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Quantum Tarantino

Ve lo ricordate che Shin Godzilla è al cinema? (Tipo, domani!)

Bella regaz, questo post è un friendly reminder (amichevole rimandatore) che quel film pazzesco su Godzilla di cui vi abbiamo parlato circa 6 mesi fa uscirà in Italia in una selezionatissima manciata di sale per un limitatissimo periodo di tempo, corrispondente a lunedì 3, martedì 4 e mercoledì 5 luglio.

Comodissimo, vero?

Che vi devo dire, va così quando si tratta di produzioni che hanno la faccia tosta di non essere bianche e americane. Anzi, bucio de culo che essendo giapponese e diretto da Hideaki Anno, il regista di Evangelion, Shin Godzilla entra di rimbalzo nel girone “anime” del campionato e beneficia di questo tipo di distribuzione super-targettizzata, finora riservata ai film di Miyazaki e poco altro, che va sotto il nome di “evento speciale” dove il sottinteso è “sempre meglio di niente”.

Non so che programmi abbiate voi il lunedì sera, io personalmente di solito tento il suicidio, ma vedere Godzilla, questo Godzilla, che distrugge Tokyo su un maxischermo è un’esperienza che mi sento di raccomandare.

Ricapitolando:

Nota di colore: il film è segnato da alcune parti con il buffo e forviante titolo di “Godzilla – Il ritorno”. Ritorno de che? È un reboot!

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Jackie Lang

Congressi di menare – Uso di Donnie Yen in Rogue One

Avete visto Rogue One? No? Ciao.
Questo post è per tutti gli altri che sono rimasti, e possibilmente anche per quelli che un mese e mezzo fa si erano radunati in quest’altro post in cui si discuteva di quest’altro film Disney e di un altro artista marziale in un’altra scena di menare.
La buona notizia è che stavolta le cose sono state fatte per bene, Donnie Yen mena. Certo mena per tipo un minuto, non è il centro del film, non è la sua prestazione migliore, non è niente di clamoroso. Ma c’è.

Dalla testa ai piedi

Dalla testa ai piedi

Siccome sono stato il primo a mettere il broncio all’ennesimo sfruttamento svilente di grandi star del cinema di menare in film mainstream, ora voglio essere il primo a battere le mani ad un buon Donnie Yen.
Non è solo lo spazio che viene dato al farlo menare, ma il fatto che ci sia un margine di adattamento del personaggio alle sue caratteristiche e che sia anche ripreso come merita, cioè non spezzettato in mille stacchi di montaggio ma inquadrato dalla testa ai piedi in lunghe inquadrature. Non c’è infatti nulla di più frequente della mortificazione del menare tramite il continuo stacco per mascherare movimenti non impeccabili e coreografie puerili (notabile eccezione il cinema di Greengrass, che anzi si esalta nel montaggio).
Non voglio ora esagerare e gridare al miracolo, solo al buon uso.
Di certo migliore di quello di Iko Uwais e Yayan Ruhian nel film precedente di Guerre Stellari.

Mica come...

Mica come…

Nei commenti al post Strange/Adkins era nata una discussione su quanto non sia invece importante che il cinema mainstream cominci ad incorporare questo tipo di attori nei cast, per dare sostanza a qualsiasi scena di arti marziali, anche le più stupide. L’idea era che per quanto cretina, una sequenza con Adkins è comunque migliore dell’equivalente con uno a caso. Dall’altra parte c’era anche l’idea che l’accaduto fosse solo una dimostrazione di quanto quei film non capissero l’essenza del menare, visto che non riescono nemmeno a fare buon uso di una star del settore. Ora, complice il fatto che Donnie Yen è una star molto più grande degli esempi sopracitati, ci troviamo di fronte ad un ruolo che poteva interpretare chiunque altro ma gestito con un gran rispetto per il capitale che l’attore può portare al film.

A questo punto vi chiedo: è bene così o è lecito aspirare a di più? È questo il posto migliore cui può aspirare il cinema di menare in produzioni mainstream, oppure è un passo in avanti in un percorso fino al dominio dell’universo? E il dominio dell’universo è auspicabile o è meglio rimanere nella nicchia, dove fare film duri e puri senza essere obbligati a cambiare per piacere ad un pubblico vastissimo?

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Jackie Lang

La scena con Scott Adkins in Doctor Strange: davanti ad un green screen nessuno può sentirti calciare

Oggi sono qui per sottoporvi questa clip da Doctor Strange, film che si è preso meritatamente i nostri applausi, ma che mette una pietra tombale su qualsiasi idea di menare seria nei film Marvel. Non che non lo si potesse già dire dai film precedenti eh, ma il caso particolare della partecipazione di Scott Adkins, idolo delle folle di menare del mondo, lo sottolinea con ancor maggiore evidenza e suscita maggiore indignazione nell’animo calcista. Ma via alla clip.

Chi ha visto il film saprà ancora meglio che sono presenti diversi combattimenti e che, come accade sempre nel cinema Marvel, questi scorrono come acqua liscia. Si tratta del pregio di questi film (la loro leggerezza) ma anche la tomba del menare.
Perché quando in una scena di menare non vedi differenza tra i calci di Mads Mikkelsen e quelli di Scott Adkins c’è un problema.

I lettori dei calci già avevano avuto il più autorevole dei pareri in materia, quello di Jason Statham, che anni fa aveva spiegato proprio al boss come le scene di combattimento in film del genere “le può fare anche mia nonna”. Via con la dovuta clip.

Per chi si fosse perso il dibattito poi Paul “porto la sciarpetta lenta” Bettany si era sentito in dovere di rispondere che forse lui ha bisogno di una controfigura per le scene di recitazione, dimostrando di aver capito pochissimo il punto.
Ancora più di quel che avviene con Yayan Ruhian e Iko Uwais in Il Risveglio della Forza e solo un filo meno di quel che si vede fare a Tony Jaa in Fast and Furious 7, qui la performance di una star del cinema di menare è esattamente sullo stesso piano di attori che non hanno nessuna nozione di menare. La cosa è tanto più grottesca quanto più è evidente che Adkins non sia stato preso per le sue doti di attore come il profetico ruolo in X-Men Le Origini: Wolverine aveva suggerito.

Metafora di una carriera da associare al suo stesso commento sulla partecipazione “Non era una mia idea. Facevo solo quel che mi veniva detto"

Metafora di una carriera da associare al suo stesso commento sulla partecipazione “Non era una mia idea. Facevo solo quel che mi veniva detto”

In molti obietteranno che anche in un film di menare vero come I Mercenari la partecipazione di Adkins era superflua, ma il punto è che lì per quanto sottosfruttato, quando appare non è sullo stesso piano degli altri, non si confonde tra i “non menanti” ma emerge per le sue doti. Invece in Doctor Strange l’idea di cinema di menare Marvel riesce a totalmente annullare uno dei corpi atletici fondamentali dei nostri anni. La tecnologia invece che enfatizzare le doti le annulla, la sordina del menare.

A questo punto altri ancora obietteranno che “Sì ma la violenza nei film Marvel non è importante/la violenza nei film Marvel è cartoonesca”. Non è vero. È molto importante ed una delle preoccupazioni principali, altrimenti non si sarebbero presi la briga di fare questa specie di parodia con marionette del finale di The Raid.
cap vs ironman
Nei loro film c’è tantissima violenza e spesso dalle coreografie elaborate e lunghe ma non importa nulla a nessuno, non ha alcun peso perché è una transizione invece che essere il punto, non è mai la maniera in cui si comunica come avviene nel cinema di menare migliore (rimanendo a The Raid si pensi a come comunicano i due fratelli unendosi contro Mad Dog). È la violenza come soprammobile e condimento, come sofisticatissima carta da parati. Sta praticamente ovunque, occupa tantissimo minutaggio ma è come non ci fosse. Se davvero non importasse non ci sarebbe da prendersela, invece proprio il peso e l’influenza inevitabile che questi film hanno è ciò che fa arrabbiare, perché un film così grosso, ben fatto, di successo e degno di lodi, in cui l’azione è così generica che anche Scott Adkins non risalta fa riflettere.

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Quantum Tarantino

Ma quindi com’è ‘sto telefilm di Arma letale?

Dritti al punto: è inoffensivo.
Fa quel che promette, cioè capitalizzare su un successo cinematografico di 30 anni fa, senza fare troppo male e senza spostare di un millimetro l’ago della bilancia dell’eterno dibattito sull’insensatezza dei remake.

Almeno esplode qualcosa!

Dirige i giochi tale Matthew Miller, mestierante di varie serie tv che avete sentito nominare, con l’anonimo Clayne Crawford nella scarpe, troppo grandi per chiunque, di Mel Gibson e uno sfavillante Damon Wayans nella più sexy delle imitazioni di Danny Glover + Jordana Brewster in un ruolo molto minore ma che menzioniamo lo stesso perché è una di Famiglia. Dirige il pilota l’enigma vivente del panorama action che è McG: regista senza personalità o sofisticatissimo programma computerizzato che realizza film senza l’ausilio dell’uomo?

Tutto è come lo ricordavamo: Riggs è un poliziotto bianco con una collezione di lutti e PTSD che non vede l’ora di farsi ammazzare mentre dà la caccia ai criminali, Murtaugh è un poliziotto nero a un passo dalla pensione ed è troppo vecchio per queste stronzate; verranno accoppiati contro il loro volere e il buonsenso e assieme risolveranno casi cercando, nel processo, di distruggere quanta più Los Angeles possibile. Le shaneblackate ci sono tutte, dalla coppia che scoppia alle auto che sfondano i muri, alcune scene sono praticamente identiche al primo film, in altre cambia il setting ma rimane la sostanza, gli eventi sono ovviamente aggiornati ai giorni nostri (Riggs per esempio è stato in Iraq invece che in Vietnam — fortunatamente gli Stati Uniti sono sempre in guerra con qualcuno) e la violenza è abbassata di qualche tacca perché questa è la Fox del 2016, non i Joe Silver & Richard Donner degli anni 80, ma in generale siamo di fronte a un remake fedele più che a un reboot fichetto (sì, sto parlando con te, teenager MacGyver).

Ce n’era veramente bisogno? No, ma ho visto di peggio.
Il fatto è che in qualsiasi altro campo la tv ha fatto passi da gigante raggiungendo e a volte persino doppiando il cinema, ma il poliziesco, e con lui il suo mini-me che è il buddy cop, è l’unico genere che, salvo rare eccezioni, invece di crescere si è involuto. Vederne uno, nel 2016, fatto — passatemi l’espressione da nostalgico, giuro che il cazzo mi funziona ancora — alla vecchia maniera, senza fantascienza, senza sottotesti omoerotici (NON C’È NIENTE DI MALE a essere un poliziotto gay, però decidetevi: o gay o no, i sottotesti hanno rotto), senza casi della settimana da snuff movie, in cui due poliziotti — e sono due poliziotti, non tipo un poliziotto e uno psichiatra, un poliziotto e uno scrittore, un poliziotto e un mago della truffa, un poliziotto e un agente assicurativo, un poliziotto e un vincitore di MasterChef — fanno cose da poliziotti, cioè battibeccare, avere solo 12 ore per risolvere il caso e sparare a portoricani dall’aria losca, è la ventata d’aria fresca più paradossale di sempre.

Sai che ti dico? Poteva andare molto peggio!

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Jean-Claude Van Gogh

JCVJ: Il pilota di Jean-Claude Van Johnson

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Funziona così: ogni agosto Amazon tira fuori delle puntate pilota visibili gratuitamente sul sito americano e sul sito inglese (da account americani e inglesi). La gente guarda, vota e quelle che piacciono di più vengono prodotte per intero.
Quest’anno, tra le altre cose, hanno presentato un nuovo adattamento di The Tick, prodotto dal creatore del fumetto. Una roba tutta matta con supereroi ridicoli, astronavi e cattivi che son tutti una caricatura. Una bella bombetta divertente che spero diventi una serie.
Poi hanno anche presentato Jean-Claude Van Johnson, in cui Jean-Claude Van Damme interpreta se stesso, un attore un po’ depresso all’ombra della sua giovinezza, ma anche un agente segreto chiamato, appunto, Jean-Claude Van Johnson. Il pilota, di per sé, è un prodotto abbastanza ben fatto (anche grazie alla regia del non sprovveduto Peter Atencio) che ha l’intuizione giusta nel prendere lo stesso tono malinconico di JCVD e applicarlo a una situazione un po’ più assurda e comica. Le parti puramente Van Damme funzionano alla grande, con sketch dedicati a Time Cop talmente stupidi da essere una delizia e delle botte che, al netto di un approccio un po’ troppo consapevole dei limiti dell’attore, sono abbastanza una goduria.
Ma la cosa fondamentale, oltre ai dettagli per fan sfegatati tipo loghi di film molto simili a quelli di alcuni suoi film meno noti, è che Jean-Claude è un attore fenomenale. Autoironico, drammatico, camaleontico; in mezz’ora, qui, le fa tutte. È un portento tale che sembra assurdo non lavori molto di più, magari in qualche serie TV, o non abbia una sua personalissima saga cinematografica di successo. Chiunque guarderebbe un nuovo Time Cop con lui protagonista, o qualcosa del genere.

Attore.

Attore.

Il problema di un prodotto del genere, che oltre al personaggio prova goffamente a inserire una trama completa con qualche scivolone sentimentale, è che può piacere solo ai fan di Van Damme.
Spero di sbagliarmi, ma tanto è grosso il potenziale quanto triste la realtà dei fatti: non credo che una serie di Van Damme su Van Damme interessi ad abbastanza gente, e questa puntata non è abbastanza universalmente bella da piacere a chi non frega nulla del Mito.
L’unica soluzione è scaldare i proxy e fare un raid su Amazon, votare tutti e votare durissimo, e farne l’unica missione de I 400 CALCI, Rivista di Cinema da Combattimento.
E se questo non dovesse bastare, forse qualche altro network lo comprerà.
Speriamo.

Completo.

Completo.

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Jackie Lang

Ci siete andati a vedere Ghostbusters? Bravi

Bravi qualsiasi sia stata la vostra risposta.

Nella foto un regista di commedia posa accanto ad un'autovettura ispirata a quella di un film d'avventura

Nella foto un regista di commedia posa accanto ad un’autovettura ispirata a quella di un film d’avventura

Bravi se ci siete andati, perché non ha senso farsi condizionare dai commenti in rete di chi il film poi nemmeno l’ha visto, perché il cinema d’azione (con molta calma e con lentezza) sta gradualmente cominciando ad incorporare anche protagoniste femminili, e bravi perché le cose vanno viste in prima persona per giudicare. Bravi perché non c’è niente di intoccabile, perché non è vero che un remake anche qualora pessimo rovina il film originale, non esiste lo stupro della propria gioventù, e i remake, piaccia o no, hanno sempre un senso, possono essere brutti (come del resto anche i film che non sono remake di niente) ma hanno un senso. Bravi perché Ghostbusters non era un film di uomini che fanno cose ma uno di nerd che si mettono in spalla uno zaino protonico, non incrociano mai i flussi (tranne quando vale la pena rischiare) e combattono gli ectoplasmi, uno in cui una banda di comici televisivi cerca di dimostrare di poter essere protagonisti di un film anche serio, e oggi gli emarginati non sono più i nerd come nel 1984, oggi (come ieri) le donne lo sono. Quindi ha tutto abbastanza senso.

Nella foto 4 attori di un film d'avventura posano accanto al Gozer il gozeriano

Nella foto 4 attori di un film d’avventura posano accanto a Gozer il gozeriano

Ma bravi anche se non ci siete andati a vederlo.
Bravi perché è una commedia e non un film d’avventura, perché davvero non gli interessa cosa fosse il film di Ivan Reitman ma, semplicemente, gli interessa altro. Ad esempio non gli interessano i fantasmi in quanto minaccia ma gli interessano i fantasmi in quanto “cosa a cui nessuno crede tranne le protagoniste, ma avevano ragione loro”, non gli interessa nemmeno la grande minaccia finale, non gli interessa l’azione ma i dialoghi, le gag, le battute e le scene al chiuso. Bravi perché le pochissime scene di menare sono dirette malissimo, goffe e implausibili nemmeno in un film parodia e perché addirittura vengono incrociati i flussi così, senza che dia fastidio a nessuno, come nulla fosse!
Bravi perché è un film che promette calcismo ma non ne consegna nemmeno l’ombra, che contiene tutto tranne quell’esaltazione per il combattimento che qui è l’unico vero verbo.

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Darth Von Trier

Di nuovo sul noir in TV: il Bosch di Amazon

Bosch è una serie prodotta da Amazon Prime e tratta da una serie di romanzi scritti da Michael Connelly con protagonista un poliziotto di nome Hieronymous (Harry) Bosch. Sì davvero: come il pittore olandese del quattrocento. Non esattamente tra le serie che spostano più hype, consensi e commenti su internet al giorno d’oggi, ma –nondimeno- una delle migliori serie da anni a questa parte. Da un po’ di mesi si possono vedere i dieci episodi che compongono la seconda stagione, il sottoscritto e Wim Diesel hanno passato i giorni a ridosso della serie a commentare i passaggi con incalzanti SMS. Questa, a grandi linee, è la chiacchierata tra noi due sull’argomento scaturita via mail

DARTH VON TRIER: Allora, l’anno scorso eravamo presi da True Detective 2 ed abbiamo solamente accennato a Bosch, che poi si è rivelata una delle nostre preferite degli ultimi tempi. Mi pare doveroso spendere due parole sulla serie in generale, giacché oggi ci troviamo a parlare della seconda stagione. Per me è stata folgorante. Non avevo mai letto nulla di Connelly, a malapena conoscevo il nome del suo personaggio quindi l’ho vista da zero, con zero pregressi e sono rimasto irretito da quanto cazzo sia la Los Angeles che ci piace,  il poliziesco che ci piace, senza doverci ripetere su Ellroy, Chandler, Mann, Friedkin etc. Tu invece avevi letto qualcosa, qualcosa ne sapevi, quindi come ti è parso il lavoro che hanno fatto?

WIM DIESEL: La prima volta che ho letto Connelly è stato per uno di quei libri Mondadori che passavano in edicola in edizione economica, tipo il giallo Mondadori o qualcosa di similare. Io sono una persona che legge(va) molto a caso, mi capita spesso di prendere un libro di qualcuno sconosciuto. Così ho trovato questo romanzo che si chiamava Debito di sangue, e nel retrocopertina c’era scritto che Clint Eastwood l’aveva comprato per farci un film. Ovviamente ho comprato il libro, sono andato a casa e l’ho letto in pochissimo tempo. In questo Michael Connelly è ottimo, nel senso: è esattamente a metà tra quelli che fanno l’intreccio poliziesco complicato e da ultraconsumo tipo Jeffery Deaver e quelli che amano modellare personaggi molto oscuri, sai, alla Spillane. Il poliziesco contemporaneo è pieno di questa gente che per me più o meno si equivale, cioè non so dirti se preferisco Connelly o Deaver o Pelecanos o Winslow… la qualità è più o meno quella. Debito di sangue comunque mi piacque molto, ecco, ma non tanto da dire “ora mi trovo tutto”. Non sono quasi mai metodico nel recupero degli scrittori, di pochissimi ho letto tutto. Trovai La memoria del topo in una banchetta, sempre in edizione super-economica, e me lo comprai. Quello è il primo romanzo della serie di Harry Bosch e il ritratto è abbastanza diverso da quello del film, più oscuro e introspettivo. Ma credo che sia così più per una contingenza, nel senso che forse Connelly mentre scriveva si è trovato tra le dita questo personaggio molto forte e ha deciso di concentrarsi più sulla personalità di Bosch, sul suo passato e sulle ombre, piuttosto. Dopo quello ho letto solo Musica Dura, la cui trama contiene l’ossatura generale della seconda serie televisiva. Questo per dirti che sì, la volta che mi scrivesti “c’è una serie TV chiamata Bosch” mi sono preso bene, ma non è che stessi spruzzando la gioia fuori dal cazzo. La gioia fuori dal cazzo l’ho iniziata a spruzzare quando ho iniziato a vedere la serie: per me è uno dei telefilm più eccezionali di sempre.

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Eccezionale

Sul personaggio, a parte quel che ti dicevo sopra, direi che tutto sommato il lavoro fatto nella serie è lo stesso che viene fatto con il personaggio di Terry McCaleb nel film di Debito di sangue: viene semplificato, si dà qualcosa per scontato, si taglia qualche comprimario e si prega che funzioni. Per capirci, parlando di trama pura e semplice, Debito di sangue film è assolutamente minore rispetto a Debito di sangue libro. Ma fortunatamente Clint Eastwood riesce a farlo diventare un’altra cosa. Credo che valga anche per il telefilm: se avessi dovuto dire chi doveva interpretare Harry Bosch, non avrei mai pensato a Titus Welliwer. Ma bastano dieci minuti di serie per capire che Titus Welliwer è Bosch, che è riuscito a piegarsi il personaggio addosso alle sue esigenze. Diciamo così… S’è capito qualcosa?

DVT: Sì sì chiaro, poi ecco io non avendo letto i libri mi fido ciecamente di te. Da spettatore posso confermare che ho capito che c’era stato un grosso lavoro sull’essenzialità degli elementi. Alla fine hai un contesto ricco, dove anche quello che rimane sullo sfondo, o le storie che vanno sottotraccia, non ti sembrano mai sottosviluppate o scadenti, hai sempre questa percezione di funzionamento del tutto, tangibile o percepito che sia che è un po’ come in pittura certi sfondi che sembrano dettagliati e poi sono quattro pennellate che però suggeriscono precisamente quello che serve ma senza distogliere dalla narrazione in primo piano. Chiaramente su Bosch/Welliver c’è il lavoro più grosso di tutti: non parla moltissimo ma in ogni dettaglio e in ogni cosa che fa e dice recita tutto quello che serve, lo adoro, è il badass che mancava.

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veri badass di mezza età con la pancetta

Perché siamo abituati a badass da fumetto ormai, al cinema o alla TV essere un uomo d’azione con le palle quadrate diventa sempre più macchiettistico. Bosch invece è vero, è umano, un uomo sofferente ma al contempo non è mai debole, è duro senza voler fare il duro e a volte è anche ironico. È un badass congenito ed è resa benissimo questa cosa.

WD: Secondo me dipende tutto dal fatto che forse si vuol far funzionare le serie puntando sull’elemento umano, sull’immedesimazione dello spettatore. Cioè ad esempio una cosa come Breaking Bad spinge sul tasto dell’uomo comune che si trova in queste situazioni da criminale, ed è una premessa che in una certa misura nega il noir, o comunque non lo considera implicito nello svolgimento della storia. Invece Bosch potrebbe essere tranquillamente scritta dal John Milius dei tempi belli, magari Milius la farebbe giusto un po’ più malvagia e nichilista, e forse il personaggio di Bosch sarebbe un po’ più matto e meno quadrato, con qualche accento diverso. Ma il punto è che Harry Bosch, l’Harry Bosch della serie, è un personaggio così classico che oggi sembra quasi spiccare per originalità. Forse un lavoro simile era all’origine di Luther, ma poi si è preferito farne una serie moderna a orologeria con questi intrecci pazzeschi e questi cattivi psicotici da cronaca nera ipertrofizzata, tutti questi piccoli Breivik, che non so come spiegarlo, tolgono respiro alla narrazione.

La potremmo chiamare sindrome di Damon Lindelof. Moltissime serie, anche noir, vengono realizzate sull’onda di un’idea brillante di base, che illumina una sola faccia di un meccanismo a incastro, e fa montare la tensione a livelli allucinanti fin da subito per capire cosa è successo, qual è la premessa. Per cui all’inizio le guardi per vedere cosa succede. E poi dopo un po’ iniziano a illuminare la struttura e al contempo devono tirar fuori dei colpi di scena e qualche “supercazzola”, e la macchina va avanti, la serie si rinnova per due stagioni in più, eccetera. Non è che non mi piacciano queste cose, ma c’è sicuramente un certo livello di ingratitudine, di ricatto. Un esempio tipico è la prima stagione di True Detective: parte col botto, affastella delle gran premesse e poi si ferma e le chiude così un po’ alla cieca. Bosch invece è costruita a blocchi progressivi, che s’intrecciano uno con l’altro ma non in maniera stronza o pretestuosa. E al di là del lavoro su Harry Bosch, popolano la serie di personaggi che nel complesso sono credibili, e sono tutti scolpiti nel legno -la moglie, il partner, i capi della polizia, gli sbirri corrotti. Il lavoro di asciugatura è molto evidente. In certi casi forse anche troppo, non voglio fare spoiler ma diciamo che prendere tre libri e farci una serie di 10 puntate toglie un sacco di ciccia a molte sottotrame –per cui ti trovi dei blocchi narrativi che nei libri occupano centocinquanta pagine e nel telefilm si risolvono in un “ah, ho capito, ok”. Però l’insieme è ultra-funzionale.

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L’elemento umano

DVT: È vero, c’è un che di Milius ma aggiornato al noir americano post-Mann. La prima serie di Bosch appena alla seconda puntata sembrava essere arrivata proprio per dimostrare quanto non serva il fumo negli occhi e la complicazione per fare un buon poliziesco e pure elegante, come appunto la succitata True Detective 1, ma servono pochi elementi ben utilizzati e un’idea nitida dei personaggi e della storia, anche se semplici. Bosch inizia e in metà della prima puntata hai già sancito il mood della storia, capisci in che L.A. ti trovi e capisci che sei in quella zona grigia di procedura poliziesca in cui può succedere di tutto, però non cade mai nel cliché -e anzi Bosch ammonisce i colleghi che ancora vorrebbero fare le cose alla spiccia che “non sono più quei tempi“, è il primo che se serve gioca anche sporco ma sa che lo devi fare col triplo dell’attenzione perché la sorveglianza oggi è più alta e la tolleranza per chi agisce fuori dalle regole è molto minore. È “classico” senza voler essere “manierista”, è un classico che tiene conto di Ellroy ma sa che è il 2016 e adatta la procedura all’antica ai tempi moderni. È una bella prefigurazione. Spesso gli autori dei materiali d’origine vengono coinvolti più per usarli come testimonial che altro, invece qui ho l’impressione che Connelly abbia avuto un ruolo importante nella trasposizione del suo mondo, oltre che essere produttore esecutivo della serie e testimonial

WD: Il principale pregio per me è che Bosch la guardi per guardarla, lì ed ora. Alla fine l’intreccio in sé passa spesso in secondo piano rispetto alle scene di vita di lui. Non frega quasi un cazzo di sapere come va a finire.

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il procedurale

DVT: No beh ti frega ma non senti di perdere tempo quando stanno mostrando qualcos’altro. Io la trama principale -quella dell’omicidio del pornografo- a un certo punto l’ho messa in secondo piano come interesse in favore di quella secondaria del figlio del capo della polizia sotto copertura ma con un orecchio attndevo comunque con ansia che procedessero con la trama principale. Sì chiaramente Bosch/Welliver è quello che fa la serie, vedrei anche puntate fatte di soli giri di routine suoi. Che poi, in parte, è una serie che contiene cose così: giri di routine, persone che fanno cose normali… Però poi quando c’è da agire arrivano alcuni dei migliori momenti del genere, in TV e non solo.
La scena degli ostaggi liberati senza sparare un colpo è da applausi, nemmeno l’ultima stagione di True Detective.

WD: La scena degli ostaggi liberati è un ottimo esempio di quello che intendevo quando dicevo “fine l’intreccio in sè passa in secondo piano”.

SPOILER

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Ti faccio un esempio: la scansione tipica di una soluzione narrativa come questa è quasi sempre uguale: L’eroe vuole risolvere il caso, arriva il malvagio, gli rapisce moglie e figlia, lui inizia a cedere a delle richieste per salvarle e poi cerca di ribaltare la situazione e bla bla bla, il tutto in un sistema ad incastro che potenzialmente può andare avanti anche fino alla fine della serie. Tra le altre cose questa è una delle ragioni per cui odio quasi sempre i film coi rapimenti: perlopiù sono gare di cazzi grossi a caso in cui ci si allontana sempre più dal vero. Così poi ti trovi che a metà della stagione di Bosch rapiscono la moglie e la figlia e tu pensi vaffanculo Liam Neeson. Invece è uno spin-off da 15 minuti netti, una cosa messa in piedi da un cattivo che non è nemmeno al centro di tutte le macchinazioni. A Bosch arriva la telefonata e dieci minuti dopo è già partita l’azione solitaria. 5 minuti di azione old school e via andare. Non c’è manco l’abbraccione catartico alla fine, in pratica. Cioè, a parte il modo in cui è girata e la location strepitosa e tutto, è incredibile perchè per molti versi non ha nemmeno un vero e proprio motivo per star dentro la trama generale, e tutto quello che puoi pensare è che gliel’abbiano infilata per scolpire un po’ il lato street di Harry Bosch. E pure un po’ per sfottere le scene di rapimento nei film.

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FINE SPOILER

Poi c’è parecchia roba di questo tenore in giro per la serie, tutte le questioni di mobbing tra FBI e polizia di Vegas eccetera, sono più che altro degli spin-off irragionevoli per costruire dei personaggi magari inutili ma bellissimi (ne ho in mente uno in particolare), che danno a tutto un gran tono da serie anni ottanta, non so, tipo Miami Vice.

DVT: Ma anche settanta, penso al sottobosco stradaiolo ricorrente di Baretta o Hill Street Blues. Ha l’anima rivista e rilanciata in grande delle serie più credibili del genere di ogni decade, svettando. L’enorme fascino della serie anche per me è nell’agglomerato di personaggi ognuno delinato e con la sua storia, e in parte pure il contrasto tra questa L.A e i suoi abitanti, questa città crudele ma impalpabile tutta fatta di luoghi ininfluenti in cui via via si affastellano personaggi tangibilissimi, di pietra che a differenza di noi quella città la conoscono e padroneggiano come niente.
Qui si è aggiunta anche la Las Vegas periferica, quella fuori dalla strip delle famiglie coi viaggi in groupon e degli hotel a tema, che è un posto allucinante in cui sopravvivono degli scorci scorsesiani di hotel ex di lusso oggi in decadenza uniti a boh, parcheggi di motel grandi come un campo di calcio e deserto con strip club qui e lì.
Mi ci sono ritrovato e sono posti in cui ti senti veramente solo, più che in cima ad una montagna. Forse è una fissazione mia questa dei luoghi di certa America, uscì fuori anche per True Detective 2, ma sono uno sfondo scenografico e diciamo di mood, che mi fa risaltare tantissimo i personaggi. Pensa alla scena dell’iron rodeo, che cosa pazzesca. Già la storia che porta alla scena è bella, poi ci sono quel luogo e quella desolazione che amplificano esponenzialmente tutto.

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Quei bei paesaggi americani

WD: So che non è il concetto più originale del sistema solare, però c’è sempre quella distinzione molto forte tra il poliziesco newyorkese e il poliziesco losangelino -molto brevemente, quello newyorkese è verticale e compresso negli spazi chiusi o nei vicoli devastati, tipo NYPD Blue,  e alla fine per dire è relativamente raro vedere un buon inseguimento d’auto a New York (così al volo mi viene in mente Die Hard 3). Mentre Los Angeles è un territorio di caccia per i campi lunghi, che se ci metti quella periferia e quel degrado non hai manco bisogno di scriverti il film (un esempio tipico è Drive). Poi in realtà l’altro giorno ho riguardato Straight Outta Compton ed è la stessa poetica, nel senso, è un film che si apre su una crackhouse che in realtà è la classica casetta singola col giardino sfiorito, poi arriva la polizia a fare irruzione con un cazzo di carrarmato che entra dentro il muro, un CARRARMATO, no, provaci a New York a far girare un carrarmato per le strade. E poi c’è tutta questa epica del degrado periferico, della gente che scrive le rime in pullman. Alla fine è tutto collegato, cioè, stando solo al cinema sembra di vedere che per fare la vita di strada a New York basta scendere in strada e invece a Los Angeles tocca fare dei chilometri.

DVT: È molto vero quello che dici tu, però confuto con l’inseguimento di Il braccio violento della legge la cosa che dici sugli insegumenti a New York. Tra l’altro Friedkin poi si sposta a Los Angeles con Vivere e Morire a Los Angeles e pure lì crea uno degli inseguimenti più maestosi del cinema.
Anzi questa mia postilla la incanalo nella tua osservazione giusta sulle due città: i due inseguimenti sono uguali solo per la potenza, la violenza, l’esasperazione ma sono molto diversi come carattere: quello a NY è tutto fuggi fuggi di persone, di cumuli di immondizia travolti e macchine che sgommano, è urbano nel senso che dici tu degli spazi ristretti e della vitalità delle strade; quello a LA invece è un’estenuante rincorrersi contromano sulla superstrada intasata nell’ora di punta, non ci sono persone, ci sono solo veicoli e spazi o desolati quasi metafisici come i giganteschi canali prosciugati o intasati di umanità intrappolata nelle vetture come i cavalcavia della superstrada.

WD: Il rapporto tra L.A. e Vegas invece per me vuol dire Ellroy, soprattutto Sei pezzi da mille, nel senso di Vegas come una specie di toilette della moralità e dell’autostrada che le collega come tipo highway to hell. È una cosa che in Bosch è resa soprattutto nel personaggio della ex moglie, cioè tipo trasferirsi a Vegas vuol dire già come premessa che ha mollato la vita e ha abbracciato la Vita… Niente giudizi morali, eh? Anche perché sono perdutamente innamorato di Sarah Clarke dalla prima puntata di 24. Anche se qui c’è da dire che il personaggio della moglie del morto la mette quasi in secondo piano.
DVT: Sì come ti dicevo l’introduzione di Vegas è la cosa più Ellroy di tutte, ed è perfetto come sia inquadrata solo nella sua parte per niente glamour. Altrimenti non si riesce a rendere quel mood di Vegas che dici tu: se per sbaglio ti sfugge una carrellata sulla strip, pensi subito a Scorsese.
Senti, nei nostri scambi di SMS tu mi dicevi che non eri proprio esaltato della sottotrama, che trovavi deboli alcuni personaggi? Senza rovinare nulla parliamo di questa cosa, perché io, forse rapito dalla bellezza dell’insieme, non ho avuto grossi problemi.

WD: Niente di davvero pressante. È solo che soprattutto per quanto riguarda i cattivi, a un certo punto nella serie inizia questa escalation fichissima, in cui dei personaggi che sembravano sfigatissimi pian piano iniziano a mostrarsi sempre più bastardi e senza scrupoli. Poi a un certo punto un paio di loro, diciamo i due cattivi principali, iniziano a svalvolare e si fanno fregare in un modo un po’ idiota, che non segue quell’escalation, non segue l’aspettativa che ci avevano dato a un certo punto. Diciamo così.  Però insomma, mi rendo conto che Bosch sia anche e soprattutto una serie sulla miseria umana, e quindi ha abbastanza senso che i personaggi siano così a basso profilo. Però è un po’ bizzarro perché, pur non avendo letto tutta la roba da cui è tratta la seconda stagione di Bosch, di solito i personaggi di Connelly tendono sempre ad essere un po’ oltre l’umano, a sfidarsi un po’ in campo aperto. In questo senso i cattivi della prima stagione somigliano molto di più a dei personaggi di Connelly. Magari dico una stronzata, ma mi pare che a questo giro Connelly si sia volutamente un po’ sacrificato, a un certo punto abbia scelto deliberatamente di scaricare un po’ la trama e l’intreccio, e puntare su un prodotto un po’ più classico. Anche il personaggio di Bosch: quasi tutto il suo conflitto interiore, che nei libri che ho letto occupa pagine e pagine, flashback, rimandi e tutto il resto, nel telefilm è relegato a un paio di gesti simbolici –esempio cardine, la scena finale della seconda stagione. È anche una bella scelta, molto cinematografica. E del resto le parti cinematografiche di Bosch sono decisamente le migliori, il gusto registico per la scena, l’iron rodeo, il rapimento, tutte quelle cose lì.

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Quelle cose lì

DVT: Questo non lo so dire perché appunto non ho letto i romanzi, quello che mi sento di fare è consigliare di guardare Bosch. Qui in Italia non se la fila nessuno ed è criminale, per fortuna ci siamo noi a darvi le dritte giuste e se non avete colto tra le righe un anno fa con questa chiacchierata vi caldeggiamo ufficialmente di iniziarla; partite dalla prima serie, con calma, entrate nel ritmo lento ma incalzante, peretevi nella Los Angeles tentacolare del nuovo noir statunitense ma godetevi anche quei brevi sprazzi di buddy cop che affiorano qui e lì ma soprattutto  scoprite l’Harry Bosch di Titus Welliver che è veramente una delle cose più incisive nel genere che abbiamo visto da molto tempo a questa parte.

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Jackie Lang

Menare all’italiana: il manuale dei colpi base di Bud Spencer

Coach

Coach

Bud Spencer è stato il più grande artista marziale del cinema italiano.
Non solo perché probabilmente l’unico ma perché a differenza di molti altri, anche non italiani, aveva un repertorio di colpi propri che nessun altro può vantare. Aveva uno stile coerente e ben identificabile, aveva mosse sue, esclusive, che non usava e non usa nessun altro, così legate a sè che chiunque le usasse sarebbe evidente che sta imitando Bud Spencer. Sopra a tutto aveva un modo di intendere il conflitto tutto suo, il che lo rende un artista marziale e noi di i400calci intendiamo celebrare la sua scomparsa con un breve compendio delle sue mosse esclusive, quelle che non si trovano in nessun altro combattente del cinema.

Innanzitutto bisogna considerare lo stile, improntato alla pesantezza. I colpi avversari si prendono in pieno, solo ogni tanto si parano, quando lo si fa è per poter poi attaccare. Dunque la difesa di fatto non è un’opzione, perchè in realtà in Bud Spencer, non esistendo la schivata, la parata è solo un momento dell’attacco.
Dunque iniziamo subito da queste parate, perché non sono semplici come si può credere e sono il primo passo per l’offesa. Il movimento è sempre dall’alto verso il basso. Nella pratica non serve a niente ma è una soluzione visiva che funziona bene, perché il colpo parato ha una sua parabola e apre la strada all’attacco.

La parata base è alta e laterale, solitamente portata con l’avambraccio o il braccio tutto, e ovviamente va verso il basso.

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Se proprio si deve parare un attacco frontale allora c’è l’acchiappo, cioè quella mossa complicatissima per la quale il pugno avversario viene afferrato al volo nella capiente mano di Bud. Comunque sempre dall’alto verso il basso.

acchiappo

C’è anche una variante più goduriosa dell’acchiappo che è lo stritolaossa, cioè prendere il pugno dell’avversario (sempre in alto) e stringere portandolo lentamente in basso.

spezzaossa

In tutti questi casi l’aver portato il braccio dell’avversario in basso lo lascia sguarnito e pronto a prendere il colpo. Tutte queste parate base servono infatti come già detto a contrattaccare subito. Tutte tranne l’eruzione, che è quella mossa che può fare solo Bud Spencer (e che sfrutta regolarmente) utile a sbaragliare una montagna di uomini che gli si è gettata sopra. Ve lo propongo nell’immortale versione di Lo Chiamavano Bulldozer

eruzione

L’esile repertorio difensivo è tutto qui, perchè al contrario di Terence Hill, che eccelle nelle schivate e quindi nella difesa, quello offensivo è il repertorio più ampio di Bud Spencer. In tutta la sua filmografia si vedono tantissimi attacchi diversi ma tutti discendono da alcuni colpi fondamentali. Ne sono magari un’aggregazione o una filiazione, ma diciamo che le mosse da imparare sono un numero limitato adattabile ad ogni situazione.

Prima di tutto c’è il colpo base che non è il cazzotto (quello pure c’è ma non è un colpo esclusivo, lo vantano tutti), quanto la manata aperta in faccia o tra capo e collo o sulla nuca.

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Qui la possiamo rivedere anche meglio, è laterale oppure parte dall’alto, soprattutto è molto molto caricata, parte almeno da dietro la schiena e compie tutto un arco fino ad arrivare al punto di impatto. Questo è molto importante.

manata

Raddoppiando le mani sia ha la doppia sberla sulle orecchie. Questa è proprio una mossa col copyright BS, una che genera infinite soluzioni comiche e che è coreografica come poche altre. Unisce infatti la sensazione di una violenza blanda all’effetto comico del rintronamento.

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Più raro invece il frontalino, una specie di sberla sulla fronte. Bud lo usa poco, giusto quando deve chiudere una combo di colpi. Non a caso qui lo vediamo a seguire di due sberle

frontalino

Uno dei pochi colpi che invece partono dal basso per andare verso l’alto è l’uppercut, mossa di certo non esclusiva di Bud Spencer ma che nella sua interpretazione diventa un classico sempre uguale, quello utile a far volare l’avversario.

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Se però a fare l’uppercut sono buoni tutti, inventare il suo contrario è da geni.
Siamo di fronte al colpo firma, quello che nasce e muore con Bud Spencer, che non ha nessun senso nel mondo reale (perché farebbe più male a chi lo dà rispetto a chi lo riceve) e, al contrario degli altri, viene dato almeno una volta in ogni singolo film. Non si dà cioè film di Bud Spencer senza quello che lui stesso aveva battezzato il “piccione”, cioè il cazzotto in testa dall’alto verso il basso. Qui vedete bene l’effetto sulla vittima

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Qui in combo con una doppia sberla vedete bene lo sforzo nel portarlo

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Come dicevo poi i colpi vanno tutti combinati, guardate qui che splendido esempio di doppia parata laterale dall’alto al basso e poi di nuovo dall’alto al basso un doppio piccione.

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Siccome poi i colpi nel tempo si sono evoluti e non sono mai rimasti uguali, alcuni finiti in disuso, altri nati o evoluti, vi voglio proporre qui un colpo che è tale solo in virtù dell’effetto sonoro. Sarebbe una normale manata ma diventa straordinario con l’idea demenziale di sonorizzarlo con l’eco. Nessuno al mondo poteva anche solo immaginare una cosa simile.

Ora sarebbe bello poter postare un video con tutte queste mosse tutte insieme ma non ne esistono, perché come scrivevo sono cambiate e si sono avvicendate negli anni. La scazzottata che posso proporvi dunque è una delle più complete in assoluto benchè non contenente proprio tutto. È presa da Non c’è due senza quattro, notate come lo stile pesante sia alternato con quello elettrico di Terence Hill, come i colpi siano più ariosi nelle loro parabole.

Infine questo bonus perchè vi voglio bene. Questo è inclassificabile, oltre che bellissimo da vedere

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AGGIORNAMENTO 04/06

Nei commenti Michelangelo giustamente segnalava una serie di altri possibili colpi del repertorio tra i quali ci è sembrato particolarmente significativo inserire l’acchiappo con risposta, ovvero il colpo tramite il quale, prendendo l’avambraccio dell’avversario (o in certi casi proprio il pugno nella sua capiente mano), Bud gli restituisce il cazzotto rivolgendo l’attacco avversario contro egli stesso.

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Darth Von Trier

Gonzo Journalism di menare: ho incontrato Shane Black

In occasione del tour promozionale di The Nice Guys, oltre che andare all’anteprima nazionale, mi è stata data la possibilità da Lucky Red di partecipare alla tavola rotonda con Shane Black.

Una tavola rotonda consiste in un gruppo di persone, giornalisti o altro (io ero altro), che dialogano con l’autore ospite, cercando di non sovrapporsi. Più spesso finisce sovrapponendosi con una regolamentare prepotenza accettata come il fallo nell’hockey su ghiaccio.

Se leggete il nostro sito e/o i miei pezzi capirete che essere faccia a faccia con Shane Black è una di quelle situazioni tanto rilevanti quanto drammatiche, perché vorresti chiedergli il mondo ma avrai solo quaranticinque minuti da condividere con altre dieci persone.

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Il giorno prima vengo però informato che alla tavola rotonda oltre Black sarà presente anche il produttore di The Nice Guys: Joel Silver. Avete presente chi è Silver vero? In caso contrario sentitevi in colpa e andate a leggere che film esistono grazie a lui. Una comprensibile ansia mi è cominciata a salire sul groppone.

La conferenza stampa con regista, produttore e cast è fissata alle 12.00 nel grand hotel sotto il quale si trova il cinema dell’anteprima del film della sera precedente, la tavola rotonda è per le 13.00. Ora: il giorno prima nonostante i miei buoni propositi di vedere l’anteprima e filare a letto perché la mattina seguente avevo l’incontro, vedendo nel film Ryan Gosling costantemente ubriaco o in hangover, ho sentito una forte motivazione ad andare a bere due cosette e questo ha fatto sì che arrivassi all’appuntamento in un moderato ma presente stato di dopo-sbronza.

Arrivo comunque con largo anticipo alle 11.40 perché sono un fottuto professionista e nell’attesa decido di fare l’unica cosa sensata e che qualsiasi persona di buon senso farebbe al mio posto: mi butto al bar dell’albergo con gli occhiali da sole saldati in faccia, ordino due caffè al tavolo e mi accendo un sigaro grande così. Poco dopo esce dall’hotel Russell Crowe, che a breve dovrebbe essere in sala stampa a tenere una conferenza, vagando in canottiera calzoncini e occhiali da sole e con l’aria di aver avuto una serata affine alla mia. Non ci giurerei eh, ma sembrerebbe di sì.

Crowe

Nun ci giurerei ma insomma…

Quindi, tutto gonfio e trafelato, si allontana nei dintorni di stazione Termini tra foto dei passanti e incredulità generale. Da questo episodio la mia stima per Crowe è ulteriormente salita ma capisco anche che la conferenza stampa, e di conseguenza la successiva tavola rotonda, subirà dei ritardi. Dato il contrattempo vengo cortesemente invitato ad attendere in una sala d’attesa con prima colazione e ne approfitto per un altro paio di caffè, quando sul secondo vengo invitato a lasciare la sala perché è riservata ai soli clienti dell’albergo.

Insomma ho avuto un incontro surreale con una star di Hollywood, sono in hangover e vengo cortesemente cacciato da un hotel di lusso: il mio incontro con Shane Black sembra sceneggiato da Shane Black. Dopo due ore di ritardo finalmente iniziamo.

Da sempre mi sento orfano di un certo cinema, rimpiango il cinema di prima che nascessi un po’ perché per gran parte della mia infanzia ho visto solo vecchi film con mio padre, un po’ per indole e un po’ perché come mi conferma Black durante l’intervista c’è sempre meno spazio per i personaggi e i film che amo e che ama anche lui. Ho sempre intravisto nei film di Black delle cose che sembrano uscite dal mio cervello, delle figure, delle situazioni, dei registri con cui ho un’assonanza personale immediata e grande. Quando scrissi il pezzo per Le Basi su Dirty Harry visionai molti contributi video e lessi tantissimo materiale in merito, l’intervento di Black negli extra del bluray però mi risuonò molto vicino, parlava di come da ragazzino quando vide il film rimase folgorato dai dialoghi di Milius, dalla figura a tinte fosche di Callaghan. Dissi: “cazzo, amen” e ogni volta che leggo o vedo qualche sua intervista concludo sempre così.

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Shane Black durante l’incontro

Che sia il ragazzino che guarda i film del drive-in col binocolo sul tetto in Scuola di Mostri o sia il nichilismo sfacciato di Riggs in Arma Letale, o Bruce Willis che si sveglia con un topo morto in macchina e maledice la moglie in L’Ultimo Boyscout i suoi film toccano infatti una qualche mia corda. Black sa raccontare gli outsider, lo fa con grinta e umorismo, senza patetismi, senza malinconia né biasimo ma anzi facendogli portare la loro inadeguatezza con spavalderia, rendendola potente, rendendola quello che fa la differenza.

Ho chiesto quindi a Black cosa pensa dell’action di oggi, se ambientare il film in un’epoca in cui è accettabile per un eroe fumare ovunque, bere, venire alle mani sempre e uccidere se necessario, è un modo per aggirare il cinema d’azione attuale così ossessionato dal PG13 e dominato dal politicamente corretto; insomma se fare un film in costume è un mezzo per poter continuare a portare il suo genere di antieroi al cinema.

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Toccare corde

Fa uno strano effetto sentirsi dire da un autore di cui stimi il lavoro da sempre “hai assolutamente ragione, è molto giusto quello che dici” , che è quello che mi ha risposto Shane Black.

Mi conferma che non guarda con piacere il film d’azione, in cui le dinamiche sono troppo bloccate da cosa è giusto e cosa non è giusto far vedere, in cui gli eroi sono stucchevolmente positivi o comunque morigerati in favore dell’aggirare la censura, ritiene che in quanto autore americano lui abbia il dovere di non far morire la tradizione antieroica del western e dell’hard boiled, due creazioni della sua cultura, emanazione di una parte profonda del suo paese. Ed è per questo che dopo la parentesi di Iron Man 3 è tornato con un film con una profonda caratterizzazione personale, nella parte d’azione come in quella della commedia, ed è per questo che lui è Silver fanno i loro film, interviene il produttore a precisare.

Black, che non ha mai lavorato per la TV, conferma anche che non è particolarmente tentato dalle serie televisive oggi così predominanti.  Secondo lui per la televisione ci sono ancora più restrizioni che per il cinema, tutto viene calcolato in base alle percentuali dei sondaggi sul pubblico quindi uno scrittore si trova a fare tutto in funzione del compiacere quelle percentuali e semplicemente non si trova bene a lavorare così.

Parlando del film in uscita, The Nice Guys è una summa di Shane Black; meno inventivo e personale di Kiss Kiss Bang Bang ma efficace e lineare al punto da sembrare una sorta di “dove eravamo rimasti” dell’autore per far ripartire tutti i suoi argomenti e i suoi blackisms rilanciandoli e rinnovandoli. Black e Silver mi confermano che è un po’ così, e il secondo aggiunge che i due detective di The Nice Guys sono praticamente una filiazione di Murtaugh e Riggs, di quei personaggi, di quel tipo di buddy cop, però con più umorismo e più consapevolezza.

Dopo la tavola rotonda rimango un po’ a parlare con loro e mi viene una considerazione di cuore, ovvero che i loro film con Bruce Willis sono stati i film di Detective Harper con Paul Newman della mia generazione. Black mi stringe la mano e mi da un abbraccio, mi dice che è il commento più bello che ha sentito da molto tempo a questa parte, Silver annuisce e mi stringe la mano contentissimo.

Allora tiro fuori il mio numero 408 di Sgt. Rock ad autografare a Shane Black, lo stesso fumetto che il suo personaggio Hawkins legge in Predator. Black è così divertito e colpito che non solo me lo firma ma chiama anche Silver a firmarlo perché “this guy is the best”. Sono il migliore: l’ha detto Shane Black e lo ha confermato Silver, penso che potrei metterlo come mansione sul mio biglietto da visita.

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#LifeGoals

Per me è stato Natale in anticipo, nonostante i ventisette gradi romani e sia Maggio pieno potrei andarmene blackianamente sulle note di Let it Snow e non farebbe una grinza, opto per Dion and the Belmonts e mi allontano nel traffico diretto verso del paracetamolo.

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Jean-Claude Van Gogh

Se vi stavate chiedendo la nostra su They Look Like People

Regolarmente ci sono periodi in cui i film di genere prendono improvvisamente vita non appena tutti possono scaricarli e parlarne sui vari social, Letterboxd in primis. C’è sempre quella manciata di film che creano un passaparola tale da spingere anche i meno appassionati a dargli una possibilità, e poi ci sono quelli che, comunque, se li cagano solo i fissati, quelli che scaricano tutto o vedono appena è disponibile su Netflix. Tipo noi, insomma. The Invitation era uno di questi. Baskin un altro, ad esempio.
Ci sono poi film che girano per i vari festival di genere perché fatti per un determinato tipo di pubblico ma che, alla fine, non sono proprio quanto di genere vorremmo. Il caso del momento, per quanto mi riguarda (perché come minimo è un problema che mi sono posto solo io), è They Look Like People, un thriller psicologico ai minimi termini spacciato vagamente per horror di matti che sta piacendo a tanta gente. Anzi, direi che più o meno chiunque l’abbia visto ne ha parlato bene, e a ragione: è un film dall’atmosfera azzeccatissima che fa quasi tutto con i suoni e tre attori, prodotto con una crew al minimo (Perry Blackshear gira, scrive, produce, monta immagini e suoni) ma che sembra fatto da gente navigata. Uno di quei film di paranoia dura che potrebbe sfociare in qualsiasi cosa: massacro, monster movie, alieni tuttifatti, cospirazione governativa. Chi lo sa, la paranoia serve a questo, a creare mistero. In questo caso non vi dico in cosa finisce, ma diciamo che non finisce come forse ci si aspetterebbe da un film dal terrore psicologico recensito su queste pagine. Alla fine della fiera, la storia è una bromance tutta sconclusionata mascherata da horror psicologico, un racconto di amicizia che va dove i racconti di amicizia dovrebbero andare e, giustamente, non dove i film horror invece vanno. Ci sono sì quei due, tre momenti che a tensione fanno la loro sporchissima figura, ma le soluzioni scelte sono poi lontane da qualsiasi genere.
Insomma, They Look Like People è un bel film indipendente, dura poco e fa quel che deve fare, e questo post serve come risposta alla domanda “Parlerete di They Look Like People?”. Ecco fatto.

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She looks like alieno tuttofatto.

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