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Ong Bak 3: La gigantesca scritta Cock

02/09/2010 | recensioni | di Luotto Preminger

Riassunto:
2003: Ong Bak. Jaa e Pinkaew diventano famosi.
2005: The Protector. Jaa e Pinkaew diventano famosissimi. Ma Jaa inizia a stufarsi di fare il saltimbanco, per lui il muay thai è come il babbà per Marisa Laurito. Jaa vuol diventare regista e dirigere un film di arti marziali come Budda comanda.
2006-2007: Jaa e Pinkaew litigano. Jaa si allea con l’action director Panna Rittikrai e comincia a dirigere Ong Bak 2 con ambizioni spropositate. Ben presto gli sfugge tutto di mano: caricato di troppe responsabilità, si mette a piangere con la sua voce a trombetta e scappa nella giungla. Poi torna, va in TV, frigna di nuovo, giura che finirà il film, lo finisce a prezzo di grandi sacrifici.
2008: Ong Bak 2. Film di alte e seriose ambizioni ma difettoso e arrabattato, pallosissimo nello svolgimento della storia ma sempre molto lodevole quando c’è da menarsi con dei costumi fichi. Jaa però è ormai fuori fase, per contratto gli tocca fare un terzo film ma non ne ha più voglia, le pressioni lo schiacciano, piange di continuo.
2010. Ong Bak 3. Terza parte in cui Tony Jaa tenta il suicidio, non ci riesce e allora fonda i Joy Division.
Vediamo come.

Sembra fico, neh?

Sembra fico, neh?

Intanto è bene precisare che Ong Bak 3 non è stato concepito – o non del tutto – come film a sé: Ong Bak 2 era venuto fuori come una sbracata di 4 ore, scombinata e zoppicante, al punto che i produttori avevano deciso alla disperata di dividerlo in due film sperando di rientrare nelle spese. Ecco perché Ong Bak 2 si chiudeva di botto à la cazzo di cane, o se preferite à la Matrix Reloaded. Poi, come abbiamo appena detto, dopo Ong Bak 2 Jaa di tutto aveva voglia fuorché di mettersi a lavorare su Ong Bak 3. Che infatti è stato appiccicato con lo sputo con i rimasugli avanzati da quanto già girato, più altra roba messa lì perché si doveva. Ma a Jaa non gliene fregava già più nulla e – incredibile ma vero – anche il fisico iniziava a traballare, minato da tutti quei cazzi per la testa.
E questo era il mattino; passiamo al buon giorno.

La trama in breve: prima massacrano Jaa di botte e lo torturano un sacco rendendolo storpio, poi il re cattivo inizia ad avere delle pedanti visioni in CG, poi il re cattivo viene ucciso da un altro ancora più cattivo e con ancora più eyeliner, e infine c’è il duello tra il re eyeliner e un Jaa nel frattempo guarito grazie all’amore, alla religione e al comic relief di Mum Jokmok.

Lo abbiamo ritrovato: era in questo film

Lo abbiamo ritrovato: era in questo film

Ora, finché Jaa viene massagrato di botte tutto ok. Uno ci può anche vedere la volontà di autoflagellazione del depresso patologico. Dopo: una miseria pressoché totale. In piena crisi mistica, Jaa dedica un bel 40% del minutaggio totale a inquadrare sé stesso che fa le mosse di muay thai per guarire dalla zoppia con tanta forza interiore e molte più danze tradizionali di quanto io sia disposto a sopportare in tutta la mia vita. Non è un caso che Tony, dopo questo film, abbia detto ciao ciao al brutto e cattivo show business e sia entrato in convento (lo sapevate, no?).
Tanto scarsa era la voglia che le scene più cool e il personaggio teoricamente più carismatico vengono affidate a Dan Chupong, nel ruolo dell’ancora più cattivo tutto pittato di nero, denti inclusi. Costui è piuttosto ripetitivo nelle sue mosse di muay thai e quanto a presenza scenica se la gioca con le colonne del palazzo reale, quindi figuratevi su che popò di paia di spalle solide si regge la baracca.

Il magnetico Dan Chupong

Il magnetico Dan Chupong

Ma tutto questo, in fin dei conti, sarebbe anche sopportabile. Noi abbiamo sempre avuto fiducia in Jaa perché i suoi film altrimenti penosi venivano salvati e portati nell’Olimpo grazie a scene di combattimento verso cui fastforwardare avidamente, e da vedere e rivedere all’infinito (cazzo, nel primo Ong Bak era il regista stesso che ci offriva i replay). Qui invece, signora mia! Le scene di botte sono pigre, zero fantasia, mosse risapute, invenzioni riciclatissime, no spettacolarità, tutto già visto, niente da ricordare, chiusura attività, prezzi stracciati, fuori tutto, ci vogliamo rovinare. E ci siete riusciti.
Cristo Iddio. Potrei chiudere il discorso qui. Potrei semplicemente scrivere questa cosa, cancellare tutto il resto e fare una recensione di tre righe. Però uno spera sempre che il film si salvi su altri fronti: colpi di scena, colpi da maestro. Talento visivo. Musiche. I COSTUMI. Boh! Che ne so, poteva esserci un cameo a sorpresa dell’ippopotamo della Lines. A un certo punto il film poteva interrompersi per mostrare il trailer di Room in Rome. Non so, qualcosa. Qualcosa qualsiasi. E invece – colpo di grazia – c’è il finale.

Il making of

Il making of

Il finale secondo me è stato concepito da Jaa per far capire a chi non ci fosse ancora arrivato che LUI DI FARE QUESTO FILM NON NE AVEVA PUNTA VOGLIA. Quel finale lì, buttato via quant’altri mai, con uno dei peggiori duelli finali mai visti (di certo il peggiore se si tiene conto delle potenzialità di chi lo combatte), quel finale è un dito puntato al pubblico: è colpa vostra se mi hanno costretto a fare questa merda. Io sto male, lo capite? Ma voi continuate ad applaudire, ad acclamare, a darmi soldi. Tò, stronzi. Ve lo meritate. Beveteve ’sta sbobba. Già, peccato che grazie a questo atteggiamento da stronzino capriccioso il film sia venuto una mezza merda, e se questa è la direzione in cui doveva andare la carriera di Jaa, allora meglio il convento. Lo dico sempre io, che non ce n’è come un anno o due di convento per far rigare dritte le teste calde.

DVD-quote suggerita:

“Ma va’ in convento, va’”
Luotto Preminger, i400calci.com

>> IMDb | Trailer

ARCA RISSA: The Protector

31/08/2010 | divagazioni | di Luotto Preminger

Quanto dura?
Dura quattro minuti.

Cosa succede?
Tony Jaa irrompe nel ristorante panasiatico più grande del mondo e sale delle gran rampe di scale fino in cima. Lungo la strada, Tony Jaa rovina una gran quantità di pezzi d’arredamento scagliandovi sopra qualche malcapitato. Alcuni malcapitati li butta giù dalle scale, altri li fa desistere lanciando poltroncine, molti altri vengono presi a ginocchiate o adoperati per saggiare la consistenza dei paraventi.
Oh, insomma, non prendiamoci in giro. Succede, in questi quattro minuti, tutto quello per cui una rubrica come ARCA RISSA può essere stata concepita: botte vere e dolorose e variegate e perfettamente coreografate, in piano sequenza e splendidamente fini a sé stesse. Prima ammirare, poi discutere:

Bello! Contestualizzamelo.
Siamo nel 2005. Il regista Prachya Pinkaew e l’attore picchiaduro e salterino Tony Jaa sono sotto le luci di riflettori grossi come tutta la Thailandia. Due anni prima hanno stupito il mondo con Ong Bak, e Tony Jaa si è ritrovato sulle spalle il fardello di dover dimostrare di essere l’erede di Jackie Chan, Bruce Lee e Oler Togni tutti insieme. Pinkaew, ancora convinto di poter usare Jaa come un burattino da circo e desideroso di battere il ferro finché è caldo, prende la stessa sceneggiatura di Ong Bak («Tony Jaa incazzato perché rivuole testa di statua di Budda. Tony Jaa picchia tutti»), si limita a sostituire la testa di Budda con un bel par di elefanti, e poi impone a Jaa di fare cose fuori del mondo. Ancora più fuori dal mondo che in Ong Bak. E lui le fa.
Poi cosa accade: tra uno stunt mozzafiato semi-circense e una gomitata muay thai, Prachya inizia a sentirsi inferiore al suo attore Jaa, virtuoso ginnasta, e decide di volere pure lui la reputazione di virtuoso. Quindi niente, si chiude in camera, elabora un piano sequanza della madonna, esce dalla camera, si reca sul set, espone la sua idea e impone a tutti di obbedire: zitti e sfiancarsi, si gira il piano sequenza di botte più impressionante mai visto.
Realizzarlo è così complicato che lo devono ripetere cinque volte, quasi sempre per colpa degli anonimi stuntmen che Jaa deve sollevare e scagliare lontano, oppure sfracellare contro paraventi: una volta uno stuntman vien lanciato sopra un tavolino e il tavolino non si rompe. Un’altra volta lo stuntman cicca il tappetino di sicurezza e si rompe lui. Insomma, uno sfinimento tale che le cinque riprese devono essere effettuate nell’arco di un mese.

Nel blu dipinto di blu

Nel blu dipinto di blu

Pendo dalle tue labbra.
In effetti non c’è da biasimare Jaa se poi ha litigato con Pinkaew: The Protector, e questa scena in particolare, sono puro gusto della spettacolarizzazione delle botte, puro “guardate Jaa che CAZZO sa fare senza fili né CG né inganno alcuno”, puro circo action violento e sborone. Purtroppo per Pinkaew, non era questo che Jaa voleva fare col suo muay thai. Ma ne parleremo in altra sede, presto.
Diciamo soltanto, come nota positiva, che se Jaa non se ne fosse andato sbattendo la porta, noi non avremmo mai avuto Jeeja.

E il resto del film com’è?
È Ong Bak coi soldi. E questo è un pregio, niente da obiettare. Abbiamo Jaa che spacca lampioni con un calcio, abbiamo Nathan Jones, che è alto dieci metri, nel ruolo del mostro dell’ultimo livello. Abbiamo il piano sequenza. Abbiamo elicotteri, signori e signore, abbiamo gente che parla l’americano come nei film, scene girate in luoghi occidentalizzati, grattacieli, l’Australia! Insomma, abbiamo fatto il salto, non siam più del morti di fame. E questi son tutti pregi: quanto ad azione, esimio signor duca, a The Protector non glielo ficca in culo nessuno. D’altra parte però Pinkaew sta iniziando ad avere le velleità da regista serio, oltre che virtuoso, e piazza qua e là delle lunghe sequenze dialogate che non sono piaciute nemmeno ai più cari amici di Pinkaew (ce lo vedo, lui che chiede cosa ne pensano, loro che abbozzano, il gelo). Risultato finale: The Protector è un film nel complesso molto più tedioso di Ong Bak. Tra il pubblico è tutto un fast forward alle scene di botte. Il resto -- TUTTO il resto; tutto quanto non sia Jaa che fa i miracoli -- è una palla unica girata male e sbagliata in partenza. E questo è un difetto, non c’è cazzi.

Ecco, QUESTO è Pinkaew

Ecco, QUESTO è Pinkaew

Ma il tipo che cade dalla balaustra a 2′10” è morto?
Bè, bene non sta. Però non lo si vede cadere fino a terra, quindi la mia idea è che nel frattempo abbiano piazzato un materassone per farcelo finire su.

Chi ne interpreterebbe l’eventuale remake italiano?
Nel ruolo di quello che cade a 2′10″, non so voi, ma io spero Ezio Greggio.

Fattore U:
UUUUUUUUUu

Scusate, volevo chiudere così.

Scusate, volevo chiudere così.

I Mercenari: Mickey Rourke in “Double Team”

04/08/2010 | recensioni | di Luotto Preminger

Dato che siete tutti italiani immagino che siate tutti stati in vacanza a New York almeno una volta nella vita, no? Mi stupirei del contrario. Ecco, avete presente quando arrivate a Manhattan la prima volta e state sempre a naso in su come dei beoti e ci sono i tombini che fumano ed è proprio tutto come nei film e vi sentite fighi e vi sembra che qualunque cosa facciate sia una figata? E vi comprate un hot dog al baracchino e ci mettete sopra il ketchup e VI FATE FARE UNA FOTO MENTRE LO MANGIATE perché siete a NYC e tutto è una figata? È vero o no? È vero. E ora vi chiedo: se l’uomo degli hot dog vi avesse consegnato un panino tutto spalmato con la merda dei cani, voi non l’avreste ritenuta comunque una figata perché, cristo, siete in America? E non vi sareste fatti fare una foto lo stesso, voi sorridenti col vostro panino di feci?
Ecco, stessa cosa Tsui Hark. Era il 1997 e l’osannato regista di Once Upon a Time in China e The Blade girava il suo primo vero film americano con gli attori occidentali. Ed era talmente contento – quanti soldi! quanti gadget! e gli attori famosi! e se chiedo un treno mi danno un treno, se chiedo Orso Maria Guerrini mi danno Orso Maria Guerrini – ma talmente contento che lo sceneggiatore Don Jakoby gli ha consegnato una cartata di fumante letame – fumante divertentissimo letame, siamo onesti – e lui ci si è fatto fare una bella foto sorridente mentre in quello STERCO ci affondava la faccia e la carriera. Ed ecco, signori: Double Team.

A Londra Madame Tussaud's, a NY questo

A Londra Madame Tussaud's, a NY questo

Qual è quel film con Van Damme che fa le prove di apnea nella vasca da bagno? Il film coi cybermonaci mattacchioni nella catacombe di San Clemente? Il film con Dennis Rodman come spalla comica? Il film con una scena in piazza Navona dove Van Damme è travestito da giovinastro drogato e un carabiniere a cavallo inizia a crivellare gli invitati a un matrimonio e scappano tutti e c’è PAOLO CALISSANO? La risposta è sempre una: Double Team. Un’insalatona immane che procede nella più sfacciata ignoranza della maniera cristiana di narrare una storia in modo minimamente coerente, e tutto a vantaggio di cosa? A vantaggio del ritmo e della volontà di accumulare SPROPOSITI di demente spettacolarità a uso trastullo per le masse. E per quanto non sappia distinguere le buone trovate dalle trovate aberranti e firmi il film peggio recitato della storia (e includo il doppiaggio italiano di Shaolin Soccer), oh: Tsui non ha ritegno alcuno e ci piace così. Non so se il caro Hark fosse davvero convinto di quel che faceva, ma a uno che cerca così sfrontatamente di divertire ma cicca così clamorosamente i gusti del grasso pubblico di riferimento (il quale cerca sicurezze, ottusità, vecchiume, pseudo-coerenza), io gli dico bravo in ogni caso.

Vacanze romane

Vacanze romane

Ma veniamo a noi. Mickey Rourke nel 1997 era a metà. Undici anni prima del grande ritorno, undici anni dopo la grande fama. Era a metà anche nel fisico: ormai non più il ribaldo ganassino da cui tutte volevano farsi imboccare ciliegie, il nostro aveva già iniziato a pomparsi di palestra e steroidi vari, e in questo film vanta un fisico da culturista agli esordi – ma ancora credibile, ancora spacciabile per naturale – che nei lustri successivi diventerà quella specie di cofano in cuoioplastica che tanto amiamo. In Double Team Rourke fa Stavros, supercattivo in cerca di vendetta verso chi gli ha ucciso il figlio e anche verso chi lo ha relegato in un ruolo tanto piatto e babbeone. Puro villain di comodo, usato per mandare avanti la storia e esaltare per contrasto il dramma (…) interiore (…) del povero Van Damme. Insomma, un ruolo quasi peggio di quello in Iron Man 2. Ma qui siamo nel 1997, e i ruoli da cattivo sprecato non erano zuccherini per la rinata superstar, bensì briciole per l’ex sex symbol in declino. E in Double Team il povero Mickey ha davvero poco da fare, anche perché – correggetemi se sbaglio – nelle scene di botte coreografate da Sammo Hung c’è più controfigura che Rourke. O comunque, anche se è lui, non c’è verso di vederlo in faccia. Eppure il futuro relittone tenerone che amate amare c’è già, qualche istante alla volta: i suoi teneri abbracci al figlioletto sono l’unica cosa del film che si possano dire recitazione, e in un contesto in cui Rodman e Van Damme si cimentano in duetti brillanti da far rimpiangere i tempi comici di Arnold, Rourke ne esce che pare John Gielgud.
Ma tutto questo che importanza ha, in un film che come finale ha Van Damme costretto a lottare contro una tigre in un’ARENA ROMANA MINATA?

Era inevitabile

Era inevitabile

Concludendo, questo è un film che non ha portato bene a nessuno: Rodman avrebbe fatto The Minis. Tsui non si guadagnò la peggior reputazione di un regista orientale negli USA solo grazie a Chen Kaige, ma ci andò molto vicino. Paolo Calissano si sa in che storiacce è finito. Van Damme di lì a poco avrebbe fatto Hong Kong Colpo su Colpo, che guarda caso era ancora di Tsui Hark, gli andò ancora peggio (c’era Rob Schneider) e allora disse basta a Tsui Hark.
L’unico che se la cavò fu Rourke: sì, finì più in basso di tutti e passò dieci anni in un inferno di cui ancora porta i segni. Ma non sareste stati disposti a fare lo stesso pur di avere una parte in The Expendables? C’è gente che per un cameo in quel film, cazzo, governerebbe la California.

Popolarissima della balorda: LOS EXTERMINEITORS 2

30/06/2010 | recensioni | di Luotto Preminger

Ho scoperto l’esistenza della saga di LOS EXTERMINEITORS mentre facevo ricerche per questo post; già allora mi sembrò cosa degna di nota e buttai lì la possibilità di un approfondimento. Ormai è passata qualche settimana e mi immagino tutti voi lì a dire eeeh, le solite promesse da marinaio.
E INVECE.

LOS EXTERMINEITORS 2: LA VENGANZA DEL DRAGÓN è il seguito di LOS EXTERMINEITORS e l’antecedente di EXTERMINEITORS 3: LA GRAN PELEA FINAL e EXTERMINEITORS 4: COMO HERMANOS GEMELOS. Potrà sembrarvi strano parlare di una saga partendo dal secondo capitolo, ma ho i miei motivi: uno, l’ho trovato per primo su YouTube; due, era più corto.
Ma veniamo al sodo. La saga degli Extermineitors è una roba argentina girata a cavallo tra ottanta e novanta con due lire e un’ideina, un’ideina che non so se in Argentina fosse originale ma da italiano mi pare tale: mischiare il cinema popolarissimo comico col cinema popolarissimo di botte. E non dite BUD SPENCER E TERENCE HILL, aspettate. Iniziamo dal lato comico, che è quello che v’interessa meno.

IL CINEMA POPOLARISSIMO COMICO.
L’intera baracca è costruita intorno a due commedianti. Uno è Guillermo Francella, di cui abbiamo ampiamente parlato nel post di cui sopra (per chi non ha voglia: comico famoso in patria, era nel film che ha vinto l’Oscar quest’anno, annovera Fidel Castro tra i suoi fan). L’altro si chiama Emilio Disi. Fate conto Gigi e Andrea, come livello di comicità e come pubblico di riferimento. E anche come tipo di film: avete presente quando in un pomeriggio d’estate v’imbattete in un filmetto e riuscite subito a etichettarlo come italianata degli anni Ottanta? Musichette di synth stupido, Milano coi tram appena ridipinti, giacche da donna con spalline acuminate, titoli di coda che partono su un fermo immagine, Mauro di Francesco? Ecco, qui si respira la stessa identica atmosfera, solo che siamo nel 1990: dai cinque agli otto anni in meno rispetto all’età che gli avrei dato. Siamo nel 1990 e c’è ancora la sfitinzia di turno – fate conto una sorta di Sabrina Salerno in shorts camo – che sfoggia due sopracciglia inumane alla Groucho Marx e sta alle pinzette pelaciglia come Blatter alla moviola in campo. Spero vi siate fatti un’idea del tipo di prodotto. Una merda, dite? Aspettate.
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IL CINEMA POPOLARISSIMO DI BOTTE.
I due comici, e l’atmosfera rilassatamente pedestre del film, sono solo puntelli -per non dire tendine- in un impianto di tutt’altro genere. Nei titoli di testa, subito dopo i nomi di Disi e Francella, compaiono altri due nomi con tanto di sottotitoli:

RANDOLPH MC CLAIN
“La máquina de matar”
e
HECTOR ECHAVARRIA
Campeó
n Mundial de Karate

Avete mai visto voi un film con Jerry Calà E DOLPH LUNDGREN? No! E nemmeno Bud Spencer e Terence Hill erano campioni mondiali di karate o MACCHINE PER UCCIDERE. (Sì, Bud Spencer era campione di nuoto, ma non l’ho mai visto fare sfoggio di pettorali né ammazzare qualcuno a bracciate di crawl. Quindi nulla). Los Extermineitors 2 è una storia di lotte clandestine, muscoli d’acciaio, sparatorie, allenamenti e NINJA. C’è il Dragón (il cattivo del primo film) che vuole vendicarsi di essere finito in prigione ed è UGUALE PRECISO A RIFF RAFF MUSCOLOSISSIMO. C’è il campione mondiale di karate, il buono, che deve sfidarsi in una lotta all’ultimo sangue con McClain, cattivissimo che prende tutti a spintoni come un bullo delle medie anche in conferenza stampa. E il buono si allena con un maestro di karate con la parrucca bianca e le frasi sagge (poverissime, tipo “quando l’onorevole sole si alza sopra la collina”), mentre al cattivo fanno alzare le ruspe e lo pompano alla Ivan Drago. E poi evasioni, sparatorie, gente che cade dalle finestre. E un super incontro finale. Bello, dite? Aspettate.

È uguale a Riff Raff o no?

È uguale a Riff Raff o no?

QUANDO I CINEMA POPOLARISSIMI S’INCONTRANO
L’unica cosa sensata che si possa dire di questo film è che una roba così da noi non c’era. Sì, avevamo i comici pessimi in film di merda. E vi assicuro che voi non sapete a che gradi di inconsistenza possa arrivare la comicità se non avete visto Francella e Disi. Il livello delle gag è che il caffè è bollente e loro fanno le facce. Oppure Francella fa oy oy oy oy; e almeno lui ha la faccia da comico, l’altro sembra mia zia Giuliana (non è un espediente retorico, esiste davvero) e si limita a essere inquadrato e vedere cosa succede.
Tutta questa PENA si inserisce in un contesto di film di botte ugualmente pedestre, banale, scritto in tre minuti e copiato da dovunque, ok, però serissimo, mai parodico, con bombe e ossa rotte e calci volanti e stragi compiute persino dai due comici. È una cosa da nulla, per carità, ma è una cosa che rompe i canoni del genere “film di merda fatto con due lire” dimostrando che il cinema popolare senza pretese fatto per gente senza gusto può gettare nel calderone tutti i rami del suo albero, senza alcuna autorialità ma anzi aumentando esponenzialmente la “popolarità” del tutto. Solo a Bollywood ho visto fare cose simili (anche se molto più radicalmente, e meglio). Ma tant’è.
Giudicate voi se è un bene.

Eh.

Eh.

VHS-quote suggerita:

«Forse non siete ancora pronti per questo genere di cose, ma ai vostri padri piacerà» (Luotto Preminger, i400calci.com)

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ARCA RISSA: OldBoy + Zinda

15/06/2010 | divagazioni | di Luotto Preminger

Quanto dura?
Sui tre minuti. E zitti.

Cosa succede?
Lo sapete tutti cosa succede. È la Scena del Corridoio. Ci sono momenti, nel cinema come nella vita, che non hanno bisogno di precisazioni ulteriori: sono taggati nella coscienza collettiva con una parola sola. Se io dico “La Scena della Doccia”, voi sapete subito di quale film sto parlando. Dio solo sa quante scene di doccia abbiamo visto in VHS con l’avanti a scatti nella nostra vita, eppure c’è un motivo preciso se -- che so -- la scena della doccia di The Specialist di Luis Llosa non è LA Scena della Doccia ma solo “la scena quando in quel film terrificante con Stallone e Sharon Stone ci sono loro che fanno la doccia insieme e si vede benissimo che lei preferirebbe essere nuda inseme a JOSEPH FRITZL piuttosto che insieme a Stallone ed è una delusione cocente se si pensa che io ero andato a vedere il film al cinema nel ‘94 perché GABRIELLA CARLUCCI in un’intervista con Stallone aveva detto che SI VEDEVA TUTTO”. Invece “La Scena della Doccia” scritta in maiuscolo È la doccia per antonomasia. Ed è ovviamente quella di Starship Troopers.
Ma questo discorso dell’antonomasia vale anche nella vita reale. Provate ad esempio a chiedere al mio amico Valerio Rampini, via Paolo Savi 323, 55049 Viareggio (LU) di “Quella Volta del Purgante”, e vediamo se non capisce al volo.
Allo stesso modo, la Scena del Corridoio è la scena del corridoio, non avrei nemmeno dovuto mettere il titolo del film a inizio post, voi dovevate CAPIRE SUBITO di cosa si stava parlando. Altrimenti non avete diritto a stare qui. Andatavene immediatamente, infami. Siete capitati qui cercando “Joseph Fritzl” (o “Valerio Rampini”) con Google, mammalucchi, e la polizia postale è già sulle vostre tracce.

Voglio solo i confetti Crispo

Voglio solo i confetti Crispo

Ma che, davéro?
Non vi sono trucchi nella scena del corridoio perché non vi sono trucchi nelle emozioni senza tempo di cui la vita ci fa dono. Forse che vi erano trucchi quando Lance Armstrong ci avvinceva con le sue vittorie ciclistiche? Forse che vi erano trucchi quando la Corea del Sud ci regalò la gioia indimenticabile di una vittoria agli ottavi di finale nel lontano 2002? No! L’unico effetto digitale di cui v’è traccia in questa scena è il coltello che qualche birbone pianta nella schiena di Oh Dae-su (credo si scriva così) e che in quella schiena rimane per gran parte della scena. Ecco, quello è un coltello digitale. Perché spesso anche nella vita il coltello è digitale. Il resto della scena è una sudatissima, inaspettata, lenta inesorabile secca e terribilmente faticosa a vedersi scazzottata tutti contro uno da manuale.

“Inaspettata”?
Sì! Il cugino di un mio amico, che è un vero nerd, si è comprato il TRIPLO DVD BELGA di OldBoy per avere un making of lunghissimo che non si trova nelle altre edizioni DVD che lui oltretutto aveva già. Pensate che nerd. Ora io non sto molto dietro a queste cose, ho una vita, io, tipo che oggi ho parlato con delle ragazze e vabè, magari ve ne parlo in un altro post, ma cose da matti, davvero. Dicevo, questo cugino di un mio amico mi ha raccontato che a un certo punto nel making of si vede quando girano la scena del corridoio. Tutti gli attori al loro posto, le coreografie limate, i bastoni ben levigati, l’attore carico. Ma doveva essere una scena d’azione normale, anzi frenetica, piena di stacchi, una cosa che Michael Bay avrebbe detto AIUTO I MIEI OCCHI. E poi che succede in questo making of? Succede che si vede Park Chan-wook che sta lì, che temporeggia, che aspetta a dire motore. Sto romanzando un po’ ma il senso è quello. Park Chan-wook medita, nei suoi occhi lo stesso sguardo di Archimede subito dopo essersi seduto nella vasca. E poi dice: Sapete cosa c’è? Invece che alla maniera tradizionale, qui ci si fa un bel piano sequenza. E Choi Min-sik fa una faccia che se avesse avuto una bombetta in testa gli sarebbe schizzata in aria.
La coreografia dei cazzotti era pronta, gli attori hanno solo dovuto eseguirla tutta di fila. Non che sia stato facile: la fatica è tanta, soprattutto dopo due o tre take, e se nel film potete star certi che la stanchezza di Choi dopo tre minuti è proprio autentica, nel making of ci sono le sue nocche arrossate e i lividi sul petto a dare testimonianza aggiuntiva.

Molto interessante.
Grazie.

E senti, questa scena è mai stata rifatta a Bollywood?
Ho capito dove vuoi arrivare. La risposta è sì! Come tutti sapete esiste il remake indiano di OldBoy: si intitola ZINDA e la filmografia del suo regista Sanjay Gupta meriterebbe un post tutto suo. Vi basti sapere che questo simpatico indianino è specializzato nel fare remake uguali uguali di famosi film occidentali (e orientali) senza chiedere i diritti, senza sbattersi un minimo a cambiare le sceneggiature (giusto i nomi propri dei personaggi) e fregandosene se lo querelano. Insomma, il buon Gupta intende la parola remake nel senso filologico del termine, altro che Gus Van Sant; e in questo caso, di fronte a un piano sequenza di quel calibro, non si lascia sfuggire la possibilità di fare il virtuoso pure lui.

Quanto dura il piano sequenza di Zinda?
Tre minuti e mezzo. Sempre un passo avanti agli altri.

Com’è?
Eh, com’è. Diciamo che da una “Scena del Corridoio” per antonomasia si passa a una “scena della stanza tutta blu dove Paolo Bonacelli si attarda a martellare goffamente della gente che tecnicamente non gli stava neanche sbarrando la strada, dato che lui doveva andare a sinistra e loro stavano a destra”. Il tutto girato in un modo che definire “un po’ così” è un eufemismo. Quanto alle coreografie, ci sono gli scagnozzi che non attaccano mai tutti insieme e stanno lì a farsi picchiare in fila per uno, un effetto dilettantesco che la sapienza calcolatissima del film di Park era riuscita non si sa bene come a evitare, o per lo meno a rendere plausibile (in OldBoy chi non attacca lo fa per stanchezza, per paura o per goffaggine. Fateci caso. O almeno così mi ha detto di dirvi il cugino del mio amico).

E il resto di entrambi i film com’è?
OldBoy è il miglior film degli anni zero. Lo dico? L’ho appena detto. Lo ripeto? È il film del decennio appena trascorso. Lo dico io, con seria cognizione di causa, e lo dice il cugino del mio amico, con l’entusiasmo del fanboy. Al massimo posso concedervi che sia il secondo miglior film degli anni zero, preceduto soltanto da OldBoy quando lo rivedi la seconda volta, che è anche più bello.
Zinda, beh, Zinda va visto. Zinda è una palla ridicola pedestre. È la dimostrazione di quanto poco conti lo sceneggiatore rispetto al regista. Qui la storia è uguale, identica, plagio vergogna pupù. Il regista no. Ci sono differenze? Aguzzate la vista.

Chi interpreterebbe l’eventuale remake italiano di OldBoy?
Lo Zinda italiano. Bella domanda. Non ci riesco, un po’ perché non voglio, un po’ perché proprio non posso. Trovare il Choi Min-sik italiano è impossibile. Non ci credete? Cliccate qui sotto:
gogol

Chi potrebbe andare bene? Filippo Timi con dieci anni di più? Ci vuole un professionista dalla presenza scenica giganteggiante, ma il problema è l’età. Bonacelli ha già fatto Zinda con risultati medi. Servillo, anche avesse quindici anni in meno, non sarebbe temibile in una rissa nemmeno dentro un esoscheletro di titanio. Roberto Herlitzka ce lo vedete che si fa scaraventare contro una vetrata? O Giannini? ENNIO FANTASTICHINI? Quelli con la giusta gravitas son tutti troppo vecchi, quelli col fisico credibile troppo giovani.

Fattore U:
UUUUUUUUUU (Park)
UUUUuuuuuu (Gupta)

ARCA RISSA: Breaking News

03/06/2010 | divagazioni | di Luotto Preminger

Quanto dura?
Sei minuti e cinquanta, secondo più secondo meno. Johnnie To non è uno che si lasci scoraggiare del vecchio adagio “Lo sai cosa si dice di chi fa i piani sequenza lunghi”.

Cosa succede?
Il finimondo. O almeno un finimondo minimal-noir alla To: una bella sparatoria di quelle che si scopre che quasi tutti quelli che sembravano stare lì per caso in realtà erano o criminali in borghese o poliziotti in borghese e c’avevano tutti la pistola in tasca e non avevano paura di usarla. Una sparatoria di quel genere, con in più tutto l’antefatto ricco di tensione: confabulaggi, vigili urbani ficcanaso che rischiano di mandare tutto a monte, litigi improvvisati per distogliere l’attenzione, gente che sale e scende le scale, imprevisti, probabilità. E poi, dicevamo, la sparatoria. Anzi, già che ci siamo, ambientiamo il tutto in una di quelle viuzze hongkonghesi un po’ laide, equivalente urbano dei canyon dove gli indiani facevano le imboscate ai cowboy, ma con in più un lanciarazzi. E To in quel canyon urbano ci sguazza con una gru della madonna e ci fa il cazzo che vuole per sei minuti e cinquanta. Spero di aver reso l’idea.

Proprio come nei film

Proprio come nei film

Ma che, davéro?
Davéro sì, cazzo! Ditemi voi se non vi vien voglia di andare da Juan José Campanella, prendere per il bavero lui e tutti i suoi tecnici degli effetti speciali argentini, e dirgli DAVERO SI’, CAZZO! Mica gli stacchetti ben camuffati! Mica le ombre cancellate col Photoshop! Mica il computer! Qui è tutto vero, qui se per sbaglio le luci dei riflettori abbagliano un attore provocando il fastidioso effetto occhi rossi, qui non c’hai manco un freeware di fotoritocco per eliminarlo. Gru, strade, furgoni, case, giornali che svolazzano, pulotti che s’incazzano, vogliamo andare al cinema? VACCI TU, Juan José Campanella, al cinema! Questa è la realtà. Questa è la strada. Questa è la gru. Questo è un piano sequenza di QUELLI VERI.

Ma quindi non c’è proprio niente che non sia perfetto?
Mah, guarda, in realtà io un problemino ce l’ho sempre trovato. Niente di che, eh, una questione estetica che a me ha sempre dato un po’ fastidio, non inficia nulla, però è innegabile. E no, non sto parlando del fatto che la macchina da presa traballi. Conosco gente che fa la bocca storta perché durante questo piano sequenza la macchina da presa traballa. Evabè, grazie al cazzo che traballa, son sei minuti che va su e giù con la gru,  passa da un primissimo piano da dietro una finestra a un totalone da in cima in cima, poi gira dietro le macchine, sgattaiola, spia. Se ti piacciono i piani sequenza dove non traballa nulla, c’è Juan José Campanella con le sue SCENETTE FASULLE. Hmpf. No, il difetto che imputo a questo piano sequenza è il finale: i criminali sparano un razzo dal furgone, la macchina da presa abbozza un piroettone lampo, poi stacco, esplosione, bailamme. Mi è semblato di vedere un film di Paul Greengrass. Insomma dai, l’avessi fatto io, di tirare di lungo per sei minuti e cinquanta con una simile meraviglia, l’avrei fatto finire con un cazzo di SIPARIO -metaforico o anche no- per chiuder tutto con un bel fiocchettino e beccarmi gli applausi. E invece To ostenta massimo controllo e virtuosismo impeccabile, per poi concludere in un modo confuso e imperfetto. Probabilmente ha ragione lui e io sono un esteta del cazzo. Però uffa.

Com’è stato realizzato questo piano sequenza?
Con sangue, sudore, precisione millimetrica, sicurezza di sé, classe assurda e la mamma di tutte le gru.

Perché ce l’hai tanto con Campanella? Non ne avevi parlato male, del suo piano sequenza.
No, infatti, per carità. Ma qui siamo su due campi da gioco completamente diversi. Campanella è i combattimenti di Matrix Reloaded: spettacolari e tutti finti. Wow, bocca aperta, regazzini in delirio che escono e si vanno a sputtanare non so, DUGENTO euro per avere gli occhiali da sole come Keanu Reeves, ma son tutti cavi, green screen e flow-mo a go go. Ottimo, rivoluzionario, tutto quel che volete.
Ma il piano sequenza di Breaking News è Jackie Chan, Yuen Biao e Sammo Hung in Project A. È Tony Jaa che fa la spaccata vera sotto un vero SUV in Ong Bak uno.
E noi chi preferiamo?
Non ho altre domande, vostro onore.

Cercavo "Johnnie To" con Google Immagini, ho trovato questa

Cercavo "Johnnie To" con Google Immagini, ho trovato questa

E il resto del film com’è?
È To al Top della sua padronanza dell’azione. È To che fa vedere a tutti come si può rendere interessante una qualunque storia di Poliziotti contro Criminali con contorno di Critica alla Società dei Media: è facile, basta essere To. Osservate come gestisce la tensione nella parte centrale coi criminali asserragliati in casa di Lam Suet. Osservate come non gliene freghi fondamentalmente nulla dei personaggi e si limiti a essere bravissimo a disporli sulle rampe di scale e a farli sparare a raffica. Breaking News è To senza il cameratismo languido e disperato di quasi tutti i suoi film più famosi, e quel che rimane è maestria tecnica a pacchi (e per pacchi intendo pacchi che se fossero paracadutati da un aereo su un paese di registi bisognosi del terzo mondo, ci sarebbe di che far diventare bravi INTERI VILLAGGI) ma personaggi assolutamente piatti e non interessanti. Ce ne frega? Ce ne frega poco.

Chi ne interpreterebbe un eventuale remake italiano?
Se c’è un capo dei criminali che cammina con la pistola in mano, un po’ fico e un po’ scazzato, un po’ pirata e un po’ signore, allora c’è Santamaria.
Se c’è Lam Suet padre di famiglia sfigato nonché alleggerimento comico tenuto in ostaggio dai criminali, allora c’è un tappeto rosso che dalla soglia di casa di Beppe Battiston corre fino al set. Ce lo vedete, Battiston che prega i banditi di non spaventare i bambini con le pistole, poi fatica a far comprendere la serietà della situazione ai propri figli che non lo rispettano? Io ce lo vedo.
La poliziotta non so, è un personaggio talmente ritagliato con le forbici dal giornalino degli stereotipi e incollato male sulla pellicola, che per me potete metterci chi vi pare. Isabella Ferrari è troppo in su con l’età, ma quanto ad antipatia corrisponde perfettamente al profilo. Per cui non so, se vi viene in mente un’attrice più giovane della Ferrari ma antipatica uguale, fate un fischio. Io personalmente non sprecherei un’Inaudi o una Ragonese per un ruolino così dimenticabile.

"Tame the cunt"

"Tame the cunt"

Fattore U:
UUUUUUUUUu

ARCA RISSA: Terrore in città

23/04/2010 | divagazioni | di Luotto Preminger

In un impeto d’imprevedibilità, oggi ARCA RISSA si dedica a uno dei piani sequenza più inaspettati del mondo, ossia quello che impreziosisce l’inizio di un misconosciuto Chuck Norris annata ‘82, Terrore in città (Silent Rage) di Michael Miller.

Quanto dura?
Dura cinque minuti e venti, compreso il tempo in cui, all’inizio, la macchina da presa resta ferma a inquadrare una finestra per tutta la durata dei titoli di testa.

Cosa succede?
Succede che, dopo aver osservato per un bel po’ la suddetta finestra, scopriamo un tizio a letto. Lo interpreta Brian Libby, una vita a interpretare personaggi senza nome in film insospettabili. Fategli un favore e scorrete la sua filmografia, in cui spicca un “Perimeter Guy” in Eraser che non so voi ma io ci metterei la firma. Inoltre mi sa che è amico di Frank Darabont. Ma sto divagando. Allora, c’è Libby a letto. Si è appena svegliato e già ha l’aria di non stare benissimo: suda tutto, ha la faccia di uno a cui nell’82 abbiano detto “Tu devi fare LA FACCIA DEL MATTO”. Così si alza e barcolla tutto teso. Cammina male. Si vede che ha qualcosa che non va; e questo qualcosa è -oltre a una salute mentale quantomeno labile, come vedremo- una situazione familiare che non gl’invidiamo: in casa ha una bruttina che recita di merda e tre-quattro figlioli che urlano e corrono in continuazione. È il disagio suburbano. Lui scende le scale, telefona al dottore dicendo che sta male e non ce la fa più, evita pargoli urlanti, rolla e beccheggia per la casa. Esce in giardino, giocherella con un’accetta. Torna in casa brandendo la medesima, strabuzza un po’ gli occhi, si appresta alla strage.

Forse vi ricorderete di me come il PERIMETER GUY

Forse vi ricorderete di me come il PERIMETER GUY

E poi?
E poi niente, perché il piano sequenza si interrompe nel momento stesso in cui lui corre per avventarsi contro la donnaccia urlante, la quale ha già capito quale uso verrà fatto dell’accetta. Di lì in poi il montaggio si fa convenzionalmente più serrato, e noi di ARCA RISSA non nascondiamo una certa delusione.

Delusione?
Sì, delusione. Capiamoci, è un action con più d’una venatura slasher del 1982, e c’è Chuck Norris che fa il sergente che lotta contro l’assassino folle. L’ultima cosa al mondo che mi sarei immaginato in un film del genere è che iniziasse con un’inquadratura lunga più d’un minuto. Quando ho visto che la macchina da presa scendeva le scale assieme al matto ho iniziato a pensare ODDIO Michael Miller ha le ambizioni -- sono in presenza di un gioiello -- Michael Miller l’ho riscoperto io -- voglio che tutti lo sappiano. Poi si è messo persino a fare i giochetti di fino, con Libby che esce in giardino e noi che restiamo a vederlo da dentro casa, attraverso il vano della finestra, e moglie e bambini in primo piano che rompono il cazzo. Io ero già lì che telefonavo a CIAK per dire fermate le rotative c’ho qui il Paul Thomas Anderson degli anni ottanta e non se n’era ancora accorto nessuno, e Libby torna in casa con l’accetta in mano, e io con tutta un’eccitazione addosso che non vi dico, e poi? E poi mi stacchi così alla menefrego, solo per riprecipitare in un fiacchissimo Shining dei minorati con la stronza che sta QUATTRO minuti a urlare immobile in attesa che lui sfondi la porta e l’affetti? Se non è delusione questa, Michael Miller.
Ora.
Ci sono due spiegazioni possibili per giustificare la fine repentina di questo piano sequenza (che, interrompendosi a metà dell’azione, a rigor di logica non è nemmeno un piano sequenza ma semplicemente un’inquadratura molto lunga).
La prima è che effettivamente Miller abbia volontariamente cacato lì il suo bel piano sequenza dicendo OK basta, ho fatto abbastanza l’auteur per oggi, stop, apritemi una birra.
La seconda è che lo stacco risponda a una precisa scelta stilistica: coso inizia ad ammazzare, quindi inizia l’azione, quindi serve un montaggio più serrato. Il “piano sequenza” serviva a creare la tensione che a questo punto dovrebbe deflagrare.
Peccato che (a) l’interruzione pedestre del piano sequenza e (b) la scena immediatamente successiva in cui un tizio al piano di sopra tenta di sopraffare l’assassino lanciandogli una seggiola, NON giochino a favore del deflagrare della tensione. Quando mi ha risposto la centralinista di CIAK ho detto ah, niente, scusi, cercavo il kebabbaro.

Le Chuck Norris

Le Chuck Norris

E il resto del film com’è?
Fate conto che l’inizio, compresi i colpi d’ascia e le seggiolate, è il picco dell’opera. Dopo, quando l’assassino viene ucciso e riportato in vita grazie alla cura miracolosa di un dottore pazzo, si va avanti con una specie di Frankenstein contro Chuck Norris ma senza NESSUNA delle cose che vi sono venute in mente appena avete letto “Frankenstein contro Chuck Norris”. Non tutto da buttare, ma per intendersi: è un film con Norris e c’è una rissa sola. Miller ha chiaramente ogni intenzione di fare uno slasher secondo la moda dei tempi, e tutto quel che ne rimane dopo quasi trent’anni è un guardabile, strambo unicum nella filmografia di don Chuck.

Chi lo avrebbe interpretato se fossimo stati in Italia?
Al posto di Brian Libby è già stato scritturato Favino, di default. Al posto di Chuck Norris ci sono due opzioni: la prima è Chuck Norris. La seconda è (oh, non voglio responsabilità: mi sto mettendo nei panni dei direttori del casting italiani) PASOTTI, perché ha studiato le arti marziali in Cina. Favino vs Pasotti, lo showdown. Le conseguenze sono insondabili: un sito di GIORGIO PASOTTI FACTS? Un remake di Dopo mezzanotte con Norris che fa il timido cinefilo?

Ridereste anche voi se aveste la dama con una gamba sola

Ridereste anche voi se aveste la dama con una gamba sola

Fattore U:
UUUUUUuuuu
Gli do la sufficienza giusto perché si è impegnato oltre il richiesto. Ma questo è un classico caso di piano sequenza che ha fatto trenta e poi s’è imbarazzato.
E se siete stati così bravi da arrivare fino qui, meritate di gustarvi la sequenza in questione (e tutto il film, volendo):

ARCA RISSA: El secreto de sus ojos

13/04/2010 | divagazioni | di Luotto Preminger

Allora, l’idea di ARCA RISSA è questa: a cadenza irregolare vi racconteremo tutto quel che c’è da sapere sui più bei piani sequenza del cinema d’azione. Alla faccia di chi ci dice ignoranti.
Cos’è un piano sequenza lo sapete, no? Dimmelo tu, Wikipedia. “È una tecnica cinematografica che consiste nella modulazione di una sequenza (un segmento narrativo autonomo) attraverso una sola inquadratura, generalmente piuttosto lunga”. Grazie, Wikipedia, puoi sederti.
A cosa serve il piano sequenza? Ogni tanto ha una precisa funzione espressiva, ma il più delle volte -specie quando si parla di action- sta lì solo perché il regista ha detto “Ah sì, eh? Allora guarda QUA”. Girare un piano sequenza è difficile e dispendioso, virtuosistico e sborone. Per questo ci piace.
Chi fa i piani sequenza? Non vogliamo citare troppi esempi per non spoilerarvi le puntate successive, però possiamo citare alcuni registi che hanno fatto piani sequenza famosi e di cui SICURAMENTE non sentirete più parlare sui 400 calci: Tarr, Jancsó, Antonioni, Angelopulos, Tarkovskji, Godard, Hitchcock, Kalatozov. Che buffi nomi, eh? Pensate: è gente che manco sa chi sia Marko Zaror.
Noi ci occuperemo solo di piani sequenza divertenti e rocamboleschi con un altissimo Fattore U. Cos’è il Fattore U? È il coefficiente di meraviglia (”Uuuuuh!”) determinato dalla visione del piano sequenza stesso.

Oggi parliamo del piano sequenza del film argentino El secreto de sus ojos di Juan José Campanella, fresco vincitore dell’Oscar come miglior film straniero.

Quanto dura?
Dura cinque minuti buoni.
Cosa succede?

Succede questo: ci sono due uomini di legge, interpretati da Ricardo Darín e Guillermo Francella, che devono trovare un sospettato. Di costui si sa solo che è tifoso del Racing, per cui i due pensano bene di andarlo a cercare allo stadio, in mezzo a cinquantamila argentini esagitati durante una partita importante. Ergo: si comincia con un campo lunghissimo dello Huracán dall’elicottero. La macchina da presa si avvicina allo stadio, ci entra dentro, plana sul campo proprio mentre un giocatore sta prendendo una traversa clamorosa, prosegue avvicinandosi agli spalti, inquadra il pubblico dall’alto e, miracolo!, adesso si immerge tra la folla (senza stacchi, badate bene), raggiunge i protagonisti, si muove con loro nel mare di tifosi. Dopo un po’ di gomitate a destra e a manca i nostri eroi riescono a trovare il sospettato, lo inseguono uscendo dalle gradinate e correndo per i corridoi sottostanti, ne combinano di cotte e di crude tipo scazzottate nei cessi e urla e gente che scappa di qua e di là, e ancora non ci sono stacchi, poi l’inseguito si cala da un muro, e la macchina da presa sempre dietro, non lo molla un istante e anzi continua a tallonare il fuggitivo finché questo dà uno spintone a uno, entra in campo, viene fischiato dalle cinquantamila persone di cui sopra, viene falciato da un giocatore, viene catapultato a terra. L’inquadratura stringe sul volto del tizio steso sull’erba del campo mentre gli piantano un manganello nella guancia: preso, stronzo. Dissolvenza.

Ricardo Darìn in INLAND EMPIRE

Ricardo Darìn in INLAND EMPIRE

Ma che, davéro?
Ecco, no. Continua a leggere »

Chaw: brutta storia questa storia

04/03/2010 | recensioni | di Luotto Preminger

Prima di iniziare a leggere, per favore, clicca qui. Troverai un video. Premi play. Inizierà una canzone. Bene. Ora procedi nella lettura dell’articolo tenendo quella canzone come sottofondo. Ti aiuterà a entrare nel mood giusto, e alla fine vedrai che tutto avrà un senso. OK? Cominciamo.

Tu sei Shin Jeong-won, il regista di Chaw. Sei un vero mattacchione. Ti sei conquistato la reputazione di simpa a suon di scorregge e casa sempre libera. Non hai avuto un’infanzia difficile. Tuo padre era il tipo che, pur nato e vissuto in Corea, ha imparato l’italiano apposta per potersi abbonare a Libero e capirlo. Tu invece no. Tu eri alternativo e indipendente. Eri una sagoma. Leggevi i libri. Quando hai smesso di accenderti le loffe hai cominciato a bazzicare il parco Tapgol con gli amici: loro suonavano i bonghi, tu prillavi il diablo. Avevi l’animo artista, alle feste mettevi la musica per ballare. Suonavi il basso in una cover band. Suonavate anche Bomba Boomerang. Eri, e sei tuttora, quel tipo di persona che trova tosta e divertente Bomba Boomerang. Ovviamente, finito il liceo, ti sei iscritto alla scuola di cinema. Papà ti pagava la retta e tu guardavi un sacco di film, o almeno dicevi di farlo, e ti piacevano tutti quelli sbagliati. Quando ti piacevano i film giusti, era per i motivi sbagliati (Oldboy: “Figata! Tarantino a palla!”). Perché sei un po’ un coglione, Shin Jeong-won. Se non era per tuo padre adesso saresti dov’è giusto che tu sia, a lavorare. E invece no. Hai studiato il cinema. Magari c’avevi pure il maglione a collo alto, per fare l’europeo. Chissà quante ragazzine del primo anno ti sei bombato, caro il mio Marco Cocci di Seoul delle mie palle. Te lo dico io quante: nessuna.
Poi un giorno hai visto The Host. Cioè, raga, che fissa. Sto in fissa con The Host, dicevi. Ti sei fatto i capelli spettinati come Bong. Volevi essere come Bong. Volevi aver avuto tu l’idea di The Host. E allora hai chiesto un altro aiutino a papà. Per fare il tuo The Host. Per fare un film vero. Dai, pa’. E lui, sventurato, ha sborsato per l’ennesima volta. Ma ha sborsato un po’ pochino, per un action. Papà, checcazzo, voglio fare l’action. Tutti i miei amici hanno fatto l’action. E io, che sono il più simpa di tutti, non posso fare l’action? Vedrai che anch’io faccio un film come The Host e mi invitano al festival di Can. Ci metto anche una citazione de Lo Squalo! Ma stavolta il pa’ è stato inflessibile: fatteli bastare questi danari, Jeong-won. Tu sei la mia vergogna e il mio disonore.

Il The Host dei suini. The Hogst.

Il The Host dei suini. The Hogst.

Ed eccoti qui, nel 2009, con due lire di budget e un modello, The Host, che ti è piaciuto per tutti i motivi sbagliati: perché è un action figo ma è anche comico, dicevi, e noi coreani il mix di generi ce l’abbiamo nel sangue, e mi basta alternare una scena truculenta a una comica per far vedere a tutti quanto cazzo sono coreano, e simpaticone, e il mix di generi, il mix di generi, il mix di generi, papà, il mix di generi. Ed eccoti qui, con un CINGHIALE. Sì, perché Chaw è il film del cinghiale enorme e assassino. Che ridere, il cinghiale! È un’idea che è venuta in mente al tuo batterista in sala prove, e voi tutti giù a ghignare. Il cinghiale assassino. Figata. Non ci aveva mai pensato nessuno. Ora vedrai che tutti i blogger ci faranno il tormentone, il film del cinghiale, il film del cinghialone!

Bong Joon-ho non voleva proprio mollare quello script.

Bong Joon-ho non voleva proprio mollare quello script.

Ecco, Jeong-won, capiamoci: numero uno, tu di The Host non hai capito un cazzo. Numero due, tu non saresti capace di scrivere una sceneggiatura come quella di The Host per salvarti la vita. Numero tre, e più importante: ti concedo che a forza di buffonate, di gente che casca, di gente che piscia e di gente che fa le facce da imbecille come se fossero piovuti Bagaglini su tutta la penisola, ogni tanto qualche gag buffa l’azzecchi. Il tuo è infatti un B-movie farsesco e grossolano che si trincera dietro la scusa del non prendersi sul serio. OK. Concesso. Ma l’azione, dio mio. L’horror, dio mio. Come non ne sei capace, Jeong-won! Di scriverlo e financo di girarlo! Sono sicuro che te ne sei accorto anche tu, quando hai visto su grande schermo quei rallenti che hai voluto ficcarci. E quel montaggio! Parliamone. Quel montaggio fatto apposta per troncare tutta l’azione nel momento sbagliato staccando sempre sul soggetto sbagliato, sempre. D’accordo che non hai budget, d’accordo che il cinghiale te l’hanno dovuto fare col PAINT e non potevi permettere che stesse troppo in campo. Ma ti pare che vada bene un film sul cinghiale assassino in cui il cinghiale assassino non si vede mai, o si vede solo di notte, o si vede di sbieco, o appena appena sembra che si stia per vedere tu stacchi e inquadri qualcos’altro? Transformers 2 in confronto è Tarda Primavera, te ne rendi conto, Jeong-won? Sei pedestre, ecco cosa sei, e pure noioso, e quando si è pedestri e noiosi non c’è scusa del B-movie che tenga. Era veramente ora che qualcuno te lo dicesse.
Sì, vabbè, si ridacchia, c’hai le ideine, i personaggini buffi, la mamma matta, la fichetta che mangia il verme, due sorpresine, Jeong-wo’: ho capito. Basta.

Il cast al suo meglio. Sul serio.

Il cast al suo meglio. Sul serio.

Chaw è un po’ come Bomba Boomerang. Sulle prime può sembrare una cacatella simpatica, se hai un po’ di gusto del trucido. Ma poi senti che il finale fa così:
Bomba bimba bimba bomba bomba boomeranga
Boomeranga boomera ranga ranga bomba
Ringa ranga boomeranga bimba bumba romba.

E noi siam mica qui a farci prendere per il culo.

DVD quote suggerita:

Bomba bimba boomeranga bomba boomeranga!
(Luotto Preminger, i400calci.com)

>> IMDb | Trailer

Mettiamo il “NANO” in “film noN pArticolarmeNte riuscitO”

19/02/2010 | nanosservatorio, recensioni | di Luotto Preminger

Dico io: quando hai in tasca il miglior soggetto mai concepito da che è stato inventato il cinematografo, quando ce l’hai pronto in saccoccia, dico io!, è veramente, veramente difficile non tirarne fuori il miglior film mai fatto, o almeno -toh- uno dei migliori tre. E Ron Carlson (regia) e Kevin Andounian (sceneggiatura) ce l’avevano. Avevano avuto la madre di tutte le idee, una di quelle trovate semplici e assolute che ti travolgono di fibrillazione prima ancora che tu riesca a dire “come mai nessuno ci aveva pensato primaaaaah”. Un po’ tipo la melodia di Yesterday. Solo che al posto di McCartney c’è questo: un nano miliardario che muore e lascia i suoi milioni di eredità da spartire tra i vincitori di una gara tra due squadre -una composta da cinque nani, l’altra da cinque mascotte. Non è un caso che il film si intitoli proprio così: MIDGETS VS MASCOTS. Uomini in costumi stupidi e ingombranti contro gente nana. Cinque nani. Contro cinque mascotte. Per denaro. Non vi basta? Uno dei nani è praticamente il mini-me hillbilly di Matthew McConaughey. Non vi basta? Ah ah. Mi ero tenuto il meglio in serbo: uno dei nani è Gary Coleman. Nel ruolo di sé stesso. Gary Coleman che ammette di vergognarsi della sua carriera. Gary Coleman malvisto dagli altri nani perché non abbastanza nano. Ne volete ancora? Gary Coleman che si fa scorreggiare in faccia per tre volte da un uomo vestito da alligatore. Nani con le braccia corte.

Era impossibile sbagliare un film così.

Era impossibile sbagliare un film così.

Sì, perché le gare in cui si devono cimentare le due squadre (TRENTA gare, non una, no, TRENTA) sono tutte cose mentecatte e/o super redneck tipo il rodeo, catturare il maialino, bere il latte a garganella e “vince il primo che si becca un pugno in faccia insultando la gente a caso”. Nani che si beccano pugni in faccia per soldi. Un ciccione vestito da spartano di gommapiuma che usa una macchina spara-T-shirt per sparare una T-shirt a tradimento a Gary Coleman, rovesciandolo per terra. Finisce a botte sempre. Nani che si rovesciano. Io volevo davvero che questo mio post fosse composto solo da brevi frasi descrittive di cose che succedono nel corso del film. Continua a leggere »