Archivio per la categoria ‘recensioni’

Ong Bak 3: La gigantesca scritta Cock

02/09/2010 | recensioni | di Luotto Preminger

Riassunto:
2003: Ong Bak. Jaa e Pinkaew diventano famosi.
2005: The Protector. Jaa e Pinkaew diventano famosissimi. Ma Jaa inizia a stufarsi di fare il saltimbanco, per lui il muay thai è come il babbà per Marisa Laurito. Jaa vuol diventare regista e dirigere un film di arti marziali come Budda comanda.
2006-2007: Jaa e Pinkaew litigano. Jaa si allea con l’action director Panna Rittikrai e comincia a dirigere Ong Bak 2 con ambizioni spropositate. Ben presto gli sfugge tutto di mano: caricato di troppe responsabilità, si mette a piangere con la sua voce a trombetta e scappa nella giungla. Poi torna, va in TV, frigna di nuovo, giura che finirà il film, lo finisce a prezzo di grandi sacrifici.
2008: Ong Bak 2. Film di alte e seriose ambizioni ma difettoso e arrabattato, pallosissimo nello svolgimento della storia ma sempre molto lodevole quando c’è da menarsi con dei costumi fichi. Jaa però è ormai fuori fase, per contratto gli tocca fare un terzo film ma non ne ha più voglia, le pressioni lo schiacciano, piange di continuo.
2010. Ong Bak 3. Terza parte in cui Tony Jaa tenta il suicidio, non ci riesce e allora fonda i Joy Division.
Vediamo come.

Sembra fico, neh?

Sembra fico, neh?

Intanto è bene precisare che Ong Bak 3 non è stato concepito – o non del tutto – come film a sé: Ong Bak 2 era venuto fuori come una sbracata di 4 ore, scombinata e zoppicante, al punto che i produttori avevano deciso alla disperata di dividerlo in due film sperando di rientrare nelle spese. Ecco perché Ong Bak 2 si chiudeva di botto à la cazzo di cane, o se preferite à la Matrix Reloaded. Poi, come abbiamo appena detto, dopo Ong Bak 2 Jaa di tutto aveva voglia fuorché di mettersi a lavorare su Ong Bak 3. Che infatti è stato appiccicato con lo sputo con i rimasugli avanzati da quanto già girato, più altra roba messa lì perché si doveva. Ma a Jaa non gliene fregava già più nulla e – incredibile ma vero – anche il fisico iniziava a traballare, minato da tutti quei cazzi per la testa.
E questo era il mattino; passiamo al buon giorno.

La trama in breve: prima massacrano Jaa di botte e lo torturano un sacco rendendolo storpio, poi il re cattivo inizia ad avere delle pedanti visioni in CG, poi il re cattivo viene ucciso da un altro ancora più cattivo e con ancora più eyeliner, e infine c’è il duello tra il re eyeliner e un Jaa nel frattempo guarito grazie all’amore, alla religione e al comic relief di Mum Jokmok.

Lo abbiamo ritrovato: era in questo film

Lo abbiamo ritrovato: era in questo film

Ora, finché Jaa viene massagrato di botte tutto ok. Uno ci può anche vedere la volontà di autoflagellazione del depresso patologico. Dopo: una miseria pressoché totale. In piena crisi mistica, Jaa dedica un bel 40% del minutaggio totale a inquadrare sé stesso che fa le mosse di muay thai per guarire dalla zoppia con tanta forza interiore e molte più danze tradizionali di quanto io sia disposto a sopportare in tutta la mia vita. Non è un caso che Tony, dopo questo film, abbia detto ciao ciao al brutto e cattivo show business e sia entrato in convento (lo sapevate, no?).
Tanto scarsa era la voglia che le scene più cool e il personaggio teoricamente più carismatico vengono affidate a Dan Chupong, nel ruolo dell’ancora più cattivo tutto pittato di nero, denti inclusi. Costui è piuttosto ripetitivo nelle sue mosse di muay thai e quanto a presenza scenica se la gioca con le colonne del palazzo reale, quindi figuratevi su che popò di paia di spalle solide si regge la baracca.

Il magnetico Dan Chupong

Il magnetico Dan Chupong

Ma tutto questo, in fin dei conti, sarebbe anche sopportabile. Noi abbiamo sempre avuto fiducia in Jaa perché i suoi film altrimenti penosi venivano salvati e portati nell’Olimpo grazie a scene di combattimento verso cui fastforwardare avidamente, e da vedere e rivedere all’infinito (cazzo, nel primo Ong Bak era il regista stesso che ci offriva i replay). Qui invece, signora mia! Le scene di botte sono pigre, zero fantasia, mosse risapute, invenzioni riciclatissime, no spettacolarità, tutto già visto, niente da ricordare, chiusura attività, prezzi stracciati, fuori tutto, ci vogliamo rovinare. E ci siete riusciti.
Cristo Iddio. Potrei chiudere il discorso qui. Potrei semplicemente scrivere questa cosa, cancellare tutto il resto e fare una recensione di tre righe. Però uno spera sempre che il film si salvi su altri fronti: colpi di scena, colpi da maestro. Talento visivo. Musiche. I COSTUMI. Boh! Che ne so, poteva esserci un cameo a sorpresa dell’ippopotamo della Lines. A un certo punto il film poteva interrompersi per mostrare il trailer di Room in Rome. Non so, qualcosa. Qualcosa qualsiasi. E invece – colpo di grazia – c’è il finale.

Il making of

Il making of

Il finale secondo me è stato concepito da Jaa per far capire a chi non ci fosse ancora arrivato che LUI DI FARE QUESTO FILM NON NE AVEVA PUNTA VOGLIA. Quel finale lì, buttato via quant’altri mai, con uno dei peggiori duelli finali mai visti (di certo il peggiore se si tiene conto delle potenzialità di chi lo combatte), quel finale è un dito puntato al pubblico: è colpa vostra se mi hanno costretto a fare questa merda. Io sto male, lo capite? Ma voi continuate ad applaudire, ad acclamare, a darmi soldi. Tò, stronzi. Ve lo meritate. Beveteve ’sta sbobba. Già, peccato che grazie a questo atteggiamento da stronzino capriccioso il film sia venuto una mezza merda, e se questa è la direzione in cui doveva andare la carriera di Jaa, allora meglio il convento. Lo dico sempre io, che non ce n’è come un anno o due di convento per far rigare dritte le teste calde.

DVD-quote suggerita:

“Ma va’ in convento, va’”
Luotto Preminger, i400calci.com

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FF10 report: Monsters

01/09/2010 | recensioni | di Nanni Cobretti

monstersDiciamolo subito: a me tira il culo fare la rece di un film del genere, perché non è un horror.
Uno pensa che District 9 abbia già iniziato a fare danni e invece, un po’ a sorpresa, qua il maggior responsabile è Lasciami entrare. Già. Quello che presto verrà ricordato suo malgrado come il capostipite del “giro un film d’autore di seconda fascia, abbasso le aspettative spacciandomi per horror (e/o generico prodotto di serie B) e faccio la figura del talentone per contrasto”. Che dispiace dirlo di Lasciami entrare, principalmente perché la definizione non gli calza, in quanto lì l’orrore era effettivamente parte integrante della storia e del dilemma alla base dell’amicizia tra i due regazzini protagonisti.
Questo Monsters invece, pur non essendo il peggiore dei casi (sto tremando al pensiero del trend in arrivo), è un’altra faccenda.
È un po’ come se Povia, per paura di non essere preso a Sanremo, si facesse fare i cori da Cristina Scabbia, chiamasse il pezzo “Morte”, e pretendesse solo per questo di partecipare al Gods of Metal. Cioè, è un po’ meglio di così, ma il concetto è quello. Il concetto è che se a Monsters togli i mostri – paradossalmente padroni del titolo, senza nemmeno uno straccio di metaforone in vista – il risultato non cambia di una virgola. Tranne che il film non se lo filerebbe nessuno.
Caso vuole invece che Gareth Edwards, scrittore e regista e un mucchio di altre cose, sia un esperto di CGI in fase di rigetto, che si è chiesto (parole sue) “Cosa manca solitamente a un film di mostri? Storia e personaggi” e si è talmente concentrato su storia e personaggi da rischiare di dimenticare fuori ciò per cui avevamo pagato il biglietto. Giusto un rapido background, una comparsata o due in cui le creature sono perfettamente sostituibili con un qualsiasi generico cazzuto esercito nemico, e via a raccontare la storia di due sfigati bloccati in Sud America costretti a viaggiare verso casa attraverso un territorio brutto e pericoloso, con la prospettiva che la vita che li aspetta non sarà comunque la stessa di prima e un progressivo innamorarsi per disperata noia. Insomma, niente di sconvolgente in ogni caso.
Per cui dirò questo: il Gareth, per essere uno che ha fatto effetti speciali tutta la vita, è molto bravo. Ha la mano sicura e delicata, e riesce nel miracolo di impormi una love story che non mi ha fatto venire l’orchite.
Però ha imbrogliato, e lo odio.
Capitolo chiuso.

monsters

I mostri sono effettivamente disegnati bene

Raffica di DVD-quote:

“TI ODIO”
Lost in translation vs. Giant Octopus”
“Perfetto per la vostra fidanzata quelle sere in cui volete uscire con gli amici”
Nanni Cobretti, i400calci.com

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Nightmare: Smells like a Puttanata

30/08/2010 | recensioni | di Casanova Wong Kar-Wai
Diamo il film in mano a quello lì col chiodo!

Affidiamo il film a quello lì col chiodo! Mi sembra un'ideona!

C’ho questa domanda che mi assilla. Ma secondo voi per quale motivo Michael Bay ha voluto Samuel Bayer per il reboot di A Nightmare on Elm Street? Cioè, a un certo punto si parlava di John McNaughton. Addirrittura per qualche secondo s’è fatto il nome di David Fincher. Poi, una volta che il progetto è finito nelle manone tozze di quel peperino di Michael, è arrivato Samuel Bayer. Chi? Grazie per la domanda. Samuel Bayer è il regista del video di Smells Like Teen Spirit dei Nirvana. Quando l’ho saputo sono andato subito a rivedermelo. Ve lo ricordate? C’erano loro che suonavano, dei babbei che li ascoltavano, le ragazze pon pon con la A di Anarchia sul top e un bidello vecchio con in mano un mocio vileda. Ricordatevelo.

Insomma, non propriamente una bomba. Cioè, all’epoca io mi ricordo la delusione nel constatare che la canzone più esaltante del mondo aveva un video a cui, essendo larghi di manica, si poteva affibiare un 6+. Poi, Samuel Bayer, ha fatto anche tantissimi altri video, tutti di gruppi diligentemente selezionati tra i meno influenti della storia della musica. Tipo i Papa Roach. Mamma mia, che gruppo di merda i Papa Roach. E niente, Michael Bay ha deciso che Samuel Bayer era l’uomo giusto per dirigere il più importante reboot della Platinum Dunes. Sarà stato per colpa del bidello e del suo mocio vileda? Non so, forse è per motivi personali, ma se chiedete a me qual è la serie horror più importante di sempre, io rispondo Nightmare. Già solo l’idea di poter plasmare un nuovo Freddy Krueger era talmente stimolante che alle prime notizie dal set (anche se sotto sotto già sapevamo che sarebbe venuta fuori una puttanata) ci eravamo fatti contagiare da timidi entusiasmi. Ma vuoi vedere che alla fine forse non sarà male? E invece possiamo dormire sonni tranquilli: il nuovo Nightmare è il più brutto dei reboot messi in piedi da Michael Bay e soci.

Andrew Form e Brad Fuller decidono che è giunto il momento di fare schifo

Andrew Form e Brad Fuller decidono che è giunto il momento di fare schifo forte forte.

Oh, e che sia chiaro: parliamo di una bruttezza totale, apocalittica, senza appello. Non Aprite Quella Porta 2.0 e Venerdì 13 2.0 sono brutti, lo sapete. Ma qui siamo veramente oltre. Andiamo con ordine: A Nightmare on Elm Street 2.0 non fa paura. Ma veramente MAI. Nemmeno i “momenti bubusettete”. Sapete quelli dove c’è una roba che spunta fuori dal nulla e spingono il volume a livello “sangue dal naso” e voi fate automaticamente un saltone sulla sedia? Zero. Manco quello. Non che non ci siano, eh? Ne ho contati almeno una decina. Solo che sono fatti male. La sceneggiatura non tocca nessun tema vagamente interessante. I dialoghi mettono serio imbarazzo. C’è questo scambio di battute che m’è rimasto particolarmente impresso: l’insopportabile Kyle Gallner (uno che è nato nel 1986 e ha il triplo mento) è in biblioteca per fare delle ricerche sugli effetti della mancanza di sonno. Ovviamente s’addormenta. Fa un incubino bruttissimissimo. Viene svegliato dalla bella Rooney Mara e subito fa quella fazza da triglia orribile che gli viene così bene. Lei lo guarda e gli chiede “Incubi?”. La triglia annusice. “Freddy?”. Annuisce di nuovo. “Vabbeh, mettiamoci a leggere dei libri sulla cui copertina c’è scritto grosso grosso SLEEP”. Niente, come se tutto fosse dato per scontato. Come se tutti sapessero già tutto. Il fatto che tanti adolescenti comincino a sognare tutti la stessa cosa e che muoiano uno dopo l’altro, non sembra stupire nessuno. Soprattutto gli adolescenti stessi che accettano tutto come se fosse una cosa normale.

Dai, oh, ti ho già detto che se muori nel sogno, muori veramente! Quante volte te lo devi spiegare!

Dai, oh, ti ho già detto che se muori nel sogno, muori veramente! Quante volte te lo devo spiegare! Sono scocciatissimo!

Non viene sviluppato nessun vecchio tema legato all’originale. In un’intervista precedente all’uscita del film avevo letto che gli sceneggiatori si bullavano di aver ampliato la parte riguardante il passato oscuro di Krueger. Il nuovo Nightmare prometteva di spiegare dettagliatamente la vita di Krueger pre-morte e di instillare addirittura dei dubbi sulla sua colpevolezza. Tutte cazzate: i dubbi non sono suggeriti, ma enunciati (”Ma allora forse non era colpevoleeeee!”) e durano qualcosa come 0,44 secondi (”Ma allora era veramente colpevoleeeee!”). Ma soprattutto, e questo è forse l’aspetto più incredibile della questione, non c’è nessun tentativo di esaltare/costruire la figura del nuovo Freddy. Il ruolo che ha cambiato la vita a Robert Englund, uno dei personaggi più importanti di tutto il cinema horror, viene trattato come se fosse un cattivello qualunque. Prendiamo il guanto, quell’oggetto così importante nell’iconografia del franchise, quel’invenzione così fortunata. Ecco, il guanto viene mostrato più o meno dopo 2 minuti di film. Così, come se nulla fosse. La suspense? Mi fai ridere, mi fai. Il tutto va a scapito del povero Jackie Earle Haley, il Rorsarch di Watchmen (ma soprattutto il drogatello di Semi-Pro). Al tempo del trailer avevamo apprezzato l’idea di rinunciare al lato comico di Freddy per presentarlo come un villain serio, silenzioso e realmente spaventoso. Rimane vero che non ci si è buttati sul comico, ma questo nuovo Freddy non fa veramente nulla. Ma proprio niente. Appare, si mette un paio di volte in contro luce, dice due frasine e basta. Ed è una pecca imperdonabile. E il nuovo make up? Brutto. Ma non quel brutto che almeno ti fa arrabbiare (come quello che indossava Englund in Wes Craven’s New Nightamare), ma un brutto inutile, fiacco.

Hot to apparire svogliato for dummies.

How to apparire svogliato for dummies.

E poi i sogni. Grossa parte del fascino e dell’originalità del primo film risiedeva nelle sequenze di passaggio da realtà a mondo onirico. Craven era bravissimo a gestire i tempi, a cogliere quell’impercettibile momento in cui si passa dalla veglia al sonno. Lo scivolare nell’incubo diventava quasi invisibile. Qui si inquadrano dei giovani (con le facce da vecchi. Cazzo, Katie Cassidy sembra sua madre…) che sbattono due volte gli occhioni per poi riaprirli e fare un’espresione tutta stupefatta. Avete presente la sequenza del flashback di Ecce Bombo? Ecco, una cosa del genere.

Sembro più vecchia di Accorsi in Jack Frusciante!

Sembro più vecchia di Accorsi in Jack Frusciante! Spaventosissimo!

Aggiungiamoci anche una mancanza TOTALE di qualsiasi tipo di fantasia nella rappresentazione del regno di Krueger. Sarà perché questi giovinastri sono dei dementi dalla vita particolarmente noiosa, ma fanno degli incubi di una piattezza senza precedenti. Cioè, secondo me uno che lavora da 45 anni al casello dell’autostrada a Pizzo Calabro fa dei sogni più interessanti. Quante ne abbiamo viste nei film della serie originale? Certo, qualche volta ci si lasciava prendere la mano e si buttava tutto in vacca, ma si tentava comunque di creare qualche collegamento interessante e ardito tra Realtà e Sogno. Qui calma piatta. Tutte le potenzialità di un mondo senza regole, governato dall’inconscio, vengono gettate alle ortiche in nome della pigrizia più totale. Samuel Bayer peggiora la situazione con una regia che più svogliata non si può immaginare. Ciliegina sulla torta, la riproposizione di due o tre situazioni copiate e incollate dall’originale (il guanto che esce dalla vasca da bagno, il body bag trascinato tra i corridoi della scuola, la corsa sul tappeto che diventa liquido) che dovrebbero far accendere una lampadina agli spettatori più sgamati e che invece aumentano ancora di più il grado di disagio. Brucia dirlo, ma questa cazzata fa apparire Marcus Nispel come un regista vero.Fortunatamente Samuel Bayer ha già detto che per il seguito di questa merda non è disponibile.

DVD-quote suggerita:

Un film che fa riflettere sulle similitudini tra i casellanti di Pizzo Calabro e Castaneda
Casanova Wong Kar Wai, i400calci.com

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Karate Kid 2.0 (lo zen e l’arte della manutenzione del ghetto blaster)

27/08/2010 | recensioni | di Wim Diesel
902539 - KARATE KID

"saranno 26 centimetri"

C’è un momento in cui devi ammettere che sei stato sconfitto. Il mondo ti ha superato, le tue battaglie non contano più nulla per nessuno, il tuo vociare infastidisce la gente e le tue posizioni irritano anche i maestri zen. Allora tiri i remi in barca, ti siedi e cominci ad osservare il mondo che si muove davanti a te senza dare l’idea di aver bisogno del tuo contributo. Magari ogni tanto cerchi di irretire un minorenne con i tuoi modi gentili da alt-vegliardo stile Nic Cage ne L’apprendista stregone.

Per me quel momento è arrivato. Ho visto il nuovo Karate Kid, quello con Jackie Chan al posto di Noryuki Pat Morita, quello col bambinetto nero, quello col bambinetto nero interpretato DAL FIGLIO DI WILL SMITH, quello blastato senza pietà dal mio capo in tempi non sospetti. Ne sono uscito parzialmente soddisfatto.

A questo punto, prima che anche i più educati tra noi inizino a strappare il monitor in mille pezzi, potrei stendere la mia biografia. Oppure limitarmi a segnalare che non ho mai fatto una lezione di karate in vita mia, mai ricordato i nomi degli attori cinesi che mi facevano sballare a forza di cazzottoni a parte Tong-Po e Bolo Yeoung, mai imparato a dare importanza alle differenze tra i cinesi e altre nazionalità orientali a parte i giapponesi e quelli di Hong Kong che ogni tanto usano giacca e cravatta, perché MI ANNOIO e non posso far fuori qualsiasi libro o pagina internet che mi capiti sottomano solo per dimostrare un punto alla mia fidanzata -e cioè che non può oggettivamente esistere una situazione in cui lei ricorda il nome di un attore/scrittore/musicista/disegnatore che io non ricordo. In termini di prossemica, il mio livello di competenza nelle questioni legate a oriente e arti marziali mi consente di parlare con Luotto Preminger e Jean-Luc Merenda solo via mail. Vedere il primo Karate Kid mi ha esaltato soprattutto perché era Karate Kid è come Rocky con un ragazzino protagonista, UNO DI NOI anche se il concetto di NOI era piuttosto esteso. L’ho riguardato l’anno scorso, giusto per farne una: è il classico film di Avildsen, immondizia sociale meets cinema verità meets redenzione tramite cambio d’abiti, ma le scene di combattimento sono velocissime e hanno un montaggio tutt’altro che sprovveduto. Gli altri KK sono tutti sequel alimentari della peggior specie e/o palesi sfottò messi in piedi per fare girare le palle ai fan (ma non ho mai visto quello con Hilary Swank, e non faccio commenti spiritosi in merito). Considerando solo il primo è necessario considerare KK come uno sport-movie piuttosto classico nel quale l’atleta corre verso se stesso e sublima la propria avvenuta realizzazione come individuo facendo il culo all’avversario. Poi ci sono l’addestramento, la sofferenza, la vessazione, i buoni maestri, i cattivi maestri, la strada verso la luce, l’espiazione, la ragazza e svariati altri topoi del cinema d’azione pre-disincanto con cui noialtri si va a nozze.

contemplazioni

contemplazioni

KK2010, in realtà, non è propriamente il remake di KK1984. è più che altro come quando ti rifai da adulto un viaggio che avevi già fatto da bambino fermandoti in tutti i posti importanti, o come la messa per l’anniversario della scomparsa del caro defunto. Sega mentale. Voglio soltanto dire che in KK2010 c’è la scena della cera, solo che invece della cera usano un giacchetto (non volevo rivelarlo, ma tanto sta pure nel trailer). Te l’aspetti, pensi che sia come timbrare il cartellino, ci arrivi preparatissimo, sei pronto ad archiviarla e poi PAM, quando ti ci trovi davanti senti che il cuore perde un battito. Da lì in poi il film smette di essere brutalmente/mortalmente noioso e inizia a timbrare un cartellino dietro l’altro, incrociando stereotipi alla Karate Kid e stereotipi da filosofia cinese sul genere spaccare il culo altrui in maniera equo-solidale (equo come abbreviazione di equilibrio tra le forze spirituali che reggono l’individuo) fino a portare a casa la pelle con un finale quasi commovente, come se fosse un film vero.

<3<3<3 meets :*******

<3<3<3 meets :*******

Naturalmente non lo è. È un quasi-film in cui Jackie Chan regala una prova d’attore quasi incredibile, un’amarissima riflessione sul suo invecchiamento coniugata all’esistenza di una sua filmografia USA (cosa che non siamo disposti ad ammettere se non dietro lauto pagamento o minacce alla nostra salute fisica), inventandosi un maestro Miyagi al quadrato che supera a destra l’originale e copre tutto il film con l’ombra lunga del suo carisma, con tanto di sfottò sulla scena delle mosche. E dopo metà film Jackie  inizia a diventare semplicemente troppo GROSSO per poter prestare attenzione a qualcos’altro. Il resto lo potreste tranquillamente buttar via sdegnati, a cominciare dall’idea di un bambinetto nero che gareggi ad armi pari in un torneo di kung-fu tenuto in Cina (e chi si stupisce provi a chiedersi come mai un film sul kung-fu si chiama Karate Kid). E tanto per farle girare ulteriormente credo sia necessario mettere in chiaro che in Karate Kid

  • Il figlio di Will Smith si trasferisce in Cina con la madre senza che nessuno sappia i motivi
  • La prima parte del film è noiosissima
  • Jackie Chan passa la prima metà del film a non dire nulla, poi apre i rubinetti e inizia a parlare di karate olistico per un’ora piena senza nessuno che lo fermi
  • Jackie Chan ha UN TRAUMA, che viene fuori a un certo punto senza reale motivo di venir fuori e che non lascia alcun reale strascico dopo esser stato rivelato
  • Il figlio di Will Smith si prende sei minuti di film in cui inizia a scolpire il corpo fino a diventare un pre-teen-culturista che a guardarlo ti senti come se stessi visitando i bassifondi della tua anima
  • I cinesi sembrano tutti aver accettato la parte per pagare la bolletta del telefono. E intendo TUTTI i cinesi, dal bambino cattivo con la faccia tiratissima a Michelle Yeoh che viene inquadrata per un secondo nell’atto di ubriacare un cobra con il kung-fu
  • il doppiaggio è WOW
  • Nel torneo finale i bambini che si sfidano appaiono in dei cartelloni elettronici con sguardi incazzatissimi stile Dragon Ball
  • Nel torneo finale c’è Back in Black al posto di You’re the Best Around.

Cioè il plot è terribile, l’idea alla base è terribile, gli attori sono per la maggior parte terribili. Ma con tutto l’impegno profuso dagli autori per rendere Karate Kid palesemente inguardabile, qualcosa continua a bruciare da sotto e rivela un’anima malata e problematica che ti fa sognare la Cina, il kung-fu e il maestro-di-vita-suo-malgrado che non abbiamo mai avuto, mentre la musica sale e arrivi al gran finale in stato di palese agitazione. Mistero della fede.

Cinema macrobiotico: L’apprendista stregone

25/08/2010 | recensioni | di Wim Diesel
Questo è un fan di John Cage

Questo è un fan di John Cage

Punto primo: avete mai notato che il tizio che faceva il ragazzino suonato in Million dollar Baby è lo stesso che nelLe Regole dell’Attrazione diceva una cosa tipo quella merda ti fa scorrere il sangue al contrario all’inizio del film? Probabilmente no, comunque se avessi dovuto scommettere dieci euro su una cosa qualsiasi a mia scelta, probabilmente li avrei puntati sul fatto che il tizio in questione non avrebbe mai avuto il ruolo da protagonista in una megaproduzione. Ora, si può fare i ragionamenti che si vuole in merito al maledetto e fottuto Apprendista stregone che ha cercato di occupare militarmente le sale cinematografiche nella settimana post-ferragosto, la prima con il tempo sempre e solo BELLO dal 1914 circa nonostante le menate sul caldo record dei TG che non guardo. Non tengo un dossier, ma avete notato che nei TG è caldo record ogni anno? Come fa? Non so se dare la colpa al global warming o a un complotto sionista a caso, ma propendo per la seconda perché l’altro giorno ho iniziato Rubicon. Ho perso il filo. Dicevo, si può fare tutti i ragionamenti del caso MA alla fine della fiera il protagonista de L’apprendista stregone è il tizio che faceva il pugile minorato in Million Dollar Baby. Anche se Million Dollar Baby non fosse il filmone che è, probabilmente il tizio in questione, che si chiama Jay Baruchel, verrà ricordato a vita per quella parte in MDB perché C’HA LA FACCIA, e non importa se il prossimo suo film sarà il remake della Stangata con lui nella parte di Robert Redford. Le scelte di casting sono una materia ostica. In questo film il protagonista è un genio sfigato che ha sbroccato a dieci anni finendo per caso dentro il covo di uno stregone buono che l’ha convinto di essere il diretto discendente di Mago Merlino. Probabilmente hanno le liste dei giovani che fanno lo sfigato, ne pescano uno dal mazzo e vanno via con quello. Jason Biggs è troppo cresciuto, Justin Long è sovraesposto (sovraesposto is the new ha rotto le palle), le alternative scarseggiano. “Marti, vedi che c’è quel tizio con cognome brutto, l’avevano piazzato a fare il ritardato con la calzamaglia in Million Dollar Baby.” “Ok, piazzalo dentro ma vedi di metterci anche la scena di Topolino che pulisce.” Ora mi chiedo, se a dieci anni finisci dentro un robivecchi a Manhattan e ti ritrovi davanti Nicolas Cage con il parrucchino grunge e pesanti atteggiamenti da pedofilo che ti fa indossare un anello col dragone che non porterebbe manco Alan Moore, sussurrandoti tu sei il prescelto, ecco, la cosa ti darà problemi di sviluppo? Probabilmente sì. L’apprendista stregone fa schifo, anyway.

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Te l'immagini una scena così con Nicolas pelato?

Il parrucchino di Nicolas Cage a questo giro è bellissimo. Capellone biondo un po’ ossigenato che cade sugli occhi a getto continuo, sembra di vedere il primo Kurt Cobain che attacca il riffone di Floyd The Barber. Con trench scuro e scarpina a punta, perchè le scarpine di cuoio a punta, oltre al necessario inevitabile sacrosanto diritto a voler seguire l’esempio degli Horrors fino alla morte (dell’esempio degli Horrors, una morte peraltro già avvenuta), permettono allo stregone di canalizzare il flusso orgasmico delle forze che provengono dalla terra e farsi canalizzatore dell’energia cosmica. Jay Baruchel porta suddette scarpe con lo stesso orgoglio e la stessa creanza con cui Dj Moffetta, un pittoresco personaggio che incontravo ogni tanto sul 21 tornando a casa dalla facoltà, indossava pantaloni da rapper e mocassini di cuoio e occhiali grossi come il fondo delle bottiglie, ma nel suo caso probabilmente era la madre a vestirlo. Voglio dire, se devi mettere per forza scarpette a punta tanto vale che ti trovi un paio di Cheap Mondays, o al limite qualche completino sadomaso tipo quello che sfoggia lo scagnozzo di Alfred Molina, che in assenza del Gran Maestro è diventato una specie di David Copperfield truccato e vestito come quel tizio coi capelli fucsia che spopolava su myspace un paio d’anni fa (no google here). Alfred Molina, in ogni caso, è terribile. Cioè lui è anche bravo, fermo restando che s’impegna quasi meno che a fare il dottor Octopus, ma io i cattivi puri, quelli che vogliono distruggere il pianeta terra tanto per farne una, LI PELEREI VIVI. Tipo la strega cattiva della Bella Addormentata: che cazzo mi rappresenta? Il male si fa per soldi, per figa o per dominare il mondo. Non credo all’esistenza degli antipatici puri fuori dai forum metal. Così abbiamo Alfred Molina che vuole distruggere il mondo senza convinzione, Nicolas Cage che cerca di impedirglielo con una carica emotiva pari a quella di Mark Lanegan con i capelli lunghi e il pugile ritardato di Million Dollar Baby che in qualche modo deve cercare di prendersi il film sulle spalle, imparare l’arte della stregoneria in quattro (terribili) minuti e rimorchiare un pezzo di figa bianca/bionda che dichiara una passione sfrenata per la musica ma tiene un programma radio che passa roba tipo i Bravery. In mezzo ovviamente c’è lo skit in cui Jay Baruchel deve adoperarsi nella ripetizione del clip di Topolino, così a caso. Sembra quasi funzionare, poi no, poi sì.

lui, insomma

lui, insomma

A un certo punto mi viene anche da sorridere, probabilmente spinto dal desiderio inconscio di emulare la baby-gang di rappusi con accento nordorientale che siedono accanto a me e lanciano popcorn alle prime file con lo stesso fare arrogante e compiaciuto di quelli che nel 33 DC sul Calvario urlavano in coro se sei il re dei Giudei salva te stesso sull’aria di Seven Nation Army, istigati dai centurioni di destra. E nel loro gesto di stizza vessatrice c’è un po’ tutto il voler disfarsi del sovrappiù che sta inquinando L’apprendista stregone, un pappone in bilico tra new age e scientismo dove la produzione rinuncia di gran carriera a produrre un pastone teorico di un’ora e venti con quattro stregoni metrosessuali che si scagliano fulmini a caso (una scelta che ci avrebbe in qualche modo esaltato) in favore di un approccio ideologico caparbiamente scientista. A un certo punto, tanto per dirne una, Nicolas Cage racconta la storiella che ogni uomo usa solo il dieci per cento delle facoltà mentali in suo possesso, e che lo stregone è semplicemente uno che riesce ad usare il cento per cento. Unito a un altro paio di menate -tipo l’ossessione di Jay Baruchel per le bobine di Tesla e tutte quelle robe- mette insieme un impianto ideologico che rende L’apprendista stregone un film macrobiotico, abbastanza da ricordarci che il nome d’arte di Nicolas Coppola è (in parte) un omaggio a John Cage. BRR. Vorrei davvero parlare di altro, tipo la zeppola della Bellucci o un finale in cui, dopo aver cercato di rimandare il risveglio di Fata Morgana per mille anni, riescono a sconfiggerla mandando fuori asse un’antenna parabolica (tipo a calci), ma forse è il caso di non girare il coltello nella piaga. DVD-quote:

Se Il Mistero dei Templari è il vostro Quarto Potere, questo sarà il vostro Eva contro Eva.
Wim Diesel, i400calci.com

Un affare di donne: Splice

23/08/2010 | recensioni | di Cicciolina Wertmüller

spliceAllora, ho capito che voi siete tutti esaltati per The Expendables e siete fieri del testosterone che vi circola nelle vene e nelle zone birichine (© il nostro lettore Hap Collins), ma il cinema continua ad occuparsi anche dell’altra metà del cielo e dei problemi ad essa connessi. Questo Splice, per esempio, è una parabola sul desiderio femminile di maternità, sulla difficoltà maschile ad accettare la paternità e in generale su quanto è difficile per tutti farsi una scopata decente al giorno d’oggi.
Clive e Elsa, i giovani scienziati protagonisti, sono trendy, simpatici, bellocci, in carriera, vivono insieme in una bella casa e lavorano in un laboratorio chiamato NERD; Adrien Brody sfoggia una per niente invidiabile collezione di magliette nerdissime. Sarah Polley, pur di non guardare le magliette di lui, preferisce che entrambi siano costantemente intabarrati dentro camici bianchi e tute ermetiche. Lo avete già capito: questi due non scopano. Troppo impegnati a creare mostriciattoli mescolando il DNA di varie specie diverse, e a guardare i mostri che si accoppiano (loro sì)? Troppo presuntuosi, specie dopo che una multinazionale ha commissionato loro la creazione di un essere vivente totalmente nuovo, in grado di fornire cellule staminali e soluzioni a varie malattie umane? Ma per favore. Tutte scuse.
Sta di fatto che lei è repressa e insoddisfatta, e quando per errore crea un mostriciattolo che sembra un glande sul corpo di una gallina, se ne innamora pazzamente e decide di diventarne madre. In un certo senso lo è davvero, visto che l’essere è in parte composto anche del suo DNA. Brody abbozza, insomma, non è pronto, si gratta il nasone ma alla fine deve accettare il fatto compiuto. Da allora parte un melodramma commovente in cui madre e figlia (che cresce bene ma continua a sembrare una cappella gigante) si amano, mentre il padre, che si sente messo all’angolo, ripetutamente tenta di far fuori la creatura adducendo scuse tipo “il bene della scienza”; intanto quelli della multinazionale si chiedono dove siano e cosa minchia stiano facendo Clive e Elsa, visto che non sono mai in laboratorio con loro ma palesemente non scopano.

"Io un pasticcio di laboratorio? Ma ti sei visto il naso??"

"Io un pasticcio di laboratorio? Ma ti sei visto il naso??"

Insomma, tutto va come in una normale famiglia, se non che i tre vivono nascosti in un magazzino. Poi comincia ad andare male quando la figlia, battezzata Dren, diventa una figa della madonna e non somiglia più ad una cappella bensì ad una versione bella di Björk nel video di Hunter. Ad un certo punto, nell’illusione di essere persone normali, finalmente Clive e Elsa scopano e le tempistiche sono le seguenti: paroline dolci – 18 secondi; preliminari – 32 secondi; penetrazione – 45 secondi; risoluzione – 5 secondi. Ma ditemi voi. Poi per forza lei diventa isterica. Poi per forza lui pensa che tanto non è mica incesto farsi la creatura stramba, e dopotutto non è neanche zoofilia, o forse sì, chissà. Seguono due sottofinali splatter che non racconto e un finale aperto in cui Sarah Polley è incinta non si sa di chi, e si rifugia sotto l’ala della direttrice della multinazionale. Puro matriarcato.
Onore a Vincenzo Natali per aver composto un Kammerspiel Bergmaniano in salsa fantahorror, pieno di simboli freudiani: il pensiero “chissà cosa avrebbe fatto Cronenberg” è sempre dietro l’angolo, ma da Splice non si esce insoddisfatti, anzi. Lasciando da parte la plausibilità scientifica (sulla quale la vostro Cicciolina non è certo in grado di disquisire), la sceneggiatura accompagna i personaggi in un vortice di dilemmi etici e sentimenti estremi – e qui la manona di Guillermo Del Toro in produzione ha sicuramente giovato. I mostri sono stupendi, il sound design pure e già per questo io sarei a posto. Oddio, il secondo sottofinale splatter con Sarah Polley nel bosco ha la consistenza narrativa di un’ameba, però disturba al punto giusto e fornisce la scusa per il finale ambiguo. E poi le cappelle giganti piacciono anche a me.

DVD-quote:

“Nel bene o nel male, una cappella gigante”
Cicciolina Wertmüller

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L’assassino è il maggiordomo: Psychosis

20/08/2010 | recensioni | di Bongiorno Miike

The Curse Of Miike

Part 6

“Miike?”
[Miike alza distrattamente lo sguardo dal giornale, un refolo di fumo turchino gli contorna il cappello calato su un lato della fronte. Ostenta sicurezza]
“Dimmi Nanni”
“Ci sarebbe questo Psychosis da vedere e recensire. È con Charisma Carpenter (Buffy, The Expendables) e Justin Hawkins. Sì, quello dei Darkness.”
[Miike estrae dalla scrivania un plico di fogli]
“Psy… Psyc.. Psycho di Van… Psychosis! Eccolo qua. No Nanni”
“No che?”
“Non posso recensirlo”
[Miike spegne la sigaretta sul piattino della tazzina di caffè che ha davanti.  Una macchia di opale nera esplode sulla ceramica bianca]
“Tu cosa?”
“Secondo il C.I.C.C.I.A. (comitato insurrezionalista contro le ciofeche imposte dall’autorità) questo film va contro la 626 sulla sicurezza e quindi ho diritto al trattamento da lavoratore esposto a rischi…”
“mmm… ok”
“ok?”
“Si ok. Puoi guardarlo con il casco se vuoi…”
[una lacrima corre sul volto di Miike solcando i suoi sogni]

Fine della sesta parte

Psychosis

Quali sono i limiti della mente umana?
Qual’è il confine tra il reale e l’irreale?
È possibile fare un film ambientato in Inghilterra senza farlo sembrare la Signora in Giallo now with more Big Ben?
Uno che gioca a calcio può essere una presenza inquietante?
Perchè al minuto 32 un proto-metallaro si apre il chiodo e mi mostra il suo Les Paul nudo?
Perché ben prima del minuto 32 mi è venuta voglia di giocare a Click Clack trovandolo un intrattenimento con maggiore thrilling?

A queste e ad altre inquietanti domande cerca di dare risposta Psychosis una pellicola che fa tutto quello che può per dimostrarsi British. E tra old manors, highlands e persone dal buffo accento si pappa buona parte del budget (presumiamo la fetta dedicata a sceneggiatura e fotografia).
Il baratro in cui questo Psychosis ci proietta è in grado di dare le vertigini: mai mi trovai di fronte a tanta pochezza narrativa, se si esclude Suicide Girls Must Die ma quello è uno di quegli esempi unici nel suo genere, perla di rara bruttezza, inaccettabile su tutta la linea.
Il plot è di una tal brutale banalità che mi son trovato a rimpiangere un telefilm tedesco a caso (possibilmente con protagonista un animale).
E sempre in tema zoologico si deve rimanere per quanto riguarda le performance attoriali, intense come un conetto di carta usa-e-getta per il boccione dell’acqua.
Non si salva nemmeno il buon Justin Hawins che ci mette il capello alla White Lion ma di fronte a un tale sfacelo non c’è cantato scream che tenga (specie se si riduce ad un autopompino di 30 secondi e una comparsata da 4 minuti).

la mano del regista

la mano del regista

Che dire per il resto?

C’è del sangue e anche di discreta fattura (NO CGI), qualche idea azzeccata ma nulla che non si possa trovare in un cross ove tra l’ispettore Barnaby e True Blood (con tanti saluti ai Dog Soldiers della brughiera).
Il regista, un incolpevole Reg Traviss, come sceneggiatore è una pippa e visivamente è dotato di corredo immaginifico che risale ai primi anni novanta (senso di straniamento = telecamera che ruota convulsamente intorno al protagonista. What else?).
Un film destinato a finire nei cestoni di Blockbuster ad un euro, buono solo per qualche finto regalo di compleanno, a fare pendant con un vibratore per lei e un paio di mutande mangiabili per lui.
Ah si. Si fa parecchio sesso.

DVD-quote suggerita:

Mi manca tanto il commissario Rex.

Bongiorno Miike, i400calci.com

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I Mercenari – The Expendables: la recensione

13/08/2010 | recensioni | di Nanni Cobretti

the expendables

Intro 1
“Io e te siamo uguali. Siamo mercenari.”
Puristi delle traduzioni: sappiate che, durante il drammatico faccia a faccia finale con l’autore, benefattore e protagonista Sylvester Stallone, Eric Roberts dice “mercenaries” e non “expendables”. E, per essere precisi, nessuno nel film dice mai “expendables”. Ma la parola “expendable” appare scritta sulle motociclette. Per un po’ ho iniziato a pensare quindi che in realtà fosse un film sulle motociclette, ma non le inquadrano poi così spesso.

Intro 2
Storia vera: qualche ora prima della proiezione stavo attraversando la strada per incontrarmi con un amico alla stazione di Holborn, quando nella distrazione ho preso male un gradino e sono inciampato vergognosamente sfondandomi il ginocchio sul marciapiede. Col sangue! Una bella crosta. Non mi capitava da quando avevo 9 anni. Vi sfido a prepararvi a I Mercenari con un revival anni ‘80 più hardcore di questo.

The Expendables

Il film.
SANGUE IN CGI.
Scusate ma non sapevo come prepararvi. Meglio levarsi il dente subito, no? Per fortuna non faccio il dentista… Ma facciamo finta di niente. Lasciate che questa informazione si sedimenti nel vostro inconscio come una corazza invisibile che non vi ripara necessariamente dai danni, ma si spera che almeno attutisca il colpo quel tanto che basta da evitare conseguenze mortali. Tiriamo avanti.
Dicevamo, il film.
Sappiamo come funziona: lo abbiamo sempre sognato da bambini, quando facevamo il cast del kolossal d’azione impossibile e bla bla bla… Crescendo, con un po’ di malizia, l’abbiamo capito come mai un’operazione del genere fosse virtualmente impossibile: un film non può avere dodici protagonisti. Ci vuole qualcuno che si ciucci un ruolo secondario/inutile. E non serve a nulla farsi le seghe su chi c’è e chi non c’è: Stallone è riuscito a raggruppare le uniche leggende disposte ad avere un non-personaggio e mettere da parte il proprio ego per accontentarsi di un più o meno rapido showcase.
Ben più che un Ocean’s 11 del cazzo, questo è una specie di We Are The World cinematografico. Ci sono quasi tutte le tue star preferite, ma non è facile comprimerle tutte quante in quattro (o cento) minuti. È importante che tutti si mettano d’accordo: chi canta il ritornello, chi canta le strofe, quanti versi, chi duetta, chi fa solo i cori, chi le prende da Steve Austin e chi si tromba Giselle Itié (spoiler: il capo). Con una sola differenza: The Expendables non l’hanno scritto Lionel Richie e Michael Jackson, due dei più grandi autori pop della loro epoca al picco della fama e della creatività (fate voi le relative proporzioni col risultato), ma l’ha scritto “Lionel Richie” da solo, con un suo amico a caso, 25 anni dopo il suddetto picco.

Questo Lionel Richie non lo sa fare

Questo Lionel Richie non lo sa fare

Ora: l’opinione del critico che non interessa a nessuno è che la prima parte soffre di una pericolosa dose di autoindulgenza in cui un montaggio fatto con i guanti da neve mette in evidenza più le carenze recitative che i pregi carismatici dei protagonisti (incluso Statham, che pure diretto da altri la sua porca figura l’ha sempre fatta), penalizzando una non-storia che, aldilà di uno stunt tanto incredibile quanto forzatogli dentro a cazzotti, non procede a rotta di collo come dovrebbe. Ma il fatto è che quel critico non solo non interessa a nessuno, ma si deve infilare la sua opinione non richiesta su per il culo e sparire prima che gli faccia uscire l’intestino dagli occhi a forza di calci negli stinchi.
Quello che conta è che, seppur immancabilmente per troppo poco, a ognuno è concesso dare il meglio di sè: Stallone è l’eroe, Rambo coi sentimenti di Rocky; Statham è il suo co-pilota, uno a cui è meglio non rompere il cazzo; Li è basso e misterioso; Lundgren, per la gioia di grandi e piccini, ruba la scena rifacendo l’Andrew Scott di I nuovi eroi; Austin, in un ruolo finalmente su misura per lui (zitto e schiaffi all’orba), è un fottuto rinoceronte; Rourke si esibisce nella sua nuova specialità, il monologo da Oscar in primissimo piano con luce atmosferica; Crews è il nero che fa le battute e ce l’ha più grosso di tutti (il fucile); Couture è un rullo compressore e merita altre chance; Daniels fa l’accento inglese, e viene da pensare che – opportunamente ingrandito – fosse questo il ruolo inizialmente previsto per Van Damme, giusto con la sostituzione ad accento francese (e se così fosse appoggio la sua rinuncia); la Itié fa la gnocca con personalità; la Carpenter fa la gnocca senza personalità; Zayas fa il dittatore sudamericano, ovvero un tizio vestito da militare con l’accento spagnolo; Roberts fa lo scaltro magnate senza scrupoli; Willis fa le battutine e gli occhi da matto; Schwarzenegger ormai ha altro per la testa, causa impegni più altisonanti è invecchiato peggio di tutti, ma gli si vuole un mondo di bene lo stesso.
La sceneggiatura infondo non importa: tutti insieme, potrebbero dire qualsiasi cosa e noi saremmo comunque con gli occhi sbarrati, increduli davanti a [uno del cast a caso] nella stessa inquadratura con [uno del cast a caso]. E a volte è letteralmente così visto che Sly e Mickey si smangiano le parole, Jason parla a bassa voce come al solito e Jet, Dolph e Arnold hanno accenti buffi e semi-incomprensibili. Avranno scelto voci orribili ma fidatevi: con il doppiaggio ci si guadagna.

The boys are back in town

The boys are back in town

E poi arriva il finalone.
E Sly ogni tanto zoppica, ma non ha mai sbagliato un finalone. MAI.
Preparate i fazzoletti.
Portatevi un amico che vi raccolga la mascella.
Preparatevi a mezzora di assalto mozzafiato in cui ad ogni inquadratura c’è un vostro eroe a caso che sta picchiando qualcuno, sparando a qualcun altro, o facendo esplodere qualcosa.
Pizzicatevi. È tutto vero. È successo. È davanti a voi.
È la Storia del Cinema come l’avete sempre immaginata.
È la scena che chiude ogni sogno ed ogni discussione in modo definitivo, inattaccabile, incontrovertibile.
Ed è bellissima: epica, veloce, potente, enorme, implacabile.
È girata da qualcuno che sa perfettamente cosa volete, lo sa da trent’anni, è quello che gli viene meglio e a nessuno viene meglio che a lui.
Perché lui è uno di voi. Anzi, uno di noi.
E alla fine non importa di che sesso eravate quando siete entrati: quando uscirete, sarete UOMINI.

Ci sono domande?

Sylvester Stallone, Autore

Sylvester Stallone, Autore

DVD-quote

“Un inestimabile patrimonio dell’umanità”
Nanni Cobretti, i400calci.com

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I Mercenari: Sylvester Stallone in “Rocky Balboa”

12/08/2010 | recensioni | di Nanni Cobretti

Ok, stavolta imbroglio.
Ce l’avevo messa tutta per fare un bello specialone come si deve e volevo chiudere col botto, scrivendo una bella rece riguardante la Leggenda, l’Uomo, l’Autore dietro I Mercenari: Mr. Sylvester Stallone.
La prima idea era riguardarmi il sottovalutato I falchi della notte. Poi l’ho riguardato e ho scoperto che non era sottovalutato, era proprio brutto. L’unico film in cui Stallone ha la barba (alla Serpico) per tutta la durata, ma anche per assurdo l’unico film in cui Stallone si veste da donna. Due volte. E poi mi lamento di Schwarzenegger/Bond e Austin/Bourne.
La seconda idea era farmi due risate su Demolition Man, e interrogarmi di nuovo sul più grande mistero della storia del cinema (come caaazzo si usano le tre conchigliette?!?). Ma qui si sta facendo la storia, e noi dei 400 Calci che recensiamo Demolition Man è un po’ come Boldi che fa una pernacchia: pura, vigliacca manovra di emergenza.
La terza idea era Rambo 2, e questo dialogo:

Co Bao: Why did they pick you? Because you like to fight?
Rambo: I’m expendable.
Co Bao: What mean expendable?
Rambo: It’s like someone invites you to a party and you don’t show up. It doesn’t really matter.

Ma alla fine ho pensato che niente poteva prepararvi a I Mercenari meglio di un pezzo che scrisse un mio amico qualche anno fa su Rocky Balboa.
L’amico in questione aveva un blog chiamato Valido TV che poi ha chiuso, motivo per cui ho chiesto e ottenuto da lui il permesso di replicare la sua rece qua, sperando sia di vostro gradimento.
Eccola:

rocky balboa

Sylvester Stallone e Rocky Balboa sono la stessa persona.
E la fama e l’affetto dei fans che il primo si è guadagnato nella vita reale è del tutto pari a quella che il secondo si ritrova nei film.
Basta guardare con quanta poca fatica Sly può permettersi di costruire le sequenze più toccanti del film: il sincero incitamento della folla durante il match finale, girato a Las Vegas prima di un vero incontro per il titolo con i veri spettatori dell’evento, e l’emozione reale nei suoi occhi; il montaggio sui titoli di coda, con passanti e gente della crew che replicano la famosa corsa sulla scalinata con un entusiasmo che non ha bisogno di essere imposto o recitato.

Il Rocky a cui voglio bene io non è il pugile famoso e invincibile che incassa 257 pugni e vince con tre.
Il Rocky a cui voglio bene io è quello grezzo e tontolone, quello che si sforza di fare il simpatico raccontando barzellette brutte, quello che se non fosse per la boxe sarebbe un vero emarginato, quello che è attratto da Adrian perchè è ancora più emarginata di lui e la conquista per sfinimento. Quello che sa di non essere intelligente ma chiacchera un casino lo stesso, quello che conosce e convive con i suoi limiti, quello che però c’è una cosa che sa fare davvero bene e allora ci si butta anima e corpo e sputa letteralmente sangue.
Non è quello dal terzo film in poi, il campione del mondo fighetto che finge di ritrovare gli occhi della tigre, o peggio ancora quello che stende avversari disumani a ritmo di pop-rock nel nome di Ronald Reagan, ma del resto anche quello era Stallone, Stallone ormai al picco della fama, e appunto fighetto, che sfruttava il suo momento nel modo più facile possibile. E il Rocky V, sopraffatto dalle nuove leve ma ancora convinto di essere il più duro, era sempre Stallone che si sentiva in pericolosa fase calante e tentava di stare a galla in modo comprensibile ma goffo.

Sedici anni dopo, senza smettere di provarci ma sbagliando praticamente tutto, l’ormai sessantenne Stallone ha toccato il fondo.
Ma tornato in basso si è ricordato cosa lo spingeva continuamente a salire.
Rocky Balboa non è un film oggettivamente bello, anzi: il pretesto su cui si muove la trama è completamente improbabile e niente di quello che fa pone rimedio, ci sono diverse grossolanità e quando tenta di essere “artistico” sfora nel kitsch (facce in bianco e nero col sangue rosso…).
Ma è il ritorno del vero Rocky, quello a cui voglio bene io. Ed è un po’ come le sue barzellette: non faranno ridere, ma sono dette col cuore, da uno che sa di non essere un genio ma è sincero e non ha paura di mettercela tutta anche a costo di sembrare patetico.
E quindi ti immedesimi nel telecronista del match finale, perchè lui dice esattamente quello che pensi: sei cresciuto con quell’uomo, non riesci a credere di vederlo ancora lì, dai per scontato che venga massacrato, che faccia una figura tremenda, e invece no, incassa, incassa male, poi si rialza, poi resiste, poi contrattacca, incassa e torna a colpire, incassa e rimane in piedi, non è per niente patetico e non puoi credere che abbia ancora tanta grinta.
E non conta chi vince.
Because it’s not about how hard you hit. It’s about how hard you can get hit, and keep movin’ forward.

rocky balboa

Domattina avrete la rece di I mercenari – The Expendables.
Promesso.

I Mercenari: Terry Crews in “Idiocracy”

11/08/2010 | recensioni | di Bongiorno Miike

In quello strano sport che è il football americano, il ruolo di Defensive End sostanzialmente si può riassumere così

a) non sa usare le mani

b) non sa usare i piedi

c) sa però staccarti una tibia a morsi

Ecco, Terry Crews, nella sua carriera di giocatore di football, ha sempre fatto il Defensive End.

E cosa ci si può aspettare da un uomo che nella vita ha sempre ricoperto il ruolo di autoarticolato a due gambe?

Ma è ovvio! Una brillante carriera da attore comico.

Se pensate che il ragionamento di cui sopra non fili e se volete portare a suffragio della vostra tesi le avventure cinematografiche di quel gran biondone di Dennis Rodman, vi fermo subito e vi dico:

Sì, avete ragione.

È quindi con sincero e romantico sgomento che mi sono approcciato a questo Idiocracy, film comico di cui (dato che siamo in pieno off-topic) non vi parlerò.

Pur tuttavia vi parlerò di Crews e questo perchè, nella sua interpretazione di Mr. President ex wrestler e ex pornodivo, ho trovato qualche spunto interessante che secondo me dovreste tatuarvi sulla pelle prima di entrare al cinema per godere appieno delle piacere umido di The Expendables (questo è un periodo lungo).

Orbene, secondo l’opinione della mia analista, il caso O.J. Simpson ha creato un precedente (traumatico) che ad Hollywood non è stato ancora del tutto superato.

Mi spiego: uno che per anni è stato dipinto come il buono di turno, pacioso, simpatico e leggermente sfigatello che poi se ne finisce in tribunale per una storiaccia come quella non è bello.

Ma proprio no. Ti violenta l’infanzia.

Indi per cui, sempre secondo la mia analista, quando gli sceneggiatori hanno preso Crews gli devono aver detto “Ti ricordi come eri al college? Birra e mutande strappate? Ecco quello”.

Terry Crews quindi non fa niente di più e niente di meno che quella roba lì: mano sul pacco, muscolo teso e, per rendere il tutto più divertente, anche un bel toupet a là Rick James ma senza meches bionde.

Poi c’è Apollo Creed e pure il Duca di Fuga da New York (ma con meno Shaft).

Ciò detto: funziona?
Si, decisamente. Perché è puro Crews al 100%.

Se nei mercenari gli faranno fare quelle cose lì, siamo a cavallo.

Ritornando al film (di cui devo comunque parlarvi, almeno un po’): Crews vale la visione di Idiocracy? Mah, il film di per sé non è pessimo se non fosse che sembra essere stato scritto da uno sceneggiatore a cui hanno negato le ferie ad agosto.

L’idea c’è ma rimane lì, come la schiuma sul cappuccino: è buona ma dopo due cucchiaiate è già finita.

parruc-o-rama

parruc-o-rama