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Un affare di donne: Splice

23/08/2010 | recensioni | di Cicciolina Wertmüller

spliceAllora, ho capito che voi siete tutti esaltati per The Expendables e siete fieri del testosterone che vi circola nelle vene e nelle zone birichine (© il nostro lettore Hap Collins), ma il cinema continua ad occuparsi anche dell’altra metà del cielo e dei problemi ad essa connessi. Questo Splice, per esempio, è una parabola sul desiderio femminile di maternità, sulla difficoltà maschile ad accettare la paternità e in generale su quanto è difficile per tutti farsi una scopata decente al giorno d’oggi.
Clive e Elsa, i giovani scienziati protagonisti, sono trendy, simpatici, bellocci, in carriera, vivono insieme in una bella casa e lavorano in un laboratorio chiamato NERD; Adrien Brody sfoggia una per niente invidiabile collezione di magliette nerdissime. Sarah Polley, pur di non guardare le magliette di lui, preferisce che entrambi siano costantemente intabarrati dentro camici bianchi e tute ermetiche. Lo avete già capito: questi due non scopano. Troppo impegnati a creare mostriciattoli mescolando il DNA di varie specie diverse, e a guardare i mostri che si accoppiano (loro sì)? Troppo presuntuosi, specie dopo che una multinazionale ha commissionato loro la creazione di un essere vivente totalmente nuovo, in grado di fornire cellule staminali e soluzioni a varie malattie umane? Ma per favore. Tutte scuse.
Sta di fatto che lei è repressa e insoddisfatta, e quando per errore crea un mostriciattolo che sembra un glande sul corpo di una gallina, se ne innamora pazzamente e decide di diventarne madre. In un certo senso lo è davvero, visto che l’essere è in parte composto anche del suo DNA. Brody abbozza, insomma, non è pronto, si gratta il nasone ma alla fine deve accettare il fatto compiuto. Da allora parte un melodramma commovente in cui madre e figlia (che cresce bene ma continua a sembrare una cappella gigante) si amano, mentre il padre, che si sente messo all’angolo, ripetutamente tenta di far fuori la creatura adducendo scuse tipo “il bene della scienza”; intanto quelli della multinazionale si chiedono dove siano e cosa minchia stiano facendo Clive e Elsa, visto che non sono mai in laboratorio con loro ma palesemente non scopano.

"Io un pasticcio di laboratorio? Ma ti sei visto il naso??"

"Io un pasticcio di laboratorio? Ma ti sei visto il naso??"

Insomma, tutto va come in una normale famiglia, se non che i tre vivono nascosti in un magazzino. Poi comincia ad andare male quando la figlia, battezzata Dren, diventa una figa della madonna e non somiglia più ad una cappella bensì ad una versione bella di Björk nel video di Hunter. Ad un certo punto, nell’illusione di essere persone normali, finalmente Clive e Elsa scopano e le tempistiche sono le seguenti: paroline dolci – 18 secondi; preliminari – 32 secondi; penetrazione – 45 secondi; risoluzione – 5 secondi. Ma ditemi voi. Poi per forza lei diventa isterica. Poi per forza lui pensa che tanto non è mica incesto farsi la creatura stramba, e dopotutto non è neanche zoofilia, o forse sì, chissà. Seguono due sottofinali splatter che non racconto e un finale aperto in cui Sarah Polley è incinta non si sa di chi, e si rifugia sotto l’ala della direttrice della multinazionale. Puro matriarcato.
Onore a Vincenzo Natali per aver composto un Kammerspiel Bergmaniano in salsa fantahorror, pieno di simboli freudiani: il pensiero “chissà cosa avrebbe fatto Cronenberg” è sempre dietro l’angolo, ma da Splice non si esce insoddisfatti, anzi. Lasciando da parte la plausibilità scientifica (sulla quale la vostro Cicciolina non è certo in grado di disquisire), la sceneggiatura accompagna i personaggi in un vortice di dilemmi etici e sentimenti estremi – e qui la manona di Guillermo Del Toro in produzione ha sicuramente giovato. I mostri sono stupendi, il sound design pure e già per questo io sarei a posto. Oddio, il secondo sottofinale splatter con Sarah Polley nel bosco ha la consistenza narrativa di un’ameba, però disturba al punto giusto e fornisce la scusa per il finale ambiguo. E poi le cappelle giganti piacciono anche a me.

DVD-quote:

“Nel bene o nel male, una cappella gigante”
Cicciolina Wertmüller

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The Killer Inside Me: letture edificanti

22/06/2010 | recensioni | di Cicciolina Wertmüller

the killer inside meNon era ancora uscito qui in UK che già tutti ululavano al “film maledetto”, “sconvolgente”, “malvagio”. Come mai? A causa di due scene in cui le donne che amano il protagonista vengono da costui uccise a pugni. Chi è abituato alla violenza in sala si annoia e non batte ciglio, anzi potrebbe addirittura diverirsi all’idea di vedere due delle peggiori attricette di rom-com hollywoodiane distrutte a mani nude. Altri gridano alla misoginia e invocano il rogo per Michael Winterbottom. E allora ne parliamo un po’.
Disclaimer: lo so che il film è tratto da un romanzo noirissimo di Jim Thompson e che quindi teoricamente il regista non può essere accusato della violenza che già era nelle pagine del romanzo. Ma un po’ di politique des auteurs non guasta: qualunque cosa sia scritta su carta, c’è pur sempre un tizio dietro la MDP che decide come tradurlo in immagini. Anche perchè la trama è poco più che un contorno per la descrizione di una mente malata assetata di dominio sui deboli: il giovane e belloccio sceriffo Lou Ford vuole vendicare la morte del fratello, “suicidato” mentre lavorava in un cantiere per avere violentato una bambina; saldati i conti vuole disfarsi di chi gli sta intorno, soprattutto fidanzata e amante, e andarsene.
Ora, il Winterbottom è un raro esempio di regista che fa sempre quel cazzo che vuole, non scende a compromessi, non guadagna un granché e non gliene frega molto, riceve giudizi contrastanti, è un po’ la spina nel fianco della cinematografia inglese ma tutti fanno finta di non accorgersene. Con questo nuovo, violentissimo noir gli piovono addosso lodi per la tecnica cristallina (il film è ineccepibile ed inattaccabile formalmente) e insulti per lo spirito feroce, ma lui non capisce dove stia il problema; suvvia, seriamente, se guardiamo la sua filmografia troviamo una pletora di personaggi femminili forti, intelligenti ed eroici, capaci di grandi sentimenti, che a volte vanno incontro ad una brutta fine e a volte no. The Killer Inside Me non fa eccezione: i personaggi di Joyce (Jessica Alba) e Amy (Kate Hudson) sono due brave donne leali, romantiche – che non si meritano affatto di morire, come il protagonista dichiara ripetutamente.
Semmai è l’assassino Lou Ford ad essere odioso: non solo per la faccia d’angelo con cui ammanta di ipocrita rispettabilità la propria esistenza scissa, ma anche e soprattutto per la vocina da bimbo che il padreterno ha affibbiato a Casey Affleck. Vi ricordate L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford? Avete anche voi detestato Ford non tanto per la vigliaccheria quanto per la vocina insopportabile e melliflua? Cristo santo, quest’uomo sembra figlio di HAL 9000. Per forza bisogna fargli interpretare dei bastardi assoluti. Avete presente la mitizzazione titanica dell’eroe negativo? Scordatevela. In questo film non c’è niente che salvi Lou Ford dall’essere del tutto spregevole.

the killer inside me
Ma nemmeno la prostituta Joyce e la maestra Amy sono angelicate, anzi: amanti sfrenate, grezze, adorano la sessualità sadomaso di Lou (che non riesce a scoparsele se non mettendo loro le mani in faccia o sugli occhi) senza pensare che egli  nasconda pulsioni omicide. E perchè mai dovrebbero? In un’intervista, Winterbottom mette in chiaro che il fatto che Joyce ami farsi sculacciare non è affatto un invito a fari massacrare di botte. Ma il film non si svolge nell’era del Sano Sicuro e Consensuale, bensì in una piccola città texana negli anni ‘50: repressione, sessismo e chiesa si respirano insieme al profumo dei pancakes. non sorprende che nel sottobosco della mente si agitino bestie feroci. Le donne o sono vittime di stupro fin da bambine o imparano presto giochi capaci di dare alla testa degli psicopatici. Fate caso all’innocua sequenza in cui Ford siede in salotto a leggere: nella sua libreria vi sono solo o testi sacri o saggi di Freud. Uno così non può avere la testa a posto. Una breve inquadratura giustifica la violenza e le sue modalità – anche questo è un tocco di grande raffinatezza registica. Giustifica anche il fatto che gli altri omicidi vengano eseguiti in modo più freddo e/o filmati da lontano, o addirittura per litote come insegna No Country For Old Men: ma mentre in quel caso la litote denota rispetto per la vittima, qui si tratta di puro cinismo.
In una tale congerie di negatività e sadismo, la mano registica di Winterbottom potrebbe crogiolarsi in un tripudio autocompiaciuto, riempir lo schermo di sangue, risate sardoniche, sensazionalismo assortito; e invece no. Paradossale a dirsi, The Killer Inside Me presenta un bassissimo livello di sangue e di carne nuda al vento e la messa in scena non si fa mai aiutare da musiche drammatiche, luci radenti o sfoggi di montaggio complesso: come dire, il realismo è già abbastanza, non c’è motivo di calcare la mano né di giudicare l’azione dall’alto dell’occhio registico. Ma è proprio la naturalezza, l’immediatezza della violenza che rende The Killer Inside Me disturbante; ti scaraventa dentro lo schermo, ed è da lì che nasce il ribrezzo, non da fuori.
Insomma si esce dalla sala senza essersi divertiti un cazzo. Niente LOL, niente coolness, solo depre. Si esce dopo aver visto tre attori non eccelsi dare le performances migliori delle loro carriere. Jessica Alba un paio di anni fa alla rivista Empire aveva dichiarato di voler fare film più duri ed essere dispostissima a farsi imbruttire, rovinare, quindi la sua scelta non stupisce; ma Kate Hudson! Passare da Bride Wars a questo film è in effetti un atto di coraggio. Giustappunto, torniamo a parlare di film misogini – vogliamo confrontare The Killer Inside Me con la media delle rom-com mainstream? O con Sex & The City, vera frontiera dell’horror dell’etica? E’ lì che si nasconde il vero spregio per la natura femminile, è lì che alle portatrici di figa viene negato il diritto ad avere i neuroni: molto meglio avere le scarpe/anello nuziale/vibratore. Ecco, molte spettatrici non lo ammetteranno mai, ma Winterbottom non si abbassa a questi livelli. Lo shock del suo film è molto più salutare di quanto appaia.

the killer inside me

DVD-quote suggerita:

“Niente LOL, niente coolness, solo depre”
Cicciolina Wertmüller, i400calci.com

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A volte ritornano: Stefano Bessoni nelle fauci del Krokodyle

02/06/2010 | news | di Cicciolina Wertmüller

Di Imago Mortis, opera prima di Stefano Bessoni, ovviamente si è già discettato a dovere. Soprattutto si è concordato sull’imbarazzante inadeguatezza dell’opera in causa a rappresentare la causa in cui crediamo, la preziosa quanto fantomatica “rinascita dell’horror italiano”. Ora il Bessoni torna alla ribalta con il trailer della sua nuova fatica, Krokodyle, e siccome so che nessuno qui muore dalla voglia di guardarlo, ghe pensi mi.
Si inizia bene, la fotografia è buona: poi però uno guarda le facce degli attori, sente la voce off, se è ancora vivo sente i dialoghi e le cose volgono sempre peggio, passo per passo, inesorabilmente. Passi il fatto che i personaggi siano di Torino ma abbiano nomi crucchi; passi che i nomi crucchi abbiano tutti una matrice letteraria evidente. Ma quante cazzo di volte in vita mia devo sentirmi dire che “Torino ha un cuore nero” e che “la morte è l’essenza della fotografia”?
Senza contare l’autoreferenzialità lamentosa del dialoghetto fra aspirante regista visionario di belle speranze e disilluso regista perdente i cui produttori senza scrupoli hanno macellato l’opera prima – i due appaiono un po’ come l’Angelo Buono e l’Angelo Malvagio che stazionano sulle spalle di Bessoni e gli sibilano all’orecchio cosa fare della propria carriera.
Verso la fine del trailer, dopo tonnellate di occhi sgranati e frasi inquietanti, appaiono un po’ di mostriciattoli anche carini. A quanto ho capito, il protagonista tiene in casa un aborto sotto formalina e pare chiedergli “Batti un colpo sei ci seiiiiiii” (cit.). Poi succede che qualcuno uccide qualcun altro col beneplacito di un vecchio matto capellone e forse si va finalmente nei cazzi. O almeno si spera, dai, questo trailer è fatto dopotutto con mezzi discreti, qualche idea interessante e una colonna sonora bestiale.
Ecco appunto, la colonna sonora è di Michael Nyman, the one and only, il quale ogni tanto si mette a regalare musica agli amici degli amici per generosità. Giuro che è letteralmente così. Vabbè, tocca tifare per Bessoni giusto perchè qui si vuole ancora bene a Michael.

Irrazionalità del consumatore e trionfo dell’economia capitalista: The Heavy

27/04/2010 | recensioni | di Cicciolina Wertmüller

the heavyQualche tempo fa sui muri del metrò di Londra campeggiavano certi poster raffiguranti 31 caselline, una per ogni giorno del mese. In trenta caselline erano raffigurate una lattina di fagioli, due fette di pane raffermo e una forchetta; nell’ultima sfavillava una stupenda borsetta di pelle multicolore. E sotto, la semplice scritta “Harrods“. Tale strategia aveva due scopi, uno palese e l’altro occulto: da un lato si spingeva il cliente (che già cominciava ad accorgersi del credit crunch e a stringere la cinghia) ad ingrassare le tasche del signor Al Fayed, dall’altra lo si spingeva ad ingrassare quelle dei vari signori Lidl, Leader Price e hard discount simili. Quelli che ti avvelenano con cibo di merda facendoti notare che però hai speso la metà, e con i soldi risparmiati puoi comprarti le medicine per il colesterolo pubblicizzate su Oggi.

Naturalmente solo l’uomo senza qualità può cascarci, e Marcus Warren ci è cascato. Ma chi è poi questo qui? E’ una giovane promessa di Detroit che ha fatto il grande passo verso Hollywood, approdando alla serie TV In Living Color (sotto quale mansione non ci è dato sapere) e a quattro dicasi quattro videoclip. Poi si è trasferito a Londra e basta. Oh, niente di male ad essere un semiesordiente.

Però bisogna vedere con che ambizioni e con quali modelli si esordisce. Il modello di Marcus Warren è Guy Ritchie, tipico regista da discount, quello buonino al primo assaggio e già insipido al secondo, che vorresti buttare via al terzo. Marcus ha guardato qualche filmetto e ha capito che: le corse in macchina vanno girate in soggettiva accelerata; le sparatorie vanno girate in ralenty e le pallottole lasciano la scia come gli aerei; da qualche parte bisogna infilare una figa che dica “I can’t leave you now!” all’eroe ferito. I cattivi devono avere un’aria di omosessualità perversa, i poliziotti sono sadici e corrotti, i politici sono melliflui e vanesii. Se compare una pistola, prima o poi sparerà. Se uno si mette una granata nel taschino, prima o poi esploderà.

Su questi principi Warren ha costruito una trama zeppa di contrasti familiari tenuti insieme con lo sputo: Mitchell “Boots” Mason ammazza uno che se la fa con sua moglie, suo fratello fighetto al processo gli testimonia contro, va in galera, nel frattempo perde la figlia in un incidente, i suoi genitori lo abiurano, esce di galera, il fratello lo richiama per dirgli “sto morendo, fammi un trapianto di midollo così mi candido alle elezioni”. Insomma, è l’Onora il padre e la madre del discount. In più, Boots fa lo scagnozzo per un collezionista d’arte col lucidalabbra (Stephen Rea, il Michael Caine del discount), che conta fra i suoi averi uno scendiletto vivente (Lee Ryan dei Blue, la boy band del discount). Il poliziotto (Vinnie Jones, l’Eddie Marsan del discount, l’ex calciatore che ha letteramente preso per le palle Paul Gascoigne e che è stato definito “mosquito brain”) si vende un po’ al collezionista e un po’ al fratello di Boots (Adrian Paul, l’Highlander del discount). La figa è Shannyn Sossamon, la Winona Ryder del discount, in un ruolo ingiustificato. Infine, Boots è Gary Stretch, il Billy Zane del discount (altro atleta convertitosi al cinema; lui era pugile e il suo naso lo dimostra).

Vinnie Marsan

Vinnie Marsan

Appurato che Warren è andato al Lidl anziché all’Esselunga, viene da chiedersi perchè: quale stupenda borsetta di pelle multicolore deve comprarsi? Un vocione familiare assale Boots alle spalle, e noi siamo sorpresi quanto lui: c’è Christopher Lee. L’unico, il grande, il nostro Christopher Lee. Nella particina del padre rincoglionito di Boots. Una breve conversazione al bar, alcune battute sparse che Lee carica di composta dignità ma che vengono irrimediabilmente insozzate dalla pedestre sceneggiatura del Marcus. Ma è uno scandalo! Un’offesa alla storia del cinema! E alla dignità attoriale! Cristo!

Qui si dispiega la profonda stupidità dell’acquirente del discount, che non solo mangia fagioli e pane secco per un mese in modo da permettersi la borsetta di lusso, ma poi la sfoggia durante il passeggio domenicale nel centro commerciale di provincia, perchè non può fare altro, non ne capisce il vero valore, la degrada ad oggetto di uso comune. E sapete qual è il peggio? Che questa formula funziona. E’ alla base della società capitalista che si nutre di spese stupide, sia al Lidl sia da Harrods. E’ anche alla base di The Heavy, che tutto sommato come film funziona, se si dimenticano incongruenze e ostentazioni. Momento clou: Vinnie Jones stacca due dita con attrezzi da falegname a Lee Ryan (ammettetelo: tutti, vedendo i balletti dei Blue, abbiamo pensato che gli stava bene). Momenti WTF: Vinnie Jones dà una coltellata in da la fazza a Gary Stretch che se la cava con un graffietto. Gary Stretch dà un pugno in da la fazza a un tossico che se la cava perdendo un occhio. Ma come?

Il finale conferma che Marcus Warren, abbagliato dal consumismo, sbaglia tutti i calcoli economici e mette 5000 sterline in mano a una figa che vive in un appartamento a Whitehall, cioè a due minuti da Buckingham Palace e Downing Street. A me farebbero piacere, ma una che vive lì cosa ci fa con quella cifra, compra da mangiare al gatto da Harrods? Addavenì Nick Clegg.

"Pork! Ho lasciato l'accendisigari acceso"

"Pork! Ho lasciato l'accendisigari acceso"

DVD-quote suggerita:

“Da vendersi esclusivamente nei migliori hard discount”
Cicciolina Wertmüller, i400calci.com

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Dei, eroi ed emorroidi: Scontro di titani

15/04/2010 | recensioni | di Cicciolina Wertmüller

scontro di titaniC’è una scena in Scontro Di Titani che mi ha sempre fatto una grande impressione e in cui secondo me si racchiude tutto il film: è la trasformazione del tranquillo e simpatico Cresius nel mostruoso e frustrato Calibos. Ve la ricordate? Zeus (anzi Zùssss come lo pronunciano in inglese) prende la statuetta dell’ignaro Cresius dalla sua personale antropoteca, ovvero una bacheca in cui tiene le statuette di tutti i suoi sudditi umani – un po’ pochini a dire il vero, ma soprassediamo: Zùssss mette la statuetta in mezzo al modellino di un anfiteatro, la camera stringe sull’ombra della statuetta che si contorce in preda ad indicibili dolori, sente la testa esplodere ed una coda spuntare da dietro la schiena, finché si immobilizza in una posizione sciancata, deforme, orribile. La metamorfosi è ovviamente un’animazione di quel geniaccio di Ray Harryhausen, qui alla sua ultima fatica prima di ritirarsi.
Dico che qui c’è tutto il film perchè con un mezzo semplicissimo e con una clamorosa sottrazione di segni visivi (che ha un suo nome ma ora non me lo ricordo) ottiene un effetto spaventoso, angosciante, in cui si esprime tutta la potenza e la vaghezza degli déi, ma anche tutta l’inventiva cinematografica del regista Desmond Davis. Ovvero i due maggiori punti di forza dell’intero film: le disavventure di Perseo traggono origine dalla faciloneria di Zùssss, farfallone quando si tratta di ingravidare Danae e nervosetto quando decide chi e come premiare o punire; gli aiutanti di Perseo nella sua ricerca sono a volte inventati di sana pianta, altri semplicemente illustrati, ma sembra con fervida fantasia e volontaria economia di mezzi.

Vittorio Mezzogiorno

Vittorio Mezzogiorno

Chi se ne frega se i mostri sono disegnati male persino per gli standard del 1981! Chi se ne frega se Calibos inquadrato da dietro è una figuretta in stop motion, mentre da davanti è un attore (Neil McCarthy) truccato come una caricatura di Vittorio Mezzogiorno! Tutte le invenzioni del film sono un omaggio a quella ingenuità dei tempi andati (già andati trent’anni fa) di chi ci credeva davverissimo, e che ha sempre fatto da spartiacque fa razionalisti (che ridono) e romantici (che ammutoliscono). Il gufo meccanico Bubo è un capolavoro perché è finto non solo per noi (e grazie) ma anche per i personaggi sullo schermo, è una sorta di R2-D2 più aggraziato e intellettuale essendo stato modellato sull’originale Civetta di Minerva.
Che altro? Laurence Olivier si divertes come un pazzos a fare Zùssss, Maggie “Progeria” Smith è fresca come un’adolescente (sulla cinquantina), Perseo – Harry Hamlin è il peggior attore della storia, Poseidone – Jack Gwillim sembra sempre in acido e con le emorroidi, Ammone – Burgess Meredith sembra (e forse era) sempre ubriaco marcio e con le emorroidi. E siccome stanno recitando personaggi mitologici, tutti gli attori si sentono in dovere di declamare le battute come se stessero recitando Amleto all’Old Vic. Un po’ l’effetto che Mel Gibson ha cercato di creare facendo parlare Claudia Gerini in latino. Ecco, e poi alla fine arriva il Kraken. Non si può chiedere di più. Ho pure finito le parentesi.

un effetto speciale disegnato bene

un effetto speciale disegnato bene

DVD-quote suggerita:

“ZUSSSSSSSSSSSSSSSSS!”
Cicciolina Wertmüller, i400calci.com

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Mostrologia: il Kraken

14/04/2010 | mostrologia | di Cicciolina Wertmüller

VERSIONE 1981 (di Cicciolina Wertmüller)

kraken 1981

speciale scontro tra titaniNome: Kraken.

Chi gliel’ha dato? Probabilmente Nettuno, ma si sa che ciò è impottibile. Ok scusate, ehm, poichè il Kraken vive nel mare, si suppone che la sua genesi abbia a che fare con le divinità marine. Ma come può un dio greco, con tutta la fantasia che impregna la sua mitologia, dargli questo nome da cover-band dei Kraftwerk? In realtà “Kraken” è il nome tradizionale di tutti i mostri marini della tradizione nordica, quindi la vera paternità di questo Kraken particolare è ascrivibile a Odino o giù di lì: il mostro ha sguazzato per un po’ al largo dei ridenti fiordi norreni, poi ha deciso di svernare nell’Egeo e ci è rimasto. Chiamalo scemo.

È colpa degli americani? Per una volta, no. A meno che il test della paternità del Kraken non dimostri l’apporto genetico di Manitou.

Altezza: a seconda delle inquadature pare 5, 10, 50 metri. Tanto.

Filmografia essenziale: Scontro di titani

Specifiche tecniche: “tecnica” è una parola grossa. A parte le quattro braccia, il Kraken è un brutto lucertolone disegnato male che agisce semplicemente di istinto e forza bruta.

Vittime preferite: Qualsiasi cosa gli comandi Zeus. Nella fattispecie, Andromeda legata alla rupe.

Omicidio migliore: Nessuno. Non fa in tempo. Non lo lasciano lavorare. Tutta colpa degli Arconti rossi.

Mossa preferita: Nessuna. Non fa in tempo. Non lo lasciano lavorare. Chissà, magari anche il Kraken, come suo cugino della Laguna Nera, in realtà cerca solo un po’ di affetto. Gli canti una canzoncina e lui si mette buono buono. Ma non lo sapremo mai.

Come si sconfigge: Facendogli guardare la testa mozzata di Donatella Versace Medusa e quindi pietrificandolo. Poi però cade a pezzi e provoca una mareggiata bestiale – forse ho intuito la vera origine del mito di Atlantide.

Ricorda una figa? No. Per di piu, il Kraken muore prima di poterci mostrare di che prodezze è capace nell’intimità con Andromeda. Insomma tanto rumore per nulla, ’sto mostro è davvero frustrante.

Lo compreresti? No, dalla foto non si capisce quanto è grande e se mi ci sta in piscina.


VERSIONE 2010 (di Nanni Cobretti)

kraken 2010

Nome: Kraf Kraken.

Chi gliel’ha dato? Ade, un noto fan dei Kraftwerk e dei Dokken.

È colpa degli americani? Macché, gli americani furono inventati oltre un millennio dopo da Leonardo Da Vinci (subito dopo il treno). È colpa di quei litigiosi degli Dei greci. Ci viene spiegato infatti che il Kraken fu creato da Ade per ripicca verso Zeus che l’aveva mandato ad abitare nel sottoscala, per cui gli era venuta questa brillante idea di costruire il mostro più grosso di tutti i tempi, talmente grosso che sarebbe stato capace, all’occorrenza, di schiacciare tutti gli abitanti dell’Olimpo (a partire da quella stronzetta di Pollon). Poi praticamente quando lo facevano incazzare, invece di dire “e io chiamo a mio cuggino” diceva “e io rilascio il Kraken”. Al che gli davano ragione su tutto, anche quando diceva di essere stato il primo a portare l’internet in Grecia.

Altezza: a occhio sputa tranquillamente in testa anche al mostrone di Cloverfield. Da certe inquadrature sembra grosso almeno quanto Bergamo alta.

Filmografia essenziale: Scontro tra titani

Specifiche tecniche: fondamentalmente è un grosso budino coi tentacoli e la bocca. I tentacoli si presentano in quantità imprecisata, spuntano un po’ ovunque. Il pacco è che il Kraken è talmente grosso che la cinepresa non riesce mai a inquadrarlo intero. In compenso la bocca è una sola e sta esattamente dove ci si aspetta di trovarla – a patto che troviate la testa, ovviamente.

Vittime preferite: quei miscredenti dei greci! Stolti! Ingrati! Blasfemi! Riferirò ad Alcippa.

Omicidio migliore: a un certo punto il Kraken butta un tentacolone all’orba in mezzo alla città e ne schiaccia almeno una dozzina.

Mossa preferita: buttare i tentacoloni all’orba, fare gli spruzzi con l’acqua, lamentarsi

Come si sconfigge: Facendogli guardare la testa mozzata di Natalia Vodianova e quindi pietrificandolo. Figurarsi se vedeva le tette.

Ricorda una figa? Qualsiasi mostro con la bocca ricorda una figa. Questo in particolare ce l’ha talmente slargata che vi ci potreste buttare dentro contemporaneamente voi con tutto il condominio.

Lo compreresti? Sì, ma a patto che sia edificabile.

Ho visto pornocose che voi umani… A Serbian Film: il trailer

31/03/2010 | news | di Cicciolina Wertmüller

Io sono una di quelli che guardano i film horror per masochismo: mi piace spaventarmi, mi piace continuare a ripensare al finale e inventarmene uno alternativo, mi piace da matti urlare “Attento!” al protagonista sullo schermo (il che causa sempre reazioni di sguaiata ilarità nei miei vicini di poltroncina). Mi sono spaventata un casino vedendo Paranormal Activity, mi sono spaventata un casino anche quando l’ho visto la seconda volta! Quindi figuratevi la mia delizia quando il Capo mi ha proposto di recensire il trailer di un film che è stato definito “più perverso di Antichrist“  e “uno stupro dell’anima“, e che oltretutto si svolge nel mondo del porno, che ricordo da lontano con tenero affetto. A Serbian Film, dunque.
Milos Faccia-Da-Tonno (Sdrjan Todorovic), pornoattore in prepensionamento con villetta e famigliola ma anche qualche debito, riceve un’offerta da una ex-collega ancora sulla cresta dell’onda: partecipare ad un porno senza sapere nulla della trama. Surreale! Situazionista! Lui accetta e si ritrova nelle grinfie del sadico psicopatico regista Vikmund che lo trascina in un turbine di violenza e perversione per creare lo snuff-porn definitivo. Milos tenta di tirarsene fuori, ma c’è in gioco la sopravvivenza della sua famiglia. Siete ancora svegli? Cioè, ma stiamo scherzando? Eddai, ancora con lo snuff-porn dal retrogusto familista. Sarà che in passato ho in effetti bazzicato l’ambiente hardcore (mai davanti alla telecamera, sorry), ma a me certi trucchetti tipo il regista con l’occhio torvo e l’attrice vestita di lividi non impressionano più. Quando poi codesti sono abbinati alla fotografia desaturata leccata trendyssima, metto mano alla pistola. Per farmi tenere le antenne almeno mezze erette, servirebbe una siringona di metaforone nei testicoli: pronti via, il regista e sceneggiatore Srdjan Spasojevic al SXSW dichiara che il film sarebbe una metafora dello stupro che il governo opera ai danni del paese. Ah. Resto in attesa, così sulla fiducia. Sperando di venire smentita.

Sweet Gore Alabama: il cinema di Adam Wingard

18/03/2010 | recensioni | di Cicciolina Wertmüller
adam  wingard

Buongiorno.

Una volta, da piccolo, Adam Wingard si è ammalato. Non era nessuna delle classiche malattie esantematiche, non era influenza; il bimbo, da sempre dotato di un’intelligenza vivace, pareva perso in una catatonia che lo aveva rapidamente portato all’emaciazione. Furono chiamati dottori da tutto l’Alabama, ma non ci capivano niente. Ora, grazie all’evoluzione della medicina, possiamo dire che Adam si era ammalato dello stesso morbo di David Cronenberg, David Lynch, Alejandro Jodorowsky, Shinya Tsukamoto: il “mysticismum sanguinis”. Ma ai vecchi tempi si usavano vecchi rimedi: la mamma, visto lo stato di costante visionarietà in cui era caduto il piccolo Adam (unita ad un’insolita propensione per l’alta macelleria applicata sui membri di famiglia), ha pensato che la cura migliore fosse la distrazione. Gli ha quindi comprato una falsa Leica sovietica di contrabbando, un manuale di fotografia e l’opera omnia di Stan Brakhage e Maya Deren. Per giorni e giorni l’attonita signora Wingard ha visto il figlio dondolare la testa mormorando parole misteriose come “strobo”, “esposizione”, “montaggio”, “saturazione”. Solo in seguito, quando Adam si è iscritto alla scuola di cinema, ha capito di aver fatto, contro il parere del resto dei familiari, la cosa giusta: suo figlio era rinato sotto forma di regista deppaura.
home sickSi comincia con Home Sick (trailer), che Wingard gira nel 2007 mentre è ancora studente: e già si capisce che il giovinotto è eccezionalmente dotato per le sequenze d’atmosfera, la suspence e il delirio; e che non gliene può fregare di meno della trama. Home Sick è un gonzo-horror, una serie di vignette perverse connesse da un filo fragilissimo: la presenza di un assassino psicopatico che sfracella un gruppo di amici, uno a uno. I guai iniziano quando il gruppo, diviso al suo interno da rivalità inconfessate, si riunisce per una svogliatissima seratina: enter Bill Moseley nei panni di un misterioso commesso viaggiatore ghignante, provvisto di una valigetta piena di lame di rasoio. L’uomo chiede di confessare “Who do you hate?” ma nessuno dei presenti dà una risposta convinta e sincera. Da allora finiscono tutti male; teste sfasciate, piedi tagliati in due per il lungo, coltelli che entrano nel cranio ed escono dalla bocca. Ve l’avevo detto che il Wingard era malato. Il finale poi è un delirio di onnipotenza amerikana ricamata nell’emoglobina. Realistico nella messa in scena ma recitato volutamente sopra le righe, Home Sick fa anche discretamente ridere: guardandolo, ti sembra di stare in equilibrio instabile su di un piano inclinato che si inclina sempre di più – e tu non sai perchè.
popskullSeguono alcuni corti che Wingard realizza col suo team di collaboratori stretti, a cominciare dallo sceneggiatore E. L. Katz. Questi corti non li ho visti, ho preferito farmi paura da sola ammirando le inquietantissime foto simil-snuff e i dipinti sul suo blog. Minchia. Passiamo quindi allo sperimentalissimo Popskull (trailer) sempre del 2007, il fratello bastardo di Requiem For A Dream. All’inizo si avverte lo spettatore di non guardare il film se affetto da epilessia, uno pensa “esagerato” e invece stavolta è vero. Ancora Alabama profondo, ancora giovani protagonisti confusi. Daniel cerca di dimenticare la sua ex ingozzandosi di pillole e passando ore a casa del suo amico Jeff, terrorizzandone la morosa e vedendo i fantasmi di due uomini che tempo addietro avevano ucciso una donna nella stessa casa. Il tutto è girato con la mente di un tossico in pieno “high”: montaggio loopato e incoerente, colori lisergici, flash su primi piani sanguinolenti, strobo a pioggia, colonna sonora che inizia innocua, mescolando country e indie, ma poi si fa sempre più allucinata e sofferente. Il monologo di Daniel tenta invano di rimanere a contatto con la realtà – ma quale realtà? Quale delle molte, coloratissime, spaventose, che il protagonista vede?
Popskull è un horror lentissimo e atipico ma molto inquietante e cruento, e conferma il talento urlante di Wingard proprio perchè essenzialmente diverso da Home Sick. L’opera terza del nostro nuovo eroe si chiama A Horrible Way To Die e c’è da star sicuri che fa sul serio anche stavolta. E ora vado a dormire, cazzo.

Smack my Bitch Slap

06/03/2010 | recensioni | di Cicciolina Wertmüller

Introduzione di quell’invadente di Nanni Cobretti
Signore e Signori, double feature! Speciale “Donne di menare”! Esatto! Uno speciale all’interno di un altro speciale! Qual spericolato virtuosismo! Mi vengono le vertigini solo a pensarci!
Innanzitutto, Bitch Slap. Come avrete intuito, è esattamente il tipo di operazione di cui mi lamentavo nel mio scomodo e famigerato editoriale polemico, e della peggior specie: quello che si auto-pubblicizza come l’Evento Trash dell’Anno e il Film Definitivo del Genere (appunto il genere “donne di menare” e, per esteso, il grindhouse visto da chi ha imparato questo termine nel 2007). Io l’ho assaggiato, e ho retto solo 25 minuti prima di spegnere ricolmo di pessimismo e rancore: non solo nonostante le gnocche discinte sembrava girato da un alieno asessuato, ma era talmente pretenzioso e fuori bersaglio che ho pensato “forse che il trucco è farlo recensire da qualcuno con sensibilità opposta alla mia?”
E mo’ l’ho passato alla nostra inimitabile Cicciolina Wertmüller, lasciandoglielo impacchettato all’ingresso di casa, bussando, e scappando come un ladro prima che aprisse la porta.
Cosa c’entra Corman? Lo scoprirete nella seconda presentazione del double feature!
E ora, la parola a Cicciolina:

bitch slapPer scrivere questo pezzo, il capo mi ha costretta a togliermi gli occhiali. Per ripicca, mi sono rimessa le mutande. Quindi non stupitevi se ogni tanto sembrerò una zitella annoiata, dopotutto è anche colpa del film.
Questo Bitch Slap mi viene presentato, in crescendo, come un omaggio a Russ Meyer, una presa di posizione ironica sulla misoginia al cinema, il film per donne par excellence. E’ scritto e diretto da Rick Jacobson ed Eric Gruendemann, due che si sono fatti le ossa con Baywatch, Xena e Cleopatra 2525 quindi sanno come filmare le belle fighe. E’ giustamente interpretato da tre belle fighe, una fetta del genere umano di cui la vostra Cicciolina va ghiotta.
Eppure Rick ed Eric sono così cani a scrivere e dirigere, che con tutto questo materiale, che sulla carta faceva faville, sono riusciti a tirare fuori una scoreggina noiosissima che non riesce nemmeno ad irritare. Su, ragazzi, state giocando troppo facile: storiella davvero minima, fighe che si picchiano, personaggi femminili con la complessità di un assorbente (ah e sarebbe un film per donne?). Per chi è cresciuta guardando Occhi Di Gatto e leggendo gli enormi paperback di Marion Zimmer Bradley, nostra signora della paraletteratura, è troppo. Cioè ma nemmeno quando facevano Occhi Di Gatto su Italia 1 sarei cascata nel trappolone di Bitch Slap.
Cominciamo dall’inizio: titoli di testa che mostrano un montage di vecchi film con donne che menano altra gente e cortei di femministe che invocano il voto alle donne. E già mi sento presa per un’idiota. Poi parte con vari primi piani delle parti più interessanti delle fighe. Ho capito! Questo film vuole acutamente farmi accorgere che il cinema normale è misogino e tratta le donne come quarti di bue! Minchia non ci avevo mai pensato; grazie ragazzi per avermi fatto capire che sono una decerebrata (ah e sarebbe un film per donne?). Ora che finalmente ho visto la luce sotto forma di dettagli anatomici di tre fighe, mi aspetto che qualcosa, nella presentazione delle dinamiche sessuali del film, cambi. No. La coazione a ripetere più spossante e noiosa. Intanto, come per compensare la pochezza narrativa e ideale, dal punto di vista formale ne succedono di ogni: 350 flashback uno più insensato dell’altro, split screen a strafottere, personaggi presi paro paro da Kill Bill… hey, ma quella è Zoe Bell nelle vesti di una tipa chiamata Rawhide! Hey, ma quella è una katana tutta decorata! Hey, ma una delle fighe è al servizio di un uomo fascinoso (ah e sarebbe un film per donne?)! Insomma è uno sfacciatissimo rip off di Kill Bill, ci sono migliaia di elementi che lo provano. Anche qui coazione a ripetere. E, si noti, il film produce noia confondendo l’ironia, che avrebbe salvato il salvabile, con la risatina scema e pruriginosa del bimbo di 6 anni che vede il suo primo reggiseno (ah, e sarebbe un film per donne?).

no

ve' che bella roulotte

Momento topico numero 1: scena wannabe lesbo fra due delle fighe, in cui non si vede una, ma nemmeno mezza lingua in bocca! Oh, ma ci state prendendo per il culo? Cioè voi prendete due fighe e la location nel deserto e i vestiti bagnati e riuscite a far venir fuori una robaccia pseudovoyeuristica, ipocrita, antierotica che fa rimpiangere Asta Nielsen nei panni di Amleto che si strugge lesbicamente per la sua Ofelia nel 1921. Poi arriva la terza figa incazzata perchè l’hanno lasciata fuori a scavare per trovare il tesoro. Allora, momento topico numero 2: improvvisamente mi accorgo che la terza figa sembra uguale uguale Troy Sanders senza la barbetta e il basso! Momento topico numero 3: le tre fighe tornano a scavare, e si fa per dire, perchè il tesoro lo trovano sepolto sotto ben 5 centimetri di sabbia.
Insomma, dovunque lo si prenda, questo Bitch Slap è una fregatura. Non stiamo qui a chiederci se è misogino o no, se è per donne o no. È semplicemente brutto e stupido, come la maggioranza dei nostri spasimanti. Rick e Eric non venitemi vicino se no vi faccio un Irimi Nage anche se non sono Zoe Bell.

DVD-quote suggerita:

“Quando sentirai – che afferra le tue dita – la riconoscerai – la forza della figa”
Cicciolina Wertmüller, i400calci.com

>> IMDb | Trailer

Rottendamn 2010: l’ano del contatto

10/02/2010 | recensioni | di Cicciolina Wertmüller

symbolEro appena uscita estatica dalla visione di Symbol quando una torma di olandesi in bici mi ha investita. Mi sono svegliata poco fa in ospedale con una flebo di liquirizia e un aerosol di hashish – la tipica cura ricostituente del luogo, a quanto afferma l’aitante infermiere Hubert Bals. Riemergo alla vita giusto in tempo per accodarmi all’articolo di Wim sull’umorismo scatologico, perchè in effetti Symbol è pieno di scoregge e piselli, ma è anche un film con gli occhiali, e belli spessi.
Il regista è nientemeno che Hitoshi Matsumoto di Dainipponjin, ovvero Big Man Japan, del quale ha già egregiamente e copiosamente parlato Monsieur Casanova. Stavolta Matsumoto si fa una pettinatura se possibile ancora più scema della precedente e parte con una grottesca, fatalista, pessimista metafora della condizione umana che si snoda attraverso due universi paralleli: in Messico il povero luchador per bambini Escargot Man si prepara a farsi tritare vivo dai coloratissimi avversari, mentre un giapponese ottuso (Matsumoto) si risveglia in una enorme quanto misteriosa stanza bianca e tenta in ogni modo di uscirne – ma in realtà sta decidendo suo malgrado delle sorti del mondo.
La stanza bianca è costellata di protuberanze falliche, unico segno rimasto della presenza di migliaia di angioletti; quando l’uomo schiaccia un pisellino, da una botola casca un oggetto che, se usato nel modo giusto, potrebbe essere decisivo per la fuga. Non si può non pensare a Toshimitsu Takagi, il burlone che ha creato la famigerata Crimson Room. Ecco, io ci ho appena perso un’ora anziché scrivere. Comunque i tentativi di fuga di Matsumoto, la “Educazione” come ci informa una schermata, sono una visione assolutamente frustrante; ogni tanto il poveraccio viene investito da megascoregge ben poco angeliche e deve ricominciare da capo. Quando finalmente si passa alla “Implementazione”, cioè ad una stanza grigia popolata da angeli adulti, i piselloni da schiacciare (chiedete lezioni a Charlotte Gainsbourg, hahahaha!) mostrano di avere degli effetti ben precisi sul mondo reale: Escargot Man se ne accorge per primo. Poi tocca a una serie di manifestazioni di vita e morte sulla Terra. Alla fine il giappo viene assunto fra le schiere angeliche stile Gustave Doré in un turbine di piume e si ritrova ad un livello ulteriore, il “Futuro”, alle prese con un gigantesco cazzo nero…
Girato con due grane e fotografie diversissime, il film presenta varie domande esistenziali tipo “in che mondo preferisci stare?”, “riuscirai mai ad uscire dalla tua mente?”, “che senso ha stare qui a scrivere quando tutto e’ preordinato da uno scemo in una stanza piena di cazzetti?”, nonche’ un’idea hegeliana della storia come progresso ciclico, nonche’ una serie di invenzioni esilaranti. Un trip dell’assurdo, insomma, in cui ogni senso conflagra, ti lascia con l’amaro in bocca e con la voglia di iscriverti all’UAAR. Poi Matsumoto schiaccia un cazzetto e ti fai investire da 400 bici olandesi.

PS: fra il cast c’è anche qualcuno che si chiama Arkangel De La Muerte: chiunque sia, voglio essere il suo stalker.

così tanti piselli da schiacciare... così poco tempo...

Così tanti piselli da schiacciare... così poco tempo...

DVD-quote suggerita:

“God hates us all”
Cicciolina Wertmüller, i400calci.com

>> IMDb | Trailer