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Jackie Lang

The Mandalorian puntata per puntata – Episodio 8, Indovina chi viene e mena

Partiamo dal presupposto che esistono due categorie di persone: quelle che impazziscono per The Mandalorian e poi quelle che non leggono i400calci.

Siccome già l’anno scorso abbiamo sorvolato sulla prima stagione in ottemperanza al DPCM di Nanni Cobretti che impedisce al sito di seguire le serie tv, quest’anno io non ce l’ho fatta e ho chiesto con rispettosa deferenza una deroga per il blog per seguire tutto passo passo. I tempi amministrativi e la burocrazia hanno fatto sì che il decreto attuativo sia stato emesso solo al secondo episodio. Meglio di niente.
Ogni sabato, un pezzo sulla nuova puntata di The Mandalorian, da leggersi rigorosamente dopo averla vista. Che tanto sarà una scusa per mettere in fila le gif delle scene migliori e i concept art dei titoli di coda.

Io non so voi ma ho la netta sensazione che sia stato l’ultimo appuntamento con il mandaloriano come lo conosciamo, che quello che viene detto tra le righe (ma manco troppo tra le righe) e tra i titoli di coda è che questa storia e questi personaggi hanno fatto il loro corso e per la prossima stagione si passa ad altro. Al libro di Boba Fett. E forse è giusto così. Meglio mollare in vetta. E che vetta!
Com’è giusto che sia anche l’ultimo episodio parte con le navi nello spazio che entrano in scena sfrecciando e con un abbordaggio non da poco. 40 minuti di puntata, speravo anche meno ma mi accontento, l’importante è correre e si corre.

I piani quelli raffinati

Dopo un bellissimo scambio tra Gina Carano e un signor nessuno invasato di idee dell’impero che viene fatto fuori (letteralmente) a laserate in faccia, il laser usato come un pugno proprio, perché ha detto una cosa di troppo (due cose non gli dovete toccare a Gina: il suo pianeta e il secondo piatto a pranzo), quello con gli occhiali (quindi sicuramente intelligente, sicuramente uno scienziato, uno che ne sa di queste cose) spiattella tutto quel che c’è da sapere sulla nave da assaltare e con ben poca raffinatezza dice a noi tutto quel che succederà (cioè che i dark troopers si attivano dopo un po’) mentre un incontro nel saloon con la più classica delle richieste di aiuto finisce a ringhiate mandaloriane (che teneri) e a fiammate in faccia (so’ ragazzi….), non prima di averci dato l’ultimo indizio su quel che avverrà (la dark saber non taglia l’acciaio di Beskar). Questa serie potrebbe anche essere vista come un’unica grande pubblicità progresso, solo gente che chiede aiuto ad altra gente.

Ma sono l’unico a cui l’amatorialità di quest’effetto fa impazzire di rabbia?

Insomma nei primi 10 minuti ci viene detto a parole e senza tanti convenevoli tutto quello che serve di sapere per godersi lo scontro della restante mezz’ora. Non raffinatissimo ma siamo al finale di stagione e tocca porta a casa la chiusa. Anche perché subito dopo c’è quell’ideona di abbordaggio che è fingersi nave imperiale inseguita e letteralmente entrare dentro a forza e poi sparare a tutti subito, senza nessun doppio gioco, che è proprio quel che sogno per la mia entrata in scena: un’ondata di violenza prima che attivino i dark trooper (i quali hanno proprio un loro tema, una loro musichetta di attivazione che pare composta dai Daft Punk).

Un gesto solo tutto plastico, bravo

Ora, noi sappiamo una cosa, che l’acciaio Beskar è più forte della spada oscura e quindi quello scontro ci sarà. È chiaro. Ma io non capisco perché se quell’acciaio resiste a quella spada allora nessuno fa una spada di Beskar. Se tanto mi dà tanto non sarebbe in grado di frantumare tutto tanto quanto quella oscura? Ma a parte le mie idee di business come fabbro di Beskar, tutta la parte centrale della puntata è giocata benissimo sulla presa della nave in montaggio alternato. Da una parte tutti che fanno tutto il lavoro e dall’altra Mando che va a prendere Baby Yoda trovandosi prima contro uno dei dark trooper, bellissima idea di vendetta, e poi contro Moff Gideon.

Il Cristiano Ronaldo delle lance

Non è niente male il primo scontro, con il trooper animato un po’ a scatti come il vecchio Terminator e con il confronto tra brutalità e intelligenza, potenza e agilità, proprio la roba che voglio vedere chiusa dalla grande idea a sorpresa di aprire i portelloni. Tutto giusto, come sempre. Alla regia c’è Peyton Reed non sarà Rodriguez ma fa il suo, non ha una grandissima mano negli scontri e non è bravo a nascondere gli spiegoni, anzi li mette in primo piano come quando Moff Gideon spiega TUTTO il piano e TUTTE le origini di TUTTA la galassia. Ma ehi, chi sono io per lamentarmi con questo fior fior di sceneggiatura?

Letteralmente ogni volta che mi sto per lamentare succede qualcosa tipo questo

E comunque gli spiegoni non sono niente in confronto all’incoerenza di Bo-Katan che ha fatto tutto un pezzo qualche puntata fa sul fatto che Mando è quello rigidone, che non è che bisogna vivere con tutte queste regole e poi non accetta la dark saber perché non l’ha vinta. Proprio: “Scusa l’incoerenza ma dobbiamo lanciare un’altra sottotrama, sai com’è”. E così mentre per la prima volta in tutto Guerre stellari qualcuno trova un’utilità a quei cazzo di mantelli che portano continuamente (nasconderci una pistola laser) arriva a bordo di un’astronave uno spoiler grande quanto un pianeta a salvare la baracca.

È un gran bel momento, va detto. Perché mostra la sproporzione delle forze in campo. The Mandalorian è e rimane uno spin-off e lo è anche perché racconta di personaggi che non hanno le potenzialità di essere decisivi quanto quelli del canone. Per mantenere la centralità della saga rispetto alle storie satellite bisogna sempre assicurarsi che siano popolate da personaggi molto meno pericolosi e molto meno potenti, personaggi che se messi in uno dei film del canone sarebbero spazzati via in un attimo, sarebbero comparse (del resto questo era Boba Fett). Non è un male in sé, anzi, drammaturgicamente è meglio: per Mando qualsiasi cosa è un pericolo e deve farsi in 4 in modi molto artigianali e poco raffinati, senza l’agilità e la signorilità della forza, anche solo per evitare che Moff Gideon spari a Baby Yoda. E preferisco che lo faccia così, nella maniera più terra terra: frapponendosi in tuffo con le braccia alte come un portiere.

4 evah :'(

Insomma LO SPOILER fa fuori i dark trooper e si presenta come tale (fin da quando cambia l’espressione di Baby Yoda facendoci capire che ha sentito qualcosa con il solo raddrizzarsi delle orecchie). Quel che segue non lo ricordo bene perché mi sudavano tutti gli occhi di colpo e non sono riuscito a capire molto se non che per quest’annata l’agente di Pedro Pascal ha ottenuto che si levasse il casco per due volte, una delle quali per recitare qualcosa, che porello se lo meritava anche.

The Mandalorian 2 si chiude con un gran bel finale. Non la puntata migliore ma un finale giusto. E non era facile. Soprattutto si chiude con la longa mano della Disney che si riprende tutto e dice “…nessun problema, da qui ci pensiamo noi”. Che non è mai la cosa più rassicurante ma come sapevamo tutti che Baby Yoda non sarebbe rimasto con Mando, sapevamo anche che questa eccezione meritevole nel mondo di Star Wars non sarebbe rimasta con noi per sempre. È stato bello finchè è durato ed è meglio che non sia durato per sempre ma abbia chiuso finchè era in vetta. La prossima stagione è un’altra serie.

This is the way

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Jackie Lang

The Mandalorian puntata per puntata – Episodio 7, la diligenza

Partiamo dal presupposto che esistono due categorie di persone: quelle che impazziscono per The Mandalorian e poi quelle che non leggono i400calci.

Siccome già l’anno scorso abbiamo sorvolato sulla prima stagione in ottemperanza al DPCM di Nanni Cobretti che impedisce al sito di seguire le serie tv, quest’anno io non ce l’ho fatta e ho chiesto con rispettosa deferenza una deroga per il blog per seguire tutto passo passo. I tempi amministrativi e la burocrazia hanno fatto sì che il decreto attuativo sia stato emesso solo al secondo episodio. Meglio di niente.
Ogni sabato, un pezzo sulla nuova puntata di The Mandalorian, da leggersi rigorosamente dopo averla vista. Che tanto sarà una scusa per mettere in fila le gif delle scene migliori e i concept art dei titoli di coda.

Se chiedete a me uno degli episodi migliori.
The Believer è il mandaloriano che crede ancora di poter riprendere Baby Yoda? O è Mayfeld, viscido e lurido nella prima stagione che come in ogni film di Stallone che si rispetti dopo essere stato battuto come avversario torna come alleato e si rivela pieno di morale, un uomo che crede davvero in qualcosa? Non importa. Questa penultima puntata contiene una delle migliori scene di assalto e soprattutto ha un’anima durissima, una schiena dritta che fa spavento ed è scritta e diretta alla grande da una persona che non conoscevo ma che mi sono segnato nella mia piccola agendina dei registi da tenere d’occhio, Rick Famuyiwa, americano-nigeriano che fino ad ora ha diretto film indipendenti sentimentali ma ha un talento grandissimo per il western.

Mamma mia Gina Carano che action hero eccezionale

Recuperato Mayfeld dalla prigione e convinto con la forza ad aiutarli a trovare una base imperiale dove scoprire le coordinate della nave di Moff Gideon si parte subito. Questo in qualsiasi filmone sarebbe stato un momento breve: come i personaggi scoprono dove andare a prendere il cattivo. Ma The Mandalorian è esattamente in questi anfratti che trionfa, trasformando momenti di passaggio in grandissime avventure e valorizzando tutto ciò che altrove è minimizzato. The Mandalorian è la sua azione, non la sua trama e non si lascia sfuggire nessuna occasione per allargare momenti avventurosi.

Quella spallata è tutto

Il piano come è giusto che sia è elementare: assaltare un mezzo, fingersi soldati imperiali, entrare nella base, accedere a computer, mettere tutto su pennetta (gigantesca, meno male che è il futuro) e uscire. Per fortuna due problemi si metteranno di mezzo così che possiamo arrivare al finale di stagione con tutti i carrarmatini posizionati, tutte le squadre fatte. Per inciso io per la prossima puntata auspico una durata di 30 minuti SECCHI e solo azione.

I problemi che si stanno per mettere in mezzo

L’assalto al mezzo è ovviamente l’assalto alla diligenza e il fatto che poi loro siano assaltati a loro volta da un popolo alieno un po’ più primitivo non fa che rafforzare l’impressione. Gli assaltatori hanno le lance, i soldati dell’impero (in questo caso il mandaloriano) le pistole, ma poi c’è il momento in cui si sale sopra la diligenza e si lavora a mani nude. La coreografia è eccezionale, non solo il classico combattimento a due ma almeno un paio a tre, per nulla banali. Ma non è solo questo. Non è solo il minimalismo encomiabile con cui viene portato avanti lo scontro, l’economia di montaggio e gesti, fino all‘essenzialità degli eventi ma il fatto che il coinvolgimento sia curato per essere abbattuto.

Puro Jackie Chan

Quando alla fine di tutta la grande sequenza arriva la cavalleria a salvare tutti ci rendiamo conto che siamo stati dalla parte dell’Impero, del nuovo ordine o di quello che è, insomma dei cattivi, che gli alieni sono dei nativi che fanno attacchi terroristici contro quella manica di bastardi e che il mandaloriano ha malmenato per sopravvivere. Ma è chiaro che hanno ragione loro e fino ad ora, come avveniva nel western classico, siamo stati dalla parte dei cattivi nella più classica delle distorsioni imperialiste. Bravo Famuyiwa!

Che se eravamo negli anni ’80 ci sparava anche la frase dopo

L’altro grande tema è come la puntata metta a dura prova il principio n.1 del mandaloriano, cioè non levarsi il casco. Prima è costretto a piegarlo e farlo diventare “Non mi faccio vedere in volto” e poi dovrà contravvenire in pieno a quello in cui crede per raggiungere il suo obiettivo. Un momento eccezionale (tanto lo sappiamo che la faccia di Pedro Pascal si deve vedere almeno una volta a stagione, così almeno una volta sul set ci va) che se serve a qualcosa è a cementare in realtà Mayfeld, ragionevole e tutto d’un pezzo. Che uomo. Un assaggio di quel che sta per accadere quando, attirati a tavola da un ufficiale, lui non si trattiene. Lo conosceva e gli rinfaccia un’operazione che è stata un massacro (una che stava in Star Wars: Battlefront II). Come se lo stesse rinfacciando Little Big Horn al generale Custer.

Io sto con te

Qui di nuovo entra in ballo un contrasto basilare del cinema virile (e quindi anche del western): una posizione morale stimolata da un evento è molto più importante della convenienza personale. Non c’è niente di male a morire per non cedere su un principio. Non c’è niente di male a creare una difficoltà in più per mantenere la schiena dritta e farla pagare a qualcuno. La dirittura morale è la prima cosa. E anche il mandaloriano, che ad un suo principio è andato in deroga, non rinfaccerà mai a Mayfeld di aver fatto un casino e aver potenzialmente rovinato tutto per una questione personale. È stato giusto così. Aveva ragione.

Così si costruiscono le spalle

Nella loro fuga (stupenda, con Fennec Shand e Gina Carano a coprirli da lontano) poi verrà finalmente usato il grandissimo tema della serie in una versione d’azione. Io non vedevo l’ora.
La chiusa con “Voglio dormire la notte” è da manuale. Non si potrebbe vivere senza un principio e anche un criminale viscido come Mayfeld ha avuto una vita e ha un codice cazzo.
Fa ridere poi che Mayfeld sia interpretato dallo stand up comedian Bill Burr che per anni ha preso in giro l’assurdità di Star Wars, ci ha gettato fango sopra e poi quando la Lucasfilm sì è presentata e ha aperto la valigetta ha detto “CI SONO!!”.

Una rappresentazione idealizzata di Bill Burr che accetta il compenso per partecipare a The Mandalorian

In chiusa un ultimo momento che mi ha fatto venire voglia di dare una pacca sulla spalla a Famuyiwa e dirgli: “Se dirigi un altro dramma indie giuro che ti vengo a prendere” è quando Gina chiede “Qual è la prossima mossa?” e non c’è bisogno che Mando risponda, perché un piccolo carrello a stringere leggermente su di lui e sul suo casco immobile dice tutto lasciando Gina da un lato e mettendolo al centro.

This is the way

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Jackie Lang

The Mandalorian puntata per puntata – Episodio 6, l’uomo con la mazza

Partiamo dal presupposto che esistono due categorie di persone: quelle che impazziscono per The Mandalorian e poi quelle che non leggono i400calci.

Siccome già l’anno scorso abbiamo sorvolato sulla prima stagione in ottemperanza al DPCM di Nanni Cobretti che impedisce al sito di seguire le serie tv, quest’anno io non ce l’ho fatta e ho chiesto con rispettosa deferenza una deroga per il blog per seguire tutto passo passo. I tempi amministrativi e la burocrazia hanno fatto sì che il decreto attuativo sia stato emesso solo al secondo episodio. Meglio di niente.
Ogni sabato, un pezzo sulla nuova puntata di The Mandalorian, da leggersi rigorosamente dopo averla vista. Che tanto sarà una scusa per mettere in fila le gif delle scene migliori e i concept art dei titoli di coda.

e venne il giorno

Che poi io qui devo confessare che a me non è che Boba Fett mi ha abbia mai fomentato granchè. Era un personaggio molto molto marginale nella trilogia originale, poi un po’ gonfiato nelle nuove edizioni e nella nuova trilogia gli hanno dato tutta una backstory non propriamente eccezionale. Insomma è sempre stata una promessa vaga, non di più.
Tuttavia non posso negare che quando è arrivata la sua caratteristica astronave mi sono abbastanza fomentato. Subito mi è sembrato un momento tra i più notevoli dell’episodio.
Non sapevo cosa sarebbe successo.
L’episodio 6 è uno dei più densi d’azione ma soprattutto uno dei più stilizzati e cool, senza che questo inquini la schiena dritta della serie. Solo alla fine ho capito perché.

E fu lì che scattò l’applauso

In realtà tutto era iniziato come sempre (che bello!), con l’inquadratura del Razor Crest che entra in scena nello spazio e un inedito momentone sentimentale fatto benissimo. Il casco impedisce sempre a The Mandalorian di diventare come gli altri, è come uno schermo che non lascia passare qualsiasi inutile melassa e tiene dritta l’asta del minimalismo sentimentale. E come funziona! Certo tanto dialogo tutto insieme in The Mandalorian non lo si era mai visto e alla fine mi girava un po’ la testa per l’eccesso di parole. Ma entriamo nel vivo.

Arrivati sul pianeta di turno stavolta tutto è impostato come i migliori videogiochi. A metà tra il finale di un gioco di Fumito Ueda (in cui la parte sentimentale, cioè la figura da proteggere è presa in un incantesimo e il protagonista cerca di risolvere i pericoli, c’è pure uno spadone con il caratteristico nero magico di Ueda) e proprio una sessione di Call Of Duty o Gear of War, in cui una varietà di armi è usata per abbattere le “ondate” di nemici che arrivano in una mappa piena di punti per nascondersi e rimanere coperti. Addirittura c’è la classica situazione da fps in cui ti ritrovi un’arma a lungo raggio per far fuori nemici che arrivano a corto raggio.
Prima che questo accada però c’è IL momento, quando cioè quel che avevano promesso alla fine del primo episodio di questa stagione arriva a meta. Ma che dico? Quel che avevano promesso dalla prima stagione! Ma che dico?? Quel che prometti implicitamente quando decidi di produrre una serie che si intitola The Mandalorian. Il protagonista incontra Boba Fett.

La puntata l’hanno affidata a quello giusto

Sono un uomo semplice che cerca di farsi strada nell’universo” già è la mia nuova frase di presentazione ai party aziendali.
Quella bella faccia maori piena di cicatrici e tagli di Temuera Morrison già funziona ma poi diventerà fondamentale quando l’azione entra nel vivo. Intanto viene introdotta propriamente anche Fennec Shand cioè Ming-na, la cinese della tv (e del cinema) statunitense degli anni ‘90 (stava pure in Street Fighter a fare ovviamente Chun-Li). Se n’era già parlato nella prima stagione, qui però diventa il personaggione che è dimostrandolo in battaglia, nell’azione che è lì lì per esplodere.

alla voce “esplodere cose”

L’azione. La struttura come detto è quella delle ondate dei videogiochi ma visivamente Rodriguez fa il giusto lavoro di renderlo un piccolo assedio. In The Mandalorian il punto è sempre la semplicità. Tre personaggi ne proteggono uno (tengono il fortino) da molti che arrivano ad insidiarlo. Su questo tema elementare si costruisce il resto. Ed è bello il dettaglio che gli stormtrooper stavolta hanno tutti gradi diversi e corazze molto più pulite del solito, ad indicare che siamo di fronte a qualcosa di ben più organizzato e strutturato del solito. Bello che però non abbiano comunque più mira del solito né sufficiente decenza per scansarsi se sta arrivando un masso gigante. Classic empire proprio.

Introducing la mazzarocca maori

È qui che fa il suo ingresso in scena la vera protagonista della puntata: la mazzarocca maori di Boba Fett, un arnese eccezionale pieno di grandi usi a cui Rodriguez regala inquadrature in stile anni ‘90. E più lo scontro avanza più diventa una rissa da John Woo con una parte brutale e una tecnica che raggiunge il vertice eccezionale nello sparo all’indietro di Fennec Shand montato seguendo le regole auree di Hong Kong. Per montare bene l’azione devi vedere due volte alcuni fotogrammi. Nello specifico qui vediamo tre volte lo sparo ma ad una prima visione non si nota, è solo fluido e corretto.

Il mio cuore è tuo

A questo punto sono stato ingenuo io a non capire che c’era Rodriguez a dirigere. Perché il design della rissa è proprio un’altra cosa, un altro mondo. Più dello scopo conta la plasticità dell’esecuzione. Un principio che non aveva mai albergato in The Mandalorian e che per una volta (specie questa volta) ci sta tutto. Un’intera serie così sarebbe ovviamente un’altra cosa.
Che poi la vogliano trasformare (come è stata questa seconda stagione) in una specie di grande reunion di nomi, attori e registi del genere action, un piccolo porto franco in cui chiamare tutti quelli a cui vogliamo bene a dare un contributo (e non si sa perché anche Bryce Dallas Howard) non può non scaldarmi il cuore.

Ho realizzato un greatest hits della mazzarocca per voi

Vi confesso che quando sono stati sganciati i soldati oscuri (un nome da Signore Degli Anelli) e sono atterrati intorno a Baby Yoda ho dovuto guardare quanto mancasse alla fine della puntata perché mi stava prendendo troppo male. Ma è andata come è andata. E la puntata è riuscita anche a regalare qualcosa di più, oltre a quella poracciata allucinante che è il tunnel del viaggio nell’iperspazio.

Ma che è??

Non è solo Baby Yoda che si difende come può, ma il cambio di espressione di Gina Carano quando passa da “No, adesso sono pulita, rispetto le regole” a “Hanno rapito il bambino”.

Se non vale un nobel per la recitazione questo io davvero non so più cosa

Nelle serie tv come questa è sempre tutto un assembrarsi e creare la squadra per il grande scontro. Nulla di nuovo. Però che bello.

E annamo!

This is the way

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Jackie Lang

The Mandalorian puntata per puntata – episodio 5, Ok i Jedi ma che non rompano il cazzo

Partiamo dal presupposto che esistono due categorie di persone: quelle che impazziscono per The Mandalorian e poi quelle che non leggono i400calci.

Siccome già l’anno scorso abbiamo sorvolato sulla prima stagione in ottemperanza al DPCM di Nanni Cobretti che impedisce al sito di seguire le serie tv, quest’anno io non ce l’ho fatta e ho chiesto con rispettosa deferenza una deroga per il blog per seguire tutto passo passo. I tempi amministrativi e la burocrazia hanno fatto sì che il decreto attuativo sia stato emesso solo al secondo episodio. Meglio di niente.
Ogni sabato, un pezzo sulla nuova puntata di The Mandalorian, da leggersi rigorosamente dopo averla vista. Che tanto sarà una scusa per mettere in fila le gif delle scene migliori e i concept art dei titoli di coda.

In alto i calici

Non fatevi ingannare: non è stato svelato niente nemmeno stavolta. E per questo brindo!

Fino a che The Mandalorian rimane una serie priva di trama orizzontale mantiene il suo strano status speciale nella tv e nello streaming contemporaneo. Uno status fatto di episodi, avventure autoconclusive e missioni rimandate.
Certo viene svelato il passato di Baby Yoda, ma è uno specchietto per le allodole, ci dicono molto ma è tutto ininfluente. Non cambia nulla sapere da dove venga un personaggio di cui avevamo già intuito tutto. Solo il nome è una rivelazione (e hai capito che rivelazione!). Sapevamo che è della specie di Yoda, sapevamo che è stato addestrato da Jedi ma evidentemente non fino alla fine. L’unico dettaglio nuovo è che è stato rapito dal tempio in cui si era nascosto non si sa da chi e non si sa come (quindi non ci hanno detto niente). È uno scambio che serve più ad incastrare tutto nella continuity che altro.

Olio su tela

Come già nella stagione precedente l’episodio 5 è di Dave Filoni. Scritto e diretto. E stavolta fa un lavoro molto migliore anche perché si muove in un territorio a lui molto familiare. Non è solo la presenza di Ahsoka Tano, è che trasforma The Mandalorian per una puntata in Star Wars Rebels. Proprio tutta la regia, i tempi, i silenzi e l’immobilità è presa da lì. Bene.
Per una puntata sembra che l’impianto western sia sostituito da quello fantasy (ma ovviamente il mondo dei samurai si affaccia di tanto in tanto), che è la matrice maggiore di Guerre Stellari. In questo senso siamo di un passo più vicini al canone. Ma sono dettagli per i posteri. È un gran episodio, importante perché per la prima volta mescola The Mandalorian con il cuore di Guerre Stellari, ed è molto sentimentale ma con dignità. Soprattutto riesce a fare qualcosa di molto diverso dal solito senza cambiare struttura: Mando arriva sul pianeta, incontra qualcuno e quel qualcuno gli chiede aiuto.

Samurai

Ci sono 26 minuti per i Jedi e poi i successivi 20 per The Mandalorian. Prima cioè viene messo in chiaro il mondo degli Jedi e l’adesione di Grogu (certo hanno avuto due anni, se ne potevano uscire con un nome migliore), e poi cominciamo l’assalto.
Ora. Io so che esiste tra i fan di The Mandalorian una specie di culto parallelo, una confessione separata o una mozione, se così la si vuol vedere, che vuole che l’unica vera chiesa siano gli episodi di mezz’ora. Che ogni altra variazione, ogni allungamento, sia un’eresia e la qualità della puntata ne risenta. Ecco vorrei subito tirare una linea e dire che qui, pur rispettando tantissimo quando la serie sta sotto i 30 minuti, non siamo feticisti del minutaggio. Non è mai la lunghezza effettiva, ma la lunghezza percepita (“That’s what he said!!”).

In questo caso ci sono molti momenti di stasi che allungano ma Filoni fa un lavoro da accademia davvero. Ad esempio nella fase dei test di Ahsoka a Grogu il dettaglio che Grogu guardi il mandaloriano dopo ogni richiesta e che lui con un cenno della testa la avalli è tutto, non ci sono parole, nessuno lo sottolinea. È così che funziona.
Come del resto è magistrale la maniera in cui, arrivati allo showdown finale siamo stati istruiti sulle forze in campo, in particolar modo sull’acciaio Beskar, quello della corazza del mandaloriano e quello dell’alabarda. L’acciaio resiste alla spada laser quindi lo scontro finale sarà ad armi pari ma invece di farlo dire a qualcuno (“Ehi! Questo acciaio è così resistente che la tua spada laser non può nulla”) Filoni crea un’equivalenza: alabarda=armatura -> armatura resiste a scontro con Ahsoka -> Alabarda resisterà a spada laser.
Questa è classe.

Stile

E non ho neanche nominato il mini scontro tra il mandaloriano e Ahsoka Tano che è un trionfo di rapidità e intelligenza. Descrivere i personaggi con le loro azioni e non con le loro parole.
Certo lo showdown finale nel concreto è pura accademia ma non per questo meno bello del solito. Mando fa un passo indietro e il proscenio lo prende Ahsoka, solo la chiusa è lasciata a lui con un paio di spari degni del miglior west.

Il grande classico dell’ultimo rimasto

Ammetto che come un pivello anche io a quel punto ero un po’ caduto nella trappola sentimentale e pensavo davvero che stavolta avrebbero cambiato un po’ di trama, che davvero era finito il rimando di missione in missione e invece….

EDDAI!

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Jackie Lang

The Mandalorian puntata per puntata: episodio 4, Carl Weathers sindaco

Partiamo dal presupposto che esistono due categorie di persone: quelle che impazziscono per The Mandalorian e poi quelle che non leggono i400calci.

Siccome già l’anno scorso abbiamo sorvolato sulla prima stagione in ottemperanza al DPCM di Nanni Cobretti che impedisce al sito di seguire le serie tv, quest’anno io non ce l’ho fatta e ho chiesto con rispettosa deferenza una deroga per il blog per seguire tutto passo passo. I tempi amministrativi e la burocrazia hanno fatto sì che il decreto attuativo sia stato emesso solo al secondo episodio. Meglio di niente.
Ogni sabato, un pezzo sulla nuova puntata di The Mandalorian, da leggersi rigorosamente dopo averla vista. Che tanto sarà una scusa per mettere in fila le gif delle scene migliori e i concept art dei titoli di coda.

Classic Gina

Certo a voler essere maliziosi si può subodorare un filo di pigrizia in quei macarons, quei dolcetti che si mangia (e poi vomita) Baby Yoda, identici a quelli del nostro mondo. Dopo i pescatori del capitolo precedente è il secondo dettagli preso pari pari dalla nostra realtà e forse stona anche di più. Come se si mangiassero un gelato o una pizza.
Vabbè dettagli e critiche d’amore. Perché in questo episodio proprio non gli si può dire nulla. Torna Gina Carano, che nel frattempo è diventata sceriffo, torna Carl Weathers con un mantellone che fa intuire uno status conquistato e tutti insieme partono per una missione quasi suicida.

Siamo lontani ovviamente dalla meta, “Forse dobbiamo fare una sosta” è stavolta il pretesto, tuttavia un pezzettino di trama viene portato avanti. E fa ridere che ora scopriamo cosa c’era dietro il primo episodio della prima stagione, cioè la ragione per la quale qualcuno vuole Baby Yoda. The Mandalorian non è certo Lost, non è fondata sull’accumulo di misteri, ma semmai sul disinteresse per la trama orizzontale. Così non c’è davvero nessuna sete di scoperta o di sapere come mai accadano certe cose. Non vengono portate avanti, o vengono portate avanti a rilento e va bene così a tutti. Che un po’ fa ridere e un po’ ricorda i vecchi serial.

Dunque scopriamo che quella parte di Impero rimasto in piedi che lavora per formare un Nuovo Ordine, sta cercando di creare dei Jedi (che probabilmente poi trasformerà in Sith), e per arrivarci conduce esperimenti con trasfusioni di sangue pieno di fattore M, che noi facilmente possiamo intuire essere i midichlorian. Dunque possiamo finalmente dire che qualcuno ha messo a frutto una delle idee più odiate avute da Lucas nella seconda trilogia, una spiegazione più o meno biologico-scientifica alla Forza. È proprio vero che The Mandalorian ripara tutto. Resto in attesa di una parte da duro che rimetta in carreggiata Jar Jar Binks.

…e quindi….

Insomma al villaggio amministrato da Carl Weathers (DIO come lo voterei a sindaco io! Sfondando la scheda con la matita e ribaltando il seggio) gli riparano l’astronave ma……. ma….. “Avremmo bisogno del tuo aiuto”. E così via in tre più spalla comica a far fuori una base intera. Che poi adesso che vedo che Mando con la sua attrezzatura nuova respinge i laser mi chiedo perché gli Stormtrooper abbiano quella divisa che li copre tutti se poi questa non protegge dai laser. Cioè in quel mondo ci sono solo due armi: laser e spade laser. Se l’armatura non li protegge dai laser a che serve? Da cosa li protegge? Chi ha fatto studi approfonditi risponda nei commenti.

Illegale

La parte nella base è carina ma non esaltante, è tutto il pre, ovvero la classica baruffa iniziale con Gina Carano e le sue capriole protagoniste, l’inseguimento, l’arrivo dell’astronave e il legame che stavolta fanno il lavoro di conquistare. Il fatto che quei tre abbiano una storia dietro di sé che li ha messi insieme a furia di piccole imprese e favori fatti ad altri, più un epico assedio a cui hanno resistito e che stiano insieme nonostante siano stati nemici ad un certo punto a me commuove.
Carl Weathers: una carriera da nemico che diventa amico. Ma del resto bisogna capirlo, come si può voler male a quella faccetta?? Come si può tenergli il broncio??

Ma che davvero?! Ma sei diventato un uomo grande! Vieni qua! Fatti abbracciare! Accendiamoci un sigaro!

This is the way.

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Jackie Lang

The Mandalorian puntata per puntata: episodio 3, here comes the trama

Partiamo dal presupposto che esistono due categorie di persone: quelle che impazziscono per The Mandalorian e poi quelle che non leggono i400calci.

Siccome già l’anno scorso abbiamo sorvolato sulla prima stagione in ottemperanza al DPCM di Nanni Cobretti che impedisce al sito di seguire le serie tv, quest’anno io non ce l’ho fatta e ho chiesto con rispettosa deferenza una deroga per il blog per seguire tutto passo passo. I tempi amministrativi e la burocrazia hanno fatto sì che il decreto attuativo sia stato emesso solo al secondo episodio. Meglio di niente.
Ogni sabato, un pezzo sulla nuova puntata di The Mandalorian, da leggersi rigorosamente dopo averla vista. Che tanto sarà una scusa per mettere in fila le gif delle scene migliori e i concept art dei titoli di coda.

Questa volta siamo su un pianeta di pescatori. E senza troppa fantasia il pianeta di pescatori è fatto da pescatori e porti come i nostri. Sì un filo più tecnologici eh, ma hanno le carrucole come le nostre, le casse come le nostre, i pescatori sono vestiti come i nostri. Tutto uguale. E in uno slancio ancora più clamoroso di fantasia sul pianeta di pescatori gli alieni indigeni sono calamaroni e gamberoni. Calamaroni e gamberoni che pescano loro simili e mangiano zuppe con dentro polipetti alieni.

Lo sentite il rumore di un milione di oggetti di merchandising venduti?

Ma non perdiamoci in dettagli inutili, al terzo episodio della seconda stagione qualcuno si ricorda che forse potrebbe tornare utile un giorno avere un po’ di trama, mandarla avanti un filo più di “Sorry your princess is in another castle ma prima abbiamo bisogno del tuo aiuto per una nostra missione”. Così la ricerca degli altri mandaloriani arriva ad un punto (uno che rimanda tutto però perché adesso parte la ricerca dei Jedi).

Ragazzi che ricordano il vecchio addestramento

Il mandaloriano sale su una nave peschereccio (praticamente identica alle nostre con le stesse tecniche per pescare, vabbè…) e lì è vittima di un’imboscata. È una delle cose belle di questa serie così episodica, il fatto che i nemici siano ovunque. L’espediente di renderlo un ricercato galattico fa sì che senza problemi in ogni episodio personaggi a caso possano rivelarsi suoi nemici.
C’è poco tempo da perdere però, che questo è di nuovo un episodio da 30 minuti e quindi via al salvataggio e quindi alla nuova missione da intraprendere con i mandaloriani di diversa confessione.

Fantascienza

Scopriamo che il nostro di mandaloriano non appartiene all’unico ordine che esiste, anzi appartiene a quello integralista. Gli altri sì levano il casco senza problemi e chissà quali altre frivolezze compiono. Soprattutto scopriamo che ci sono i classici oggetti magici per mandare avanti la trama, c’è qualcosa che stanno cercando questi mandaloriani, c’è qualcosa che gli ultimi resti dell’Impero sta nascondendo e di cui loro sono alla ricerca. La missione per la quale gli serve il mandaloriano sarà prende il controllo di un’astronave e poi, una volta a bordo, dirottarla tutta (“Ehi non era nei patti questo” Mando… anche tu però…).

Mandaloriani al lavoro

È un piacere vedere una bella squadra di mandaloriani coordinati. Veramente. In questo, di nuovo, la serie non sbaglia. Per la credibilità era fondamentale mantenere la promessa implicita che vuole che i mandaloriani siano guerrieri implacabili da soli e quindi figuriamoci in gruppo. Da soli requisiscono la nave ma non ottengono l’informazione perché il capitano della nave (il grandissimo Titus Welliver) si suicida con una tecnica che sembra essere uno standard imperiale pronunciando forse la frase più classica possibile “Anche se non mi uccidete voi, lo farà lui”. Tutto giusto. Era addestrato bene.

Ci sono anche i piccoli fulmini della scossetta

Finita la missione Mando si tuffa nel vuoto, va a riprendere Baby Yoda che sta giocando con uno dei nuovi nati dalle uova della donna salvata nella puntata precedente e via, riparte verso il pianeta in cui pare ci siano dei Jedi a cui consegnarlo. Li troverà? Ma figuriamoci! Qui ci sono stagioni e stagioni da mandare avanti. La mia previsione è che quella trama a cui hanno ammiccato in questo episodio, quella che vede il mondo dei mandaloriani contrapposto all’Impero lo coinvolgerà con la meravigliosa riluttanza che lo contraddistingue e avremo (solo nelle ultime puntate) una gran corsa all’unione di tutte le religioni mandaloriane così che Pedro Pascal possa poi levarsi il casco più spesso e il suo agente smettere di mandare mail minatorie alla produzione.

Gente vestita da pupazzone, che assieme ad un pupazzetto gioca con un pupazzo ancora più piccolo. Ed era quello che volevamo.

Nota finale, l’episodio è diretto da Bryce Dallas Howard. Ha un po’ poco polso con i dialoghi e la recitazione con casco (tanto che lo fa levare di continuo) ma in compenso ha una buona azione, non avrei detto, avrei temuto il contrario.

This is the way.

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Jackie Lang

The Mandalorian puntata per puntata: episodio 1 e 2 – Scusate il ritardo

Partiamo dal presupposto che esistono due categorie di persone: quelle che impazziscono per The Mandalorian e poi quelle che non leggono i400calci.

Siccome già l’anno scorso abbiamo sorvolato sulla prima stagione in ottemperanza al DPCM di Nanni Cobretti che impedisce al sito di seguire le serie tv, quest’anno io non ce l’ho fatta e ho chiesto con rispettosa deferenza una deroga per il blog per seguire tutto passo passo. I tempi amministrativi e la burocrazia hanno fatto sì che il decreto attuativo sia stato emesso solo al secondo episodio. Meglio di niente.
Ogni sabato, un pezzo sulla nuova puntata di The Mandalorian, da leggersi rigorosamente dopo averla vista. Che tanto sarà una scusa per mettere in fila le gif delle scene migliori e i concept art dei titoli di coda.

La miglior serie attualmente in programmazione ci aveva lasciato quasi come l’avevamo attaccata. Solo senza Werner Herzog (ma ci rendiamo conto di che cosa gigantesca sia stata avere Herzog come villain?! In quella parte lì!). Praticamente il punto di tutto The Mandalorian è prendere una trama così semplice da fare impressione e divertirsi ogni volta, riportare le serie tv indietro di 60 anni, a quelle episodiche western e avere un personaggio che viaggia e si sposta con un obiettivo così vago che lo si potrebbe tirare avanti per sempre. Come Kung Fu, la serie con David Carradine, o come quella di Hulk con Bill Bixby o come l’A-Team, il protagonista un giorno arriverà al suo obiettivo (chissà quando) intanto incontra gente e risolve i loro problemi. Solo che lo fa con portando una messa in scena moderna, e la mescolanza di toni e generi che abbiamo imparato ad accettare (e amare).

Così (giustamente!) riattacchiamo con il mandaloriano con a carico Baby Yoda e in cerca di qualcun altro come lui, altri mandaloriani. Il primo episodio è praticamente un remake del secondo della prima stagione: la lotta contro un mostro. Solo che stavolta è in stile molto più grande, con una creatura gigantesca e un villaggetto minacciato. Quando Mando (io lo chiamo così, sapete…) arriva lì ci sono proprio le inquadrature da western con la desolazione a destra e a sinistra, la gente che lo guarda mentre attraversa l’unica strada e poi, nel saloon lo sceriffo arriva con il rumore di speroni che non ha. Tutto molto didascalico e dichiarato. Tutto giustissimo.

Tatooine è il west, quasi tutta la prima stagione era ambientata lì e non tradisce mai. La cosa eccezionale della serie è sempre l’atteggiamento del resto. La trama è una serie di pretesti spesso scopiazzati altrove, sta tutto nell’etica, nella durezza, nelle poche parole e molte azioni. Sta tutto nel cuore eccezionale di uomini con caratteracci che tuttavia hanno un gran senso pratico sopravanzato soltanto dalla fedeltà e dal senso e dell’onore, e pure questo a sua volta è sopravanzato solo dall’etica personale (respirare a pieni polmoni).

Così lo sceriffo e il mandaloriano si alleano tra di loro e si alleano con gli indiani (perché è chiaro che quel popolo lì sono gli indiani del Western classico no?) per fare fuori la bestia con dei piani di eccezionale pragmatismo. Ci mettono anche dentro 2-3 inquadrature che mi fanno godere. Cosa è cambiato rispetto all’inizio? Niente. Che arco narrativo è stato portato avanti? Nessuno. Che svolte abbiamo avuto a parte sapere che nemmeno lì c’è un mandaloriano? Niente. Abbiamo visto uomini che collaborano e riescono. Ora una gif fomento per favore.

Grazie

Ovviamente ho mentito, un paio di indizi nuovi ci sono: come avete notato lo sceriffo ha la divisa da mandaloriano di Boba Fett, quella che evidentemente gli scavenger hanno recuperato dalla bestia che l’aveva inghiottito e nel finale vediamo uno che imdb riporta essere Boba Fett (certo potevano evitare di metterlo su imdb…).

Il secondo episodio attacca là dove finiva il primo con il mandaloriano e Baby Yoda che vanno via a cavallo verso un’altra missione non prima di essere fermati e avere una piccola colluttazione. Anche il primo episodio era partito con una piccola colluttazione che aveva prestato il fianco ad alcune inquadrature giustissime tipo questa.

Tutto giusto anche qui. Bravi

Non cambia infatti molto dalla prima stagione, quando gli episodi erano brevissimi, in questa allungano un po’ il brodo introducendo queste scene d’azione svincolate dagli eventi della trama principale, momenti che potrebbero essere piazzati ovunque (e stanno bene ovunque eh, sia chiaro), che rimpolpano e aggiustano ma non cambiano il punto della questione. Servono a dargli un’altra durata. Perché devono avere un’altra durata quando l’altra andava bene così com’era? Non lo so ma mi pare già un miracolo che in un gigantesco mostro mangia-cose-buone e vomita cose-un-tanto-al-chilo riesca ad esistere The Mandalorian che non protesto certo per questa concessione.

Infatti anche nella seconda puntata si va alla ricerca di un mandaloriano solo che in un altro sistema ma non prima di dare una mano ad un’altra persona bisognosa. Una donna da scortare dal suo uomo in un’altra città, come nei film di Budd Boetticher con Randolph Scott (<3). Lasciato Tatooine addirittura molliamo un po’ sul lato western e entriamo nella fantascienza. Lo dicono i colori, lo dicono le attrezzature e gli eventi. C’è anche l’intermezzo di commedia con Baby Yoda che si mangia il prezioso carico. Che volete di più?

Che donna!

Dopo una piccola fuga con inseguimento dalla Nuova Repubblica (la prima volta che entrano davvero in gioco in questo film del mondo di Guerre Stellari) arriviamo al punto di questo episodio. Era infatti tutta una preparazione alla vera idea centrale, fare una lunga scena di avventura. Quando si riparano nella grotta e Baby Yoda rimette in scena Prometheus aprendo e mangiando le uova di Alien (perché quello sono), si scatena il più classico cinema di avventura, quello in cui qualcuno esplora una zona selvaggia e si confronta con creature terribili. La grotta di ghiaccio piena di ragnetti, ragni e ragnoni è come la foresta nera o il centro della Terra.

È tutta una scusa per mettere in scena diverse tipologie di coraggio, per confrontare i protagonisti con la sopravvivenza nel senso più brutale. Quello che conta infatti non è mai ciò che si dicono, che comunque è pochissimo, ma la maniera in cui la serie punta sugli espedienti trovati per far fuori i ragni, sulle tecniche, le risorse, le possibilità e il non arrendersi. Si potrebbe riassumere tutto questo in una sola parola e dire che si concentra sull’azione, ma l’accezione da dare è importante. Perché di questo parla The Mandalorian, gente che si dà da fare in un mondo in cui non ha senso stare a far questioni, e per questo, a differenza di altre serie può permettersi di avere trame ridicole e pretestuose.

Jules Verne

Alla fine tutto, con il più classico e meritato dei salvataggi a sorpresa, servirà solo a ribadire che in quel mondo selvaggio che è la galassia ognuno si fa la sue regole e aver salvato qualcuno conta più di aver infranto mille altre regole, in altre parole, il codice del mondo degli uomini conta più della legge che gli uomini stessi fanno. Avanti verso un altro pianeta.

This is the way

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Cicciolina Wertmüller

Gangs Of London: la rece senza spoiler

Da dove iniziare per parlare di questa nuova, immensa serie TV senza scadere nel peana? Come evitare le iperboli, gli aggettivi roboanti, i paragoni con commediografi nati a Stratford upon Avon o con saghe tratte dal romanzo di Mario Puzo? Come riuscire a spiegare che davvero Gangs Of London è un prodotto meraviglioso, come “mostrarlo” anziché solo “dirlo”? Mica facile, perché questi nove episodi, diretti da Gareth Evans (episodi 1, 2, 5 più tutte le scene d’azione più impegnative), Coryn Hardy (episodi 2, 3, 4, 9) e Xavier Gens (6, 7, 8), sono un continuo fuoco d’artificio per gli occhi e perMA VAFFANCULO, ecco, ci sono già cascata. Allora, facciamo così: io mi attengo ai fatti; vi racconto che cosa succede nei vari episodi, non faccio tanti nomi e non faccio spoiler, divido tutto in sequenze razionali, insomma vi faccio una bella scheda di ciò che vi potete aspettare, e poi vedete voi. Ci sono vari link ad articoli di altri siti: ecco, quelli hanno gli spoilerzzzz per cui cliccate a vostro rischio e pericolo.

VIUUULENZ

Cominciamo col botto: il nostro protagonista è Elliot, poliziotto sotto copertura, tormentato da un passato traumatico (ovviamente) e sempre pronto a spaccare ossa. Sope Dirisu è un attore di grande carisma che unisce espressività emotiva e prestanza fisica – Evans racconta che Dirisu si è sottoposto a un training accelerato di arti marziali (cioè, non è che prima fosse mingherlino ma ci siamo capiti) per fargli sostenere continue sequenze d’azione come piacciono a Evans, cioè lunghe, complesse, meglio se con armi non convenzionali, e che ti lasciano col fiato sospeso ogni singolo secondo. Insomma Elliot si fa strada nella fiducia della famiglia Wallace, le cui occupazioni variano dal riciclaggio di denaro allo spaccio di eroina alla speculazione edilizia, devastando un pub pieno di gangster albanesi. E come lo fa? con quello che il pub gli offre: bicchieri (in da la fazza), freccette ( in de li occhi), posacenere (su la mascella); l’arte di arrangiarsi e di fare più danno possibile. Fa sorridere che la pandemia abbia improvvisamente reso questa sequenza irrealistica, perché l’azione di svolge a marzo 2020, ma i pub qui riaprono domani.

E poi Elliot che cosa fa, torna a casa soddisfatto? Ma neanche per sogno; anzi, si ritrova in una sorta di squat dove un energumeno in mutande, stivaloni e mannaia è intento a fare a pezzi due giovani nomadi gallesi che hanno a che fare con la scintilla iniziale, ovvero l’assassinio del boss criminale Finn Wallace (Colm Meaney). Ne segue una sequenza che sta tranquillamente alla pari con la resa dei conti in cucina di The Raid 2, con Iko Uwais e Cecep Arif Rahman che fanno i passettini e poi si massacrano; qui “Len the Butcher” parte in chiaro vantaggio e il povero Elliot deve ancora una volta usare qualsiasi oggetto inanimato possa proteggersi dalla sua forza bruta.

E siamo solo al primo episodio. Qui sotto traccio a grandi linee certe cose che succedono in seguito.

Nel secondo episodio c’è una sparatoria che basta la metà: Sean Wallace, figlio maggiore di Finn e potenziale ascendente al trono di signore del crimine (se non fosse per il fatto che, al netto della buona volontà, è infantile e permaloso; Joe Cole ne dipinge le insicurezze in modo strepitoso), ha deciso che bisogna radere al suolo l’accampamento dei nomadi. Come? “Con il massimo dei proiettili nel minimo del tempo”, secondo la formula del nostro Jackie Lang; il massacro avviene sotto lo sguardo altero e furente di Marian Wallace, la matriarca ferita ma di insospettabili risorse e di atroce perversione ( la pazzesca Michelle Fairley, i cui occhi incredibili, secondo il co-regista Corin Hardy, sono forse la cosa più terrificante della serie).

Mentre noi ci riprendiamo dall’episodio 2, nel 3 una guerrigliera curda ammazza un plotone di soldati turchi che le hanno cotto il marito a fuoco lento (perché certo, si chiama Gangs Of London, ma ci sono varie nazioni e nazionalità coinvolte) e poi Elliot se la vede con un pazzo e la sua accetta di fiducia. Nel 4, diretto da Hardy, c’è un vicolo della morte con un raggio laser che fa esplodere teste a uso ridere, tipo la sequenza del corridoio in Resident Evil; ma soprattutto c’è un piano sequenza finale di quattro minuti e mezzo che riscrive tutte le regole di Arca Rissa, con una cena di famigghia che diventa sala operatoria improvvisata e poi teatro di un’altra sparatoria mentre un bambino carinissimo viene traumatizzato a vita e Billy Wallace, il figlio minore, l’eterno secondo, si fa una pera tutto tranquillo. Billy Wallace (Brian Vernel, una maschera di tic e nevrosi), fra l’altro, è un personaggio principale dichiaratamente gay la cui sessualità non viene mai “usata per dire qualcosa” – è così e basta; il suo ruolo nell’equilibrio della famiglia Wallace, semmai, è più interessante e lo spinge, verso la fine, a prendere una decisione inaspettata. Mica l’unico, eh; ce ne sono, di colpi di scena.

E poi c’è l’episodio 5.

Avete letto tutto fino adesso? Bene, l’episodio 5 alza il volume a 11 e derubrica i primi 4 episodi a “riscaldamento”. Evans si sposta nel natìo Galles e si diverte come un bambino in un negozio di artiglieria pesante. Appare per la prima volta la milizia danese, un gruppuscolo armato e corazzato di tutto punto; la curiosità è che, a ben vedere, questa milizia è capitanata da un incompetente a cui non ne va mai bene una e che, lungo tutta la serie, si fa sfuggire bersagli per un soffio. Che figura di merda; il fatto che costui risponda direttamente a un personaggio molto in alto nell’intrigo forse non è molto plausibile, oppure è la prova che, come in tutti gli uffici, il capo dipartimento (che per ora mantengo anonimo) sceglie il manager sbagliato e il manager sbagliato sceglie l’impiegata sbagliata (Laura Bach, che è lenta a sparare ma è comunque grandissima e indimenticabile). Ma intanto nell’episodio 5 accade l’inferno. L’inferno! Non vi voglio dire di più, ma preparatevi. Da lì in poi, nella seconda metà della serie è tutto in discesa; torture fisiche e uditive firmate Xavier Gens, mutilazioni, occhi cavati, machete ovunque, trapani nel collo, una crackhouse di vari piani presa d’assalto dalle forze speciali in un chiaro omaggio di Corin Hardy al primo The Raid.

MAYBE IT’S BECAUSE I’M A LONDONER

La città è un’altra protagonista indiscussa della serie. Ma in realtà, quanto si vede di Londra? Molto dei punti di riferimento all’orizzonte sono digitalmente cancellati o alterati; a volte si vede la Shard (il grattacielo di Renzo Piano a London Bridge), a volte si scorgono sullo sfondo i grattacieli della City (anche perché è una storia che parla di speculazione edilizia), altre sequenze sono girate nei complessi brutalisti delle zone permanentemente depresse (tipo la Balfron Tower a Poplar); toh, finalmente si riconosce Charing Cross nella scena finale. Per il resto è un pullulare di vicoli, negozietti turchi, mercatini, villone dei ricconi. Non è mai la Londra che uno conosce già, anzi Evans ha detto di averla “Gothamised”; eppure lo spirito di Londra è inconfondibilmente presente. C’è tutta la “diversità” di cui si parla sui social media: etnica, di genere, di sessualità, età, forma fisica; e miracolosamente, nessuna delle scelte di casting risulta forzata. Un boss irlandese con un braccio destro africano? Perfetto. Una serie di boss “satelliti” e concorrenti, provenienti da tutto il medioriente? Ma certo. Un gangster albanese che si chiama come la pomata per le emorroidi? Ah, lui è un grande. Una poliziotta orientale, una PR tanto lattea quanto in carne? Be my guest.

… E un candidato sindaco pakistano finanziato dal padre signore della droga? Qui ti volevo. Intervistato da Nanni su Best Movie (cartaceo, siore e siori, quindi zero link) Evans ha dichiarato di essersi voluto staccare dalla realtà di cronaca; eppure, il personaggio di Nasir Afridi è fin troppo chiaramente simile a Sadiq Khan, il vero sindaco di Londra. Ma mentre Sadiq (lo chiamiamo tutti per nome), a quanto mi risulta, non ha una famiglia criminale alle spalle, Afridi non muoverebbe un passo senza dipendere direttamente dallo stesso commercio di eroina che promette di combattere. Stranamente non è scoppiata nessuna polemica – meglio così.

Piuttosto, viene da chiedersi come mai non compaiano le vere potenze che hanno in mano la speculazione edilizia londinese: Cina, Malesia, Arabia Saudita. Forse hanno messo dei veti alla sceneggiatura? Parrebbe strano, anche perché al di là del fatto che i personaggi siano tutti dei criminali, sono anche tutti sfaccettati, emotivamente complessi e simpatetici. Nessun assassinio è solo una mossa politico-commerciale, ha anche ripercussioni sentimentali; ogni alleanza viene cementata nel sangue e diventa una “questione di famiglia” (il finale di questo benedetto episodio 5 è una roba che strappa il cuore, stavolta solo metaforicamente, ed è un colpo di genio). Ora, io non sono un’esperta ma ho la sensazione che i Wallace si fidino un po’ troppo degli sconosciuti: Elliot ha evidentemente il talento di farsi benvolere, ma altri personaggi si danno un po’ troppe pacche sulle spalle, e poi si stupiscono di pagarne le conseguenze. In ogni caso, le dinamiche interpersonali fra tutti i personaggi (sono troppissimi e tutti bellissimi, se dovessi presentarveli tutti finirei domani) sono il valore aggiunto di una serie che non risparmia su niente.

Vabbé, potrei andare avanti per ore perché il materiale merita, ma voi guardatela tutta e poi ne parliamo; per ora mi fermo, ciao.

DVD-quote:

“Tanti cuori e tante lagrime per tanta, tanta viuuuulenza”
Cicciolina Wertmüller, i400calci.com

>> IMDb | Trailer

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Nanni Cobretti

Cronache dal Fighting Spirit Film Festival 2019

Vincent Wang e Jason Ninh Cao introducono Lôi Báo

Che bello.
C’è poco da fare, il Fighting Spirit Film Festival è un festival diverso da tutti gli altri.
Sono tutti contenti! Non c’è la categoria di chi se la tira facendo l’esperto snob.
Macché. Sono tutti contenti di essere a un festival di film di menare.
Sono contenti che esista, e non solo perché esiste, ma perché è dedicato a chi ama (o vorrebbe) praticare arti marziali e vede celebrata la sua passione su grande schermo.
È dove il Frightfest non può arrivare, che mica può rebrandizzarsi in evento motivazionale per serial killer.
E l’unica cosa di cui ci si lamenta al Fighting Spirit è di quanti pochi film di menare vengano prodotti al mondo.
Non sono abbastanza.
Questa è gente che non solo li guarderebbe, ma parteciperebbe, vorrebbe girarli.
Il programma è chiarissimo: ci sono un paio di lungometraggi inediti (The Mercenary e Loi Bao), ci sono un paio di classici per tutta la famiglia (Dragons Forever e Hero) e c’è un festival di cortometraggi di menare che funziona da puro showcase di nuovi talenti, registici/atletici/coreografici.
E intorno ci sono dimostrazioni di arti marziali (spotlight anche sul nostro Max Repossi) e un panel sulla sospensione dell’incredulità negli stunt marziali, tenuto da Mike Fury con la partecipazione, tra gli altri, di Jean-Paul Ly (Jailbreak).
Tra i corti trionfa No Way Out, con quel Max Huang che è stato appena ingaggiato per il ruolo di Kung Lao nell’imminente reboot di Mortal Kombat, ma si fanno notare anche due cosette divertenti come Tiger Claw di James Cotton (trio di giovani marzialisti rinuncia a un torneo per sventare una rapina di gioielli) e 10 Minutes for a Pound di Jadey Duffield e Linda Louise Duan (due ragazze si scontrano in una lavanderia, e un potenziale becero catfight diventa invece da subito una notevole coreografia di kung fu).
Tra i documentari vince Sensei Fran Kicks Ass di Simone Fary, sull’imbattibile ottantenne Fran Vall che ancora oggi è attivamente maestra di judo e snowboarding.
La miglior regia va a Nicholas Wenger per il semi-supereroistico The Kid, ma nulla ha da invidiare l’adrenalinico italiano Every Time di Mauro Zingarelli, una corsa contro il tempo “a livelli” per disinnescare dodici bombe.

Good morning Vietnam!

E se mi sono disgraziatamente perso The Mercenary, il nuovo di Jesse V. Johnson con Dominique Vanderberg e Louis Mandylor, mi sono invece goduto il secondo inedito, Lôi Báo.
L’operazione è interessante: pensate come premessa a una specie di incrocio delirante tra Face/Off e Lo chiamavano Jeeg Robot.
Un giovane aspirante fumettista scopre di avere una malattia terminale, ma anche che il suo caro amico Dr. Thong è un incredibile chirurgo clandestino capace di effettuare trapianti di teste e, come capita in ogni film che si rispetti, scambia la sua con quella di un assassino in fin di vita che a loro insaputa aveva fatto da cavia per un esperimento genetico.
Il mio pensiero è andato immediatamente al film dei poveri Johnny e Charlie Nguyen, che sembravano poter diventare la risposta vietnamita a The Raid, salvo vedersi bloccare la distribuzione della loro attesissima ultima fatica dalla censura locale, ma Lôi Báo è un’operazione diversa: diretta dall’eclettico Victor Vu, si tratta di un tentativo più mainstream di creare la mitologia per un primo supereroe vietnamita, che in comune con il nostro Jeeg Robot ha il fatto di essere sostanzialmente una origin story in cui la decisione di diventare un giustiziere mascherato è l’ultima scena.
Nel frattempo la trama non è certo a corto di svolte e colpi di scena, ma il film soffre la forzata convivenza di due anime: quella preoccupata di raccontare una storia sufficientemente universale da intrattenere un pubblico generico più interessato al lato drama e thriller che a quello action, e quello in cui appena esplode una sequenza d’azione sale in cattedra lo stunt director Vincent Wang (un curriculum hollywoodiano che va da James Bond ai Marvel) e tira fuori chicche esplosive in cui vi sembrerà difficile credere che il protagonista Cuong Seven (gran nome) non è un marzialista ma una pop star.
Il tentativo ha comunque funzionato, e possiamo già aspettarci altre chicche da quelle parti.
Nel Q&A con Vincent Wang è stato interessante sentirsi raccontare come il segreto della differenza tra le scene di botte orientali e occidentali non siano solo le diverse leggi sulla sicurezza, ma anche che in Oriente il coreografo ha anche un rapporto di collaborazione più stretto col regista nonché il potere di affiancare il montatore durante l’editing, per un grado di fedeltà decisamente maggiore rispetto alle sue idee iniziali.
Nel frattempo, in attesa della prossima edizione del Fighting Spirit, buona stagione di menare a tutti.Hey

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Nanni Cobretti

Sono stato in vacanza al FrightFest 2019

Devo essere sincero (è il mio mestiere): nel complesso, quest’anno il Frightfest è stato una mezza delusione, soprattutto considerando che celebrava la sua ventesima edizione.
Ma che dire, la media annuale non guarda in fazza nessuno, e se quest’anno nessuno aveva il capolavoro nelle corde c’è poco da fare: l’evento, anche nelle sue edizioni più sfigate, rimane qualcosa di unico e imperdibile.
Poca roba veramente attesa: Crawl è già uscito in Italia; Scary Stories to Tell in the Dark lo seguirà a breve così come Ready or Not; Madness in the Method è l’esordio alla regia di Jay Mewes che si regge più che altro perché a fare di meglio degli ultimi di Kevin Smith è capace letteralmente chiunque, persino Jay Mewes di pura inerzia; The Banana Splits Movie è da vedere semplicemente per l’idea; Daniel Isn’t Real è un film scemissimo che si segnala per via del figlio di Schwarzenegger che interpreta una specie di Tyler Durden demoniaco dimostrando un buon carisma; il remake di Rabid delle Soska Sisters l’ho accuratamente saltato.
Il vero regalo d’anniversario: la presenza di Dario Argento in persona, che ha introdotto una proiezione di Tenebre e firmato copie della sua autobiografia. Partecipare all’evento però significava perdersi tre novità, e ho lasciato perdere.
Temi ricorrenti:
– un sacco di film argentini (non ne ho visto neanche uno);
– un sacco di film russi (non ne ho visto neanche uno);
– un sacco di film sul demonio (ne ho visti alcuni);
– un sacco di film sulla lotta di classe, due dei quali includono una scena di una ragazza che tira un cazzotto a un bambino (li ho visti tutti);
– due film con ex leggendarie super-modelle in ruolo di villain satanico (Monica Bellucci in Nekrotronik, Rebecca Romijn in Satanic Panic, visti entrambi);
– di nuovo, il fatto che la trilogia del Signore degli Anelli se la scorda l’influenza sulla storia del cinema che hanno ancora oggi i primi due film di Peter Jackson.
Una Top 10 classica sarebbe sleale, per cui parto dagli unici due film che consiglio senza riserve e seguo con altri cinque film davvero solidi. Il resto è stato la sagra del carino, volenteroso, simpatico, guardabilissimo ma dimenticabile (con l’occasionale pacco).
Pronti via:

READY OR NOT
Colpaccio per i Radio Silence, dopo una lunga serie di corti e un timido lungo che non si è filato nessuno (nemmeno noi). Qui si parla di una novella sposa che viene coinvolta dai ricchi parenti del marito in un gioco di nascondino mortale, scusa perfetta per una satira classista che prende di mira i nuovi conservatori (e non solo) mettendo comunque in primissimo piano divertimento, sangue e scrittura solida. Samara Weaving non è tanto una “donna forte™” come da formulette standardizzate di recente quanto piuttosto una specie di più umano “buzzurro inside” che quando l’istinto di sopravvivenza (e l’incazzatura) lo richiede sa cambiare marcia, ed è la sua consacrazione definitiva direttamente allo status di icona.

BLISS
Joe Begos ha già girato un paio di cosette che ci hanno lasciati perplessi, ma qui è dove viene colpito dal sacro fulmine dell’ispirazione inarrestabile. Bliss parte come remake gender swap di Driller Killer, poi si mischia a The Addiction e al video di Smack My Bitch Up e alza il volume al massimo, assaltando i sensi in un turbine allucinato di droga, metal e ultraviolenza che a confronto Mandy pare L’apprendista stregone. Io sono uscito stordito e gasato come non mi capitava da quella volta che ho visto i Sunn o))) coi Boris a un metro dalle casse.

Un grosso gradino sotto:

KINDRED SPIRITS
Il nuovo di Lucky McKee è sostanzialmente un’ennesima versione di Inserzione pericolosa, ma complicata dall’intimo rapporto tra i personaggi in ballo (una madre, una figlia e una sorella/zia di età equidistante) e gestita con mano intelligente e solidissima. Ottimo rispolvero di Thora Birch e ruolo della vita per Caitlin Stasey.

DEPRAVED
Larry Fessenden si cimenta nel Frankenstein (non nel Pinocchio per fortuna) e sai già che è di default una roba da vedere. La sua versione vede il castello in Germania diventare un loft a Brooklyn, e la metafora affronta sia i dilemmi e le responsabilità della paternità, sia il rapporto tra un “creatore” e la sua “opera”, in cui a questo turno si inserisce in modo determinante anche la figura di un mefistofelico “produttore”.

COME TO DADDY
Un hipster megagalattico interpretato da Brodo del Signore degli Anelli va a trovare il padre che non vedeva da 30 anni. Prima assistiamo a Stephen McHattie (Pontypool) che si divora la scena, poi la storia decide di giocare coi generi e prendere direzioni imprevedibili, diventando un divertente esercizio di stile.

A GOOD WOMAN IS HARD TO FIND
Non è esattamente facile essere una giovane vedova proletaria con due marmocchi a carico a Belfast, e il film di Abner Pastoll dipinge ottimamente la pesantezza della situazione per poi aggiungerci il carico di uno spacciatore che le si infila in casa costringendola a diventarne complice. Performance notevole di Sarah Bolger che vale la visione da sola, peccato per le soluzioni un po’ affrettate nella seconda parte.

DACHRA
Horror tunisino su tre giornalisti alla ricerca di un reportage diverso dal solito che si ritrovano immischiati in un culto di streghe che Midsommar puppa la fava. La storia procede a passi piccoli ma decisi, puntellata da un sacco di inquadrare spostate alla Mr. Robot, e quando decide di esplodere fa davvero bruttissimo.

Per quest’anno è tutto, e come al solito, quando sarà il momento, vi proporremo le recensioni approfondite una alla volta. Alla prossima!

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