Archivio per autore

Corman il Barbaro

05/03/2010 | divagazioni | di Jean-Luc Merenda

Stavo scrivendo una recensione per I 400 Calci sul film The Graveyard e rileggendola ho trovato questa frase: “…quasi un omaggio al re del b-movie per antonomasia, si sarebbe tentati di dire Roger Corman, ma viene più spontaneo citare John Carpenter – in quanto se Carpenter con il suo cinema si pone al confine tra il passato e il futuro, Roger Corman è fuori dal tempo”. Non ho mica capito cosa volevo dire.

Però è vero: se penso a Corman, e al disagio che spesso provo guardando i “suoi” film, mi viene in mente proprio questo: fuori dal tempo. L’ultimo film che ha diretto non a caso è Frankestein oltre le frontiere del tempo. Ho controllato: era tratto da un romanzo di Brian Aldiss. Basterebbe forse questo titolo per riassumere Corman.

Ho detto dei “suoi” film, con il pronome possessivo fra virgolette, perché Corman non è un regista né uno sceneggiatore né un produttore: Corman è un brand. Non si tratta del superamento del concetto di autore, concetto peraltro sconosciuto al cinema fin dalla sua nascita e inventato da qualche sagace critico per fondare una professione e metter le mani sui succulenti budget dei festival.

Mi viene in mente a questo proposito un racconto di Brian Aldiss. Ci sono i più grandi scienziati del mondo che si riuniscono per risolvere la questione fondamentale: Dio esiste? Allora decidono di collegare tutti i più grandi calcolatori del mondo a un unico gigantesco calcolatore, il calcolatore dei calcolatori. Lo accendono e digitano sul monitor: “Dio esiste?” Il supermegacalcolatore ci pensa un po’ poi risponde: “Adesso sì”.

Rock All Night

L’autore esiste perché esistono i critici. Mi pare, questo, fuor di dubbio. Anche se il racconto era prima di Internet.

A meno che per autore non si intenda un genere con la sua grammatica, allora le cose cambiano.

Volete la ricetta per fare un film d’autore? Eccola: Continua a leggere »

Nine Lives

01/03/2010 | recensioni | di Jean-Luc Merenda

nine livesCi sono dei film che non vogliono dire niente e significano tutto. Per questo tra un melodramma di Almodòvar e un horror di Zampaglione sceglierò sempre il secondo. Detesto i manifesti ideologici ma mi ricordo un tale, un docente di filosofia antica (uno stronzo), tutto flaccido e cifotico – aveva il mito di Wittgenstein e ne scimmiottava il temperamento nevrotico, astutamente devo ammettere – che aveva visto un film di non so chi e ci ammorbava gli zebedei sfumacchiando la pipa come Sherlock Holmes – il primo, non quello ipertonico di Downey Jr. – e pontificando sul fatto che quel film era il miglior film per capire la condizione delle popolazioni hassidiche.

Ma secondo te, brutto stronzo di un docente di filosofia antica, me ne può fregare un cazzo di qualcosa della condizione delle popolazioni hassidiche?

Questo per dire che Nine Lives (non quello con Wesley Snipes, ma un film del 2002) che ho rivisto l’altro ieri perché c’è Paris Hilton la quale adesso è in fase decadente e quindi mi sta più simpatica, è l’esempio giusto di questa differenza fondamentale tra messaggio e significato.

Un gruppo di amici rinchiuso in una casa. Sono giovani, ricchi, belli e snob. Non a caso la loro leader carismatica è appunto Paris Hilton, oziosa e vanitosa ereditiera, che ha immolato la propria esistenza all’altare del glamour e che in ogni film in cui offre la propria (non scontata) fisicità non può non riprodurre l’idea di esistenza patinata di cui ha ammantato l’estrema sua prova finzionale, ovvero la vita reale. Fortunatamente (per chi ancora è animato da rivendicazioni di classe) è anche sempre la prima a essere eliminata (scartata) nei modi più orrendi: accade qui e soprattutto nell’ottimo La maschera di cera, dove la Hilton assurge a icona brutalizzata di un universo, quello contemporaneo, mascherato e nascosto sotto la superficie di un’illusione in via di sfaldamento che (Baudrillard insegna) è arrivata a sostituirsi, nell’evento dell’immagine, all’esperienza della realtà, generando esclusivamente angoscia, spaesamento e brutalità.

Brutalità inevitabile: quando l’evento dell’immagine (o l’immagine che si fa evento) si sostituisce all’esperienza, per conquistare lo statuto di realtà matura, nella propria rappresentazione, la necessità di un’efferatezza visiva sempre crescente.

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E questo forse spiega, almeno in parte (un’altra parte è desumibile da una frase di Dylan Dog pronunciata in un albo del 1986 ma tanto più valida nel tempo oscuro che stiamo attraversando: “Viviamo nella paura”), la proliferazione di film horror che registra la storia del cinema in questi ultimi anni (giapponesi inclusi).

Paris Hilton appartiene quindi, parafrasando Roland Barthes, contemporaneamente all’idea e all’evento, e nella propria automitologia (e autoiconologia) si transustanzia come perfetta icona pop della borghesia rinchiusa tra le soffocanti pareti dalla forza oscura dell’Angelo sterminatore di Buñuel. Borghesia ludica e disincantata, ma anch’essa destinata all’oblio. Uno a uno, inesorabilmente, come i proverbiali dieci piccoli indiani di christiana memoria, gli ospiti della casa vengono sterminati.

La svolta (il detour) però è immediata, perché la razionalità viene subito torta in favore di una gotica ragione esoterica, e la casa dei misteri diventa, mise-en-abîme, una casa dei fantasmi, presieduta e posseduta da forze incontrollabili che ci gettano nel panico di un mysterium assurdo, indecifrabile e senza via d’uscita, come la realtà rinchiusa nel triangolo surreale della sua sintesi più demenziale, la sessualità circense di Paris Hilton.

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Shrooms – Trip senza ritorno

23/02/2010 | recensioni | di Jean-Luc Merenda

shroomsL’ho guardato principalmente perché sono un fan delle Porte della percezione di Huxley e di Venerdì 13: mi aspettavo perciò un mix tra le due cose, magari con un pizzico di Requiem for a Dream. Forse avevo troppe aspettative.

Per quanto riguarda i trip con funghi allucinogeni i miei film preferiti sono Stati di allucinazione, The Doors e soprattutto Young Guns: qui c’è Lou Diamond Phillips che in veste di sciamano con la faccia dipinta macera un fungo allucinogeno e lo dà a tutti per trovare il contatto con il Grande Spirito in un momento di difficoltà per il gruppo (Charlie Sheen è stato appena ucciso). Mi piace perché Lou riesce in quello in cui fallisce Jim Morrison: il trip ha un valore olistico, connette i singoli individui a una dimensione spirituale superiore, grazie alla quale trovano la forza di attraversare indenni un campo indiano. Il che a quei tempi non doveva essere certo una passeggiata.

Bisognerebbe poi anche parlare, a proposito dei trip, di Avatar, del quale ho una teoria. Quella natura così visionaria, lisergica, è il frutto dell’atmosfera del pianeta, che gli umani non possono respirare altrimenti soffocano. È dunque l’atmosfera lisergica a dare al pianeta quell’aspetto da trip perenne. Si aggiunga il fatto che la Terra invece è ridotta a un deserto. E chi l’ha provocato il deserto? L’uomo. E qual è la droga che consuma l’uomo che consuma il pianeta? La cocaina. Il messaggio di Avatar mi pare dunque inequivocabile: abbasso la cocaina viva l’LSD.

La protagonista Lindsey Haun ha lo stesso carisma di un attaccapanni, cioè di Kirsten Dunst. Le somiglia anche, però ha i denti a posto. A proposito: quello che mi fa incazzare di Spiderman è che si vede lontano un miglio che Mary Jane non ne vuole mezza da Peter Parker. Ma come si fa a scegliere Kirsten Dunst per Mary Jane? È come chiamare Cassano a interpretare Gianni Letta in un film sul G8.

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A proposito di donne e supereroi: si vede lontano un miglio che neanche Katie Holmes ne vuole mezza da Bruce Wayne (peraltro le mettono in bocca frase cruciali come “Non è ciò che siamo ma quello che facciamo che ci qualifica” – c’è frase più educativa per i nostri figli? – ma lei si capisce che non capisce cosa sta dicendo) e che neanche quella che interpreta nel Cavaliere oscuro il ruolo di Rachel, la sorella di Gyllenhaal, Maggie, ne vuole mezza uguale (non ne vuole peraltro mezza neanche da Harvey Dent, infatti secondo me quando Joker l’ha fatta esplodere gli spettatori fingevano di essere dispiaciuti ma dentro di loro erano indifferenti). Il che solleva una questione più generale: perché nei film tratti da supereroi non vengono scelte le donne giuste? Jessica Alba a parte, naturalmente. Ma lei ha un altro problema: i maschi che le ronzano attorno sono dei minus habens.

Nel film in oggetto ci sono questi funghetti minuscoli, capezzolari, che increspano a migliaia il sottobosco irlandese. Io se fossi una guardia forestale irlandese darei una bella passata di diserbante e la cosa finirebbe lì ma ciò nel film non accade forse per implicite tutele da parte di qualche organizzazione ambientalista.

Kirsten, cioè Lindsey, prende qualche funghetto di troppo e forse inizia a vedere il futuro, così almeno dice lei. Intanto però tutti sono sotto trip e non capiscono cos’è reale e cosa noi. Nel bosco girano anche questi due boscaioli strafatti degli stessi funghi, che anzi mettono in vasetto come i nonni facevano da noi con i pomodori per la conserva. I due boscaioli hanno un’accetta e mangiano capre. Nel bosco c’è anche un’entità, forse la madre di tutti i funghi, o una creatura sfortunata, che è cresciuta nel bosco mangiando funghi. C’è infatti una leggenda che ne parla a riguardo.

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Un dato storico prima di concludere. In una scena una mucca dice: “Lo sai che sei fottuto.”

Il tizio in mutande replica: “Sei solo una cazzo di mucca.”

E lei: “Eh sì, ma una cazzo di mucca parlante.”

È la fine della grande alleanza tra uomo e animale parlante inaugurata dalla Disney, proseguita con Francis il Mulo e che ha raggiunto il suo acme con Orazio di Maurizio Costanzo.

A prescindere però da questi aspetti diacronici la morale del film credo in sostanza sia questa: mai mangiare funghi allucinogeni in un bosco in Irlanda se intorno ci sono dei boscaioli con la faccia deturpata che girano con un’accetta, fanno la conserva con l’LSD e mangiano capre crude.

DVD-quote suggerita:

“Se i funghi fanno quest’effetto, chissà i tartufi”
Jean-Luc Merenda, i400calci.com

>> IMDb | Trailer

Il vendicatore – Steven Seagal e il crepuscolo degli Eroi

31/08/2009 | divagazioni, recensioni | di Jean-Luc Merenda

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Ho rivisto Il vendicatore e finalmente ho capito perché continuo a guardare i film di Steven Seagal, e con me milioni di persone in tutto il mondo.

Gente semplice, di bocca buona. Certo.

La solita storiella d’azione di un obeso alcolizzato. Certo, certo.

Sfottete pure se vi pare. Non è detto che un giorno non la paghiate anche voi. Non è detto.

In questo film, Seagal interpreta il ruolo a mio parere credibile di un docente universitario di archeologia, esperto in manufatti antichi cinesi, che si trova suo malgrado a fronteggiare il cartello globale delle Triadi.

Gli ammazzano la moglie e la migliore allieva, e lui le vendica. Avete capito? Le vendica.

Dice: “Nel paese dei ciechi l’uomo con un occhio solo è il re”.

Perpetua lo scontro tra le rival schools. Qui Aikido versus Kung Fu. Vince l’Aikido.

Dice: “Dicono che bisogna ucciderne uno per fermarne cento. Io dovrò ucciderne cento per fermarne uno”.

A volte basta un uomo per fermarli tutti.

Dice: “Hai commesso un gravissimo errore. Hai ucciso ciò che avevo di più sacro”.

Non è la solita roba. Non lo è. Vi sbagliate di grosso. La lotta è interminabile, e chi non ci crede si guardi il finale di The One, dove Jet Li combatte per l’eternità contro tutti.

Confucio dice: “Non importa di che colore è il gatto. L’importante è che acchiappi il topo”.

Steven Seagal incarna i veri valori della vita. Ci sono i buoni e i cattivi. Stronzate chi racconta il contrario.

Dice: “Dov’è che vola la gru?”

In Nico, in Duro da uccidere, in Sfida tra i ghiacci, in The Patriot, in Il vendicatore, Steven Seagal parla il linguaggio dello zen. Il linguaggio della salvezza. Ho scritto salvezza. Volevo scrivere saggezza. Vedete che lapsus è capace di provocarti Steven Seagal?

Chi l’ha detto che le cose non sono bianche o nere ma hanno sfumature di grigio? Chi l’ha detto? L’ha detto Chuck Norris? Non mi pare proprio.

Steven Seagal se diventa tuo amico resta tuo amico per sempre.

Dice: “Mio caro amico”. E sta sicuro che non te lo sta mettendo nel culo.

Ci indica la via. Il Dao. In cinese: Tao.

Solo chi ha perso tutto come lui può capire cosa significa veramente Steven Seagal.

Chi non ha futuro.

Chi ha paura.

Sto dicendo: milioni di persone in tutto il mondo.

Dice: “Quel ragazzo ha bisogno di una possibilità, quella che mia moglie non ha avuto”.

Ho bisogno di Steven Seagal. Ho bisogno di Van Damme. Ho bisogno di credere in una possibilità.

Perché i buoni soccombono?

Perché i malvagi trionfano?

Esiste il libero arbitrio?

Esiste Dio?

Vedete che tipo di domande è capace di porti Steven Seagal?

Dice: “Il dolore fa parte della nostra vita”.

Vendetta. Riscatto. Giustizia*. Non esiste altro cinema.

E la serialità di questo ripetersi ha un solo significato, per dirla con Palahniuk.

Più la gente muore, più le cose restano uguali.

* (e un po’ di gnocca)

To Anita Mui – In loving memory…

05/05/2009 | divagazioni | di Jean-Luc Merenda

Da The Heroic Trio

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Cannes, MIPTV: Fireball – Non è Rob Lowe ma Boone di Lost

06/04/2009 | news | di Jean-Luc Merenda

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A me dalla locandina sembrava il sosia polacco di Rob Lowe: per questo mi ha colpito. Poi mi sono accorto con piacere che si trattava del bellone della prima stagione di Lost, Boone, all’anagrafe Ian Somerhalder, che i fan di Bret Easton Ellis e Roger Avary ricordano anche nell’unico vero sforzo di rendere in immagini l’universo ipno-visuale dello scrittore, Le regole dell’attrazione (a proposito, qualcuno sa che fine ha fatto il progetto di Avary di portare sullo schermo Glamorama?).

Il bel Boone è protagonista del tv-movie Fireball, un action sci-fi di produzione canadese: è l’agente federale Lee Cooper incaricato di trasferire dal carcere il criminale Tyler Draven, ma quando arriva si trova la cella distrutta dal fuoco e Draven con ustioni di terzo grado. Draven guarisce in un secondo, scappa dall’ospedale ed è la causa di nuove esplosioni. Così il nostrobel Cooper si allea con l’ispettore dei vigili del fuoco Eva Williams (Lexa Doig, ve la ricordate in Jason X? Io no, poi ho cercato su Internet e adesso me la ricordo).

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Era così Lexa Doig in Jason X? Devo assolutamente rivederlo...

Scoprono la verità che dovrebbe far impallidire anche tutti i calciatori, oltre che i ciclisti di ogni emisfero: Draven era una star del football bombatissimo di steroidi, che pur di restare al top ha provato tutti gli intrugli più sperimentali (compreso, sembra, il Gatorade con l’aspirina), i quali hanno alterato la sua chimica corporea. Adesso come la Torcia Umana ha il potere di lanciare fuoco e fiamme solo con la forza della volontà.

E naturalmente, questo consumatore abusivo di Energy Drink con il suo cervello arrostito ha elaborato un piano finale: attaccare una centrale nucleare…

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Qui Boone sembra invece Noah Wyle...

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E lei mi pare uguale a Halle Berry. Ho le traveggole?

The Legend of Bruce Lee: la serie cinese sul mito dei miti

01/04/2009 | news | di Jean-Luc Merenda

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Lumi occidentali sulla serie televisiva The Legend of Bruce Lee. Effettivamente è cinese, effettivamente è una serie televisiva, effettivamente è su Bruce Lee.
Kung Fu-novela, la definirei per le sue caratteristiche, realizzata in video dalla CCTV, ovvero la China Central Television o Televisione Centrale Cinese, è stata prodotta nel 2008 e consta di un format modulare a seconda dei Paesi in cui verrà distribuita: o 50 episodi da 47 minuti, o 30 episodi da 47 minuti o, infine, 2 tv-movie 90 minuti – in alcuni Paesi è stata distribuita anche su grande schermo (fonte CCTV).

La serie è la biografia “definitva” di Bruce Lee e ricalca gli eventi biografici più conosciuti, soffermandosi sull’eterno ritorno iconografico del mito dei miti: dall’adolescenza all’avventura americana, i primi passi a Hollywood, il ritorno in Cina, il trionfo, la gloria, la tragedia, gli amori e soprattutto il kung fu. Scene d’azione notevoli e notevole soprattutto il cast multinazionale.

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Tra gli “avversari” di Bruce Lee figurano: Continua a leggere »

Anaconda 3: la nuova stirpe

06/03/2009 | recensioni | di Jean-Luc Merenda

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Naturalmente quello che si combatte sul campo di battaglia di Anaconda 3 non è certo lo scontro tra un gruppo di babbei al servizio di un miliardario malato di cancro in attesa di una scoperta genetica che lo possa guarire ma che in realtà ha un secondo, terzo e quarto fine per compiere il quale ha realizzato un piano incomprensibile. Quello che si gioca è il destino del cinema.

David Hasselhoff è cattivo ed è ciccione ed è diventato flaccido, e questo basterebbe a far capire l’importanza di questo film. Sembra quasi di gomma, è gonfio come se fosse stritolato da un serpente (il serpente del suo inconscio, lo strisciante serpente dell’alcolismo, la sfera oscura che ha avvolto la dionisiaca notte della sua esistenza dopo l’apollinea solarità delle spiagge californiane).
L’eroe virile e alcolista (lo dichiara senza paura: “I militari sono come un gruppo di ubriachi in una riunione degli alcolisti anonimi”, dice, con chiaro riferimento autobiografico) che guidava la macchina di Supercar in un’epoca retro-tecnologica, dove le meraviglie della tecnologia potevano essere solo rievocate – come in una tragedia greca (mentre oggi, guarda un po’, sembra tocchi alla tecnologia rievocare la realtà) – e dove il senso della velocità era visualizzato con il procedimento inverso del rallentamento dell’azione (L’uomo da sei milioni di dollari e La donna bionica pionieri dell’ipocinesi), quest’uomo dicevo rimasto uomo –  il ricciolo ribelle country imperlato di salsedine ne certificava l’anacronismo – nel mondo robotizzato di uomini-cyborg di Baywatch (è incredibile come tutto torni, quasi ci fosse un legame invisibile che unisce tutto: l’uomo che guida la macchina diventa protagonista di un mondo di uomini-macchina!) combatte a fianco del superstite di un’era cinematografica predigitale, preistorica. Tarzan e King Kong contro tutti. Continua a leggere »

Oscar 2009: the real winner is…

23/02/2009 | divagazioni | di Jean-Luc Merenda

Ragazzi, avremmo preferito che succedesse questo…

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o questo…

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ma almeno l’abbiamo scampata a QUESTO!!!!!

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Jason Voorhees, le Erinni, il caso Englaro

11/02/2009 | divagazioni | di Jean-Luc Merenda

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Quando penso a una figura mitica legata a Jason Voorhees penso alle Erinni. Le Erinni sono le figlie della Terra secondo la Teogonia di Esiodo:

Venne, portando la Notte, il grande Urano, e attorno a Gaia desideroso d’amore incombette e si stese dovunque; ma dall’agguato il figlio Crono si sporse con la mano sinistra e con la destra prese la falce terribile, grande, dai denti aguzzi, e i genitali del padre con forza tagliò, e poi via li gettò, dietro; ma non fuggirono invano dalla sua mano: infatti, quante gocce sprizzarono cruente, tutte le accolse Gaia e nel volger degli anni generò le Erinni potenti. (Teogonia, 185)

Da Gea quindi provengono le Erinni, ovvero da uno stato antecedente l’accadere degli dei nel mondo, antecedente la loro genealogia, il precipitare del tempo. Per comprendere la connessione con Jason bisogna capire questo: le Erinni nascono dal gesto più violento che l’universo abbia mai prodotto, la violenza, lo strappo, il caos generato dalla falce del tempo che evira la quiete della preesistenza. Le Erinni scaturiscono nel tempo da uno stato senza tempo, dal mistero primordiale, ma solo un gesto violento, l’evirazione di Crono con la falce (perché il tempo, miei cari preti, uccide) ne permette l’esistenza, anzi permette l’esistenza. È questo assurdo, incomprensibile agli occhi di noi moderni, strappo originario del tempo l’unico evento veramente necessario.

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Per questo le Erinni fanno paura anche agli dei, perché sono divinità incomprensibili anche per loro, espressione e guardiane di un caos primigenio e di un’organizzazione necessaria del cosmo antecedente la sua comprensione (prima poetica, poi mitica, poi razionale).
Le Erinni sono rappresentate come creature femminili alate, con serpenti intrecciati nei capelli e con gocce di sangue stillanti dagli occhi (le gocce di sangue dei genitali di Urano). Risiedono nelle profondità del Tartaro (nelle paludi limacciose di un freddo lago oscuro). Sono divinità terribili, generalmente conosciute come dee della vendetta.

In realtà (e il secondo nome con cui sono note, Eumenidi, “benevole”, beffardamente allude alla loro funzione) non si levano per compiere vendetta, perché non si abbattono sui malvagi. Semplicemente si levano. E quando si levano, la distruzione è indiscriminata, buoni e cattivi vengono fatti a pezzi, scannati, evirati, straziati. E non solo in vita, ma anche durante e dopo la morte. Perché le Erinni non esprimono la giustizia degli uomini o degli dei, da esse scaturisce l’ordine necessario, la Dike, che non è altro se non lo stato antecedente la violenza del tempo. (E anche antecedente il sogno: che altra spiegazione avrebbe il fare a pezzi Freddy Krueger in Freddy vs Jason? È Jason che alla fine vince, e vorrei anche vedere il contrario!)

Ciò mi spiega innanzitutto la “pluralità” di Jason, la sua proliferazione. Jason infatti non ha bisogno di morire (o almeno, non più), semplicemente riaccade, la volta dopo, come le Erinni, torna a levarsi.

Come le Erinni, Jason colpisce indiscriminatamente, buoni e cattivi. Non c’è ragione, non spiega, non c’è motivo, non c’è Giustizia. Se capiti sotto la sua falce, sei morto. No, non solo morto, sei fatto a pezzi.

Ma quando Jason si leva? È questa una domanda che non ha ancora, credo, trovato risposta. Ecco il motivo del continuo scatenarsi di sequel, nel presente e nel passato, nella terra e nello spazio. Non si sa né quando né perché Jason si leva.

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E allora mi chiedo come si sarebbe comportato Jason, se si fosse levato (perché mi pare chiaro da quanto ho detto fin qui che Jason non è un prodotto dell’immaginazione, Jason esiste) per il caso Englaro. Continua a leggere »