Archivio per la categoria ‘recensioni’

Fucili a pallettoni VS Norman Rockwell (un paio di motivi per vedere Edge Of Darkness)

22/03/2010 | recensioni | di Wim Diesel
MO' TE BLASTO.

MO' TE BLASTO.

I film con un solo attore di richiamo e venti caratteristi di ultima fila sono una razza in via d’estinzione, soprattutto da quando gli studios hanno capito che piazzare Stanley Tucci a fare il giornalaio pedofilo porta in sala un milione di cineblogger che si muovono solo ed esclusivamente per lui. Se butta bene ci sono sette Stanley Tuccis a fare il loro sporco lavoro in giro per il film, il che spiega l’incremento esponenziale di giornalai pedofili nelle sceneggiature che girano a Hollywood di questi tempi. Fuori Controllo, invece, è un film con Mel Gibson. Nel senso che gli attori più famosi nel cast, a parte Mel, sono Ray Winstone, Jay O.Sanders (il quale non credo abbia mai interpretato un ruolo diverso dal poliziotto/ufficiale giudiziario) e il figlio di John Huston. C’è anche uno che stava in Diary Of The Dead, ma è troppo giovane e figo per vivere. In casi come questo, naturalmente, scambiare sciatteria e classicismo è una questione di cavilli, in questo molto simile alla fondamentale dicotomia critica tra i gusti son gusti e non capisci un cazzo. Il punto è che mi sono letto qualche parere in giro per la rete, e c’è un sacco di gente che ha visto Fuori Controllo e non ha potuto evitare di bollarlo come film sciatto. Il che è comprensibile, perchè Fuori Controllo non si fregia di nessun elemento che rende i film sapidi. Cioè? Grazie per la domanda. Segue un possibile elenco di elementi che rendono i film sapidi:

  • barbette incolte
  • giapponesi
  • Stanley Tucci
  • un classicone anni ‘80 in colonna sonora
  • protagonisti tatuati
  • quadri di Norman Rockwell alle pareti
  • una star di qualche serie TV
  • quelle scene con un ciclo solare completo sparato in dieci secondi addosso a un palazzo ottocentesco.
no beards allowed

no beards allowed

Naturalmente è meglio valutare il film in base ai topoi di cui si cosparge e/o che cerca di evitare, piuttosto che per questioni accademiche di base à la dams cinema -un sistema critico che in posti tipo Bologna è ancora vivo e lotta contro insieme a noi. Sappiate comunque che al primo che dice la fotografia di Edge Of Darkness non mi sembra niente di che gli traccio l’IP e lo vado a trovare a casa con una chiave inglese. Comunque, tornando ai topoi, non è colpa di Martin Campbell (nè tantomeno di Norman Rockwell) se la mia generazione ha orizzonti culturali opinabili. Martin non fa altro che puntare la macchina da presa e girare, in questo grandissimo artigiano di cinema classico, cioè sciatto. Il fatto che i film gli vengano tutti meglio di quelli degli altri che ci provano, mastodontico il caso di James Bond e Zorro, viene comunemente interpretato come botta di culo. Poco ma sicuro, comunque, che quando scorrono i titoli di coda sei sempre preso male perchè è finita. Continua a leggere »

Sweet Gore Alabama: il cinema di Adam Wingard

18/03/2010 | recensioni | di Cicciolina Wertmüller
adam  wingard

Buongiorno.

Una volta, da piccolo, Adam Wingard si è ammalato. Non era nessuna delle classiche malattie esantematiche, non era influenza; il bimbo, da sempre dotato di un’intelligenza vivace, pareva perso in una catatonia che lo aveva rapidamente portato all’emaciazione. Furono chiamati dottori da tutto l’Alabama, ma non ci capivano niente. Ora, grazie all’evoluzione della medicina, possiamo dire che Adam si era ammalato dello stesso morbo di David Cronenberg, David Lynch, Alejandro Jodorowsky, Shinya Tsukamoto: il “mysticismum sanguinis”. Ma ai vecchi tempi si usavano vecchi rimedi: la mamma, visto lo stato di costante visionarietà in cui era caduto il piccolo Adam (unita ad un’insolita propensione per l’alta macelleria applicata sui membri di famiglia), ha pensato che la cura migliore fosse la distrazione. Gli ha quindi comprato una falsa Leica sovietica di contrabbando, un manuale di fotografia e l’opera omnia di Stan Brakhage e Maya Deren. Per giorni e giorni l’attonita signora Wingard ha visto il figlio dondolare la testa mormorando parole misteriose come “strobo”, “esposizione”, “montaggio”, “saturazione”. Solo in seguito, quando Adam si è iscritto alla scuola di cinema, ha capito di aver fatto, contro il parere del resto dei familiari, la cosa giusta: suo figlio era rinato sotto forma di regista deppaura.
home sickSi comincia con Home Sick (trailer), che Wingard gira nel 2007 mentre è ancora studente: e già si capisce che il giovinotto è eccezionalmente dotato per le sequenze d’atmosfera, la suspence e il delirio; e che non gliene può fregare di meno della trama. Home Sick è un gonzo-horror, una serie di vignette perverse connesse da un filo fragilissimo: la presenza di un assassino psicopatico che sfracella un gruppo di amici, uno a uno. I guai iniziano quando il gruppo, diviso al suo interno da rivalità inconfessate, si riunisce per una svogliatissima seratina: enter Bill Moseley nei panni di un misterioso commesso viaggiatore ghignante, provvisto di una valigetta piena di lame di rasoio. L’uomo chiede di confessare “Who do you hate?” ma nessuno dei presenti dà una risposta convinta e sincera. Da allora finiscono tutti male; teste sfasciate, piedi tagliati in due per il lungo, coltelli che entrano nel cranio ed escono dalla bocca. Ve l’avevo detto che il Wingard era malato. Il finale poi è un delirio di onnipotenza amerikana ricamata nell’emoglobina. Realistico nella messa in scena ma recitato volutamente sopra le righe, Home Sick fa anche discretamente ridere: guardandolo, ti sembra di stare in equilibrio instabile su di un piano inclinato che si inclina sempre di più – e tu non sai perchè.
popskullSeguono alcuni corti che Wingard realizza col suo team di collaboratori stretti, a cominciare dallo sceneggiatore E. L. Katz. Questi corti non li ho visti, ho preferito farmi paura da sola ammirando le inquietantissime foto simil-snuff e i dipinti sul suo blog. Minchia. Passiamo quindi allo sperimentalissimo Popskull (trailer) sempre del 2007, il fratello bastardo di Requiem For A Dream. All’inizo si avverte lo spettatore di non guardare il film se affetto da epilessia, uno pensa “esagerato” e invece stavolta è vero. Ancora Alabama profondo, ancora giovani protagonisti confusi. Daniel cerca di dimenticare la sua ex ingozzandosi di pillole e passando ore a casa del suo amico Jeff, terrorizzandone la morosa e vedendo i fantasmi di due uomini che tempo addietro avevano ucciso una donna nella stessa casa. Il tutto è girato con la mente di un tossico in pieno “high”: montaggio loopato e incoerente, colori lisergici, flash su primi piani sanguinolenti, strobo a pioggia, colonna sonora che inizia innocua, mescolando country e indie, ma poi si fa sempre più allucinata e sofferente. Il monologo di Daniel tenta invano di rimanere a contatto con la realtà – ma quale realtà? Quale delle molte, coloratissime, spaventose, che il protagonista vede?
Popskull è un horror lentissimo e atipico ma molto inquietante e cruento, e conferma il talento urlante di Wingard proprio perchè essenzialmente diverso da Home Sick. L’opera terza del nostro nuovo eroe si chiama A Horrible Way To Die e c’è da star sicuri che fa sul serio anche stavolta. E ora vado a dormire, cazzo.

It’s all over now, Baby Blues.

16/03/2010 | recensioni | di Casanova Wong Kar-Wai

baby bluesI Laghetto. Prima o poi la Storia della musica darà loro ragione. Sarà sempre troppo tardi, ma prima o poi il mondo – tutto il mondo – si fermerà, capirà di essere sempre stato in torto e darà loro quello che gli spetta. Erano troppo, troppo avanti… Avete presente quando nella graphic novel Una Donna Per Cui Uccidere di Sin City, a firma di un Frank Miller pre rimbambimento, viene presentato il personaggio di Marv? “Non c’è niente di sbagliato in Marv, niente di niente… salvo il fatto che ha avuto la sfortuna cane di nascere nel periodo storico sbagliato. Si sarebbe trovato bene a nascere un paio di migliaia di anni fa. Si sarebbe sentito a casa su un antico campo di battaglia. A piantare un’ascia in faccia a qualcuno. O in un’arena romana, a battersi con la spada con gli altri gladiatori come lui. Gli avrebbero dato delle ragazze come Nancy a quei tempi“. Se non avete letto il fumetto in questione e se non avete nemmeno visto il film, vi posso dire che Nancy è una megagnocca. Quanto detto per Marv, lo si può dire anche per i Laghetto. Se fossero arrivati qualche anno dopo, il mondo non li avrebbe premiati solo con l’affetto e l’adorazione di un manipolo di poveri pirla di cui mi pregio di far parte. Gli avrebbe riservato ben altri onori. Che ne so… tipo il premio Laghetto. Il laghetto Laghetto. L’aghetto Laghetto. L.A. Ghetto. Ecc…  La loro unica sfortuna è stata quella di essere troppo avantgarde. Perchè loro, per esempio, in tempi non sospetti, quando ancora i fratelli Wachowsky erano lì a discettare sulle nuove tecnologie, il reale, il virtuale, gli eletti ecc… loro, dicevo, erano già sul recupero della figura del Ninja. Con sei anni d’anticipo sull’uscita di Ninja Assassin e di Ninja, loro davano alle stampe il capolavoro Sonate In Bu Minore Per Quattrocento Scimmiette Urlanti, disco manifesto contenente la canzone Ninja Core. No, per dire… Sempre nello stesso disco era compresa la canzone Gioele Stai Attento, fulminante istant song strumentale sul caso Anna Maria Franzoni. Brano che, senza l’aiuto di plastici o di esperti criminologi o di Bruni Vespa, si faceva beffe di uno dei casi di cronaca nera più franzosi di sempre. Con altri sei anni di ritardo arriva Hollywood, sotto forma di due registi di nome Lars Jacobson e Amardeep Kaleka, e ci regala un film come Baby Blues.

Leggere la Bibbia nel patio della mia fattoria, mi permette di avere un'ottima visuale degli spaventapasseri della zona...

Leggere la Bibbia nel patio della mia fattoria, mi permette di avere un'ottima visuale degli spaventapasseri della zona...

Se i Laghetto non fossero stati così avanti, o se i due Lars Jacobson e Amardeep Kaleka non fossero stati così indietro, oggi potrebbero accadere cose incredibili. Pensate a una cose del genere: Bruno Vespa, plastico munito, a Porta a Porta che parla della Franzoni. A un certo punto suonano alla porta. Chi è? Chi sarà mai? È Mario Luzzato Fegiz! Il quale arriva e parla di un giovane gruppo italiano che riflette nelle proprie canzoni ciò che li circonda: Ninja, scimmiette urlanti e Gioele. A questo punto irrompe in studio Anselma Dell’Olio, che informa il popolo incline al terrorismo che c’è un film che inneggia al terrorsimo e che parla di Baby Blues. Anzi, si intitola propria Baby Blues. Di cosa parliamo di quando parliamo di Baby Blues? Scheda preparata dalla regia. Continua a leggere »

Croci rovesciate: Legion

15/03/2010 | recensioni | di Nanni Cobretti
Croci rovesciate, dicevamo.

Croci rovesciate, dicevamo.

Intro:
Appartamento di Peter Schink:
«Peter apri, sono Scott
«Eccoti finalmente! Allora com’è andata alla Screen Gems
«Ehm… così così.»
«Come così così?? Un remake di Terminator è un gol a porta vuota! Figurati se hanno detto di no!»
«Ma vedi, c’è che i diritti non li hanno loro, hanno perso l’asta. Non tutto è perduto però.»
«In che senso?»
«Beh sai, ero lì che proponevo Terminator… poi ho accennato a Terminator 2 – Il giorno del giudizio… e qui mi hanno bloccato e hanno detto “WHOA! Giorno del giudizio! Figata! Portiamo al cinema i fondamentalisti cattolici! Ce n’è una marea, e si tirano sempre dietro tutta la famiglia con la scusa del catechismo!”… e così mi hanno ingaggiato per scrivere un film a tema religioso.»
«Eh?!? Ma che dici? Abbiamo già girato il finale… la jeep nel deserto, la voce fuori campo che parla del destino ancora da scrivere, addirittura lei con la stessa bandana… avevo anche già noleggiato tutte le armi, e persino rifatto il tema musicale tutto a percussioni…»
«Eh, lo so. Ma dai, non ti preoccupare, vedrai che in qualche modo ci saltiamo fuori lo stesso.»
«Lo sapevo che dovevamo chiederlo a Michael Bay

legionIl pezzo:
Raccontare Legion è infinitamente più divertente che guardarlo, e una cosa è sicura: questo non è lo stesso Dio di cui mi parlavano a catechismo.
Questo Dio, alla facciaccia dell’infinita compassione, a un certo punto decide che si è stufato del mondo e lo vuole buttare in terra e spaccare e non giocarci più.
Io ero convinto che tutto ciò non comportasse grossi problemi: l’ha creato lui, tutto quanto, in appena sette giorni, che ci vorrà mai a spaccarlo? Non può semplicemente, che so, pestarlo con i suoi divini anfibi? O gettarlo fortissimo contro un muro? O schioccare le dita? Credevo fosse onnipotente. Ma pare di no. Il suo piano consiste infatti nel mandare un sacco di angeli sulla Terra a fare il lavoro sporco al posto suo. Lui collabora giusto con qualche estemporaneo gioco di prestigio, tipo un meganuvolone di insetti radiocomandati. Insomma, non mi sembra più potente di che so, Arnold Vosloo in La Mummia.
Ma c’è prima una cosa più urgente da risolvere: una donna è incinta di colui che scongiurerà la Fine del Mondo. Improvvisamente, Dio capisce cosa provava Erode. Continua a leggere »

Passetti avanti: The Crazies

11/03/2010 | recensioni | di Nanni Cobretti

the craziesAllora, onestamente: chi ricorda un solo remake horror guardabile negli ultimi 6/7 anni?
L’unico che mi viene in mente è Night of the Demons, ma non vale perché l’originale se lo ricordano in pochi, e soprattutto perché trattavasi di produzione indie DTV, il che gli ha donato la libertà di metterci tutto il sesso anale fra demoni che voleva. E no, sfatiamo una volta per tutte questa leggenda metropolitana, L’alba dei morti viventi di Zack Snyder non è guardabile, fatta appena eccezione per i titoli di testa e i titoli di coda (e ci mancherebbe, da uno che viene dai videoclip).
Insomma, ormai l’avevo persa la speranza di vedere un horror mainstream che sembrasse girato da qualcuno che aveva voglia di girarlo.
Poi, sulla scorta di alcune interviste in cui il regista Breck Eisner (quello di Sahara…) sembrava particolarmente ingasato, ho dato una possibilità a The Crazies.
Tutto sommato anch’esso gioca facile: l’originale era sì un Romero (La città verrà distrutta all’alba, che contiene lo spoiler già nel titolo), ma uno di quelli minori, di quelli grezzi e discontinui a essere gentili, e pertanto tutt’altro che impossibili da migliorare. In realtà come prevedibile questo remake prende giusto lo spunto iniziale – virus biologico militare “involontariamente” testato su piccola cittadina ne trasforma gli abitanti in zombi pazzi violenti – poi va un po’ dove gli pare a lui.
Al che la si può vedere in due modi:
1) indignarsi e dire “ah, la solita struttura standard hollywoodiana, il solito sfregio allo zio George, dov’è finito il metaforone politico, non c’è sostanza e non c’è niente di nuovo”;
2) rendersi conto che, per essere un film che non manifesta la minima intenzione di trasgredire una qualsiasi regola che sia una, ha un ritmo della madonna, una sceneggiatura serratissima ed energia da vendere.
Perché sì, il primo punto è vero, The Crazies infila puntualmente i suoi cliché e i suoi maccosa come qualsiasi film prodotto da una major, ma oltre a farlo in modo non molesto decide con intelligenza e onestà di giocarsela piuttosto sull’unica via che i finanziatori gli avrebbero permesso, ovvero infilare una sequenza non-stop di scene d’azione con poche pretese e tanta efficacia. E lo fa potendo contare su un protagonista come Timothy Olyphant, uno che non diventerà mai una superstar ma che in queste cosette ci sguazza che è una meraviglia. Ne esce un film non certo memorabile, ma di quelli che salvano alla grande il tipo di serata in cui inizia a piovere proprio mentre stavate per uscire.
Nota finale per la bella cittadina di Ogden Marsh che, edifici moderni a parte, pare proprio il classico paesello western in cui ti piazzi al centro del vialone principale e vedi i confini sia da una parte che dall’altra.
Breck Eisner ha ora in mano un altro paio di remake di grosso profilo – Il mostro della laguna nera e Flash Gordon – verso i quali nutro da oggi un pizzico di curiosità in più.

Un bellissimo esempio di immagine che racconta da sola più di mezzo film

"Tu non me la racconti giusta"

DVD-quote suggerita:

“Finalmente un remake horror che si riesce a guardare”
Nanni Cobretti, i400calci.com

>> IMDb | Trailer

P.S.: l’uscita in Italia non è ancora prevista, ma vedrete che un buco entro l’estate lo trovano sicuro

P.S. 2: Radha Mitchell ha la testa grossa. Mi piacerebbe misurarla.

Shutter Island – Contrappunti di violino is the way.

09/03/2010 | recensioni | di Wim Diesel
EH????

EH????

Il cinema classico americano è il genere che più di ogni altro al giorno d’oggi si trova i franchi tiratori in casa. E su questo non ci son cazzi. D’altra parte è quasi sempre uno sport al quale è bellissimo partecipare, ma ti ritrovi accanto a questi loschi figuri consumati dal mestiere del pensatore che si emozionano ad ogni movimento di macchina del loro regista classico preferito, a prescindere. Per esempio io divento molto violento quando mi dice che Invictus tutto sommato è un film noioso e/o che il cinema di Clint Eastwood ha conosciuto momenti migliori. Ho scritto SPIKE JONZE sulla portiera di quattro Mini Cooper solo questa settimana, giusto per ribadire un concetto. La Mini Cooper è la nuova carrozza-zucca, e la tipa che ci viaggia dentro ha tempo fino a mezzanotte per fare cock-teasing sui tuoi amichetti. Detto questo, io detesto A PRESCINDERE i seguenti generi cinematografici:

1) i film sul rap
2) i film dove alla fine si scopre che è tutto un parto della sua mente
3) i film girati con una videocamera digitale con una storia dietro che giustifica il budget inesistente, eccezion fatta per Diary Of The Dead
4) i film incentrati su una ragazza scomparsa
5) i film nei quali le sparatorie sono girate come dei balletti, esclusi quelli usciti prima del ‘96
6) i film dove uno dei protagonisti è un malato terminale
7) i film con un bambino-genio tra i protagonisti.

EH????

EH????

Il principale pregio di Shutter Island, da questo punto di vista, è che non ci sono ragazzini negri che ballano nè cinesi che fanno capriole a caso con due .45 in mano. Per sottolineare questa scelta di campo, Scorsese inizia a bomba. Continua a leggere »

Shutter Island: e tutti quanti amano l’amico spiegazione.

08/03/2010 | recensioni | di Dolores Point Five

Fatti.

Due FATTI hanno inciso nella mia esperienza di Shutter Island: il fatto che da anni, per vari motivi di cui nessuno “ideale”, non andavo al cinema a vedere un film parlato in italiano, e il fatto che abito nella regione che più porta avanti la tradizione del dialogare a voce molto alta con lo schermo.

That's us.

That's us.

Attenuanti.

Per rendere l’esperienza più piacevole, andate a vedere Shutter Island con un amico che non sa l’italiano molto bene. Se è come Norman, passerà il tempo non capendo la trama e concentrandosi sui tagli delle inquadrature. Lungo la strada del ritorno cercherà poi di ripetere le battute che più gli sono suonate buffe mentre entrambi vi cacciate cinque sigarette in bocca.

Le relazioni sono fatte di compromessi.

Le relazioni sono fatte di compromessi.

Il twist.

L’omino che ha fatto il trailer ci ha già appoggiato il GROSSO TWIST in controluce. Però ce ne sono DUE e almeno il secondo non l’ha detto. Questo è un vantaggio. Forse.

L’omino che ha fatto il trailer ha pure costruito l’illusione che il film fosse molto più secco di quanto in effetti è.

Capisco e apprezzo il tentativo di tirare su un’atmosfera alla Otto Preminger Jacques Tourneur Vertigo corridoiodellapaura, ma se poi il passaggio all’atto si risolve in una sequela di “che deliziose tendine” mi sembra venga meno il senso di stare a fare un film che -- nelle intenzioni, che MENTONO -- dovrebbe tenerti incollato allo schermo almeno di tanto in tanto. Le intenzioni MENTONO. Segnatevelo, questo. Due volte. Annotatelo nel vostro taccuino della marca di com’era veramente allora no davéro.

Io non so chi sei / indovina un po' / cosa sono adesso.

Io non so chi sei / indovina un po' / cosa sono adesso.

La verità.

Shutter Island è la grossa produzione col più alto tasso di WTF? di SEMPRE tra quelle che non portano in scena un supereroe. Continua a leggere »

Pizzeria Lousiana: Le donne della palude

06/03/2010 | recensioni | di Nanni Cobretti

Bentornati allo speciale nello speciale: Roger Corman vs. Donne di menare! (vedi loghini ai lati)
Nel primo numero, vi abbiamo parlato di Bitch Slap.
Bitch Slap. Roger Corman.
Bitch Slap. Roger Corman.
Mentre programmavo i vari pezzi della settimana, il mio senso di ragno pizzicava.
Roger Corman. Bitch Slap.
Tre fighe alla ricerca di un bottino nascosto passano mezzo film a tirarsi pizze in faccia.
Ma certo! Ecco cosa mi ricordava! Le donne della palude!
In pratica, Roger Corman aveva già girato Bitch Slap nel – tenetevi stretti – 1955.
E non solo: stando a IMDb, si tratta nientemeno che del suo primissimo film da regista. Anche se lo stesso anno ne ha girati altri cinque, e non so come si faccia a metterli nell’ordine preciso.
Ma quello che conta è che in Le donne della palude:
- non c’è CGI;
- non ci sono salti temporali;
- non ci sono ambizioni autoriali mascherate da ironia post-moderna.
Che a me quello che dà fastidio di Bitch Slap è ciò che chiamo “Assioma Bocelli“: la trovata secondo cui, se sei un incapace dalle idee e tecniche mediocri, basta applicarle a materiale di genere considerato di per sè ancora più basso e mediocre e si spera di fare per contrasto la figura dei geni. Da qui i 350 flashback e split screen che citava Cicciolina.
swamp womenNel ‘55 invece ci voleva poco: sbatti in copertina una donna con espressione corrucciata e caviglie scoperte, ed ecco che il tuo thriller trasgressivo con sottointesi erotici è bello che fatto. O come mi ha spiegato una volta Jean-Luc Merenda: per fare un film basta una donna e una pistola. Le donne della palude, come si evince dal poster, ha tutto ciò: per il suo esordio, Roger Corman gioca facile e pulito.
L’idea di base è spostare le dinamiche del filone women in prison fuori dalle sbarre, dove le donne delinquentesse potranno misurarsi per una volta in un diverso tipo di territorio ostile, quale in questo caso le paludi di New Orleans. Si capisce che siamo a New Orleans perché Corman dimostra subito un talento da volpone e nelle sequenze iniziali piazza un bel filmato di repertorio del Carnevale.
Trama: sono ormai tre anni che la polizia indaga sull’introvabile bottino di una rapina, ma soltanto ora si rendono conto che le tre morose dei tre colpevoli sono casualmente tutte quante in galera. Nella stessa galera. Nella STESSA CELLA. Continua a leggere »

Smack my Bitch Slap

06/03/2010 | recensioni | di Cicciolina Wertmüller

Introduzione di quell’invadente di Nanni Cobretti
Signore e Signori, double feature! Speciale “Donne di menare”! Esatto! Uno speciale all’interno di un altro speciale! Qual spericolato virtuosismo! Mi vengono le vertigini solo a pensarci!
Innanzitutto, Bitch Slap. Come avrete intuito, è esattamente il tipo di operazione di cui mi lamentavo nel mio scomodo e famigerato editoriale polemico, e della peggior specie: quello che si auto-pubblicizza come l’Evento Trash dell’Anno e il Film Definitivo del Genere (appunto il genere “donne di menare” e, per esteso, il grindhouse visto da chi ha imparato questo termine nel 2007). Io l’ho assaggiato, e ho retto solo 25 minuti prima di spegnere ricolmo di pessimismo e rancore: non solo nonostante le gnocche discinte sembrava girato da un alieno asessuato, ma era talmente pretenzioso e fuori bersaglio che ho pensato “forse che il trucco è farlo recensire da qualcuno con sensibilità opposta alla mia?”
E mo’ l’ho passato alla nostra inimitabile Cicciolina Wertmüller, lasciandoglielo impacchettato all’ingresso di casa, bussando, e scappando come un ladro prima che aprisse la porta.
Cosa c’entra Corman? Lo scoprirete nella seconda presentazione del double feature!
E ora, la parola a Cicciolina:

bitch slapPer scrivere questo pezzo, il capo mi ha costretta a togliermi gli occhiali. Per ripicca, mi sono rimessa le mutande. Quindi non stupitevi se ogni tanto sembrerò una zitella annoiata, dopotutto è anche colpa del film.
Questo Bitch Slap mi viene presentato, in crescendo, come un omaggio a Russ Meyer, una presa di posizione ironica sulla misoginia al cinema, il film per donne par excellence. E’ scritto e diretto da Rick Jacobson ed Eric Gruendemann, due che si sono fatti le ossa con Baywatch, Xena e Cleopatra 2525 quindi sanno come filmare le belle fighe. E’ giustamente interpretato da tre belle fighe, una fetta del genere umano di cui la vostra Cicciolina va ghiotta.
Eppure Rick ed Eric sono così cani a scrivere e dirigere, che con tutto questo materiale, che sulla carta faceva faville, sono riusciti a tirare fuori una scoreggina noiosissima che non riesce nemmeno ad irritare. Su, ragazzi, state giocando troppo facile: storiella davvero minima, fighe che si picchiano, personaggi femminili con la complessità di un assorbente (ah e sarebbe un film per donne?). Per chi è cresciuta guardando Occhi Di Gatto e leggendo gli enormi paperback di Marion Zimmer Bradley, nostra signora della paraletteratura, è troppo. Cioè ma nemmeno quando facevano Occhi Di Gatto su Italia 1 sarei cascata nel trappolone di Bitch Slap.
Cominciamo dall’inizio: titoli di testa che mostrano un montage di vecchi film con donne che menano altra gente e cortei di femministe che invocano il voto alle donne. E già mi sento presa per un’idiota. Poi parte con vari primi piani delle parti più interessanti delle fighe. Ho capito! Questo film vuole acutamente farmi accorgere che il cinema normale è misogino e tratta le donne come quarti di bue! Minchia non ci avevo mai pensato; grazie ragazzi per avermi fatto capire che sono una decerebrata (ah e sarebbe un film per donne?). Ora che finalmente ho visto la luce sotto forma di dettagli anatomici di tre fighe, mi aspetto che qualcosa, nella presentazione delle dinamiche sessuali del film, cambi. No. La coazione a ripetere più spossante e noiosa. Intanto, come per compensare la pochezza narrativa e ideale, dal punto di vista formale ne succedono di ogni: 350 flashback uno più insensato dell’altro, split screen a strafottere, personaggi presi paro paro da Kill Bill… hey, ma quella è Zoe Bell nelle vesti di una tipa chiamata Rawhide! Hey, ma quella è una katana tutta decorata! Hey, ma una delle fighe è al servizio di un uomo fascinoso (ah e sarebbe un film per donne?)! Insomma è uno sfacciatissimo rip off di Kill Bill, ci sono migliaia di elementi che lo provano. Anche qui coazione a ripetere. E, si noti, il film produce noia confondendo l’ironia, che avrebbe salvato il salvabile, con la risatina scema e pruriginosa del bimbo di 6 anni che vede il suo primo reggiseno (ah, e sarebbe un film per donne?).

no

ve' che bella roulotte

Momento topico numero 1: scena wannabe lesbo fra due delle fighe, in cui non si vede una, ma nemmeno mezza lingua in bocca! Oh, ma ci state prendendo per il culo? Cioè voi prendete due fighe e la location nel deserto e i vestiti bagnati e riuscite a far venir fuori una robaccia pseudovoyeuristica, ipocrita, antierotica che fa rimpiangere Asta Nielsen nei panni di Amleto che si strugge lesbicamente per la sua Ofelia nel 1921. Poi arriva la terza figa incazzata perchè l’hanno lasciata fuori a scavare per trovare il tesoro. Allora, momento topico numero 2: improvvisamente mi accorgo che la terza figa sembra uguale uguale Troy Sanders senza la barbetta e il basso! Momento topico numero 3: le tre fighe tornano a scavare, e si fa per dire, perchè il tesoro lo trovano sepolto sotto ben 5 centimetri di sabbia.
Insomma, dovunque lo si prenda, questo Bitch Slap è una fregatura. Non stiamo qui a chiederci se è misogino o no, se è per donne o no. È semplicemente brutto e stupido, come la maggioranza dei nostri spasimanti. Rick e Eric non venitemi vicino se no vi faccio un Irimi Nage anche se non sono Zoe Bell.

DVD-quote suggerita:

“Quando sentirai – che afferra le tue dita – la riconoscerai – la forza della figa”
Cicciolina Wertmüller, i400calci.com

>> IMDb | Trailer

Chaw: brutta storia questa storia

04/03/2010 | recensioni | di Luotto Preminger

Prima di iniziare a leggere, per favore, clicca qui. Troverai un video. Premi play. Inizierà una canzone. Bene. Ora procedi nella lettura dell’articolo tenendo quella canzone come sottofondo. Ti aiuterà a entrare nel mood giusto, e alla fine vedrai che tutto avrà un senso. OK? Cominciamo.

Tu sei Shin Jeong-won, il regista di Chaw. Sei un vero mattacchione. Ti sei conquistato la reputazione di simpa a suon di scorregge e casa sempre libera. Non hai avuto un’infanzia difficile. Tuo padre era il tipo che, pur nato e vissuto in Corea, ha imparato l’italiano apposta per potersi abbonare a Libero e capirlo. Tu invece no. Tu eri alternativo e indipendente. Eri una sagoma. Leggevi i libri. Quando hai smesso di accenderti le loffe hai cominciato a bazzicare il parco Tapgol con gli amici: loro suonavano i bonghi, tu prillavi il diablo. Avevi l’animo artista, alle feste mettevi la musica per ballare. Suonavi il basso in una cover band. Suonavate anche Bomba Boomerang. Eri, e sei tuttora, quel tipo di persona che trova tosta e divertente Bomba Boomerang. Ovviamente, finito il liceo, ti sei iscritto alla scuola di cinema. Papà ti pagava la retta e tu guardavi un sacco di film, o almeno dicevi di farlo, e ti piacevano tutti quelli sbagliati. Quando ti piacevano i film giusti, era per i motivi sbagliati (Oldboy: “Figata! Tarantino a palla!”). Perché sei un po’ un coglione, Shin Jeong-won. Se non era per tuo padre adesso saresti dov’è giusto che tu sia, a lavorare. E invece no. Hai studiato il cinema. Magari c’avevi pure il maglione a collo alto, per fare l’europeo. Chissà quante ragazzine del primo anno ti sei bombato, caro il mio Marco Cocci di Seoul delle mie palle. Te lo dico io quante: nessuna.
Poi un giorno hai visto The Host. Cioè, raga, che fissa. Sto in fissa con The Host, dicevi. Ti sei fatto i capelli spettinati come Bong. Volevi essere come Bong. Volevi aver avuto tu l’idea di The Host. E allora hai chiesto un altro aiutino a papà. Per fare il tuo The Host. Per fare un film vero. Dai, pa’. E lui, sventurato, ha sborsato per l’ennesima volta. Ma ha sborsato un po’ pochino, per un action. Papà, checcazzo, voglio fare l’action. Tutti i miei amici hanno fatto l’action. E io, che sono il più simpa di tutti, non posso fare l’action? Vedrai che anch’io faccio un film come The Host e mi invitano al festival di Can. Ci metto anche una citazione de Lo Squalo! Ma stavolta il pa’ è stato inflessibile: fatteli bastare questi danari, Jeong-won. Tu sei la mia vergogna e il mio disonore.

Il The Host dei suini. The Hogst.

Il The Host dei suini. The Hogst.

Ed eccoti qui, nel 2009, con due lire di budget e un modello, The Host, che ti è piaciuto per tutti i motivi sbagliati: perché è un action figo ma è anche comico, dicevi, e noi coreani il mix di generi ce l’abbiamo nel sangue, e mi basta alternare una scena truculenta a una comica per far vedere a tutti quanto cazzo sono coreano, e simpaticone, e il mix di generi, il mix di generi, il mix di generi, papà, il mix di generi. Ed eccoti qui, con un CINGHIALE. Sì, perché Chaw è il film del cinghiale enorme e assassino. Che ridere, il cinghiale! È un’idea che è venuta in mente al tuo batterista in sala prove, e voi tutti giù a ghignare. Il cinghiale assassino. Figata. Non ci aveva mai pensato nessuno. Ora vedrai che tutti i blogger ci faranno il tormentone, il film del cinghiale, il film del cinghialone!

Bong Joon-ho non voleva proprio mollare quello script.

Bong Joon-ho non voleva proprio mollare quello script.

Ecco, Jeong-won, capiamoci: numero uno, tu di The Host non hai capito un cazzo. Numero due, tu non saresti capace di scrivere una sceneggiatura come quella di The Host per salvarti la vita. Numero tre, e più importante: ti concedo che a forza di buffonate, di gente che casca, di gente che piscia e di gente che fa le facce da imbecille come se fossero piovuti Bagaglini su tutta la penisola, ogni tanto qualche gag buffa l’azzecchi. Il tuo è infatti un B-movie farsesco e grossolano che si trincera dietro la scusa del non prendersi sul serio. OK. Concesso. Ma l’azione, dio mio. L’horror, dio mio. Come non ne sei capace, Jeong-won! Di scriverlo e financo di girarlo! Sono sicuro che te ne sei accorto anche tu, quando hai visto su grande schermo quei rallenti che hai voluto ficcarci. E quel montaggio! Parliamone. Quel montaggio fatto apposta per troncare tutta l’azione nel momento sbagliato staccando sempre sul soggetto sbagliato, sempre. D’accordo che non hai budget, d’accordo che il cinghiale te l’hanno dovuto fare col PAINT e non potevi permettere che stesse troppo in campo. Ma ti pare che vada bene un film sul cinghiale assassino in cui il cinghiale assassino non si vede mai, o si vede solo di notte, o si vede di sbieco, o appena appena sembra che si stia per vedere tu stacchi e inquadri qualcos’altro? Transformers 2 in confronto è Tarda Primavera, te ne rendi conto, Jeong-won? Sei pedestre, ecco cosa sei, e pure noioso, e quando si è pedestri e noiosi non c’è scusa del B-movie che tenga. Era veramente ora che qualcuno te lo dicesse.
Sì, vabbè, si ridacchia, c’hai le ideine, i personaggini buffi, la mamma matta, la fichetta che mangia il verme, due sorpresine, Jeong-wo’: ho capito. Basta.

Il cast al suo meglio. Sul serio.

Il cast al suo meglio. Sul serio.

Chaw è un po’ come Bomba Boomerang. Sulle prime può sembrare una cacatella simpatica, se hai un po’ di gusto del trucido. Ma poi senti che il finale fa così:
Bomba bimba bimba bomba bomba boomeranga
Boomeranga boomera ranga ranga bomba
Ringa ranga boomeranga bimba bumba romba.

E noi siam mica qui a farci prendere per il culo.

DVD quote suggerita:

Bomba bimba boomeranga bomba boomeranga!
(Luotto Preminger, i400calci.com)

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