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Jackie Lang

Dogman + Rabbia Furiosa = il film perfetto

Grazie a tutti

In un mondo perfetto i cinema darebbero Dogman e Rabbia Furiosa uno dopo l’altro (in quest’ordine), per un clamoroso double bill a tema Canaro della Magliana. In quello in cui ci tocca vivere però almeno i due film esistono insieme, se non altro quest’operazione così vecchio stampo del film di serie B che esce poche settimane dopo quello di serie A, trattando il medesimo tema con molta più attenzione al genere e una realizzazione più svelta, è davvero accaduta. E grazie al cielo dietro di essa c’era Sergio Stivaletti.

Dogman è un film da festival su un tema duro, che non ha nessun interesse a menare molto le mani, far schizzare il sangue e via dicendo ma quando lo fa non sbaglia niente e che centra perfettamente il senso recondito della violenza: l’oppressione, la paura e la brutalità allo stato puro. Quand’è l’ultima volta che avete visto un attore in un film italiano dare due cazzotti con il perfetto stile del pugile? Quando un personaggio di un film italiano spacca una macchina da videopoker a testate? E quando è stata l’ultima volta in cui un film italiano ha davvero raccontato un personaggio memorabile per quanto terribile?

Dall’altro lato qual è stato l’ultimo film italiano ad avere effetti tutti pratici di teste che si mozzano, cervelli che vengono scoperchiati, cazzi tagliati e dita mozzate di netto, tutto in primo piano, ben inquadrato con luci chiare e credibile? Rabbia Furiosa è lo splatter movie italiano definitivo degli ultimi…. boh…. 20 anni? C’è una quantità di sangue così ben dosato, di efferatezze così ben riprese che anche il nome altisonante di Stivaletti non bastava a garantirle.

Rabbia Furiosa e Dogman insieme fanno il film perfetto e noi insieme li recensiamo.

True story

Non ci sono garanzie che la storia del Canaro della Magliana sia quella che conosciamo, la vulgata del quartiere sostiene che il toelettatore di cani trasformato in aguzzino sia stato in realtà messo lì dalla mala locale, che non abbia fatto niente di quel che è documentato ma che si sia preso la colpa per volere del crimine organizzato. Di fatto però la storia come la conosciamo in sé è perfetta: una trama fatta di accumulo di frustrazione e rilascio di violenza. In entrambi i film c’è una tensione rabbiosa fortissima, che addirittura con un’intuizione da Corman Stivaletti incanala in una nuova droga allo stato liquido dal colore verde, una cosa che davvero non vedevo dagli anni ‘80, una droga che dà anche una forza straordinaria. Pura fantastoria!

Il canaro di Stivaletti vede montare dentro di sé la rabbia del titolo e alla fine sconfinerà con tutti e due i piedi nel cinema di fantasia, con una notte di passione e urla mentre intorno a lui i cani cominciano ad ululare alla Luna. È una trasformazione morale che lo prepara alla violenza ma Stivaletti la riprende come una trasformazione fantastica, come se diventasse l’uomo-cane. C’è una voglia e un desiderio di fantastico che scappano da ogni inquadratura nel finale di questo film.

Preraffaeliti

Dall’altra parte la colluttazione migliore sta nel film di Garrone, in cui il povero toelettatore non diventa mai rabbioso ma vuole solo dare una lezioncina al suo aguzzino e rimarrà coinvolto in una rissa faticosa, impari ma molto realistica e risolta con l’astuzia. Sono due mitologie irreali. Non vera quella di Dogman perché proprio va a parare altrove, nei territori addirittura della tenerezza, e non vera quella di Rabbia Furiosa perché sostituisce la cocaina con cui pare si fosse fomentato l’omicida a questa droga che aumenta le prestazioni e giustifica la maniera in cui un succube mingherlino ribalta il rapporto.

Ma la vera differenza tra i due film sta nel pugile. Quello di Dogman è Edoardo Pesce tutto modificato dal trucco per sembrare uno a cui i pugni hanno gonfiato la faccia, è un vero idiota bullo, che conosce solo la violenza, una macchina da sopruso e cazzotti che non fa calcoli e si inimica anche gli unici dalla sua parte, uno insomma che ha le ore contate, qualcuno prima o poi lo farà fuori. Però è davvero un animale, corre con la moto avanti e indietro senza senso e il solo rumore di quel mezzo annuncia la sua presenza: è arrivato!

Bullo di paese starter’s pack

Invece quello di Stivaletti è interpretato con molta meno abilità da Virgilio Olivari ma ha un look impeccabile da vero coatto di periferia anni ‘80, veramente insopportabile, un po’ mafiosetto, furbo, calcolatore ma anche dotato di una doppiezza strana, il tipico vorrei ma non posso del nostro cinema di genere che fa così tenerezza da essere adorabile. Per quanto non recitato al livello che sarebbe necessario per una simile sottigliezza il suo Claudio è gentile con il toelettatore ma anche bastardo, ha una specie di disturbo bipolare, è sia premuroso che violento, fa cose terribili ma poi parla con parole d’affetto, è davvero il bullo della scuola che da solo si comporta in una maniera e pubblicamente in un’altra. E alla fine quindi quando inizia il massacro, sarà doppiamente più bestiale la regressione del canaro perché priva di pietà sul serio.

Dogman è il film di cui ha bisogno il cinema, qualcosa di viscerale e potente, così deciso e maschile nella maniera in cui mette al centro della vita del protagonista una piramide di bisogni che è costituite da figlia, amici, lavoro, da risultare quasi commovente quando la manda in pezzi solo per vedere come reagisce qualcuno di così mansueto.
Rabbia Furiosa è invece il film di cui abbiamo bisogno noi per tornare a guardare un mondo di violenze indicibili in cui si flirta con il fantastico, in cui le donne stanno a casa e sono strumento di ricatto o vittime designate, mentre gli uomini se le danno senza mezze misure. Un film in cui tutti i problemi possibili sono di ordine maschile (il bisogno di affermazione del pugile, quello di supremazia del canaro, le dinamiche di branco, la pedofilia…) e in cui l’efferatezza è la regola. Un mondo in cui Romina Mondello è ospite più che attrice.

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Jackie Lang

Compiti della vacanze: ho visto Jean-Claude Van Johnson

Si potrebbe ragionevolmente sostenere che qualsiasi produzioni abbia una scena in cui Van Damme, nel ruolo di se stesso, lucidi la targa che sta sotto ad una statua gigante che lo rappresenta mentre fa la spaccata, posizionata in una piazza di Bruxelles, non possa essere pessima.
Purtroppo Jean-Claude Van Johnson mette in crisi quest’assunto.

C’erano aspettative non da poco sulla prima serie non solo con Van Damme ma su Van Damme, che racconta la sua vita in forma parodistica come coniato nel 2008 da JCVD, il film a lui dedicato. Anzi andando anche oltre. Il pilota che avevamo amato annuncia tutto già dall’inizio, con Jean-Claude che si sveglia nella sua casa piena di poster dei suoi film, con un pianoforte a coda, le pantofole con le sue iniziali e tutte le tubature che trasportano latte di cocco invece di acqua. Prende il giornale fuori dal cancello della villa con il segway e da lì parte la trama.

In buona sostanza Jean-Claude Van Damme è sempre stato un agente segreto e i suoi film erano coperture. Ora è anziano ma vuole tornare a fare quel lavoro, per questo contatta la vecchia agenzia che lo rappresentava (in realtà una costola dei servizi segreti), per farsi dare nuove missioni. E anche le missioni di questi 6 episodi da mezz’ora l’uno messi su Amazon Prime Video sono produzioni esilaranti finalizzate a sgominare villain da barzelletta con metodi pescati dai suoi vecchi film. È in buona sostanza il pitch migliore di sempre. E ognuna delle persone coinvolte nella produzione ha sulla coscienza il fallimento di questo spunto geniale.

È lui o non è lui!?

In Jean-Claude Van Johnson si ride a tratti, con battute geniali ma sempre troppo isolate, l’azione è risibile, le arti marziali ridicole anche quando c’è JC al centro della scena. Il meglio la serie lo dà quando ironizza sull’industria del cinema e della tv, quando prende in giro produzioni e produttori, quando mostra la vanità incredibile del protagonista. Tutto il resto grida vendetta. Sembra che chi ha scritto e realizzato il tutto non abbia conoscenza del genere se non per i suoi luoghi comuni, che non ne apprezzi le caratteristiche base e che ne disprezzi molto la riuscita, così tanto da non sforzarsi a realizzare con coscienza le scene di combattimento.

Vista con gli occhi dell’amore Jean-Claude Van Johnson è una delizia, perché non è difficile farsi bastare gli ammiccamenti e i riferimenti dotti a Timecop o Double Impact. Ma è decisamente troppo poco anche per le sole 3 ore di durata complessiva.

Io alla terza puntata

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Jackie Lang

Le campagne di raccolta fondi che contano: Dredd – La Legge Sono Io

Avete presente il Blu Ray di Dredd – La Legge Sono Io? Ecco infatti, non esiste.

Grazie al cielo per rimediare a questa falla imperdonabile gli stimabili ragazzi di CG Entertainment hanno messo in piedi una campagna crowdfunding per raggiungere i 300 preacquisti, che sono la condizione minima perchè l’operazione sia profittevole. E li hanno raggiunti.

Dunque il Blu Ray di Dredd – La Legge Sono Io si fa.

Siccome Valverde è il luogo del mondo in cui vengono stappate più bottiglie di champagne Cristal pro capite quando vengono date notizie simili, da CG Entertainment ci hanno dato la possibilità di avvertirvi per primi che di questo Blu Ray saranno stampate 500 copie in edizione limitata con una card da collezione all’interno (200 in più delle 300 già preacquistate nella campagna di crowdfunding quindi), se ne preacquisterete una entro il 22 Dicembre cliccando fortissimo con due dita su questo link, vedrete il vostro nome tra i ringraziamenti all’interno della confezione.

Cioè praticamente vi stiamo dando il regalo di Natale (che in realtà è da consegnare dopo Natale, ma che vi frega tanto?!) calcistico perfetto.

Intanto godetevi questa clip che ci viene generosamente offerta da CG Entertainment per l’occasione, la quale a differenza delle pallide (ma identiche) imitazioni che trovate su YouTube ha alla fine un motivational banner che vi spingerà a preacquistare 10 Blu Ray.

 

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Jackie Lang

Perchè non possiamo avere una nostra Asylum spiegato tramite The Broken Key

Louis Nero è un’istituzione del nostro cinema. Diciassette anni di attività e nemmeno un film decente. Ma non è questo che siamo qui a discutere ora, questa è una certezza. Quel che siamo qui a discutere esce dritto dalla visione del suo ultimo film, da questa settimana nelle migliori sale della nazione: The Broken Key. TRAILER!

Pura exploitation di Dan Brown, la riunione di condominio di attori noti che da anni ormai sul viale del tramonto e sempre da anni abbonati a produzioni di serie Z, al pari di qualche cammeo in produzioni di livello, The Broken Key è un pasticcione sulle Piramidi, lo spazio, l’occultismo, i complotti, la religione, l’esoterismo e via dicendo. Impossibile riportare la trama nel dettaglio perché impossibile capirla. Aspirazioni oltre ogni dire che non hanno nessuna considerazione dei mezzi con cui è fatto il film.
Insomma poteva essere una perfetta opera in stile Asylum, produzioni infime pensate all’ombra di quelle di serie A, in scia ai grandi successi per fare un po’ di spicci e invece è un film SERIO, che crede fermamente in quel che fa invece di prendersi in giro e cercare un po’ di divertimento.

La fiera dello scontorno in Photoshop

Il cinema non serve ad intrattenere” è uno dei mantra di Louis Nero (sic!), e non si fa fatica a crederlo vedendo The Broken Key, sorretto com’è da una trama che scimmiotta una pretestuosa avventura, in cui ogni scena è una scena madre urlata, terribile, funesta, intensa e fondamentale, in cui anche gli appuntamenti sono dati con un lessico fosco: “…non ora! Vediamoci alla chiesa di S. Lorenzo al tramonto!”.

Se solo questo film così fiero di se stesso si rassegnasse a divertirsi con il pubblico invece di essere così convinto delle sue verità spirituali ed esoteriche, magari se ne potrebbe godere. Se solo avesse la voglia di lavorare per bene sull’autoironia dei suoi budget troppo inferiori al tipo di film che vuole essere, o sui luoghi comuni del cinema d’avventura che sceglie di fare, potrebbe anche risultare eccitanti le presenze di questo all star game degli attori di una volta (si schiarisce la voce): Kabir Bedi, Christopher Lambert, Michael Madsen, William Baldwin, Maria de Medeiros, Geraldine Chaplin, Franco Nero (immancabile nei film di Louis Nero) e il re dei re del cinema di serie Z italiano, Rutger Hauer. Nessuno in un ruolo protagonista.

Prezzemolino

Se solo avesse un approccio realmente personale ci si potrebbe anche divertire con il suo onnipresente e straniante doppiaggio fatto malissimo, invece quest’arte che Louis Nero padroneggia (e non da oggi) nell’era post-The Lady in cui viviamo è meno tollerabile che mai. Dopo che Lory Del Santo ha segnato uno standard aureo in materia di fusione tra cattiva recitazione e doppiaggio enfatico, dopo le sue tre stagioni di attori improbabili con voci che non gli possono appartenere, è complicatissimo guardare ancora gli altri film fatti male senza pensare al coatto-chic di quella webserie.

Il momento della vera scienza

Lo stesso dicasi per gli effetti visivi digitali di infima qualità. La Asylum ne ha fatto la pietra angolare del proprio cinema, Louis Nero invece li usa come se davvero credesse che sono venuti bene. Nell’era dell’analogico questo tipo di cinema d’infima qualità aveva, se non altro, la possibilità di barcollare e tenersi in piedi grazie ad un certo gusto artigianale nell’effetto speciale, il digitale invece ha creato un divide tra chi gli effetti visivi se li può permettere (e non sempre vengono bene nemmeno a loro) e chi non se li può permettere, costretto all’esilio nel regno del ridicolo. Ribaltare tutto e fare della cattiva CG un vanto poteva avere un senso. Invece no, stanno lì accoppiati a dei costumi da puro fan film di Guerre Stellari girato nel nord Italia.

Probabilmente non lo riconoscerete ma dietro tutto questo trucco, pensate un po’, si cela Christopher Lambert

Infine le scene d’azione. The Broken Key trabocca di momenti action in cui la scoperta di un indizio, l’arrivo della setta o quello dei complottisti accende l’esigenza di una fuga o di una colluttazione. Ed è tutto terribile. Alle scene d’azione è come se mancassero delle inquadrature, come se non fosse stato possibile girare tutte quelle che servivano e fosse stato necessario arrangiarsi al montaggio. Ogni volta! Azione senza dinamismo, nessuna vera controfigura in grado di fare l’azione in una ripresa unica, un delirio di pessimo montaggio.

Un’accusa ben chiara

Questo film tutto abbazie e pianeti, che si tiene a fatica all’inizio ma svacca completamente nel finale tra futuro con astronavi, spazio, sfinge con il volto di leone e una specie di rivelazione/palingenesi da sito web 1.0 sulle teorie cospirazioniste, raggiunge vette di fatica generata nello spettatore raramente esperite. La pena iniziale sfocia ben presto in rabbia e poi rancore, fino alla totale sottomissione all’avvicinarsi al finale, quando si è disposti ad accettare tutto purchè il film finisca.
Come promesso dal regista di divertimento nemmeno l’ombra. E dire che la regolarità con cui Louis Nero produce film abbinata alla loro qualità davvero potevano creare una piccola, autonoma, Asylum nostrana.

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Quantum Tarantino

Sono un miliardario semplice: mi piacciono le arti marziali, mi faccio un film.

La cosa assurda successa in Asia questa settimana è un miliardario che si autoproduce un corto di 20 minuti in cui affronta e sconfigge tutti i campioni del cinema di arti marziali.

Jack Ma ha 53 anni, la faccia drammaticamente troppo piccola rispetto alla testa, è il fondatore di Alibaba (praticamente l’eBay e Amazon cinesi messi assieme) e uno degli uomini più ricchi del pianeta. È noto per cose come costringere i suoi dipendenti a imparare il tai-chi o esibirsi in un elaborato numero musicale vestito da Michael Jackson ai party aziendale e, da grande appassionato di arti marziali, una mattina si è svegliato e ha dimostrato perché una persona con tutti quei soldi a disposizione non dovrebbe mai essere lasciata da sola: ha pagato Donnie Yen, Tony Jaa e Jet Li per fare finta di esse suoi amici e lasciarsi umiliare in un mini-film in cui Ma entra in casa loro e li suona come tamburi. Per capire quanto può andare storto un egotrip alimentato a soldi infiniti, canta personalmente pure la canzone dei titoli di coda, in duetto con la mega popstar Faye Wong.

Livello umiltà: Steven Seagal periodo Sfida tra i ghiacci.

Di tutti i vanity project mai realizzati, credo questo sia in assoluto uno dei più imbarazzanti per tutte le persone coinvolte. Potete vederlo qui, direttamente dal Facebook di Jet Li che è anche produttore esecutivo:

Il film si intitola Gong Shou Dao, che mi dicono gli internets significhi “l’arte dell’attacco e della difesa”, è “diretto” da Wen Zhang (attore 33enne, era il protagonista di Journey to the West, il più grande incasso della storia del cinema fino al 2013) e coreografato, giuro che non vi sto prendendo per il culo, da Yuen Woo-ping (ha tipo inventato il wuxia moderno), Tony Ching (A Chinese Ghost Story, New Dragon Gate Inn, A Better Tomorrow II, Hero, La foresta dei pugnali volanti) e Sammo Hung (che ve lo dico a fare). Nel cast, oltre ai già citati Li, Yen (col costume di Ip Man), Jaa (col costume di Ong Bak), ci sono Wu Jing (Wolf Warrior e SPL:II; vestito completamente di rosa), Natasha Liu Bordizzo (Tigre e Dragone 2; protagonista di una stucchevole schermaglia in cui Ma schiva i suoi attacchi senza mai rispondere perché “non picchia le donne”), Jacky Heung (l’immancabile miracolato che non ha fatto niente e non si capisce cosa ci faccia lì in mezzo; si esibisce in una serie di numeri di pseudo-capoeira), l’ex leggenda del sumo Asashoryu Akinori (in cosplay da Honda di Street Fighter) e il campione di boxe pesi mosca Zou Shiming (in cosplay da Yun di Street Fighter).
Vi ricordate quando Jackie Chan diceva “non potremmo mai fare un The Expendables asiatico perché siamo tutti dei megalomani”? Credo che questo episodio getti una luce completamente nuova sulla faccenda: alla fine è solo questione di trovare qualcuno di ancora più megalomane e col portafogli abbastanza gonfio.

YouTube quote:

“Sputare in faccia al cinema di arti marziali, e fargli dire grazie”
Quantum Tarantino, i400calci.com

Coefficiente crederci: questo

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Quantum Tarantino

Ve lo ricordate che Shin Godzilla è al cinema? (Tipo, domani!)

Bella regaz, questo post è un friendly reminder (amichevole rimandatore) che quel film pazzesco su Godzilla di cui vi abbiamo parlato circa 6 mesi fa uscirà in Italia in una selezionatissima manciata di sale per un limitatissimo periodo di tempo, corrispondente a lunedì 3, martedì 4 e mercoledì 5 luglio.

Comodissimo, vero?

Che vi devo dire, va così quando si tratta di produzioni che hanno la faccia tosta di non essere bianche e americane. Anzi, bucio de culo che essendo giapponese e diretto da Hideaki Anno, il regista di Evangelion, Shin Godzilla entra di rimbalzo nel girone “anime” del campionato e beneficia di questo tipo di distribuzione super-targettizzata, finora riservata ai film di Miyazaki e poco altro, che va sotto il nome di “evento speciale” dove il sottinteso è “sempre meglio di niente”.

Non so che programmi abbiate voi il lunedì sera, io personalmente di solito tento il suicidio, ma vedere Godzilla, questo Godzilla, che distrugge Tokyo su un maxischermo è un’esperienza che mi sento di raccomandare.

Ricapitolando:

Nota di colore: il film è segnato da alcune parti con il buffo e forviante titolo di “Godzilla – Il ritorno”. Ritorno de che? È un reboot!

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Jackie Lang

Congressi di menare – Uso di Donnie Yen in Rogue One

Avete visto Rogue One? No? Ciao.
Questo post è per tutti gli altri che sono rimasti, e possibilmente anche per quelli che un mese e mezzo fa si erano radunati in quest’altro post in cui si discuteva di quest’altro film Disney e di un altro artista marziale in un’altra scena di menare.
La buona notizia è che stavolta le cose sono state fatte per bene, Donnie Yen mena. Certo mena per tipo un minuto, non è il centro del film, non è la sua prestazione migliore, non è niente di clamoroso. Ma c’è.

Dalla testa ai piedi

Dalla testa ai piedi

Siccome sono stato il primo a mettere il broncio all’ennesimo sfruttamento svilente di grandi star del cinema di menare in film mainstream, ora voglio essere il primo a battere le mani ad un buon Donnie Yen.
Non è solo lo spazio che viene dato al farlo menare, ma il fatto che ci sia un margine di adattamento del personaggio alle sue caratteristiche e che sia anche ripreso come merita, cioè non spezzettato in mille stacchi di montaggio ma inquadrato dalla testa ai piedi in lunghe inquadrature. Non c’è infatti nulla di più frequente della mortificazione del menare tramite il continuo stacco per mascherare movimenti non impeccabili e coreografie puerili (notabile eccezione il cinema di Greengrass, che anzi si esalta nel montaggio).
Non voglio ora esagerare e gridare al miracolo, solo al buon uso.
Di certo migliore di quello di Iko Uwais e Yayan Ruhian nel film precedente di Guerre Stellari.

Mica come...

Mica come…

Nei commenti al post Strange/Adkins era nata una discussione su quanto non sia invece importante che il cinema mainstream cominci ad incorporare questo tipo di attori nei cast, per dare sostanza a qualsiasi scena di arti marziali, anche le più stupide. L’idea era che per quanto cretina, una sequenza con Adkins è comunque migliore dell’equivalente con uno a caso. Dall’altra parte c’era anche l’idea che l’accaduto fosse solo una dimostrazione di quanto quei film non capissero l’essenza del menare, visto che non riescono nemmeno a fare buon uso di una star del settore. Ora, complice il fatto che Donnie Yen è una star molto più grande degli esempi sopracitati, ci troviamo di fronte ad un ruolo che poteva interpretare chiunque altro ma gestito con un gran rispetto per il capitale che l’attore può portare al film.

A questo punto vi chiedo: è bene così o è lecito aspirare a di più? È questo il posto migliore cui può aspirare il cinema di menare in produzioni mainstream, oppure è un passo in avanti in un percorso fino al dominio dell’universo? E il dominio dell’universo è auspicabile o è meglio rimanere nella nicchia, dove fare film duri e puri senza essere obbligati a cambiare per piacere ad un pubblico vastissimo?

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Jackie Lang

La scena con Scott Adkins in Doctor Strange: davanti ad un green screen nessuno può sentirti calciare

Oggi sono qui per sottoporvi questa clip da Doctor Strange, film che si è preso meritatamente i nostri applausi, ma che mette una pietra tombale su qualsiasi idea di menare seria nei film Marvel. Non che non lo si potesse già dire dai film precedenti eh, ma il caso particolare della partecipazione di Scott Adkins, idolo delle folle di menare del mondo, lo sottolinea con ancor maggiore evidenza e suscita maggiore indignazione nell’animo calcista. Ma via alla clip.

Chi ha visto il film saprà ancora meglio che sono presenti diversi combattimenti e che, come accade sempre nel cinema Marvel, questi scorrono come acqua liscia. Si tratta del pregio di questi film (la loro leggerezza) ma anche la tomba del menare.
Perché quando in una scena di menare non vedi differenza tra i calci di Mads Mikkelsen e quelli di Scott Adkins c’è un problema.

I lettori dei calci già avevano avuto il più autorevole dei pareri in materia, quello di Jason Statham, che anni fa aveva spiegato proprio al boss come le scene di combattimento in film del genere “le può fare anche mia nonna”. Via con la dovuta clip.

Per chi si fosse perso il dibattito poi Paul “porto la sciarpetta lenta” Bettany si era sentito in dovere di rispondere che forse lui ha bisogno di una controfigura per le scene di recitazione, dimostrando di aver capito pochissimo il punto.
Ancora più di quel che avviene con Yayan Ruhian e Iko Uwais in Il Risveglio della Forza e solo un filo meno di quel che si vede fare a Tony Jaa in Fast and Furious 7, qui la performance di una star del cinema di menare è esattamente sullo stesso piano di attori che non hanno nessuna nozione di menare. La cosa è tanto più grottesca quanto più è evidente che Adkins non sia stato preso per le sue doti di attore come il profetico ruolo in X-Men Le Origini: Wolverine aveva suggerito.

Metafora di una carriera da associare al suo stesso commento sulla partecipazione “Non era una mia idea. Facevo solo quel che mi veniva detto"

Metafora di una carriera da associare al suo stesso commento sulla partecipazione “Non era una mia idea. Facevo solo quel che mi veniva detto”

In molti obietteranno che anche in un film di menare vero come I Mercenari la partecipazione di Adkins era superflua, ma il punto è che lì per quanto sottosfruttato, quando appare non è sullo stesso piano degli altri, non si confonde tra i “non menanti” ma emerge per le sue doti. Invece in Doctor Strange l’idea di cinema di menare Marvel riesce a totalmente annullare uno dei corpi atletici fondamentali dei nostri anni. La tecnologia invece che enfatizzare le doti le annulla, la sordina del menare.

A questo punto altri ancora obietteranno che “Sì ma la violenza nei film Marvel non è importante/la violenza nei film Marvel è cartoonesca”. Non è vero. È molto importante ed una delle preoccupazioni principali, altrimenti non si sarebbero presi la briga di fare questa specie di parodia con marionette del finale di The Raid.
cap vs ironman
Nei loro film c’è tantissima violenza e spesso dalle coreografie elaborate e lunghe ma non importa nulla a nessuno, non ha alcun peso perché è una transizione invece che essere il punto, non è mai la maniera in cui si comunica come avviene nel cinema di menare migliore (rimanendo a The Raid si pensi a come comunicano i due fratelli unendosi contro Mad Dog). È la violenza come soprammobile e condimento, come sofisticatissima carta da parati. Sta praticamente ovunque, occupa tantissimo minutaggio ma è come non ci fosse. Se davvero non importasse non ci sarebbe da prendersela, invece proprio il peso e l’influenza inevitabile che questi film hanno è ciò che fa arrabbiare, perché un film così grosso, ben fatto, di successo e degno di lodi, in cui l’azione è così generica che anche Scott Adkins non risalta fa riflettere.

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Quantum Tarantino

Ma quindi com’è ‘sto telefilm di Arma letale?

Dritti al punto: è inoffensivo.
Fa quel che promette, cioè capitalizzare su un successo cinematografico di 30 anni fa, senza fare troppo male e senza spostare di un millimetro l’ago della bilancia dell’eterno dibattito sull’insensatezza dei remake.

Almeno esplode qualcosa!

Dirige i giochi tale Matthew Miller, mestierante di varie serie tv che avete sentito nominare, con l’anonimo Clayne Crawford nella scarpe, troppo grandi per chiunque, di Mel Gibson e uno sfavillante Damon Wayans nella più sexy delle imitazioni di Danny Glover + Jordana Brewster in un ruolo molto minore ma che menzioniamo lo stesso perché è una di Famiglia. Dirige il pilota l’enigma vivente del panorama action che è McG: regista senza personalità o sofisticatissimo programma computerizzato che realizza film senza l’ausilio dell’uomo?

Tutto è come lo ricordavamo: Riggs è un poliziotto bianco con una collezione di lutti e PTSD che non vede l’ora di farsi ammazzare mentre dà la caccia ai criminali, Murtaugh è un poliziotto nero a un passo dalla pensione ed è troppo vecchio per queste stronzate; verranno accoppiati contro il loro volere e il buonsenso e assieme risolveranno casi cercando, nel processo, di distruggere quanta più Los Angeles possibile. Le shaneblackate ci sono tutte, dalla coppia che scoppia alle auto che sfondano i muri, alcune scene sono praticamente identiche al primo film, in altre cambia il setting ma rimane la sostanza, gli eventi sono ovviamente aggiornati ai giorni nostri (Riggs per esempio è stato in Iraq invece che in Vietnam — fortunatamente gli Stati Uniti sono sempre in guerra con qualcuno) e la violenza è abbassata di qualche tacca perché questa è la Fox del 2016, non i Joe Silver & Richard Donner degli anni 80, ma in generale siamo di fronte a un remake fedele più che a un reboot fichetto (sì, sto parlando con te, teenager MacGyver).

Ce n’era veramente bisogno? No, ma ho visto di peggio.
Il fatto è che in qualsiasi altro campo la tv ha fatto passi da gigante raggiungendo e a volte persino doppiando il cinema, ma il poliziesco, e con lui il suo mini-me che è il buddy cop, è l’unico genere che, salvo rare eccezioni, invece di crescere si è involuto. Vederne uno, nel 2016, fatto — passatemi l’espressione da nostalgico, giuro che il cazzo mi funziona ancora — alla vecchia maniera, senza fantascienza, senza sottotesti omoerotici (NON C’È NIENTE DI MALE a essere un poliziotto gay, però decidetevi: o gay o no, i sottotesti hanno rotto), senza casi della settimana da snuff movie, in cui due poliziotti — e sono due poliziotti, non tipo un poliziotto e uno psichiatra, un poliziotto e uno scrittore, un poliziotto e un mago della truffa, un poliziotto e un agente assicurativo, un poliziotto e un vincitore di MasterChef — fanno cose da poliziotti, cioè battibeccare, avere solo 12 ore per risolvere il caso e sparare a portoricani dall’aria losca, è la ventata d’aria fresca più paradossale di sempre.

Sai che ti dico? Poteva andare molto peggio!

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Jean-Claude Van Gogh

JCVJ: Il pilota di Jean-Claude Van Johnson

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Funziona così: ogni agosto Amazon tira fuori delle puntate pilota visibili gratuitamente sul sito americano e sul sito inglese (da account americani e inglesi). La gente guarda, vota e quelle che piacciono di più vengono prodotte per intero.
Quest’anno, tra le altre cose, hanno presentato un nuovo adattamento di The Tick, prodotto dal creatore del fumetto. Una roba tutta matta con supereroi ridicoli, astronavi e cattivi che son tutti una caricatura. Una bella bombetta divertente che spero diventi una serie.
Poi hanno anche presentato Jean-Claude Van Johnson, in cui Jean-Claude Van Damme interpreta se stesso, un attore un po’ depresso all’ombra della sua giovinezza, ma anche un agente segreto chiamato, appunto, Jean-Claude Van Johnson. Il pilota, di per sé, è un prodotto abbastanza ben fatto (anche grazie alla regia del non sprovveduto Peter Atencio) che ha l’intuizione giusta nel prendere lo stesso tono malinconico di JCVD e applicarlo a una situazione un po’ più assurda e comica. Le parti puramente Van Damme funzionano alla grande, con sketch dedicati a Time Cop talmente stupidi da essere una delizia e delle botte che, al netto di un approccio un po’ troppo consapevole dei limiti dell’attore, sono abbastanza una goduria.
Ma la cosa fondamentale, oltre ai dettagli per fan sfegatati tipo loghi di film molto simili a quelli di alcuni suoi film meno noti, è che Jean-Claude è un attore fenomenale. Autoironico, drammatico, camaleontico; in mezz’ora, qui, le fa tutte. È un portento tale che sembra assurdo non lavori molto di più, magari in qualche serie TV, o non abbia una sua personalissima saga cinematografica di successo. Chiunque guarderebbe un nuovo Time Cop con lui protagonista, o qualcosa del genere.

Attore.

Attore.

Il problema di un prodotto del genere, che oltre al personaggio prova goffamente a inserire una trama completa con qualche scivolone sentimentale, è che può piacere solo ai fan di Van Damme.
Spero di sbagliarmi, ma tanto è grosso il potenziale quanto triste la realtà dei fatti: non credo che una serie di Van Damme su Van Damme interessi ad abbastanza gente, e questa puntata non è abbastanza universalmente bella da piacere a chi non frega nulla del Mito.
L’unica soluzione è scaldare i proxy e fare un raid su Amazon, votare tutti e votare durissimo, e farne l’unica missione de I 400 CALCI, Rivista di Cinema da Combattimento.
E se questo non dovesse bastare, forse qualche altro network lo comprerà.
Speriamo.

Completo.

Completo.

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