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Chaw: brutta storia questa storia

04/03/2010 | recensioni | di Luotto Preminger

Prima di iniziare a leggere, per favore, clicca qui. Troverai un video. Premi play. Inizierà una canzone. Bene. Ora procedi nella lettura dell’articolo tenendo quella canzone come sottofondo. Ti aiuterà a entrare nel mood giusto, e alla fine vedrai che tutto avrà un senso. OK? Cominciamo.

Tu sei Shin Jeong-won, il regista di Chaw. Sei un vero mattacchione. Ti sei conquistato la reputazione di simpa a suon di scorregge e casa sempre libera. Non hai avuto un’infanzia difficile. Tuo padre era il tipo che, pur nato e vissuto in Corea, ha imparato l’italiano apposta per potersi abbonare a Libero e capirlo. Tu invece no. Tu eri alternativo e indipendente. Eri una sagoma. Leggevi i libri. Quando hai smesso di accenderti le loffe hai cominciato a bazzicare il parco Tapgol con gli amici: loro suonavano i bonghi, tu prillavi il diablo. Avevi l’animo artista, alle feste mettevi la musica per ballare. Suonavi il basso in una cover band. Suonavate anche Bomba Boomerang. Eri, e sei tuttora, quel tipo di persona che trova tosta e divertente Bomba Boomerang. Ovviamente, finito il liceo, ti sei iscritto alla scuola di cinema. Papà ti pagava la retta e tu guardavi un sacco di film, o almeno dicevi di farlo, e ti piacevano tutti quelli sbagliati. Quando ti piacevano i film giusti, era per i motivi sbagliati (Oldboy: “Figata! Tarantino a palla!”). Perché sei un po’ un coglione, Shin Jeong-won. Se non era per tuo padre adesso saresti dov’è giusto che tu sia, a lavorare. E invece no. Hai studiato il cinema. Magari c’avevi pure il maglione a collo alto, per fare l’europeo. Chissà quante ragazzine del primo anno ti sei bombato, caro il mio Marco Cocci di Seoul delle mie palle. Te lo dico io quante: nessuna.
Poi un giorno hai visto The Host. Cioè, raga, che fissa. Sto in fissa con The Host, dicevi. Ti sei fatto i capelli spettinati come Bong. Volevi essere come Bong. Volevi aver avuto tu l’idea di The Host. E allora hai chiesto un altro aiutino a papà. Per fare il tuo The Host. Per fare un film vero. Dai, pa’. E lui, sventurato, ha sborsato per l’ennesima volta. Ma ha sborsato un po’ pochino, per un action. Papà, checcazzo, voglio fare l’action. Tutti i miei amici hanno fatto l’action. E io, che sono il più simpa di tutti, non posso fare l’action? Vedrai che anch’io faccio un film come The Host e mi invitano al festival di Can. Ci metto anche una citazione de Lo Squalo! Ma stavolta il pa’ è stato inflessibile: fatteli bastare questi danari, Jeong-won. Tu sei la mia vergogna e il mio disonore.

Il The Host dei suini. The Hogst.

Il The Host dei suini. The Hogst.

Ed eccoti qui, nel 2009, con due lire di budget e un modello, The Host, che ti è piaciuto per tutti i motivi sbagliati: perché è un action figo ma è anche comico, dicevi, e noi coreani il mix di generi ce l’abbiamo nel sangue, e mi basta alternare una scena truculenta a una comica per far vedere a tutti quanto cazzo sono coreano, e simpaticone, e il mix di generi, il mix di generi, il mix di generi, papà, il mix di generi. Ed eccoti qui, con un CINGHIALE. Sì, perché Chaw è il film del cinghiale enorme e assassino. Che ridere, il cinghiale! È un’idea che è venuta in mente al tuo batterista in sala prove, e voi tutti giù a ghignare. Il cinghiale assassino. Figata. Non ci aveva mai pensato nessuno. Ora vedrai che tutti i blogger ci faranno il tormentone, il film del cinghiale, il film del cinghialone!

Bong Joon-ho non voleva proprio mollare quello script.

Bong Joon-ho non voleva proprio mollare quello script.

Ecco, Jeong-won, capiamoci: numero uno, tu di The Host non hai capito un cazzo. Numero due, tu non saresti capace di scrivere una sceneggiatura come quella di The Host per salvarti la vita. Numero tre, e più importante: ti concedo che a forza di buffonate, di gente che casca, di gente che piscia e di gente che fa le facce da imbecille come se fossero piovuti Bagaglini su tutta la penisola, ogni tanto qualche gag buffa l’azzecchi. Il tuo è infatti un B-movie farsesco e grossolano che si trincera dietro la scusa del non prendersi sul serio. OK. Concesso. Ma l’azione, dio mio. L’horror, dio mio. Come non ne sei capace, Jeong-won! Di scriverlo e financo di girarlo! Sono sicuro che te ne sei accorto anche tu, quando hai visto su grande schermo quei rallenti che hai voluto ficcarci. E quel montaggio! Parliamone. Quel montaggio fatto apposta per troncare tutta l’azione nel momento sbagliato staccando sempre sul soggetto sbagliato, sempre. D’accordo che non hai budget, d’accordo che il cinghiale te l’hanno dovuto fare col PAINT e non potevi permettere che stesse troppo in campo. Ma ti pare che vada bene un film sul cinghiale assassino in cui il cinghiale assassino non si vede mai, o si vede solo di notte, o si vede di sbieco, o appena appena sembra che si stia per vedere tu stacchi e inquadri qualcos’altro? Transformers 2 in confronto è Tarda Primavera, te ne rendi conto, Jeong-won? Sei pedestre, ecco cosa sei, e pure noioso, e quando si è pedestri e noiosi non c’è scusa del B-movie che tenga. Era veramente ora che qualcuno te lo dicesse.
Sì, vabbè, si ridacchia, c’hai le ideine, i personaggini buffi, la mamma matta, la fichetta che mangia il verme, due sorpresine, Jeong-wo’: ho capito. Basta.

Il cast al suo meglio. Sul serio.

Il cast al suo meglio. Sul serio.

Chaw è un po’ come Bomba Boomerang. Sulle prime può sembrare una cacatella simpatica, se hai un po’ di gusto del trucido. Ma poi senti che il finale fa così:
Bomba bimba bimba bomba bomba boomeranga
Boomeranga boomera ranga ranga bomba
Ringa ranga boomeranga bimba bumba romba.

E noi siam mica qui a farci prendere per il culo.

DVD quote suggerita:

Bomba bimba boomeranga bomba boomeranga!
(Luotto Preminger, i400calci.com)

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Mettiamo il “NANO” in “film noN pArticolarmeNte riuscitO”

19/02/2010 | nanosservatorio, recensioni | di Luotto Preminger

Dico io: quando hai in tasca il miglior soggetto mai concepito da che è stato inventato il cinematografo, quando ce l’hai pronto in saccoccia, dico io!, è veramente, veramente difficile non tirarne fuori il miglior film mai fatto, o almeno -toh- uno dei migliori tre. E Ron Carlson (regia) e Kevin Andounian (sceneggiatura) ce l’avevano. Avevano avuto la madre di tutte le idee, una di quelle trovate semplici e assolute che ti travolgono di fibrillazione prima ancora che tu riesca a dire “come mai nessuno ci aveva pensato primaaaaah”. Un po’ tipo la melodia di Yesterday. Solo che al posto di McCartney c’è questo: un nano miliardario che muore e lascia i suoi milioni di eredità da spartire tra i vincitori di una gara tra due squadre -una composta da cinque nani, l’altra da cinque mascotte. Non è un caso che il film si intitoli proprio così: MIDGETS VS MASCOTS. Uomini in costumi stupidi e ingombranti contro gente nana. Cinque nani. Contro cinque mascotte. Per denaro. Non vi basta? Uno dei nani è praticamente il mini-me hillbilly di Matthew McConaughey. Non vi basta? Ah ah. Mi ero tenuto il meglio in serbo: uno dei nani è Gary Coleman. Nel ruolo di sé stesso. Gary Coleman che ammette di vergognarsi della sua carriera. Gary Coleman malvisto dagli altri nani perché non abbastanza nano. Ne volete ancora? Gary Coleman che si fa scorreggiare in faccia per tre volte da un uomo vestito da alligatore. Nani con le braccia corte.

Era impossibile sbagliare un film così.

Era impossibile sbagliare un film così.

Sì, perché le gare in cui si devono cimentare le due squadre (TRENTA gare, non una, no, TRENTA) sono tutte cose mentecatte e/o super redneck tipo il rodeo, catturare il maialino, bere il latte a garganella e “vince il primo che si becca un pugno in faccia insultando la gente a caso”. Nani che si beccano pugni in faccia per soldi. Un ciccione vestito da spartano di gommapiuma che usa una macchina spara-T-shirt per sparare una T-shirt a tradimento a Gary Coleman, rovesciandolo per terra. Finisce a botte sempre. Nani che si rovesciano. Io volevo davvero che questo mio post fosse composto solo da brevi frasi descrittive di cose che succedono nel corso del film. Continua a leggere »

Road to Sylvester 2010: -1

19/01/2010 | divagazioni | di Luotto Preminger

Sylvester 2010Vota anche tu i Premi Sylvester 2010!

La chanson du garçon ancien

11/01/2010 | recensioni | di Luotto Preminger

Johnnie To è un tipo laconico.
- Come ti chiami?
- To.
- Come si chiama il tuo film?
- Vengeance.
- Di cosa parla?
- Vengeance.
- Altro da aggiungere?
- No.
Ok, è un altro film orientale sulla vendetta. Sì, è un canovaccio rivisto e ricucinato. Certo, è dura dire qualcosa di nuovo, soprattutto dopo quella trilogia là. Ma gliene frega qualcosa a To?
- No.
Tanto i film di To sono come i film di Prachya Pinkaew: pretesti. Ti hanno rubato il Budda, ti hanno rubato l’elefante, ti hanno rubato la mamma, chi se ne frega, mi fido, mi basta sapere che sei incazzato: inizia a seminare morte e gomitate.
Stessa cosa con To: avete perso la pistola, dovete tradire un boss, vi hanno sterminato la famiglia? Ok, siete disillusi e rassegnati e nichilisti, mi fido. Basta che vi disponiate millimetricamente nell’inquadratura e cominciate a spararvi in un vicolo illuminato a sprazzi dall’alto. Basta che Anthony Wong si tenga su gli occhiali scuri mentre rosola la rosticciana sul barbecue in un momento di cameratesca quiete prima della tempesta. Basta che appaiano Lam Suet e il suo neo peloso.
E così Vengeance. Con in più uno dei massimi esponenti europei di has-been granitico con gli occhi di ghiaccio, Johnny Hallyday. Il cui personaggio si chiama Francis Costello. Wink wink, nudge nudge. Say no more.

Ma superbaguette

Ma superbaguette

Nella prima metà del film, tutto come da immacolato copione: sicari ammazzano famiglia di Hallyday, compresi nipotini; Hallyday assolda laconici killer per vendicarsi; laconici killer diventano amici di Hallyday; tutti si dispongono geometricamente nello spazio filmico; enter the barbecue.
E fin qui, lo sapevamo.
Poi arriva la seconda metà del film, con il 50% in più di tentativi di pompare disillusione e nichilismo restando super laconici. Si vede che fino a quel momento era tutto un po’ troppo -come dire- troppo Man On Fire: non un dilemma, non un ripensamento, non una riflessioncina sull’inutilità della vendetta. Al che To rimedia a modo suo: ci va giù svergognato di Memento, con Hallyday che c’ha qualche problema di memoria e allora dice PICS OR IT DIDN’T HAPPEN e non voglio stare a spoilerare ma insomma, dai, è un film di To, quante probabilità ci sono che sopravvivano tutti col cuore ebbro di gioia per l’alto significato delle azioni che hanno compiuto? Appunto.

Celo, celo, doppio

Celo, celo, doppio

- È all’altezza dei migliori To?
- No.
Io a To rimprovero una cosa: che spesso si accontenta del suo talento visivo e del suo canone consolidato, e si mette a riposare sugli allori. Spesso il Johnnie si concentra solo sulla forma, lascia appiattire i personaggi e pensa che basti farli morire senza un gemito dopo una bella tavolata di carbonara per fare il nichilismo tragico e intenso presso un rovente muro denso. Ecco, a volte il trucco effettivamente funziona, e To fa faville. Altre volte To ci ha pure l’ispirazione sincera, ed ecco il capolavoro. Altre volte ancora, la forma è talmente smagliante che te ne freghi dei personaggi e sei contento uguale. Ma in certi casi, come qui, c’è semplicemente un To col pilota automatico. Che è un pilota automatico mica come Otto dell’Aereo più pazzo del mondo, eh, per carità, no: è un pilota automatico che se ce l’avevamo noi in Italia gli facevamo fare il capo squadriglia nelle frecce tricolori. Però si sa che anche il capo squadriglia delle frecce tricolori saprà anche fare tutte le pirulette che volete ma resta comunque un militare che esegue schemi difficilissimi imparati a memoria senza metterci il cuore. E poi magari succede come a Ramstein che scoppia tutto e gli aerei precipitano sulla folla e muore la gente e vien su un’inchiesta e tanto siamo in Italia e guarda caso la colpa non è mai di nessuno. Che poi lo sapevate voi che due dei piloti morti a Ramstein erano alla guida di due caccia militari che volavano sul Tirreno meridionale la sera di Ustica? Sarà un caso? Eh? Mi è un po’ scappata di mano la similitudine.

Il wallpaper di Galeazzo Ciano

Il wallpaper di Galeazzo Ciano

Dicevo: maniera sopraffina, ma sempre un po’ maniera.
Certo che se la bellezza di un film si misurasse in base a quante volte un’inquadratura ti fa dire “bèèèèllo” a voce alta mentre guardi il film da solo di notte, allora questo film avrebbe un coefficiente uno, e tutti gli altri film del mondo, che io ricordi, zero.

DVD quote suggerita:

“Nì” (Luotto Preminger, i400calci.com)

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Anni Zero: Knee Be She Be Peck Pojie Da

14/12/2009 | divagazioni | di Luotto Preminger

Ovvero:
Il doppio calcio volante goffo nel cinema di Bong Joon-ho come scusa per parlare di dieci anni di cinema orientale.

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Quando inizia il 2010?

Quasi tutto come nel 1999: il nuovo decennio non è ancora cominciato che già arriva qualcuno a dire “eh ma in realtà il VERO nuovo decennio inizierà nel 2011″. Grazie mille, care Margherite Hack delle mie palle. Spero che vi siate divertite molto a capodanno del 2001, quando eravate le uniche a festeggiare il VERO nuovo millennio. Shibbal. A capodanno del 2001 io non sono nemmeno riuscito a ubriacarmi. Comunque.

Bong Joon-ho ha diretto, per ora, quattro film e un corto, imprimendo un segno indelebile sugli anni zero e marchiando a fuoco il cinema coreano -e per estensione quello orientale, dato che laggiù si somigliano tutti. Se la Corea del Sud è finita in cima alle classifiche dei geek di tutto il mondo in questi ultimi dieci anni, quello di Bong è uno dei primi tre nomi a cui mi viene di attribuire il merito. L’altro è ovviamente Park Chan-wook (*_*) e il terzo è Kim Ki-duk, del quale dobbiamo ahimè parlare al passato giacché quattro-cinque anni fa è morto ed è stato rimpiazzato dal gemello motuleso. Ma basta coi bignami e dedichiamoci ai CONTENUTI.

INGREDIENTI:
Prenderò in esame i tre maggiori film di Bong Joon-ho, ossia:
- Memories of Murder (2003)
- The Host (il mostro grosso, 2006)
- Mother (quello che voi non avete ancora visto, 2009).
Lascio intenzionalmente fuori il suo corto inserito nel film a più mani Tokyo! (2008), perché ho deciso che non vale, e Barking Dogs Never Bite (2000), sia perché non ho avuto voglia di rivederlo, sia perché stando alle varie Margherite Hack delle mie palle non è un film degli anni zero.

MODALITA’ DI PREPARAZIONE:
Analizzerò i tre film in questione e noterò che in ciascuno di essi v’è una breve scena in cui un personaggio esegue un goffo doppio calcio volante (tipo un salto a piedi uniti in orizzontale, volto a colpire con media forza la vittima designata). Dichiarerò poi che questa è una coincidenza troppo grossa per essere ritenuta casuale, e trarrò quindi delle dotte conclusioni.

DOTTE CONCLUSIONI:
Svilupperò due diverse ipotesi per spiegare il misterioso ricorrere del doppio calcio volante goffo:
(1): esso è una sottile metafora o rispecchiamento della parabola del cinema orientale nel corso degli anni zero. Oppure
(2): Bong trova buffo vedere la gente che salta a piedi uniti in orizzontale.

Pronti? Cominciamo. Continua a leggere »

You and Woo’s army

03/11/2009 | recensioni | di Luotto Preminger

In un grigio palazzone di cemento nel bel mezzo della grande Cina, tra vaste sale tappezzate di ritratti di Mao, vive la Commissione del Cinema Cinese. Essa si compone di cinque o sei alti dirigenti del partito ai quali, ogni giorno, vengono recapitati CONTAINER pieni di DANARO. Tonnellate di danaro, cassettate su cassettate di banconote guadagnate dal popolo e stanziate per il divertimento del popolo. Questo è il danaro destinato a produrre i film cinesi più enormi.
Non appena hanno accatastato una somma di danaro sufficientemente inverosimile, i cinque o sei alti dirigenti della Commissione del Cinema Cinese chiamano uno dei loro registi famosissimi, gli chioccano in braccio gli euri, e gli dicono “Ora facci un film enorme. Ti diamo tutte le comparse che vuoi, basta che sia un filmacchione in costume. Vogliamo masnade di gente in sala. Vogliamo gli euri”. È così che sono stati realizzati i tre polpettoni arcobaleno di Zhang Yimou, quella roba di Chen Kaige che non ha visto nessuno con la tipa che volava, e Seven “sparaflesciato” Swords di Tsui Hark (l’ho soprannominato “sparaflesciato” perché me ne sono dimenticato subito dopo averlo visto). Comunque. Tutti ’sti film si sono superati a vicenda in termini di budget: ognuno era di svariati miliardi di euri più costoso del precedente, ognuno ha celebrato l’antica Cina in maniera più fastosa e pacchiana del precedente, ognuno ha incassato gli euri, e gli alti dirigenti sono stati soddisfatti.
Ma non abbastanza.

Alzi la mano chi ha la riga in mezzo

Alzi la mano chi ha la riga in mezzo

Tutti i film che ho citato poc’anzi, in confronto a La Battaglia dei Tre Regni, sono Cresceranno i Carciofi a Mimongo. La Battaglia dei Tre Regni è il più enorme dei film enormi. È il colpo di grazia che la Cina ha voluto dare al resto del mondo: non gli bastavano le olimpiadi, no, volevano dimostrare di essere capaci di fare i film più grossi di tutti, con più navi di tutti… e soprattutto volevano dimostrare che è l’aria corrotta del capitalismo a rovinare i registi bravi. Per cui hanno ripescato l’hongkonghese John Woo dalla catapecchia americana della sua reputazione fatiscente, gli hanno fatto respirare a pieni polmoni l’ossigeno dell’est, gli hanno messo in mano i CONTAINER di euri, e gli hanno detto: “Bentornato, John Woo. Sei a casa, ora. Fai quello che sai fare meglio. Ma con un budget che Baarìa a noi ci pulisce il vetro al semaforo”. E lui non se l’è fatto ripetere. Ci ha preso talmente gusto che invece di un film ne ha fatti due, di due ore e mezzo l’uno. Non un euro è andato sprecato.

*_*

*_*

Purtroppo a noi capitalisti corrotti è toccato uno sberleffo finale: in occidente i due filmoni sono stati tagliuzzati, su supervisione dello stesso Woo, e accorpati in un unico filmone da due ore e quaranta. Un bignamone. Ed è questa la versione qui recensita.
La trama de La Battaglia dei Tre Regni è che ci sono tre regni. Che entrano in battaglia. Da una parte c’è un tale cattivo che si chiama Xao Xao. Egli manovra un esercito stimato intorno ai SEI MILIARDI di uomini e una flotta di SETTE MILIARDI di navi, per cui ci sono almeno mille milioni di navi che vanno da sole. Xao Xao è fortissimo, ma è interpretato da un cinese qualunque. Dall’altro lato invece ci sono, alleati, il regno con Takeshi Kaneshiro, stratega tutto occhioni e pizzetto ribaldo, e il regno con Tony Leung, viceré bellissimo, illuminatissimo, sensibilissimo, atleticissimo e che è una bestia contro il calcare. Ogni tanto Takeshi e Tony si guardano intensamente stando vicini vicini ed è tutto un OMG ci scrivo subito una fanfiction.

Il resto sono due epiche ore e quaranta di botte di tutti i tipi a budget spropositato.

Facciamola breve: pur in questo formato ridotto, il film è una goduria. Si vede bene che John Woo non aspettava altro: vuoi mettere passare da avere a disposizione BEN AFFLECK ad avere a disposizione SETTE MILIARDI DI NAVI intorno alle quali piroettare a piacimento con SETTE MILIARDI di cineprese? Woo è contentissimo, si autocita, saltella, vola, rende plastica la brutalità con uno stile che così pirotecnico e fiammeggiante non si vedeva dai tempi di Hard Boiled, dispone eserciti come fossero carrarmatini e li fa ballare, segue i piccioni in volo con infiniti piani sequenza in CG, e poi, grazie al cielo, va sempre sopra le righe di tanto così, quel fanfarone.

Awwwwww

Awwwwww

Guardate il rallentissimo di Tony Leung che salta tre metri in aria, piroetta e pianta la freccia nel collo di uno a cavallo, sancendo così la fine della battaglia e atterrando perfetto col mantellone che svolazza, e ridefinite subito il concetto di enfatico. E battete le mani, felici.

Poi certo, la durata dimezzata si nota eccome. L’inizio e la fine, per nominare due punti non proprio secondari, sono vistosamente rabberciati alla meglio. Il personaggio di Zhao Wei è in palese debito di ossigeno. Ma non viene mai da gridare allo snaturamento: sarà che sono rimaste solo le scene di colpi, strategie belliche, spallate ai cavalli e masse isteriche, sarà che è tutto così corposo e sborone, ma non ho sentito la mancanza di due ulteriori ore e mezzo che mi immagino piene di sguardi languidi, femmine in pena, attese snervanti e altre cose che sì, belle, quando iniziano a darsi le spadate?

Morale: La Battaglia dei Tre Regni versione orientale, che spero di vedere al più presto, è probabilmente una saga (bilogia?) di ampio respiro, articolata, composita e completa. La Battaglia dei Tre Regni versione occidentale invece è una specie di condensato per musi bianchi con poco tempo e poca pazienza. Il fatto che quest’ultima, pur non riuscendo a mascherare la sua natura di condensato, riesca comunque a essere così riuscita da farti spuntare i punti esclamativi in testa e ad avere un’impronta autoriale tanto marcata, è il segno più evidente che sì, abbiamo ritrovato un Fuoriclasse.
Grazie, euri.

DVD quote suggerita:

“Woo non era così in forma dai tempi in cui correva ogni giorno per scappare da chi aveva visto Paycheck!”
Luotto Preminger, i400calci.com

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Lavoro nel bordello di un castello

29/10/2009 | recensioni | di Luotto Preminger

Introduzione di Nanni Cobretti
Ve l’avevo promesso che avremmo approfondito il discorso su Thirst, ultima fatica dello stimatissimo Chan-Wook Park. Quale migliore occasione per far esordire il nostro nuovo redattore, uno che tra l’altro in queste cose ci sguazza come un calamaro mutante sotto i ponti del fiume Han?
Signore e signori, è con orgoglio che vi presento Luotto Preminger!

Ci sono pochissime cose più emozionanti che leggere le parole “a chanwook park film” all’inizio dei titoli di testa di Thirst.
Alcuni certamente obietteranno, affermando stizziti che vi sono in realtà molte esperienze più commoventi, come ad esempio accompagnare la propria figlia all’altare, o aiutare un piccolo sfortunato a superare una grave malattia alle gambe e vederlo finalmente vincere una gara di corsa tra gli applausi della folla, o adottare un trovatello e leggere la gioia nei suoi occhi mentre gli viene regalata la speranza di una vita migliore. Cose così. Ebbene, a tutti costoro io dico: bastardi senza cuore. Non c’è niente, NIENTE di più emozionante che leggere le parole “a chanwook park film” all’inizio dei titoli di testa di Thirst.
Sì, ammetto che aspettavo Thirst con una certa impazienza. Poi l’ho visto, e mi sono trovato spiazzato. Per dire: la reazione immediata che prevedevo di avere alla fine del film (uscire dal cinema e mettermi spontaneamente a correre per la città come in un film di Frank Capra, salutando i passanti e diffondendo gioia, bontà e amore per il Cinema Bellissimo) non l’ho affatto avuta. Al contrario, sono rimasto lì imbambolato senza riuscire a dire altro che “spiazzato” per una ventina di minuti.

Pilates

Sympathy for il Pilates

Ormai avrete capito che la parola d’ordine, con Thirst, è: spiazzamento. Mi spingo a dire che Thirst è il film più “a sé stante” nella filmografia di Park, una filmografia che, ricordiamo, è incisa su tavole di pietra e donata agli spettatori da un roveto ardente. Insomma, non c’era davvero nulla che facesse presagire che Thirst sarebbe stato un film così, girato in questo modo. Perché stavolta Park sembrava aver tirato fuori il suo soggetto più pirotecnico e dissacrante, se vogliamo più “pop” (è comunque una storia horror di vampiri che scopano, porca miseria), e non poteva cadere in un momento più felice, e non potevamo essere più curiosi di vedere come l’avrebbe smontato: bene, volete sapere come lo smonta? Lo disintegra, negando allo spettatore qualunque piacere, togliendogli costantemente e coscientemente il tappeto da sotto i piedi in tutti i modi, e quasi mai in una direzione che dia soddisfazione immediata. Non si può essere più anti-pop di così. Thirst è un film che si descrive a ossimori. È il film di Park più lento, catatonico, rigoroso, quello in cui il registone indulge meno nei giochi di prestigio stilistici che sotto sotto tanto ci piacevano; eppure è anche il suo film più azzardato, più assurdo, più TUTTI MATTI QUESTI GIAPPI nel far convivere alto e basso, nero e bianco, magro e grasso. Non c’è una-scena-una che sia scritta e girata come uno se l’aspetterebbe: il ritmo si calcifica quando ci immagineremmo accelerazioni ed enfasi, le ellissi ci fregano quando chiederemmo spiegazioni, l’effetto è sempre mostrato prima della causa e ci destabilizza, e lo humour è talmente nero e subdolo e a tradimento che, giuro, non siamo nemmeno sicuri di come dovremmo reagire. Cosa gli vuoi dire a uno che, quando arriva il picco tragico del dramma psicologico della coppia maledetta e disperata, prende e lo tratta come un film di Pasquale Festa Campanile?
Tutto questo per ribadire la parola d’ordine: spiazzamento.

Sympathy for il Photocall

Sympathy for il Photocall

Dare un giudizio su Thirst non è per nulla facile. Premesso che non sarebbe un brutto film nemmeno se lo proiettassero per sbaglio con l’audio di Into The Wild, esso è però lambiccato, sfuggente, pieno zeppo di ROBA. E ha, sopra ogni cosa, un problema: che tutto questo gioco a nascondino con lo spettatore, tutta questa ricerca di uno stile sovvertitore e imprevedibile, lungi dall’essere gratuita esibizione di stile, determina l’ effetto imperdonabile di distogliere dai personaggi. Non riesco a capire se il problema stia proprio in fase di scrittura o di messa in scena, o se sia solo un problema mio, ma il prete nudo Song Kang-ho (com’è che non l’ho ancora nominato??) non cattura, non dilania, non coinvolge. Il suo dilemma resta suo, non ci appartiene; e per quanto zompi dai palazzi, lecchi ascelle e ciucci sangue, non è lui a restarci nella memoria. Song è bravissimo, è il più bravo di tutti, qui dimagrisce, ringiovanisce, chiava, fa vedere il pirullo, procede lungo il film restituendo sul suo faccione tutto lo spiazzamento di cui sopra. Ma il suo personaggio non funziona a dovere, attraversa il film in balia degli eventi: il che è certo coerente con la sua vicenda, ma fino a un certo punto. E Thirst rimane un oggetto curioso e bello, ma dal nucleo poco solido. Per fortuna c’è Kim Ok-vin, che sarà sì un’attrice più gigiona, ma cazzo, almeno dà una scossa di vita: è lei l’anima pulsante, carnale, sempre mezza nuda a leccare le cose. È solo nelle scene a due che i personaggi prendono corpo, sia quando bombano (e che belle scene di bombate!), sia quando si picchiano fortissimo, sia quando saltano tra i palazzi, sia quando si tagliuzzano e si succhiano e si contorcono. Ecco, qui sì che ci si stringe il cuore. Qui sì che si toccano le vette di passione, sia pure spiazzante e inaspettata. Farti abbassare la guardia, colpirti a tradimento: se il film fosse riuscito a fare sempre così, come fa in due/tre scene nodali di coppia, finale incluso, mi avrebbero dovuto portar fuori in barella. E invece no. E la colpa è solo sua (del film). Però l’ho già detto che lei è sempre mezza nuda a leccare le cose? Thirst è, molto coerentemente, un film in cui si lecca un sacco. D’ora in poi la mia mente andrà sempre a Thirst ogniqualvolta qualcuno mi dirà “pensa a un film in cui si lecca”. Thirst = leccare. Chiaro che non può essere brutto un film così.

Sympathy for Mr. Benda

Sympathy for Mr. Benda

E chiara soprattutto un’altra cosa: che Thirst è un horror di vampiri tanto quanto Quarto Potere è un thriller di slitte. Non è che Park prenda le convenzioni del genere vampiresco e le distrugga: le convenzioni del genere vampiresco Park le ha al massimo viste passare dal treno per un mezzo secondo qualche anno fa. Questo è un film che fa IL CAZZO CHE VUOLE. È forse l’opera di Park più desiderata, certo quella che ha avuto la gestazione più lunga, di sicuro la più difettosa, e si sa che le opere personali e difettose di grandissimi autori, alla lunga, hanno ragione loro. Questo film nasce per essere un gioiello incompreso, grezzo, difettoso, un grumo cristallino che a distanza di giorni è ancora lì, in profondità, e germina. Un vampirone col pisello di fuori è per sempre.
E c’è anche una gag con le scoregge.

DVD quote suggerita:

“Un corso accelerato di LINGUA coreana. Ah ah! L’avete capita? Se non l’avete capita, c’è anche una gag con le scoregge”.
Luotto Preminger, i400calci.com

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