turno si inserisce in modo determinante anche la figura di un mefistofelico “produttore”.

COME TO DADDY
Un hipster megagalattico interpretato da Brodo del Signore degli Anelli va a trovare il padre che non vedeva da 30 anni. Prima assistiamo a Stephen McHattie (Pontypool) che si divora la scena, poi la storia decide di giocare coi generi e prendere direzioni imprevedibili, diventando un divertente esercizio di stile.

A GOOD WOMAN IS HARD TO FIND
Non è esattamente facile essere una giovane vedova proletaria con due marmocchi a carico a Belfast, e il film di Abner Pastoll dipinge ottimamente la pesantezza della situazione per poi aggiungerci il carico di uno spacciatore che le si infila in casa costringendola a diventarne complice. Performance notevole di Sarah Bolger che vale la visione da sola, peccato per le soluzioni un po’ affrettate nella seconda parte.

DACHRA
Horror tunisino su tre giornalisti alla ricerca di un reportage diverso dal solito che si ritrovano immischiati in un culto di streghe che Midsommar puppa la fava. La storia procede a passi piccoli ma decisi, puntellata da un sacco di inquadrare spostate alla Mr. Robot, e quando decide di esplodere fa davvero bruttissimo.

Per quest’anno è tutto, e come al solito, quando sarà il momento, vi proporremo le recensioni approfondite una alla volta. Alla prossima!

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Jackie Lang

È arrivato il momento di parlare di J. C. Chandor

Il momento in cui è diventato innegabile che quest’uomo aveva tutto chiaro in testa

Gli effetti del commettere violenza su un altro essere umano sono biologici e fisiologici. È il prezzo dell’essere un guerriero

Lo dice Charlie Hunnam ad una platea di reduci cui sta parlando all’inizio di Triple Frontier ed è anche la spiegazione migliore dell’azione (quella seria) al cinema: non è una questione di quante pallottole puoi sparare, ma di quanti problemi crei e quanti ne risolvi facendolo. Il prezzo di essere un personaggio d’azione in un film è il fatto di giocarsi la propria integrità, ovvero tutto quello che un uomo possiede per potersi dire davvero tale quando si guarda allo specchio e tutto quello cui gli spettatori tengono se ti sei guadagnato la loro stima.
J. C. Chandor la mette in palio sempre questa integrità e ha il raro merito di fare sempre attenzione a che la vera lotta sia tra uomo e paesaggio, cioè tra uomo e mondo. Che è una cosa fantastica, se la sai fare.

È arrivato il momento di parlare di J. C. Chandor perché al terzo film clamoroso su quattro (Margin Call era davvero un’operazione tanto per esordire, un film precisetto e instant come pochi altri, impossibile da rivedere oggi), alla terza eccezione meritevole su quattro film siamo dalle parti del predestinato. Non si guadagna i meme su Facebook, non è diventato simbolo di niente (né l’archetipo del nuovo cinema d’azione come sta diventando Zahler, né il nemico naturale del cinema d’autore come è Michael Bay), non vediamo interviste clamorose o dichiarazioni di incredibili progetti, anche se ogni cuore calcista ha saltato un battito alla scoperta che sta preparando una serie sulla parte francese di Il braccio violento della legge, cioè chi spediva la droga (“Vai, sei tutti noi”).

Sguardo senza parole di uomo in difficoltà in ambiente ostile #1

Triple Frontier l’avete visto tutti (altrimenti che state qui a fare?) e avete capito che è I Mercenari senza la retorica dell’eroismo di un’altra epoca che cerca di essere ancora grande e rilevante oggi, è Il Tesoro Della Sierra Madre con in più il tema del reducismo e degli individui abbandonati dalla società, è il cinema di menare di altissimo profilo che vuole battere un altro colpo per far sentire la sua presenza. E da metà in poi diventa una questione privata tra uomini e montagne, come 1981: Indagine a New York (il cui titolo originale, ricordiamolo, è A Most Violent Year) diventava gradualmente una questione privata tra un uomo e una città e come All Is Lost (questa era facile) era una questione tra un vecchio e il fottuto mare.

Dobbiamo parlare di J. C. Chandor perché era veramente tanto che non compariva qualcuno in grado di capire che nel cinema di uomini le vittorie personali spesso coincidono con le sconfitte pubbliche (e quando All Is Lost si materializzò per la prima volta in una sala cinematografica eravamo lì e il capo supremo già aveva capito tutto grazie ad una visita in sogno del fantasma dei calci futuri). Il pragmatismo è una cazzata, gli obiettivi da raggiungere e il guadagno personale facilmente finiscono in secondo piano e il bello è guardare i personaggi maturare un principio morale per poter finalmente compiere scelte controproducenti ma tutto d’un pezzo. Come Taylor Sheridan (assieme a Zahler il terzo angolo del triangolo delle mie speranze per il futuro) J. C. Chandor è una persona a cui interessa raccontare cosa occorre e cosa bisogna essere pronti a sacrificare per poter essere degli uomini. Lo fa con i colpi criminali, con la resistenza ad un nemico invisibile e con lotte che alla fine, essendo combattute contro gli ambienti, sono in realtà lotte con se stessi. Le uniche che valga la pena combattere.

Sguardo senza parole di uomo in difficoltà in ambiente ostile #2

Triple Frontier doveva essere un fallimento, era in lavorazione da più di 10 anni, era stato pensato per Kathryn Bigelow prima che andasse a fare The Hurt Locker e poi Zero Dark Thirty (Boal è il suo sceneggiatore di fiducia), e l’idea originale ha quasi 15 anni. Dovevano interpretarlo Johnny Depp e Tom Hanks (ma ce lo vedete? Io un po’ mi sono esaltato nel leggerlo, secondo me si impegnava e veniva una chicca) poi dovevano essere Sean Penn e Javier Bardem (e pure qui non era niente male l’idea, anche se Penn ne avrebbe fatto un veicolo per sé), poi doveva farlo Christian Bale e solo a quel punto è stato coinvolto Chandor. Il quale ad un certo punto lo doveva fare con Tom Hardy e Mahershala Ali (era il 2017) e infine quando la Paramount si è sfilata dal progetto è riuscito a farsi il cast che voleva. Quanto devi credere in un progetto per tenere duro così a lungo? Quanto può fare schifo un film così a lungo rimaneggiato?

Io voglio intavolare qui una seria discussione su J. C. Chandor perché in uno scenario che fino a 5 anni fa ci pareva asfittico per il cinema di menare riesce a girare regolarmente film in cui da un certo punto in poi diventa chiaro che l’unico possibile lieto fine non sarà l’arrivo a casa ma ormai è diventato il riuscire a dimostrarsi uomini di fronte alle incertezze della vita. Dimostrarsi uomini tramite l’azione e scelte incredibili, perdenti eppure inderogabili.
Dove può arrivare? A chi somiglia? All’asciutta serietà di Walter Hill (l’uomo che filma “uomini duri in situazioni pericolose”)? Alla passione per la grandezza di John Milius? All’umanesimo senza fine di Clint Eastwood?
In cosa crede Chandor? Nell’impronta dell’uomo sul pianeta? È il nuovo Sidney Pollack? E quanto lavora bene con Oscar Isaac? Quanto è bravo a capire e trovare il duro negli attori che meno lo lasciano intravedere?

Sguardo senza parole di uomo in difficoltà in ambiente ostile #3

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Jackie Lang

I 5 pugni che raccontano tutto quel che c’è da sapere di Creed II

Spoiler: questo non è uno dei 5

Creed II si apre con un pugno, come del resto anche Rocky si apriva con dei pugni.
Non è però il pugno di un incontro, è un pugno diverso, dato da un padre (Ivan) al figlio (Viktor) per svegliarlo. Viktor è praticamente un Daily Iveco con le braccia, quindi quel pugnetto sul petto non gli fa niente, è un modo per svegliarlo e per raccontare qualcosa a noi.
Creed II è scritto da Sylvester Stallone, quindi i pugni dati fuori dal ring vogliono sempre dire qualcosa, hanno sempre un significato e sono usati per veicolare i sentimenti di personaggi che vivono di pugni, che i pugni non li danno solo per sport ma anche quando hanno bisogno di esternare qualcosa.

Ci sono 5 pugni in Creed II che dicono tutto quello che c’è da sapere sul film, 5 pugni che spiegano non la trama ma i sentimenti attaccati ad essa e fanno in modo che i personaggi li possano esternare. Si parla ovviamente in questo film, ma non è nelle parole che stanno le cose importanti.
Questo è un post pieno di spoiler perché tanto siamo sicuri che tutti voi avrete già visto Creed II, perché non è pensabile che siate qui e non l’abbiate visto no? No!?

1. Il pugno dell’amore paterno

L’abbiamo già scritto è quello iniziale che Ivan dà a Viktor, dopo quel pugnetto in pieno petto i due vanno ad allenarsi (con l’amore paterno che lo contraddistingue Ivan segue Viktor con un camion mentre corre e quando lui rallenta Ivan accelera per metterlo sotto, che teneri!), e poi il lavoro e poi ancora allenamenti e la sera omicidi sul ring. Quel cazzotto al mattino presto ha una qualità tutta sua, ovviamente è una sveglia brutale in linea con il resto della vita dei due, ma c’è anche una comunanza pazzesca, la forma di comunicazione di un padre e un figlio, c’è un grandissimo desiderio di contatto. È davvero tutto il loro rapporto in un gesto.

2. Pugni da conversazione

Stallone è così bravo da non scrivere un film con al centro Rocky, che anzi è marginale, ma si studia un’entrata in scena che è la sequenza migliore del film. Nello spogliatoio di Adonis, al buio, prima dell’incontro, tutti se ne vanno, e si sente la sua voce che dice qualcosa, poi lentamente assieme ad un lento movimento di macchina che sposta il centro dell’inquadratura (perchè entra LUI) compare nella stanza e nell’inquadratura. È il discorso motivazionale prima dell’incontro e nel farlo Rocky comincia a dare dei pugni a vuoto, da allenamento, per sciogliere le braccia. Adonis pure risponde e inizia a dare pugnetti a vuoto anche lui. Sono i pugni da conversazione, la maniera in cui due pugili si scaldano, si lasciano andare e parlano.

Un pugno vale più di mille parole

3. Pugni del dolore, del ricordo e della sofferenza

Ci sono due sessioni al sacco importanti, in una Rocky tiene il sacco ad Adonis (e già la cosa è fondamentale), il quale dà cazzotti importanti al sacco per esternare il dolore e la sofferenza, per vomitare quel che tiene dentro.

4. Pugni della frustrazione

La seconda è quando da solo nella palestra con solo la neonata figlia piangente riesce a tirare fuori quel che aveva represso dentro di sé troppo a lungo. E lo fa al sacco. Stavolta senza Rocky a tenerlo, in piena solitudine. È amarissimo.
Ora: Adonis è un personaggio risibile, un vero e autentico bimbominkia ricco e pieno di problemi da primo mondo con cui ci tocca parteggiare perché è amico di Rocky, anzi perché Rocky se l’è caricato sul groppone e quindi ok. Ma lo sappiamo tutti che in questo film lui è il villain e i veri “rocky” della storia sono Ivan e Viktor Drago. Lo stesso almeno in queste due scene di sacco con questi pugni del dolore e poi della frustrazione Stallone gli regala un momento con cui possiamo empatizzare un minimo. Un minimo!

Figure paterne

5. I cazzotti del risentimento e del rinfaccio

Ivan sveglia Viktor con un pugno e Viktor, quando la misura sarà colma e quando ci sarà davvero da rinfacciargli qualcosa (le uniche battute del personaggio praticamente) lo farà dandogli dei cazzotti ad un party (!!). Non sono i cazzotti incattiviti e ubriachi di Paulie in Rocky III, non vogliono fare male davvero. In teoria sono cazzotti inutili, perché non mirano al dolore ma vengono dati in un momento di rabbia, una persona normale non darebbe mai un pugno se non ha intenzione di fare male, ma un Drago con i pugni ci lavora e quelli sono cazzotti comunicativi.
Le parole si fermano ad un certo punto, più di tanto non possono fare, da lì in poi parlano le mani.

Il mio finale

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Nanni Cobretti

Sono uscito incolume dal Fighting Spirit Film Festival

The Scott Adkins & The Louis Mandylor, live in Stratford

Amici non avete idea di quanto è stato bello il Fighting Spirit Film Festival.
Non lo dico per dire: è una cosa ovviamente ancora piccola, ha due lungometraggi nuovi contro i 47.831 del Frightfest, ma ha anche tipo l’esatto opposto del pubblico medio del Frightfest, ovvero sono tutti allegri, bellissimi e in forma fisica incredibile.
Fa sinceramente impressione.
È il tipo di festival in cui metà degli avventori assomigliano a scagnozzi di un film con Van Damme, e una parte di loro lo sono stati veramente.
Ti giri da una parte e c’è Scott Adkins.
Ti giri dall’altra e c’è un conoscente di Bruce Lee.
Ti giri dall’altra e c’è uno stuntman che ha appena fatto il nuovo Mission Impossible, uno youtuber con un canale sulle arti marziali, il campione mondiale di tai chi in persona…
È, onestamente, bellissimo.
Ovunque ti volti, c’è qualcuno che non vede l’ora di parlare con te del fatto che menarsi è bellissimo e che al cinema non si mena abbastanza.

The Picchiatori

Da programma, il piatto forte del primo giorno era una proiezione di gala di The Debt Collector, la rara occasione di vedere in sala un film con Scott Adkins già uscito ovunque direttamente in homevideo.
Per l’occasione si sono presentati Scott in persona più le co-star Louis Mandylor e Selina Lo e il regista Jesse V. Johnson. Ho avuto occasione di scambiare due chiacchere con loro e ho avuto il ritratto di gente che si sforza di combinare qualcosa di significativo in un periodo particolarmente ingrato nella storia del cinema marziale: gente che ama raccontare storie interessanti, lavorare con professionisti appassionati e provare il più possibile cose diverse, gente che ama parlare del lavoro che fa, e che non ha paura ad essere più onesta della media. Scott ama lavorare con chi ha il coraggio di chiedergli di rifare una scena venuta male, e a sua volta non ha problemi a confessare a un Q&A pubblico cosa gli piace e cosa gli piace meno del prodotto finito, e a scherzare su come inizialmente Jesse Johnson avesse qualche perplessità a dargli troppo dialogo.  The Debt Collector non è sicuramente Undisputed 3, e non vuole nemmeno esserlo: si tratta di uno script che Johnson aveva scritto nel 2001 basandosi su veri aneddoti di gente che ha conosciuto, si sviluppa come un classico buddy movie e contiene diverse scazzottate – soprattutto all’inizio – gestite come vere furiose risse da strada, senza calci acrobatici, per poi procedere, guidata più dai personaggi che dalle botte, con progressivo pessimismo. Transitato per oltre un anno nelle mani di Van Damme, il suo pregio sta nell’aver pescato al suo posto un Louis Mandylor ispiratissimo di fianco al quale anche Scott Adkins trova forse una delle sue performance attoriali migliori di sempre, perfettamente a suo agio nel ruolo del bullo inglese infilatosi in un mondo che aveva sottovalutato; il difetto sta che a un certo punto, nel non voler andare troppo sopra le righe o scadere nella glorificazione, finisce per non trovare più guizzi e concludere un po’ trascinato.

“Siamo tutti d’accordo che al cinema non ci si mena abbastanza, vero?”

Il sabato si apriva con una proiezione per beneficenza di Karate Kid 2 (l’anno scorso avevano proiettato il primo), un seminario sul cinema d’azione tenuto da Mike Fury, e il concorso di cortometraggi. Quest’ultimo è forse il vero termometro della scenaoggi: tocca unire in modo abbastanza ingrato roba professionale girata con budget deluxe ad amatoriali puri, e trovi quelli che comprensibilmente si stanno solo esercitando mischiati a chi, come Bryan Larkin, hanno già recitato al fianco di Gerard Butler e Donnie Yen. Ci trovi chi è convinto che basti fare il replay dello stunt più spettacolare per farsi notare, e chi ha capito che i film di arti marziali sono un genere talmente classicista e tendenzialmente immobile che non ci vuole poi tutto questo sforzo a sembrare un minimo freschi. I due italiani si sono difesi benone: A Chase Sequence di Dario Pastore è quello che il titolo lascia intuire: un’esercitazione in riprese dinamiche per le strade di Milano, con uno showcase delle abilità marziali di Max Repossi; Tommy è una storia furbetta di Andrea Navicella che narrativamente potrebbe essere più asciutta ma sfoggia una delle risse acrobatiche meglio girate del festival. Trionfa l’inglese Chopsticks, di Aeddan Sussex, che trova il mix più riuscito tra una confezione ben curata, una protagonista simpatica, un pugno di idee davvero ispirate, Black Betty dei Ram Jam usata come Tarantino usava Don’t Let Me Be Misunderstood e un gruppo di marzialisti di altissimo livello.
Il piatto forte, Vengeance, con Stu Bennett (il Wade Barrett della WWE) e Gary Daniels, ha uno spunto che più classico non si può ma, dopo aver dipinto uno scorcio di campagna inglese tragicissimo e quasi western, più che l’ennesimo Taken diventa un affettuoso e divertente omaggio a Commando. Stu non è ancora scioltissimo ma ha una presenza gigantesca, come una specie di Steve Austin inglese. Bryan Larkin ha troppe poche scene ma, nei panni di una specie di Vernon Wells scozzese, se le ruba tutte. Gary Daniels trova un limbo indecifrabile in cui non capisci se è contenuto perché il suo personaggio è super distaccato o se c’aveva poca voglia, ma appena c’è da alzare le gambe frantuma il modesto look brizzolato con baffo alla Sam Elliott e dimostra ancora l’agilità e l’eleganza di un ventenne. Hanno già annunciato un sequel con Vinnie Jones.
In chiusura si poteva scegliere se spararsi I 3 dell’Operazione Drago su grande schermo – esperienza imprescindibile per chi non l’ha mai fatta – o godersi le esibizioni nella hall di Max Repossi e Jacky Dunnes e stare in festa con tutti quanti.
Io altro che festa, mi sa che prendo casa qui di fianco.

Stu Bennett dice “Puppa La Fava”

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Jackie Lang

Timecop può finalmente avere il Blu-Ray che merita, se solo anche tu te lo compri. Una campagna per il sociale

C’è da fare una colletta per Van Damme.
Come sapete Timecop è Looper solo meglio ma vi prego non credete a me, credete a Jean-Claude Van Johnson.

Dicevamo Timecop, con le sue dolci spaccate in cucina e  i suoi amabili paradossi temporali potrebbe essere stampato in Blu-Ray. Potrebbe se ci sono sufficienti persone che lo preacquistano. Ne servono 300 (minimo) e CG Entertainment è quasi arrivata al traguardo con la sua campagna di crowdfunding.

Siccome qui a i400calci siamo molto sensibili a queste cause umanitarie e quando possiamo fare un’opera buona e sensibilizzare l’opinione pubblica su temi importanti lo facciamo, vi segnaliamo che i primi 500 ad acquistare avranno un Blu-Ray di Timecop in edizione numerata, limitata (proprio con i nomi dei partecipanti al crowdfunding stampati!). Basta cliccare per tempo e con l’intensità sufficiente QUI.

La campagna finisce il 2 Ottobre, fate un po’ voi.

Se invece siete venuti fino a qui non conoscendo Timecop ma solo perchè vi piace stare un po’ su i400calci e far parte del giro giusto così da avere argomenti interessanti da spendere nei salotti buoni, per sapere cosa dire in caso qualcuno vi volesse rapinare o anche solo per ottenere svolte importanti da giocarsi in un primo appuntamento, qui sotto (BONUS) c’è un video, tratto da una storia vera prodotto da noi per i bravi e santi ragazzi di Minerva. Nanni Cobretti e Casanova Wong Kar Wai, due parti della santissima trinità dei calci, testimoniano di quella volta che Nanni fu costretto a viaggiare nel tempo fino agli anni ’90 per rimettere sulla strada giusta il giovane Casanova di un’altra linea temporale. In mezzo al racconto è anche mostrato e spiegato “cosa sia” Timecop.

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Nanni Cobretti

A Londra c’è un Festival esclusivamente di menare

Che era ora, diciamocelo.


Ok, non vorrei suonare troppo grezzo, perché  in realtà il Fighting Spirit Film Festival ha scopi nobili: è stato fondato da serissimi appassionati sia di cinema che di arti marziali e, attraverso una proposta che mischia anteprime e grandi classici, avvicinare gente e stimolarla a praticare entrambe le cose.
Giunto alla seconda edizione, il festival si divide in due giornate che si terranno alla Stratford Picturehouse: venerdì 14 vedrà la proiezione di The Debt Collector alla presenza di Scott Adkins, Louis Mandylor e del regista Jesse V. Johnson; sabato 15 invece prevede la proiezione per beneficenza di Karate Kid II, un seminario tenuto da Mike Fury su come girare un film d’azione, un classico indiscutibile come I 3 dell’Operazione Drago e la premiere di Vengeance, alla presenza del cast guidato da Stu Bennett (ovvero il wrestler Wade Barrett) e del regista Ross Boyask.
Sempre sabato si terrà inoltre un concorso di cortometraggi da combattimento, che vede partecipare ben due italiani (Tommy di Andrea Navicella e A Chase Sequence di Max Repossi e Dario Pastore).
Insomma: un evento che ha spazio per crescere e che sarebbe fighissimo se diventasse un nuovo appuntamento fisso di riferimento come il Frightfest per l’horror, e che pertanto siamo ben felici di supportare ufficialmente.
Se avete modo di venire, mi ci trovate.

IT’S ON

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Nanni Cobretti

I 10 migliori film dal Frightfest 2018

Ciao amici! Come ogni agosto, mentre voi eravate costretti a interrompere il vostro lavoro con pause forzate in spiaggia sotto l’ombrellone a subire passivamente questa sgradevole sensazione chiamata “riposo” (che qualcuno si ostina eroicamente a combattere dedicandosi al sudoku), io ero il solito viziato che poteva permettersi ancora di fare l’asociale al buio per ben cinque giorni di fila sparandosi una trentina di film d’orrore al leggendario Frightfest. Per rigirare il dito nella piaga sono qui a offrirvi una Top 10 in ordine SPARSO (ma coi numeri, mi hanno spiegato che alla gente piacciono le liste coi numeri) della meglio roba che mi sono sorbito:

NUMERO DIECI!

Mega Time Squad
Immaginate, se riuscite, uno strano incrocio fra Timecrimes e Bill & Ted ambientato fra la microcriminalità neozelandese. Il cast è formato da gente presa da Deathgasm e What We Do in the Shadow, il che lascia sognare che in Nuova Zelanda si stia formando una scena meravigliosa che unisce l’eredità folle del primo Peter Jackson all’umorismo stile Flight of the Conchords. Cult immediato.

NUMERO NOVE!

Braid
Due fuggitive si rifugiano a casa di un’amica matta sapendo di dover sottostare ai suoi giochi pericolosi prima di poter scappare, ma la situazione non è sotto controllo come pensano. L’esordiente Mitzi Peirone ha personalità e stile da vendere e dirige una premessa intrigante facendola rapidamente precipitare in un incubo lisergico. Finale forse non all’altezza, ma viaggio interessante.

NUMERO OTTO!

Puppet Master: The Littlest Reich
Bomba clamorosa. Una storica saga che era silenziosamente giunta al dodicesimo capitolo (in uno di essi c’era addirittura un Greg Sestero pre-The Room) viene reboottata dalla rinata rivista Fangoria e nientemeno che da S. Craig Zahler, qui solo sceneggiatore, che si adagia umilmente sulla formula senza slanci fighetti e spalma i suoi famigerati finali ultraviolenti per un’ora e mezzo di omicidi creativi e davvero stronzi. Il protagonista è il comico Thomas Lennon e compaiono facce di culto come Udo Kier, Michael Paré, Barbara Crampton e perfino Matthias Hues, ma si ride molto, molto meno del previsto. Epico.

NUMERO SETTE!


Incident in a Ghostland
Dopo 10 anni, qualcuno ha tolto le medicine a Pascal Laugier e ci ha restituito il sadico picchiatore inarrestabile di Martyrs, qui alle prese con una specie di sua versione perversa del Texas Chainsaw Massacre (dura fare paragoni più calzanti senza spoilerare il suo solito vortice di cambi di prospettiva). Bentornato.

NUMERO SEI!

Killing God
Black comedy spagnola di stampo teatrale classico su un nano che dichiara di essere Dio e manda in para una famiglia disfunzionale chiedendo loro di nominare due persone da salvare da una presunta imminente apocalisse. Solidissimo mestiere old school.

NUMERO CINQUE!

Life After Flash
Documentario sul leggendario Flash Gordon del 1980 con focus sulla vita di Sam J. Jones prima e dopo, il caratteraccio, la vita sregolata, il litigio con De Laurentiis che gli costò la carriera, il cazzutissimo riciclo come bodyguard specializzata in gite a Tijuana (Steven Seagal Puppa La Fava), il ritorno sotto i riflettori grazie al Ted di Seth MacFarlane. Ma anche interviste a tutti i coinvolti, le storie assurde dal set, le musiche incredibili dei Queen e Howard Blake. Peccato per l’assenza di Ornella Muti, in compenso c’è un disponibilissimo Brian May e un Brian Blessed scatenato. Davvero denso di chicche.

NUMERO QUATTRO!

The Man Who Killed Hitler and then the Bigfoot
Titolo dal tono truffaldino per un’affascinante e malinconica ballata folk costruita intorno al carisma intramontabile di Sam Elliott, roba che finisce per ricordare quasi piuttosto i film di Andrew Dominik (per fortuna non così pesante).

NUMERO TRE!


Terrified
Storia di poltergeist argentini narrata con intuizioni visive degne dei j-horror del periodo d’oro, da recuperare prima che James Wan ne produca un remake moscio.

NUMERO DUE!

Climax
Che Gaspar Noé ormai padroneggi l’arte del piano sequenza non dovrebbe sorprendere nessuno. Che a 55 anni ancora faccia mosse col piglio del bambino di 8 anni che vuole infastidire tanto per infastidire, probabilmente gelosissimo del credito ben più ampio di cui gode Von Trier, è sempre più tristarello. Ma se si sopportano le lungaggini iniziali e si ignorano gli occasionali inutilissimi cartelli stile Smemoranda, a questo turno il trip diverte un bel po’.

NUMERO UNO!


Bodied
Totale plateale eccezione, ma colpo di genio dei selezionatori del Frightfest. Non è un horror neanche per sbaglio: è un film su un nerd bianco e benestante che si scopre un talento delle rap battles stile 8 Mile (popolarissime ancora oggi). Ma è una riflessione esilarante sulla violenza delle parole e il loro impatto – reale e percepito – nel panorama culturale odierno, ed è l’idea più potente che si potesse avere nel 2018.

Ci tengo a segnalare anche l’unico italiano in calendario, The Laplace’s Demon di Giordano Giulivi, che purtroppo non sono riuscito a vedere ma che è piaciuto a Kim Newman.
Come ogni anno comunque, approfondiremo con calma ogni film in singole recensioni, possibilmente quando anche voi avrete la possibilità di recuperarli.
Intanto segnateveli.
Ciao!

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Jackie Lang

Dogman + Rabbia Furiosa = il film perfetto

Grazie a tutti

In un mondo perfetto i cinema darebbero Dogman e Rabbia Furiosa uno dopo l’altro (in quest’ordine), per un clamoroso double bill a tema Canaro della Magliana. In quello in cui ci tocca vivere però almeno i due film esistono insieme, se non altro quest’operazione così vecchio stampo del film di serie B che esce poche settimane dopo quello di serie A, trattando il medesimo tema con molta più attenzione al genere e una realizzazione più svelta, è davvero accaduta. E grazie al cielo dietro di essa c’era Sergio Stivaletti.

Dogman è un film da festival su un tema duro, che non ha nessun interesse a menare molto le mani, far schizzare il sangue e via dicendo ma quando lo fa non sbaglia niente e che centra perfettamente il senso recondito della violenza: l’oppressione, la paura e la brutalità allo stato puro. Quand’è l’ultima volta che avete visto un attore in un film italiano dare due cazzotti con il perfetto stile del pugile? Quando un personaggio di un film italiano spacca una macchina da videopoker a testate? E quando è stata l’ultima volta in cui un film italiano ha davvero raccontato un personaggio memorabile per quanto terribile?

Dall’altro lato qual è stato l’ultimo film italiano ad avere effetti tutti pratici di teste che si mozzano, cervelli che vengono scoperchiati, cazzi tagliati e dita mozzate di netto, tutto in primo piano, ben inquadrato con luci chiare e credibile? Rabbia Furiosa è lo splatter movie italiano definitivo degli ultimi…. boh…. 20 anni? C’è una quantità di sangue così ben dosato, di efferatezze così ben riprese che anche il nome altisonante di Stivaletti non bastava a garantirle.

Rabbia Furiosa e Dogman insieme fanno il film perfetto e noi insieme li recensiamo.

True story

Non ci sono garanzie che la storia del Canaro della Magliana sia quella che conosciamo, la vulgata del quartiere sostiene che il toelettatore di cani trasformato in aguzzino sia stato in realtà messo lì dalla mala locale, che non abbia fatto niente di quel che è documentato ma che si sia preso la colpa per volere del crimine organizzato. Di fatto però la storia come la conosciamo in sé è perfetta: una trama fatta di accumulo di frustrazione e rilascio di violenza. In entrambi i film c’è una tensione rabbiosa fortissima, che addirittura con un’intuizione da Corman Stivaletti incanala in una nuova droga allo stato liquido dal colore verde, una cosa che davvero non vedevo dagli anni ‘80, una droga che dà anche una forza straordinaria. Pura fantastoria!

Il canaro di Stivaletti vede montare dentro di sé la rabbia del titolo e alla fine sconfinerà con tutti e due i piedi nel cinema di fantasia, con una notte di passione e urla mentre intorno a lui i cani cominciano ad ululare alla Luna. È una trasformazione morale che lo prepara alla violenza ma Stivaletti la riprende come una trasformazione fantastica, come se diventasse l’uomo-cane. C’è una voglia e un desiderio di fantastico che scappano da ogni inquadratura nel finale di questo film.

Preraffaeliti

Dall’altra parte la colluttazione migliore sta nel film di Garrone, in cui il povero toelettatore non diventa mai rabbioso ma vuole solo dare una lezioncina al suo aguzzino e rimarrà coinvolto in una rissa faticosa, impari ma molto realistica e risolta con l’astuzia. Sono due mitologie irreali. Non vera quella di Dogman perché proprio va a parare altrove, nei territori addirittura della tenerezza, e non vera quella di Rabbia Furiosa perché sostituisce la cocaina con cui pare si fosse fomentato l’omicida a questa droga che aumenta le prestazioni e giustifica la maniera in cui un succube mingherlino ribalta il rapporto.

Ma la vera differenza tra i due film sta nel pugile. Quello di Dogman è Edoardo Pesce tutto modificato dal trucco per sembrare uno a cui i pugni hanno gonfiato la faccia, è un vero idiota bullo, che conosce solo la violenza, una macchina da sopruso e cazzotti che non fa calcoli e si inimica anche gli unici dalla sua parte, uno insomma che ha le ore contate, qualcuno prima o poi lo farà fuori. Però è davvero un animale, corre con la moto avanti e indietro senza senso e il solo rumore di quel mezzo annuncia la sua presenza: è arrivato!

Bullo di paese starter’s pack

Invece quello di Stivaletti è interpretato con molta meno abilità da Virgilio Olivari ma ha un look impeccabile da vero coatto di periferia anni ‘80, veramente insopportabile, un po’ mafiosetto, furbo, calcolatore ma anche dotato di una doppiezza strana, il tipico vorrei ma non posso del nostro cinema di genere che fa così tenerezza da essere adorabile. Per quanto non recitato al livello che sarebbe necessario per una simile sottigliezza il suo Claudio è gentile con il toelettatore ma anche bastardo, ha una specie di disturbo bipolare, è sia premuroso che violento, fa cose terribili ma poi parla con parole d’affetto, è davvero il bullo della scuola che da solo si comporta in una maniera e pubblicamente in un’altra. E alla fine quindi quando inizia il massacro, sarà doppiamente più bestiale la regressione del canaro perché priva di pietà sul serio.

Dogman è il film di cui ha bisogno il cinema, qualcosa di viscerale e potente, così deciso e maschile nella maniera in cui mette al centro della vita del protagonista una piramide di bisogni che è costituite da figlia, amici, lavoro, da risultare quasi commovente quando la manda in pezzi solo per vedere come reagisce qualcuno di così mansueto.
Rabbia Furiosa è invece il film di cui abbiamo bisogno noi per tornare a guardare un mondo di violenze indicibili in cui si flirta con il fantastico, in cui le donne stanno a casa e sono strumento di ricatto o vittime designate, mentre gli uomini se le danno senza mezze misure. Un film in cui tutti i problemi possibili sono di ordine maschile (il bisogno di affermazione del pugile, quello di supremazia del canaro, le dinamiche di branco, la pedofilia…) e in cui l’efferatezza è la regola. Un mondo in cui Romina Mondello è ospite più che attrice.

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Jackie Lang

Compiti della vacanze: ho visto Jean-Claude Van Johnson

Si potrebbe ragionevolmente sostenere che qualsiasi produzioni abbia una scena in cui Van Damme, nel ruolo di se stesso, lucidi la targa che sta sotto ad una statua gigante che lo rappresenta mentre fa la spaccata, posizionata in una piazza di Bruxelles, non possa essere pessima.
Purtroppo Jean-Claude Van Johnson mette in crisi quest’assunto.

C’erano aspettative non da poco sulla prima serie non solo con Van Damme ma su Van Damme, che racconta la sua vita in forma parodistica come coniato nel 2008 da JCVD, il film a lui dedicato. Anzi andando anche oltre. Il pilota che avevamo amato annuncia tutto già dall’inizio, con Jean-Claude che si sveglia nella sua casa piena di poster dei suoi film, con un pianoforte a coda, le pantofole con le sue iniziali e tutte le tubature che trasportano latte di cocco invece di acqua. Prende il giornale fuori dal cancello della villa con il segway e da lì parte la trama.

In buona sostanza Jean-Claude Van Damme è sempre stato un agente segreto e i suoi film erano coperture. Ora è anziano ma vuole tornare a fare quel lavoro, per questo contatta la vecchia agenzia che lo rappresentava (in realtà una costola dei servizi segreti), per farsi dare nuove missioni. E anche le missioni di questi 6 episodi da mezz’ora l’uno messi su Amazon Prime Video sono produzioni esilaranti finalizzate a sgominare villain da barzelletta con metodi pescati dai suoi vecchi film. È in buona sostanza il pitch migliore di sempre. E ognuna delle persone coinvolte nella produzione ha sulla coscienza il fallimento di questo spunto geniale.

È lui o non è lui!?

In Jean-Claude Van Johnson si ride a tratti, con battute geniali ma sempre troppo isolate, l’azione è risibile, le arti marziali ridicole anche quando c’è JC al centro della scena. Il meglio la serie lo dà quando ironizza sull’industria del cinema e della tv, quando prende in giro produzioni e produttori, quando mostra la vanità incredibile del protagonista. Tutto il resto grida vendetta. Sembra che chi ha scritto e realizzato il tutto non abbia conoscenza del genere se non per i suoi luoghi comuni, che non ne apprezzi le caratteristiche base e che ne disprezzi molto la riuscita, così tanto da non sforzarsi a realizzare con coscienza le scene di combattimento.

Vista con gli occhi dell’amore Jean-Claude Van Johnson è una delizia, perché non è difficile farsi bastare gli ammiccamenti e i riferimenti dotti a Timecop o Double Impact. Ma è decisamente troppo poco anche per le sole 3 ore di durata complessiva.

Io alla terza puntata

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Jackie Lang

Le campagne di raccolta fondi che contano: Dredd – La Legge Sono Io

Avete presente il Blu Ray di Dredd – La Legge Sono Io? Ecco infatti, non esiste.

Grazie al cielo per rimediare a questa falla imperdonabile gli stimabili ragazzi di CG Entertainment hanno messo in piedi una campagna crowdfunding per raggiungere i 300 preacquisti, che sono la condizione minima perchè l’operazione sia profittevole. E li hanno raggiunti.

Dunque il Blu Ray di Dredd – La Legge Sono Io si fa.

Siccome Valverde è il luogo del mondo in cui vengono stappate più bottiglie di champagne Cristal pro capite quando vengono date notizie simili, da CG Entertainment ci hanno dato la possibilità di avvertirvi per primi che di questo Blu Ray saranno stampate 500 copie in edizione limitata con una card da collezione all’interno (200 in più delle 300 già preacquistate nella campagna di crowdfunding quindi), se ne preacquisterete una entro il 22 Dicembre cliccando fortissimo con due dita su questo link, vedrete il vostro nome tra i ringraziamenti all’interno della confezione.

Cioè praticamente vi stiamo dando il regalo di Natale (che in realtà è da consegnare dopo Natale, ma che vi frega tanto?!) calcistico perfetto.

Intanto godetevi questa clip che ci viene generosamente offerta da CG Entertainment per l’occasione, la quale a differenza delle pallide (ma identiche) imitazioni che trovate su YouTube ha alla fine un motivational banner che vi spingerà a preacquistare 10 Blu Ray.

 

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