Introduzione di quell’invadente di Nanni Cobretti
Signore e Signori, double feature! Speciale “Donne di menare”! Esatto! Uno speciale all’interno di un altro speciale! Qual spericolato virtuosismo! Mi vengono le vertigini solo a pensarci!
Innanzitutto, Bitch Slap. Come avrete intuito, è esattamente il tipo di operazione di cui mi lamentavo nel mio scomodo e famigerato editoriale polemico, e della peggior specie: quello che si auto-pubblicizza come l’Evento Trash dell’Anno e il Film Definitivo del Genere (appunto il genere “donne di menare” e, per esteso, il grindhouse visto da chi ha imparato questo termine nel 2007). Io l’ho assaggiato, e ho retto solo 25 minuti prima di spegnere ricolmo di pessimismo e rancore: non solo nonostante le gnocche discinte sembrava girato da un alieno asessuato, ma era talmente pretenzioso e fuori bersaglio che ho pensato “forse che il trucco è farlo recensire da qualcuno con sensibilità opposta alla mia?”
E mo’ l’ho passato alla nostra inimitabile Cicciolina Wertmüller, lasciandoglielo impacchettato all’ingresso di casa, bussando, e scappando come un ladro prima che aprisse la porta.
Cosa c’entra Corman? Lo scoprirete nella seconda presentazione del double feature!
E ora, la parola a Cicciolina:
—
Per scrivere questo pezzo, il capo mi ha costretta a togliermi gli occhiali. Per ripicca, mi sono rimessa le mutande. Quindi non stupitevi se ogni tanto sembrerò una zitella annoiata, dopotutto è anche colpa del film.
Questo Bitch Slap mi viene presentato, in crescendo, come un omaggio a Russ Meyer, una presa di posizione ironica sulla misoginia al cinema, il film per donne par excellence. E’ scritto e diretto da Rick Jacobson ed Eric Gruendemann, due che si sono fatti le ossa con Baywatch, Xena e Cleopatra 2525 quindi sanno come filmare le belle fighe. E’ giustamente interpretato da tre belle fighe, una fetta del genere umano di cui la vostra Cicciolina va ghiotta.
Eppure Rick ed Eric sono così cani a scrivere e dirigere, che con tutto questo materiale, che sulla carta faceva faville, sono riusciti a tirare fuori una scoreggina noiosissima che non riesce nemmeno ad irritare. Su, ragazzi, state giocando troppo facile: storiella davvero minima, fighe che si picchiano, personaggi femminili con la complessità di un assorbente (ah e sarebbe un film per donne?). Per chi è cresciuta guardando Occhi Di Gatto e leggendo gli enormi paperback di Marion Zimmer Bradley, nostra signora della paraletteratura, è troppo. Cioè ma nemmeno quando facevano Occhi Di Gatto su Italia 1 sarei cascata nel trappolone di Bitch Slap.
Cominciamo dall’inizio: titoli di testa che mostrano un montage di vecchi film con donne che menano altra gente e cortei di femministe che invocano il voto alle donne. E già mi sento presa per un’idiota. Poi parte con vari primi piani delle parti più interessanti delle fighe. Ho capito! Questo film vuole acutamente farmi accorgere che il cinema normale è misogino e tratta le donne come quarti di bue! Minchia non ci avevo mai pensato; grazie ragazzi per avermi fatto capire che sono una decerebrata (ah e sarebbe un film per donne?). Ora che finalmente ho visto la luce sotto forma di dettagli anatomici di tre fighe, mi aspetto che qualcosa, nella presentazione delle dinamiche sessuali del film, cambi. No. La coazione a ripetere più spossante e noiosa. Intanto, come per compensare la pochezza narrativa e ideale, dal punto di vista formale ne succedono di ogni: 350 flashback uno più insensato dell’altro, split screen a strafottere, personaggi presi paro paro da Kill Bill… hey, ma quella è Zoe Bell nelle vesti di una tipa chiamata Rawhide! Hey, ma quella è una katana tutta decorata! Hey, ma una delle fighe è al servizio di un uomo fascinoso (ah e sarebbe un film per donne?)! Insomma è uno sfacciatissimo rip off di Kill Bill, ci sono migliaia di elementi che lo provano. Anche qui coazione a ripetere. E, si noti, il film produce noia confondendo l’ironia, che avrebbe salvato il salvabile, con la risatina scema e pruriginosa del bimbo di 6 anni che vede il suo primo reggiseno (ah, e sarebbe un film per donne?).
ve' che bella roulotte
Momento topico numero 1: scena wannabe lesbo fra due delle fighe, in cui non si vede una, ma nemmeno mezza lingua in bocca! Oh, ma ci state prendendo per il culo? Cioè voi prendete due fighe e la location nel deserto e i vestiti bagnati e riuscite a far venir fuori una robaccia pseudovoyeuristica, ipocrita, antierotica che fa rimpiangere Asta Nielsen nei panni di Amleto che si strugge lesbicamente per la sua Ofelia nel 1921. Poi arriva la terza figa incazzata perchè l’hanno lasciata fuori a scavare per trovare il tesoro. Allora, momento topico numero 2: improvvisamente mi accorgo che la terza figa sembra uguale uguale Troy Sanders senza la barbetta e il basso! Momento topico numero 3: le tre fighe tornano a scavare, e si fa per dire, perchè il tesoro lo trovano sepolto sotto ben 5 centimetri di sabbia.
Insomma, dovunque lo si prenda, questo Bitch Slap è una fregatura. Non stiamo qui a chiederci se è misogino o no, se è per donne o no. È semplicemente brutto e stupido, come la maggioranza dei nostri spasimanti. Rick e Eric non venitemi vicino se no vi faccio un Irimi Nage anche se non sono Zoe Bell.
DVD-quote suggerita:
“Quando sentirai – che afferra le tue dita – la riconoscerai – la forza della figa”
Cicciolina Wertmüller, i400calci.com
Ero appena uscita estatica dalla visione di Symbol quando una torma di olandesi in bici mi ha investita. Mi sono svegliata poco fa in ospedale con una flebo di liquirizia e un aerosol di hashish – la tipica cura ricostituente del luogo, a quanto afferma l’aitante infermiere Hubert Bals. Riemergo alla vita giusto in tempo per accodarmi all’articolo di Wim sull’umorismo scatologico, perchè in effetti Symbol è pieno di scoregge e piselli, ma è anche un film con gli occhiali, e belli spessi.
Il regista è nientemeno che Hitoshi Matsumoto di Dainipponjin, ovvero Big Man Japan, del quale ha già egregiamente e copiosamente parlato Monsieur Casanova. Stavolta Matsumoto si fa una pettinatura se possibile ancora più scema della precedente e parte con una grottesca, fatalista, pessimista metafora della condizione umana che si snoda attraverso due universi paralleli: in Messico il povero luchador per bambini Escargot Man si prepara a farsi tritare vivo dai coloratissimi avversari, mentre un giapponese ottuso (Matsumoto) si risveglia in una enorme quanto misteriosa stanza bianca e tenta in ogni modo di uscirne – ma in realtà sta decidendo suo malgrado delle sorti del mondo.
La stanza bianca è costellata di protuberanze falliche, unico segno rimasto della presenza di migliaia di angioletti; quando l’uomo schiaccia un pisellino, da una botola casca un oggetto che, se usato nel modo giusto, potrebbe essere decisivo per la fuga. Non si può non pensare a Toshimitsu Takagi, il burlone che ha creato la famigerata Crimson Room. Ecco, io ci ho appena perso un’ora anziché scrivere. Comunque i tentativi di fuga di Matsumoto, la “Educazione” come ci informa una schermata, sono una visione assolutamente frustrante; ogni tanto il poveraccio viene investito da megascoregge ben poco angeliche e deve ricominciare da capo. Quando finalmente si passa alla “Implementazione”, cioè ad una stanza grigia popolata da angeli adulti, i piselloni da schiacciare (chiedete lezioni a Charlotte Gainsbourg, hahahaha!) mostrano di avere degli effetti ben precisi sul mondo reale: Escargot Man se ne accorge per primo. Poi tocca a una serie di manifestazioni di vita e morte sulla Terra. Alla fine il giappo viene assunto fra le schiere angeliche stile Gustave Doré in un turbine di piume e si ritrova ad un livello ulteriore, il “Futuro”, alle prese con un gigantesco cazzo nero…
Girato con due grane e fotografie diversissime, il film presenta varie domande esistenziali tipo “in che mondo preferisci stare?”, “riuscirai mai ad uscire dalla tua mente?”, “che senso ha stare qui a scrivere quando tutto e’ preordinato da uno scemo in una stanza piena di cazzetti?”, nonche’ un’idea hegeliana della storia come progresso ciclico, nonche’ una serie di invenzioni esilaranti. Un trip dell’assurdo, insomma, in cui ogni senso conflagra, ti lascia con l’amaro in bocca e con la voglia di iscriverti all’UAAR. Poi Matsumoto schiaccia un cazzetto e ti fai investire da 400 bici olandesi.
PS: fra il cast c’è anche qualcuno che si chiama Arkangel De La Muerte: chiunque sia, voglio essere il suo stalker.
Così tanti piselli da schiacciare... così poco tempo...
DVD-quote suggerita:
“God hates us all”
Cicciolina Wertmüller, i400calci.com
Devo dire che dormire in un mulino a vento è più scomodo di quanto pensassi – piccolo, buio, freddo. Allora per tirarmi su di morale ho inforcato i pattini d’argento, solcato i canali ghiacciati e sono andata a vedere Un Prophéte del francese Jacques Audiard, che si svolge in un carcere. E proprio ieri esce la notizia che il film è candidato agli Oscar come Miglior Film Straniero, quindi tocca parlarne. Innanzitutto, questo film *non* è “il nuovo Bronson” come mi era stato venduto: è un buon dramma carcerario con un attore sconosciuto e molto intenso, Tahar Rahim, una sceneggiatura tesissima e tutti gli ingredienti chiave per fare un buon film mainstream che non ha paura del sangue. Il giovane Malik va in cella per motivi sconosciuti e si trova diviso fra le proprie origini arabe, che lo spingono a solidarizzare con i prigionieri musulmani, e il desiderio di essere accolto sotto l’ala di César (il grandissimo Niels Arestrup), capo della mafia còrsa. La sua prova iniziatica è tagliare la gola ad un progioniero indiano, il cui fantasma da allora in poi condividerà l’esiguo spazio della cella con Malik. Il quale riesce a conquistare la fiducia di César, ne diventa galoppino ogni volta che ha un permesso, e alla fine gira tutto a proprio vantaggio. Duro, sporco, polveroso con alcuni sprazzi surreali; ciao Jacques, ci si vede a Hollywood.
DVD-quote suggerita:
“Franza o Spagna purché se magna”
Cicciolina Wertmüller, i400calci.com
Però ora basta con tutta sta fotografia desaturata e pellicola sgranata: è ora di Amer, primo lungometraggio psichedelico della giovane coppia belga Heléne Cattet – Bruno Forzani. La storia qui è un mero pretesto per costruire un coloratissimo e fantasioso omaggio al “giallo” degli anni ‘70: un incubo che segue la protagonista dall’infanzia all’età adulta, fra la villa di famiglia infestata da presenze inquietanti e le vacanze al mare durante cui la ragazza si scopre oggetto del desiderio di tutti i maschi locali. La camera indugia sui dettagli e sulla consistenza delle superfici, che siano la stoffa dei vestiti della ragazza, la sua pelle nuda, bagnata, accapponata, o un inquietante paio di guanti di pelle, o l’occhio di un uomo misterioso mentre entra in collisione con un rasoio; come dite voi in Italia, “Bunuel puppami la fava”. Il montaggio astratto è accompagnato da un sound designing ricchissimo e frastornante che fa grosso uso di pettini di plastica (avete presente quando fate scorrere il pollice lungo i dentini di un pettine? Divertentissimo) e di colonne sonore vintage di Cipriani e Morricone. Ecco, ovviamente Amer fa tutto tranne che paura, però vi può riportare indietro all’infanzia quando guardavate i film in seconda serata e sobbalzavate alla vista del primo capezzolo e pensavate “Ora lo faccio anch’io un giallo!”; ecco, Cattet e Forzani hanno ascoltato i vostri lontani desideri.
Se Amer è una “song of innocence”, il celebrato Nekromantik di Jorg Buttgereit è certamente una “song of experience”. Sì, questa è una citazione colta e dimostra che ci si può ingozzare di formaggio con la crosta rossa e non subire danni cerebrali. Comunque Nekromantik è qui ad allietare la sezione “Back To The Future” del festival. Per chi non l’avesse mai visto, descrive i dolori del giovane Schmadke, che di mestiere pulisce le strade dai cadaveri morti negli incidenti. La sua ragazza Betty ha fantasie necrofile e fa i salti di gioia quando lui le porta a casa un cadavere nuovo di zecca. Per prima cosa lei correda il cadaverone di una bella sbarra di ferro fra le gambe, e per un po’ il ménage a trois funziona egregiamente. Ma quando Schmadke perde il lavoro, Betty se ne va col suo amichetto decomposto, consegnando l’ex moroso alla follia sanguinaria; alla fine Schmadke si ammazza mentre si masturba, insomma viene e va. Credo che ci siano in giro delle buone edizioni in DVD, se non ci sono organizziamo noi una petizione.
DVD-quote suggerita:
“C’è una volontà / che questa morte sfida / è la nostra dignità / la forza della vita”
Cicciolina Wertmüller, i400calci.com
Cari lettori, la vostra Cicciolina oggi indossa gli immancabili occhiali, zoccoletti di legno, cappellino a punta, grembiule a tulipani e, ovviamente, nient’altro. Questo è infatti il primo reportage dal meraviglioso International Film Festival Rotterdam, il festival per un mondo migliore; un tripudio di film underground/intelligenti/violenti/asiatici/omoerotici/eteroerotici/sontuosi/oscuri/sanguinari (abbinate a piacimento) proiettati su schermi lussuosi, città suggestiva e ristoranti orgasmici.
Cominciamo con Red White & Blue dell’inglese Simon Rumley, un simpatico calcio in faccia a tanto cinemino indie di marchio Sundance. Inizia con le molteplici imprese erotiche della giovane e graziosa Erica (Amanda Fuller), che la dà a tutti e rigorosamente cabrio. Il suo coinquilino strambo Nate, che tenta invano di farsela amica (e di farsela tout-court) le trova un lavoro in una specie di Castorama dove Erica amplia il suo parco clienti. Nate ha la faccia scavatissima e il fascio di nervi di Noah Taylor, e ha ovviamente un passato inquietante ma ora è un bravo ragazzo. Da un momento all’altro dovrebbe partire la colonna sonora indie, e invece voila la indie band dal vivo! L’azione si sposta su un pirla di nome Frankie che sembra Julian Casablancas coi baffetti di Jack White e suona nella promettente band The Exits. Frankie ha una situazione familiare disastrosa ma è tanto buono che gronda melassa dai ricciolini. E si fa Erica all’inizio del film. Dopo un po’ Casablancas sbrocca e ci dà dentro col coltello, poi Taylor fa in modo che The Exits non arrivino mai in testa alle charts. Il macello vero e proprio viene compiuto con grande fantasia e perspicacia, dura tipo 40 minuti con colonna sonora di pianoforte impazzito e molta azione fuori campo, ma è decisamente terrificante. Insomma, indie gone real bad. Evvai.
DVD-quote suggerita:
“Kill your idol”
Cicciolina Wertmüller, i400calci.com
Poi arriva il vero horrorpsychothriller pseudo-religioso ad opera del coreano Lee Yong-ju, ex assistente di Bong Joon-ho (quello di The Host e Memories Of Murder), che sforna la sua opera prima Possessed: c’è una ragazzina indemoniata che vive (o viveva?) in un condominio di pazzi scatenati capitanati da una sciamana sadica che compie riti sanguinari; la madre della ragazzina invece è una cristiana estremista che vede Satana dappertutto. Quando la ragazzina scompare, arriva la sorella che tenta di fare luce sull’accaduto insieme ad un investigatore cinico e miscredente – e qui parte una girandola di suicidi sospetti, crocifissi usati per spaccare teste, fantasmi, talismani. L’investigatore non ci capisce un cazzo, la sorella grande capisce fin troppo e si trova al centro di una triangolazione diabolica: estremismo pagano, estremismo cristiano, estremismo scientista. La trama si dipana con abbondanza di visioni inquietanti e scherzetti spaventosi tutti efficaci, ma che bisogno c’è di intricare lo script fino allo spasimo? Forse Lee vuole omaggiare il maestro Bong, forse semplicemente si adatta ad uno stilema asiatico recente (vedasi robe come Susuk, Body sob 19) che gioca troppo sulla sovrabbondanza e ahimè, meno sulla coerenza interna. Comunque ci si diverte.
DVD-quote suggerita:
“Il tramonto degli Dei”
Cicciolina Wertmüller, i400calci.com
Ma a proposito di divertimento, lo zenith si tocca col capolavoro thailandese di Kongkiat Khomsiri, Slice, ove trattasi di un serial killer vestito di un mantello rosso che si diverte ad ammazzare uomini, tagliarne i genitali e infilarglieli nel culo. Un ex poliziotto in carcere identifica l’assassino con un vecchio amichetto d’infanzia e viene cooptato per le indagini da un commissario con la catenazza che somiglia tantissimo a Domenico Procacci. Fra un toccante flashback e l’altro, vediamo scene che meritano di diventare patrimonio UNESCO tipo un’orgia con partecipanti travestiti da Darth Vader, Tenerone e Disco Ball; un tipo sodomizzato con una barchetta di latta; Procacci che si lega alla faccia la mascella disintegrata da una pallottola; Procacci che fist-fucka un cadavere; il poliziotto che nega l’esistenza di un organo chiamato “vagina”. E poi ovviamente la solita sceneggiatura colabrodo, fotografia da depliant e attori sopra le righe, d’accordo, robe che ormai fanno solo tenerezza. Ma a differenza di molti film dello stesso genere, il messaggio di fondo del film è quanto di più positivo esista: è una dolcissima storia d’amore! Un amore eterno che sfida le leggi della società, della biologia, della fisica, dell’ubiquità! Una ventata d’aria fresca che fa mantenere a questo film una dignità superiore. Stasera vado a rivederlo.
C’è qualche burlone in giro che si ostina a dire che Antichrist di Lars von Trier sia un film horror. Il burlone credo che sia von Trier stesso. Facciamo il conto: c’è la Gainsbourg incazzata che maciulla palle e verga del marito Willem Dafoe con un ciocco di legno. Lui giustamente sviene. Lei procede a fargli una sega e l’uccello tutto livido eiacula sangue con cui lei si decora la camicetta. Poi gli trapana una gamba, inserisce una sbarra di ferro fissata ad una piccola macina di pietra per non farlo scappare. Qualche ora dopo lei prende un trinciapolli arrugginito e si sforbicia via il clitoride. Tempo di tutte queste scene messe insieme: meno di un minuto e mezzo. Tempo totale del film: circa 100 minuti. Sangue che scorre: poco, e pure di un colore non realistico. Se volete potete smettere di leggere qui.
Se invece avete voglia anche voi di farvi fracassare i maroni, vi devo dire prima di tutto che Antichrist è un capolavoro dalle atmosfere veramente losche, in cui il personaggio principale è una natura che più matrigna non si può. A von Trier bastano qualche ralenti e qualche bel drone per costruire sequenze che ti fanno affogare nella loro acqua nera e viscosa; sono immagini che ti prendono nelle viscere, vanno sentite a livello di istinti primordiali, interagite e inframmezzate coi propri ricordi. La cosa riesce particolarmente bene se siete donne, perché questo film è raccontato con una sorprendente aderenza all’immaginario e alla sensibilità femminili. Siete sorpresi, eh? Credevate che i film “per donne” fossero solo quelli dove tutti hanno le facce di Sandra Bullock e Matthew McConaughey e il sesso anale non esiste, eh? Sbagliato. Credevate che Antichrist fosse un film misogino perché così hanno sentenziato tutti i critici, eh? Sbagliato. Leggetevi la recensione di Dolores su Sorority Row, quello sì che inneggia all’odio irrazionale contro ogni essere vivente privo di uccello.
In realtà il discorso di von Trier è più complesso e al tempo stesso archetipico, come una fiaba distorta e crudele (altro che Tim Burton). In questo senso può essere letto magari come un film vecchiotto, banale, oppure come una denuncia degli orrori provenienti dall’abitudine maschile occidentale di origine pitagorica, di fondare i rapporti sociali sulla doppia associazione uomo/cultura e donna/natura.
L’incidente iniziale (un bimbo cade dalla finestra di casa mentre i genitori sono impegnati a fare l’amore) travolge la coppia e li scaglia nelle tenebre della depressione e del senso di colpa. Ma lui, che fa lo psicoterapeuta, decide di prendere in mano la situazione e aiutare la moglie a guarire dai suoi demoni. Lei all’inizio pare reagire bene ed essergli grata, poi tutto il dolore represso, che la terapia non è stata in grado di cancellare ma solo di nascondere, straripa dal corpo e dall’anima di lei e si riversa sul marito. Non a caso, la follia sadica di lei esplode quando il marito la vuole costringere a ragionare in termini di Bene e Male, perpetuando la dicotomia culturale; lei capisce che lui è ormai distante anni luce dalla sua istintività – e reagisce male.
Che cosa ha davvero visto e fatto la donna? E con quali motivazioni? È veramente pazza? È veramente una strega da bruciare sul rogo? Che ne è dei sopravviventi, una volta che l’ultima brace del rogo si è spenta? Von Trier fornisce risposte ambigue, allucinate, fluttuanti; nulla a che vedere col dogmatismo (ahahah che battuta!) di cui viene sempre stancamente accusato. D’altronde, la volpe che si nutre del proprio feto lo dice chiaramente; il Caos regna.
DVD-quote suggerita:
“Sembra un horror ma non è – serve a darti l’allegria!”
Cicciolina Wertmüller, i400calci.com
Jeremi e Michael devono essere persone di buon cuore, oltreché di ottimi gusti cinematografici. Devono avere pianto calde lacrime sulla morte del tenero asinello Balthazar nell’eponimo capolavoro Au Hasard Balthazar (1966) del maestro Robert Bresson, e si sono detti “No! Non può finire così!” come molti di noi, dai, ammettetelo. Ma loro, anziché tirare fuori il DVD e tirarsi su di morale col Decalogo di Kieslowski hanno deciso di riscattare Balthazar dal suo destino. Ora, per la regia di Jeremi Szaniawski (Michael Cramer rimane in ombra), ecco a voi Biohazard Balthazar! Un po’ Tetsuo, un po’ Street Trash, finalmente l’asinello si prende la sua rivincita! Cinefili, Asinofili, gioite:
L’arrivo di Avatar – anzi, che dico?, l’esistenza di Avatar ha già provocato scompiglio fra i cinematografari italiani. Senza averlo visto, tutti paiono conoscerlo già a memoria, lo snobbano, addirittura ne paventano le disastrose conseguenze sulla storia del cinema (l’autore dell’articolo linkato poc’anzi è stato capace di girare una scena erotica fra Margherita Buy e Goran Bregovic; rientra dunque nella categoria di “regista horror”). Un po’ come ai tempi belli di Galileo Galilei che chiedeva di guardare nel cannocchiale di sua invenzione, l’aristocrazia lo prendeva per il culo, il clero lo minacciava di scomunica, ma nessuno aveva il coraggio di guardare.Io Avatar l’ho visto e mi è piaciuto tantissimo: ora, nella convinzione che la grandezza di un film si misuri anche dall’idiozia delle sue critiche, confuto per voi quelle fatte a priori. 1) “Il 3D è inutile.” Dal momento che il film si svolge su un pianeta (Pandora) dalle leggi fisiche diverse dalle nostre, tutta la geografia di esso, e i movimenti degli esseri che vi abitano, sono più fluttuanti e allo stesso tempo più potenti. E’ un effetto che senza il 3D si perde. Vi sono numerose scene di volo a dorso di uccello, di caduta verticale verso abissi di giungla, e ovviamente la super sequenza catastrofica che entrerà di diritto nei Sylvester 2011: ecco, tutte queste scene funzionano egregiamente anche da sole, ma col 3D ti fanno sobbalzare. 2) “La storia è banale e scontata.” Mica dobbiamo essere tutti Bergman. Avatar è un apologo universale che riprende volutamente i tòpoi delle favole più antiche, li dipinge a colori sgargianti e li fa muovere con grazia lungo tre ore che passano velocissime. La storia del film, così come l’ambiente magico di Pandora, regge benissimo così com’è. Pretendere una storia diversa sarebbe come pretendere che Mozart usasse la Stratocaster o che Nic Cage recitasse bene: non c’entra un cazzo. 3) “E’ spettacolare ma non emozionante.” E chi lo dice che lo spettacolo non sia fonte di emozione? Qui dipende da quanto lo spettatore abbia voglia di lasciarsi andare ed entrare nel film: la buona vecchia sospensione dell’incredulità. Nulla di nuovo, né di pericoloso. Sit back and relax. Per chi sappia ancora istintivamente stupirsi davanti allo spettacolo della bellezza pura, Avatar offre un viaggio indimenticabile. E poi c’è anche una bella storia di amore e morte che a noi duri dal cuore tenero piace un casino.
I vari corollari tipo “è troppo lungo”, “la tecnologia vince sull’uomo” et similia mi paiono oziosi. È curioso notare come le stesse critiche e lo stesso pregiudizio avessero accolto anche Titanic: ai tempi, dichiarare che Titanic ti era piaciuto equivaleva ad essere radiato da tutti i circoli cinefili di provincia che contano, nessun amico critico ti passava più le fotocopie dei pressbook, il bigliettaio del cinemino d’essai ti guardava storto e per te lo sconto del mercoledì non valeva. Ora sono tutti fan della prima ora e il signor Cameron se la ride.
Vabbè, la mia apologia è così unilaterale che, per far contenti gli scettici, rivelerò l’unica riserva che ho non tanto sul film ma su tutta l’operazione tecnologica. Come tutti già sanno, gli Avatar sono simili ai Surrogates dell’omonima ciofeca – mentre tu sonnecchi in una bara ipertecnologica, la tua identità e coscienza vengono trasferite in un “corpo in prestito” (nell’Induismo, “avatar” è la manifestazione di un dio in una forma percepibile all’uomo) dalle sembianze fittizie di un Na’vi (un abitante del pianeta Pandora), e vai lì a convincere i Na’vi nativi che devono smammare perché gli amerikani vogliono trivellare tutto il pianeta ed estrarne un minerale preziosissimo per la Terra. Questo significa anche trucidarli, distruggergli l’ecosistema e la cultura, e se non smammano in fretta ci pensa l’esercito. Insomma, una storia che più metaforica e antiamerikana non si può. Ma questa storia è girata da un amerikano usando con la tecnologia Performance Capture 3D che solo l’Amerika può fornire. Il tutto aspettando una valanga di dollari e di Oscar. Contraddittorio? Ipocrita? O uso beffardo dei mezzi tecnici messi a disposizione da un’industria che, come la Terra, ha bisogno di Pandora per rifiorire? Il dibattito è aperto.
DVD-quote suggerita:
“Su Pandora come sulla Terra, il capo è quello con l’uccello più grosso”
Cicciolina Wertmüller, i400calci.com
Nome: Vera Elizabeth Cosgrove, detta “Mamma”. Gli sceneggiatori anglofoni hanno questa idea strana che il nome “Vera” possa essere appioppato solo a vecchie antipatiche, dalla zia di Barbara Stanwyck in Il Romanzo Di Thelma Jordon a quella di Michael J. Fox in Il Segreto Del Mio Successo. Quella di cui parliamo è però la più bastardona di tutte, per cui d’ora in poi la chiameremo Mamma.
Chi gliel’ha dato: quello vero gliel’han dato forse le suore dell’istituto di carità dove questa arpia, già stronza da piccina, è stata probabilmente abbandonata. “Mamma” invece è come la chiama suo figlio Lionel. Eh, che fantasia.
È colpa degli americani? Poiché Mamma compare in Splatters – Gli Schizzacervelli di Peter Jackson (prima che si fottesse la cabeza con Tolkien), si sarebbe tentati di dire che sia colpa dei neozelandesi, quindi andando a ritroso è colpa degli inglesi e degli olandesi. Ma di sicuro c’è lo zampino dello zio Sam. Forse smembrato da uno zombie di passaggio.
Altezza: all’inizio normale. Poi, mentre spia Lionel che passeggia per lo zoo con la morosina, viene morsa da una scimmia-ratto a cui, per tutta risposta, sfonda la testa. Capito che elemento? Comunque il morso zombifica Mamma e il figliolo la chiude in cantina. Un giorno che sente un po’ troppo casino di sopra beve una specie di Red Bull per animali lasciata lì dall’incauto Lionel, s’incazza come nell’immortale canzone degli 883 e diventa circa 6 metri, compreso il nuovo collo da giraffa, cranio da coccodrillo, zampe da gallina un po’ troppo ruspante. Bisogna dire che Mamma conserva una qualche armonia nelle proporzioni, infatti monta un fisichino da Venere paleolitica che la rende, dopotutto, ancora scopabile.
Filmografia essenziale:Splatters – Gli Schizzacervelli e basta. Ma ci piace pensare che Mamma abiti gli incubi più remoti ed inconfessabili di ogni bambino.
Vittime preferite: tutti quegli imbecilli riuniti a casa sua per fare festa ignari del truce destino che li attende – e fin qui va bene. La dolce infermiera McTavish, che ha curato la vecchia Mamma per anni e ne ha sopportato il caratteraccio – e qui non va bene. Lo zio Les, uno col parrucchino pirla che pensa da pirla con la faccia da pirla come nell’immortale canzone di Charlie – e qui va benissimo. Tutti zombificati allegramente nella magione di famiglia.
Mossa preferita: il parto al contrario, ovvero fagocitare il figlio adulto in un ventre enorme. Scena da psicanalisi.
Come si sconfigge: dall’interno, come ogni nemico; ovvero squarciandole il ventre e rinascendo. Altra scena da psicanalisi. Oh ma che filmone!
Ricorda una figa? Ce l’ha, anche se non si vede. Non deve averne fatto molto uso, però, giusto il necessario. Da cui il caratteraccio.
Lo compreresti? No. Di Mamma ce ne è una sola. Se la seconda è questa, meglio girare al largo.
"Quando hai finito con la ricarica voglio la Palma d'Oro"
Se vi dico “uomo-macchina”, voi a cosa pensate? Se vi sfondate di techno tedesca vi vengono in mente i Kraftwerk. Se studiate filosofia empiristica vi vengono in mente Cartesio e La Mettrie. Se strabiliate di fronte ai film d’azione, vi viene in mente l’unico e inimitabile Chev Chelios, eroe di Crank e Crank 2: High Voltage, punti di arrivo (per ora insuperabile ma aspettiamo l’anno prossimo) del cinema iperadrenalinico degli anni 00.
Quei burloni dei registi/sceneggiatori Mark Neveldine e Brian Taylor esordiscono nel 2006 con il primo Crank: se chiedete in giro vi dicono che è un “videogame-inspired action flick”. E basta? Ma non scherziamo. Questo film è un droga-party per gli occhi, una lezione di cinema per il cervello, uno spettacolo totale che ti aggredisce da ogni lato e ti costringe a correre per tutto il tempo insieme a Chelios.
Costui non è interpretato da un action hero qualsiasi, bensì da Jason Statham: atleta olimpionico-modello-artista marziale (un po’ la versione simpatica di Matthew Barney), nonché attore molto più credibile della media; Statham conferisce al suo personaggio motivazioni e sfumature rare non solo nel cinema d’azione, ma nel cinema tout court. Perchè la particolarità dei due Crank e la loro importanza nel decennio è proprio l’altissima qualità artistica del prodotto. Certo, ci sono centinaia di altri film d’azione “belli”. Ma Neveldine/Taylor alla perizia tecnica aggiungono una visionarietà fuori dal comune: le loro scene madri sono un incrocio fra Alejandro Jodorowsky, Park Chan-wook e Mamoru Oshii, senza che nessuno dei tre, da solo, sia arrivato a tali livelli di parossistica concentrazione di idee.
Riguardatevi i pochi secondi in cui Chelios si sbarazza del tassista indiano additandolo alla folla gridando “Al Qaeda!”, assicurandogli così uno stinco maciullato da una rispettabile vecchina. O il montaggio folle della sequenza del jump-start, in cui il nostro eroe chiede gentilmente a due grassoni di ricaricarlo con i cavi della batteria dell’automobile: se ne attacca uno al capezzolo, uno alla lingua e si ricarica mentre Mike Patton sbraita in sottofondo e la camera impazzisce. O la testa mozzata di Ricky Verona che parla come Stephen Hawking. E’ un cinema estremo, muscolare, adrenalinico, ma anche profondamente metacinematografico nelle continue citazioni e nell’uso disinvolto di soggettive, sovraimpressioni, stop ‘n’ go di matrice chiaramente musicale. Siamo dalle parti dell’effetto che a suo tempo fece Pulp Fiction, e in effetti anche entrambi i Crank meriterebbero la Palma d’Oro, però con un bengalino attaccato ad ogni foglia. Sento mugugnare in sottofondo: cosa dite? I film d’arte sono quelli di artisti conclamati, esposti e venduti? Pipilotti Rist, Sam Taylor-Wood? Mavaffanculo.
Ora spendiamo due parole su Chev Chelios in carne e ossa: esemplare abbastanza atipico, visto che nel primo film il suo organismo sopravvive grazie ad un eccesso di adrenalina che ammazzerebbe ogni altro essere umano, e nel secondo addirittura grazie alle scosse elettriche. Fin dall’inizio dei film, Chelios non è più padrone dellA sua carne e delle sue ossa: qualcuno, i cattivi, lo ha reso una macchina, un agglomerato di materia che reagisce a stimoli chimici (adrenalina) o fisici (elettricità) in modo innaturale e senza ritorno. Una volta sacrificato il corpo alle nuove leggi della sopravvivenza, a Chelios resta solo la mente per potersi ancora dire umano; da cui il paradosso di due film d’azione che esaltano oltremisura la presenza cerebrale. Che Chelios usi la testa, infatti, è fuori di dubbio: molti ostacoli nella lotta contro la sua stessa carne, sono proprio superati grazie alla conoscenza del mondo esterno, della scienza, della fisica. L’eroe inoltre mantiene sempre sentimenti ed etica a livello molto alto: ulteriore prova che l’uomo dentro la macchina ha ancora il comando.
Ecco, per me i Crank sono un esempio altissimo di cinema artistico e umanista del nuovo millennio. E poi fanno morire dal ridere. Viene spontaneo esultare e correre a dare la buona novella ai veri cinefili di tutto il mondo: il nostro sogno si è avverato! Possiamo divertirci come coglioni, applaudire alle gag come ormai all’atterraggio dell’aereo non ci lasciano fare più, tirare i pop corn ai cattivi, poi dire che abbiamo visto un film d’arte concettuale. Per ora è capitato due volte – che il nuovo decennio ci riservi un Crank 3?