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I Mercenari: Dolph Lundgren in “Command Performance”

10/08/2010 | recensioni | di Jean-Luc Merenda

Che magnifica stagione per Dolph Lundgren! Che magnifici gli anni della maturità di questo cinquantatreenne svedese in forma smagliante! Che splendido momento per il cinema action traslocato di budget, ambientazioni e immaginario nell’Europa dell’Est!
Fa strano, per chi del primo Universal Soldier ricorda le distese aride inondate di sole, con quel cielo altissimo che attenua con striature d’azzurro anche le notti più nere, quel paesaggio da road-movie che ancora esprime il mito dell’immaginario americano, il mito della libertà, fa strano dicevo vedere quel cielo trasformato dalla straniante e sempre perfetta fotografia di Peter Hyams in un plumbeo limbo metallico iniettato di una luce piatta, la soffocante, deprimente luce dell’Est, in Universal Soldier: Regeneration.
Dove Dolph raggiunge uno dei vertici espressivi della sua carriera, anzi uno dei vertici espressivi del cinema quando, dopo aver ricevuto da Van Damme una tubata tale che il tubo gli si è infilato per metà in fronte, mentre lembi di cervello rigenerato colano come da una grondaia, Dolph… sorride.
command performance

Quel sorrisetto, quella smorfia a metà tra il compiacimento, il fatalismo e la complicità racconta molto di Dolph. Dolph è l’anti-Van Damme: al pari dell’esule belga emigrato nei b-movie “russi” è stato confinato ai margini dalla Hollywood che lo aveva generato, come lui interpreta spesso personaggi sconfitti (loser), buttati ai margini della società, ma se Van Damme è tragico, macerato, totalmente preso dal suo dramma privato e compreso nel suo ruolo d’eroe, Dolph Lundgren è leggero, aereo, fatalista e fatuo, disinteressato al destino, noncurante del tragico. Un perfetto satiro. E mentre il mondo “russo” accentua la brutalità della violenza hollywoodiana bagnandola di una luce bianca d’angoscia, e i gangster (russi, ucraini, polacchi, kazaki, moldavi… La 25° ora di Spike Lee e David Benioff ci azzeccò) sono sempre più grassi e sempre più seduti ai tavoli dei night club con sempre più figa intorno con le tette sempre più grosse, e i terroristi sono sempre più fatti e finisce che lo picchiano, lo buttano fuori dalle auto, lo malmenano, lo massacrano, gli spezzano le ossa e gli uccidono gli amici, Dolph non è proprio che se ne sbatta ma diciamo che accetta. Non vuol dire che si rassegna (la rassegnazione è dei tragici, anzi dei melodrammatici, e quanto mélo c’è in Van Damme…), ma come dire… che ci vuoi fare, le cose vanno così, che tu lo voglia o no. Dolph è eroe dopo il tragico, è eroe senza gloria che, in questo mondo animale – ci insegnano i film “russi” – dove chiunque non vede l’ora di fare una strage, paradossalmente è l’unico in grado di prendere in mano il suo destino.

command performance
Parlo brevemente di Command Performance ma potrei parlare di Direct Contact (dove Dolph entra in diretto contatto con un altro leggendario loser di Hollywood: Michael “Strade di fuoco/Philadelphia Experiment” Paré). Qui come lì Dolph ha l’aria assonnata, vagamente assente e un po’ fumata (stoned), tra l’esterrefatto e il sornione. È un’espressione unica, spiazzante, davvero magnifica. Ha forse un dramma alle spalle che l’ha spinto a nascondersi in Russia e a mettersi a suonare come batterista in una metal band? Macché: aspettiamo per tutto il film la tragica rivelazione ma alla fine scopriamo che poi è una cosa piuttosto consueta, dove Dolph peraltro non è affatto innocente.

È difficile identificarsi nei personaggi di Dolph. Quell’aria un po’ menefreghista segna anche una inequivocabile distanza con lo spettatore, cui sembra dire: “Non dimenticarti che in fondo sono tutte cazzate”. È una distanza che insospettisce. Non c’è da fidarsi. Eppure Dolph è uno affidabile come non mai. Non cerca denaro, fama, gloria, figa (certo, se capita…), sembra proprio che non cerchi niente, che si limiti a vivere. È un enigma.

Dicevo di Command Performance, di cui Dolph è anche regista. I primi 40 minuti sembrano Guitar Hero diretto da Lars Von Trier, con Dolph che si presenta in sella alla sua Harley o pseudo tale – biker non del tutto convinto – e poi ripreso in stile Dogma si butta a picchiare come un forsennato sulla batteria, vero frontman di una band russa heavy metal con aspirazioni sperimentali. Il resto è più tradizionale: un gruppo terrorista assalta il teatro del concerto (allusione all’attacco ceceno al teatro Teatro Dubrovka del 2002) con l’obiettivo di eliminare il presidente russo e le sue due figlie adolescenti esponenti della nuova generazione adolescenziale disney-channel-globale. Infatti il concerto ha come momento clou l’esibizione di una rock-starlette stile Britney Spears (anche se ormai sembra anziana)/Miley Cyrus/Rihanna/Lady Gaga (che ci tengo a dire, mi fa gagare)/altre figure analoghe. I terroristi non hanno pietà di nessuno soprattutto perché hanno come obiettivo il ripristino del comunismo. La qual cosa, insieme al fatto che il presidente russo non ha lettoni d’asporto ma è un uomo integerrimo, vedovo che non ha mai dimenticato la moglie e padre devoto, mi pare esprima il messaggio politico del film. Dolph per fortuna si è ritirato a fumarsi uno spinello in bagno e quindi è un po’ stonato ma se la cava egregiamente, per esempio piantando la bacchetta della batteria nella giugulare di un terrorista.

command performance

Come in Direct Contact e molto più che in Universal Soldier: Regeneration, dove – eccetto il sorriso-capolavoro – domina il senso tragico del perduto Van Damme, in Command Performance Dolph è leggerissimo, aereo, talmente leggero da essere quasi invisibile, tanto da non avere quasi più nome. Di lui dicono infatti che si chiama “Joe, Joe… qualcosa”.
In un mondo dello spettacolo dove tutti vogliono apparire fino allo stremo, dove tutti i sogni devono avverarsi per forza, questa idea che se accade che nessun sogno si avveri, se accade di sparire, non c’è poi niente di tragico, è sufficiente secondo me per celebrare Dolph, questo gigantesco signor Nessuno, Odisseo senza naufragio in un mondo dove non regna né il bene né il male e dove l’eroe non cerca di ripristinare un ordine etico ma si limita, quando capita, a dare una mano.

Nota a margine: a mio parere c’è solo un altro “loser” hollywoodiano felice e contento come Dolph: è Casper Van Dien.

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Street Warrior (2008)

02/08/2010 | recensioni | di Jean-Luc Merenda

street warriorSe mi domando perché non ho visto una sola, ma tre volte il tv-movie Street Warrior (2008), e perché quando lo ridanno su Sky Max me lo riguardo, ho subito la risposta.
Perché nel film c’è protagonista Max Martini, il più cazzuto di The Unit, e con lui ci sono ballerine di lapdance con le tette rotonde e i culi levigati, eroine frementi, gente che grida “Vogliamo il sangue”, impresari di combattimenti clandestini senza scrupoli (“Ci serve un nuovo cane che combatta, un nuovo cane da addestrare”) che si allenano a Kendo sfondando le palle agli sparring partner (“Ora avrà sicuramente bisogno di un trapianto di testicoli”) e al solito pubblico di quattro gatti offrono “il più grande spettacolo della Costa Occidentale”, militari in galera perché integerrimi e perciò congedati con disonore (“Sergente, perché l’ha fatto?” “Perché dovevo”), Powerlifter obesi, tasselli addominali eruttanti (“I nostri amati sei tasselli” come dicono i nostri amati gonfi di Muscle & Fitness), eroi emarginati che hanno qualcosa in cui credere e per cui combattere (“Combatte per l’onore, combatte per l’orgoglio, combatte per la famiglia”), frasi tipo “Se fossi in te non lo farei amico”, cazzotti a tutto andare, musica heavy metal che slega quando slegano i combattimenti (“Palla otto in buca d’angolo,” dice Max dopo aver spaccato la testa a uno con l’asta di un biliardo), funamboli del jujitsu (grande Danny Arroyo), strafighe orientali che ancheggiano tra i moribondi, poliziotti ciccioni, ottusi e corrotti, tornei all’ultimo sangue, sexy latine (Valerie Cruz è una bomba), scuole rivali (“I pugili non battono un wrestler”), Fight Club (“Signori conoscete le regole: non ci sono regole”), calci in bocca, gomitate in faccia, strangolamenti, denti neri di sangue, testate nel naso, testate sui pavimenti, ginocchiate, prese, lottatori sociopatici neonazisti (“Adesso hanno qualcuno da odiare, perfetto”), picchiatori culturisti, culturisti sbruffoni che vengono stesi in un colpo (“Adesso hanno un eroe”), wrestler malinconici (“Le cose stanno per cambiare”), un Pope che ha previsto quasi tutto (“Se c’è una cosa che so fare bene è fare del male”) ma poi improvvisamente non si sa perché va giù di testa, si puntura il testosterone nel collo e manda tutto a rotoli, giapponesi lottatori di sumo che sembrano Mr. Moto, schiene spezzate, la giusta scena di sesso, scantinati a uso ring, tonfa, coltelli, bastoni, mazze da baseball, eroi all’ultimo sangue (“Cosa farai? “Combatterò finché ne avrò la forza”), gente che abita in posti della madonna ed è triste, gente che abita in posti di merda ed è felice.
E tutto questo bendidio per un budget che a occhio non supera i 2 milioni di dollari per incassarne come minimo il centuplo grazie alla vendita mondiale di diritti tv via cavo e satellite e quel che resta del noleggio e quel che si spera nasca col download digitale.

Cazzuttissimo Max

Cazzuttissimo Max

Ma dico non è meglio fare questi film cazzuti piuttosto che darsi al porno? Tutti questi talenti sprecati che dicono che il porno costa poco e rende molto. Ma cribbio, i gonfi da testosterone ci sono lì come qui, uguali le gnoccone con le poppe floride, per non parlare di ville luccicanti e limousine d’asporto. E allora? Registi porno, ribellatevi! Costa uguale fare action e ci si diverte di più! È un appello quello che vi faccio: smettetela di pagare fior di quattrini a quattro milionari in croce con la panza e il sigaro in bocca per affittare la solita villa con piscina, che c’è gente senza un soldo in tasca che compra le ville con piscina solo per affittarle per i set dei film porno e pagarci il mutuo. Ma dove siamo qui, a CSI Miami? Basta! Questa non è solo una questione morale, qui c’è in ballo
l’economia mondiale, un’altra bolla speculativa è in agguato! Che Obama faccia qualcosa!
E allora cosa aspettate a smontare i set porno, a metter su una bella tv al plasma 42 pollici e a spararvi Street Warrior?
Ah, che pacchia dev’essere guardarsi Street Warrior in piscina, a bere birra ghiacciata e mangiare popcorn.
Che poi è esattamente quello che sto facendo, tranne la piscina.

DVD quote:

“Max Martini picchia duro, eccheccazzo.”
Jean-Luc Merenda, i400calci.com

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Silvio Berlusconi, Clive Barker e Paul Verhoeven

13/05/2010 | divagazioni | di Jean-Luc Merenda

“Ormai sono solo un pezzo di carne maciullata”
Randy “The Ram” Robinson

M’incuriosisce quando Berlusconi, il nostro premier, compare in pubblico a differenti pascal di pressione, l’avrete notato: a volte sembra una mongolfiera riempita d’elio, altre invece, quando è sgonfio, ha solo la forma di un comò. Forse i livelli di pompaggio corrispondono allo squilibrio atmosferico, all’instabilità barometrica determinata dalla scomparsa dell’anticlone delle Azzorre o da altre concause, saranno gli esperti a stabilirlo, sarà la storia a giudicare, ciò che c’interessa in questa sede è il fatto che l’escursione volumetrica lo renda a un’occhiata superficiale un pallone gonfiato mentre ad una più attenta, analitica, un inquietante involucro organico, eviscerato di corpo e anima.

A una fonte diretta abdico il compito di testimoniare con l’esperienza l’intuizione appena condivisa. Si tratta di un operatore alla ripresa che ebbe l’occasione di frequentare nel corso della carriera diversi capi di stato, ognuno dei quali gli ha lasciato un ricordo, un’impressione emotiva, una traccia mnestica, essendo lui persona, così sostiene, “di estrema sensibilità” e anzi fortemente suggestionabile, “nonostante l’aspetto”. Di Craxi per esempio lo colpirono la fronte oleosa e le dita mollicce, di Pertini l’instancabile malinconia, di Andreotti il parlottare sibillino (e la gobba una volta sembrò brillare nell’oscurità), di Berlusconi infine il modo di nutrirsi: ricordò che si era fatto preparare una tazza di spicchi di mela che buttava dentro la bocca, ne suggeva il succo con le labbra e inghiottiva il resto senza masticare, come se il corpo non fosse costituito dai tradizionali organi atti alla processione degli alimenti in nutrienti, bensì da un’informe massa biologica, una specie di distesa di sabbie mobili che assorbivano gli elementi senza subire modificazioni. Sostiene dopo quell’esperienza di non essere più riuscito a mangiare mele e di notte di sentire ancora il suono di quella terribile suzione.

hellraiser

Da queste vicende tragga ognuno le conclusioni che ritiene più opportune senza farsi influenzare dall’opinione altrui. Da parte mia constato il fatto che le prove non mentono e che è proprio come dicevo io, come diceva Clive Barker: le docce ghiacciate non servono al premier per alchemiche funzioni erettili ma per conservare i tessuti in forma criogenica, ricompattare carni sfatte, straziate dal piacere, che altrimenti franerebbero. Si fa tanto un gran parlare del mistero della fortuna di Silvio: basterebbe osservare il suo volto sformato dal godimento fino alla tortura o i cenobiti che lo sorvegliano (Letta, Dell’Utri, Confalonieri, Galliani) per ammettere l’inammissibile, ovvero il patto di sangue ed estasi sessuale stretto ab origine con la scatola di Hellraiser. La fine di Silvio è dunque già scritta, in senso barkeriano: la sua deflagrazione in mille pezzi. È l’unico destino possibile, l’unica santità, per un’esistenza immolata alla carne. Continua a leggere »

Corman il Barbaro

05/03/2010 | divagazioni | di Jean-Luc Merenda

Stavo scrivendo una recensione per I 400 Calci sul film The Graveyard e rileggendola ho trovato questa frase: “…quasi un omaggio al re del b-movie per antonomasia, si sarebbe tentati di dire Roger Corman, ma viene più spontaneo citare John Carpenter – in quanto se Carpenter con il suo cinema si pone al confine tra il passato e il futuro, Roger Corman è fuori dal tempo”. Non ho mica capito cosa volevo dire.

Però è vero: se penso a Corman, e al disagio che spesso provo guardando i “suoi” film, mi viene in mente proprio questo: fuori dal tempo. L’ultimo film che ha diretto non a caso è Frankestein oltre le frontiere del tempo. Ho controllato: era tratto da un romanzo di Brian Aldiss. Basterebbe forse questo titolo per riassumere Corman.

Ho detto dei “suoi” film, con il pronome possessivo fra virgolette, perché Corman non è un regista né uno sceneggiatore né un produttore: Corman è un brand. Non si tratta del superamento del concetto di autore, concetto peraltro sconosciuto al cinema fin dalla sua nascita e inventato da qualche sagace critico per fondare una professione e metter le mani sui succulenti budget dei festival.

Mi viene in mente a questo proposito un racconto di Brian Aldiss. Ci sono i più grandi scienziati del mondo che si riuniscono per risolvere la questione fondamentale: Dio esiste? Allora decidono di collegare tutti i più grandi calcolatori del mondo a un unico gigantesco calcolatore, il calcolatore dei calcolatori. Lo accendono e digitano sul monitor: “Dio esiste?” Il supermegacalcolatore ci pensa un po’ poi risponde: “Adesso sì”.

Rock All Night

L’autore esiste perché esistono i critici. Mi pare, questo, fuor di dubbio. Anche se il racconto era prima di Internet.

A meno che per autore non si intenda un genere con la sua grammatica, allora le cose cambiano.

Volete la ricetta per fare un film d’autore? Eccola: Continua a leggere »

Nine Lives

01/03/2010 | recensioni | di Jean-Luc Merenda

nine livesCi sono dei film che non vogliono dire niente e significano tutto. Per questo tra un melodramma di Almodòvar e un horror di Zampaglione sceglierò sempre il secondo. Detesto i manifesti ideologici ma mi ricordo un tale, un docente di filosofia antica (uno stronzo), tutto flaccido e cifotico – aveva il mito di Wittgenstein e ne scimmiottava il temperamento nevrotico, astutamente devo ammettere – che aveva visto un film di non so chi e ci ammorbava gli zebedei sfumacchiando la pipa come Sherlock Holmes – il primo, non quello ipertonico di Downey Jr. – e pontificando sul fatto che quel film era il miglior film per capire la condizione delle popolazioni hassidiche.

Ma secondo te, brutto stronzo di un docente di filosofia antica, me ne può fregare un cazzo di qualcosa della condizione delle popolazioni hassidiche?

Questo per dire che Nine Lives (non quello con Wesley Snipes, ma un film del 2002) che ho rivisto l’altro ieri perché c’è Paris Hilton la quale adesso è in fase decadente e quindi mi sta più simpatica, è l’esempio giusto di questa differenza fondamentale tra messaggio e significato.

Un gruppo di amici rinchiuso in una casa. Sono giovani, ricchi, belli e snob. Non a caso la loro leader carismatica è appunto Paris Hilton, oziosa e vanitosa ereditiera, che ha immolato la propria esistenza all’altare del glamour e che in ogni film in cui offre la propria (non scontata) fisicità non può non riprodurre l’idea di esistenza patinata di cui ha ammantato l’estrema sua prova finzionale, ovvero la vita reale. Fortunatamente (per chi ancora è animato da rivendicazioni di classe) è anche sempre la prima a essere eliminata (scartata) nei modi più orrendi: accade qui e soprattutto nell’ottimo La maschera di cera, dove la Hilton assurge a icona brutalizzata di un universo, quello contemporaneo, mascherato e nascosto sotto la superficie di un’illusione in via di sfaldamento che (Baudrillard insegna) è arrivata a sostituirsi, nell’evento dell’immagine, all’esperienza della realtà, generando esclusivamente angoscia, spaesamento e brutalità.

Brutalità inevitabile: quando l’evento dell’immagine (o l’immagine che si fa evento) si sostituisce all’esperienza, per conquistare lo statuto di realtà matura, nella propria rappresentazione, la necessità di un’efferatezza visiva sempre crescente.

paris hilton

E questo forse spiega, almeno in parte (un’altra parte è desumibile da una frase di Dylan Dog pronunciata in un albo del 1986 ma tanto più valida nel tempo oscuro che stiamo attraversando: “Viviamo nella paura”), la proliferazione di film horror che registra la storia del cinema in questi ultimi anni (giapponesi inclusi).

Paris Hilton appartiene quindi, parafrasando Roland Barthes, contemporaneamente all’idea e all’evento, e nella propria automitologia (e autoiconologia) si transustanzia come perfetta icona pop della borghesia rinchiusa tra le soffocanti pareti dalla forza oscura dell’Angelo sterminatore di Buñuel. Borghesia ludica e disincantata, ma anch’essa destinata all’oblio. Uno a uno, inesorabilmente, come i proverbiali dieci piccoli indiani di christiana memoria, gli ospiti della casa vengono sterminati.

La svolta (il detour) però è immediata, perché la razionalità viene subito torta in favore di una gotica ragione esoterica, e la casa dei misteri diventa, mise-en-abîme, una casa dei fantasmi, presieduta e posseduta da forze incontrollabili che ci gettano nel panico di un mysterium assurdo, indecifrabile e senza via d’uscita, come la realtà rinchiusa nel triangolo surreale della sua sintesi più demenziale, la sessualità circense di Paris Hilton.

paris hilton

Shrooms – Trip senza ritorno

23/02/2010 | recensioni | di Jean-Luc Merenda

shroomsL’ho guardato principalmente perché sono un fan delle Porte della percezione di Huxley e di Venerdì 13: mi aspettavo perciò un mix tra le due cose, magari con un pizzico di Requiem for a Dream. Forse avevo troppe aspettative.

Per quanto riguarda i trip con funghi allucinogeni i miei film preferiti sono Stati di allucinazione, The Doors e soprattutto Young Guns: qui c’è Lou Diamond Phillips che in veste di sciamano con la faccia dipinta macera un fungo allucinogeno e lo dà a tutti per trovare il contatto con il Grande Spirito in un momento di difficoltà per il gruppo (Charlie Sheen è stato appena ucciso). Mi piace perché Lou riesce in quello in cui fallisce Jim Morrison: il trip ha un valore olistico, connette i singoli individui a una dimensione spirituale superiore, grazie alla quale trovano la forza di attraversare indenni un campo indiano. Il che a quei tempi non doveva essere certo una passeggiata.

Bisognerebbe poi anche parlare, a proposito dei trip, di Avatar, del quale ho una teoria. Quella natura così visionaria, lisergica, è il frutto dell’atmosfera del pianeta, che gli umani non possono respirare altrimenti soffocano. È dunque l’atmosfera lisergica a dare al pianeta quell’aspetto da trip perenne. Si aggiunga il fatto che la Terra invece è ridotta a un deserto. E chi l’ha provocato il deserto? L’uomo. E qual è la droga che consuma l’uomo che consuma il pianeta? La cocaina. Il messaggio di Avatar mi pare dunque inequivocabile: abbasso la cocaina viva l’LSD.

La protagonista Lindsey Haun ha lo stesso carisma di un attaccapanni, cioè di Kirsten Dunst. Le somiglia anche, però ha i denti a posto. A proposito: quello che mi fa incazzare di Spiderman è che si vede lontano un miglio che Mary Jane non ne vuole mezza da Peter Parker. Ma come si fa a scegliere Kirsten Dunst per Mary Jane? È come chiamare Cassano a interpretare Gianni Letta in un film sul G8.

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A proposito di donne e supereroi: si vede lontano un miglio che neanche Katie Holmes ne vuole mezza da Bruce Wayne (peraltro le mettono in bocca frase cruciali come “Non è ciò che siamo ma quello che facciamo che ci qualifica” – c’è frase più educativa per i nostri figli? – ma lei si capisce che non capisce cosa sta dicendo) e che neanche quella che interpreta nel Cavaliere oscuro il ruolo di Rachel, la sorella di Gyllenhaal, Maggie, ne vuole mezza uguale (non ne vuole peraltro mezza neanche da Harvey Dent, infatti secondo me quando Joker l’ha fatta esplodere gli spettatori fingevano di essere dispiaciuti ma dentro di loro erano indifferenti). Il che solleva una questione più generale: perché nei film tratti da supereroi non vengono scelte le donne giuste? Jessica Alba a parte, naturalmente. Ma lei ha un altro problema: i maschi che le ronzano attorno sono dei minus habens.

Nel film in oggetto ci sono questi funghetti minuscoli, capezzolari, che increspano a migliaia il sottobosco irlandese. Io se fossi una guardia forestale irlandese darei una bella passata di diserbante e la cosa finirebbe lì ma ciò nel film non accade forse per implicite tutele da parte di qualche organizzazione ambientalista.

Kirsten, cioè Lindsey, prende qualche funghetto di troppo e forse inizia a vedere il futuro, così almeno dice lei. Intanto però tutti sono sotto trip e non capiscono cos’è reale e cosa noi. Nel bosco girano anche questi due boscaioli strafatti degli stessi funghi, che anzi mettono in vasetto come i nonni facevano da noi con i pomodori per la conserva. I due boscaioli hanno un’accetta e mangiano capre. Nel bosco c’è anche un’entità, forse la madre di tutti i funghi, o una creatura sfortunata, che è cresciuta nel bosco mangiando funghi. C’è infatti una leggenda che ne parla a riguardo.

shrooms

Un dato storico prima di concludere. In una scena una mucca dice: “Lo sai che sei fottuto.”

Il tizio in mutande replica: “Sei solo una cazzo di mucca.”

E lei: “Eh sì, ma una cazzo di mucca parlante.”

È la fine della grande alleanza tra uomo e animale parlante inaugurata dalla Disney, proseguita con Francis il Mulo e che ha raggiunto il suo acme con Orazio di Maurizio Costanzo.

A prescindere però da questi aspetti diacronici la morale del film credo in sostanza sia questa: mai mangiare funghi allucinogeni in un bosco in Irlanda se intorno ci sono dei boscaioli con la faccia deturpata che girano con un’accetta, fanno la conserva con l’LSD e mangiano capre crude.

DVD-quote suggerita:

“Se i funghi fanno quest’effetto, chissà i tartufi”
Jean-Luc Merenda, i400calci.com

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Il vendicatore – Steven Seagal e il crepuscolo degli Eroi

31/08/2009 | divagazioni, recensioni | di Jean-Luc Merenda

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Ho rivisto Il vendicatore e finalmente ho capito perché continuo a guardare i film di Steven Seagal, e con me milioni di persone in tutto il mondo.

Gente semplice, di bocca buona. Certo.

La solita storiella d’azione di un obeso alcolizzato. Certo, certo.

Sfottete pure se vi pare. Non è detto che un giorno non la paghiate anche voi. Non è detto.

In questo film, Seagal interpreta il ruolo a mio parere credibile di un docente universitario di archeologia, esperto in manufatti antichi cinesi, che si trova suo malgrado a fronteggiare il cartello globale delle Triadi.

Gli ammazzano la moglie e la migliore allieva, e lui le vendica. Avete capito? Le vendica.

Dice: “Nel paese dei ciechi l’uomo con un occhio solo è il re”.

Perpetua lo scontro tra le rival schools. Qui Aikido versus Kung Fu. Vince l’Aikido.

Dice: “Dicono che bisogna ucciderne uno per fermarne cento. Io dovrò ucciderne cento per fermarne uno”.

A volte basta un uomo per fermarli tutti.

Dice: “Hai commesso un gravissimo errore. Hai ucciso ciò che avevo di più sacro”.

Non è la solita roba. Non lo è. Vi sbagliate di grosso. La lotta è interminabile, e chi non ci crede si guardi il finale di The One, dove Jet Li combatte per l’eternità contro tutti.

Confucio dice: “Non importa di che colore è il gatto. L’importante è che acchiappi il topo”.

Steven Seagal incarna i veri valori della vita. Ci sono i buoni e i cattivi. Stronzate chi racconta il contrario.

Dice: “Dov’è che vola la gru?”

In Nico, in Duro da uccidere, in Sfida tra i ghiacci, in The Patriot, in Il vendicatore, Steven Seagal parla il linguaggio dello zen. Il linguaggio della salvezza. Ho scritto salvezza. Volevo scrivere saggezza. Vedete che lapsus è capace di provocarti Steven Seagal?

Chi l’ha detto che le cose non sono bianche o nere ma hanno sfumature di grigio? Chi l’ha detto? L’ha detto Chuck Norris? Non mi pare proprio.

Steven Seagal se diventa tuo amico resta tuo amico per sempre.

Dice: “Mio caro amico”. E sta sicuro che non te lo sta mettendo nel culo.

Ci indica la via. Il Dao. In cinese: Tao.

Solo chi ha perso tutto come lui può capire cosa significa veramente Steven Seagal.

Chi non ha futuro.

Chi ha paura.

Sto dicendo: milioni di persone in tutto il mondo.

Dice: “Quel ragazzo ha bisogno di una possibilità, quella che mia moglie non ha avuto”.

Ho bisogno di Steven Seagal. Ho bisogno di Van Damme. Ho bisogno di credere in una possibilità.

Perché i buoni soccombono?

Perché i malvagi trionfano?

Esiste il libero arbitrio?

Esiste Dio?

Vedete che tipo di domande è capace di porti Steven Seagal?

Dice: “Il dolore fa parte della nostra vita”.

Vendetta. Riscatto. Giustizia*. Non esiste altro cinema.

E la serialità di questo ripetersi ha un solo significato, per dirla con Palahniuk.

Più la gente muore, più le cose restano uguali.

* (e un po’ di gnocca)

To Anita Mui – In loving memory…

05/05/2009 | divagazioni | di Jean-Luc Merenda

Da The Heroic Trio

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Cannes, MIPTV: Fireball – Non è Rob Lowe ma Boone di Lost

06/04/2009 | news | di Jean-Luc Merenda

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A me dalla locandina sembrava il sosia polacco di Rob Lowe: per questo mi ha colpito. Poi mi sono accorto con piacere che si trattava del bellone della prima stagione di Lost, Boone, all’anagrafe Ian Somerhalder, che i fan di Bret Easton Ellis e Roger Avary ricordano anche nell’unico vero sforzo di rendere in immagini l’universo ipno-visuale dello scrittore, Le regole dell’attrazione (a proposito, qualcuno sa che fine ha fatto il progetto di Avary di portare sullo schermo Glamorama?).

Il bel Boone è protagonista del tv-movie Fireball, un action sci-fi di produzione canadese: è l’agente federale Lee Cooper incaricato di trasferire dal carcere il criminale Tyler Draven, ma quando arriva si trova la cella distrutta dal fuoco e Draven con ustioni di terzo grado. Draven guarisce in un secondo, scappa dall’ospedale ed è la causa di nuove esplosioni. Così il nostrobel Cooper si allea con l’ispettore dei vigili del fuoco Eva Williams (Lexa Doig, ve la ricordate in Jason X? Io no, poi ho cercato su Internet e adesso me la ricordo).

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Era così Lexa Doig in Jason X? Devo assolutamente rivederlo...

Scoprono la verità che dovrebbe far impallidire anche tutti i calciatori, oltre che i ciclisti di ogni emisfero: Draven era una star del football bombatissimo di steroidi, che pur di restare al top ha provato tutti gli intrugli più sperimentali (compreso, sembra, il Gatorade con l’aspirina), i quali hanno alterato la sua chimica corporea. Adesso come la Torcia Umana ha il potere di lanciare fuoco e fiamme solo con la forza della volontà.

E naturalmente, questo consumatore abusivo di Energy Drink con il suo cervello arrostito ha elaborato un piano finale: attaccare una centrale nucleare…

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Qui Boone sembra invece Noah Wyle...

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E lei mi pare uguale a Halle Berry. Ho le traveggole?

The Legend of Bruce Lee: la serie cinese sul mito dei miti

01/04/2009 | news | di Jean-Luc Merenda

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Lumi occidentali sulla serie televisiva The Legend of Bruce Lee. Effettivamente è cinese, effettivamente è una serie televisiva, effettivamente è su Bruce Lee.
Kung Fu-novela, la definirei per le sue caratteristiche, realizzata in video dalla CCTV, ovvero la China Central Television o Televisione Centrale Cinese, è stata prodotta nel 2008 e consta di un format modulare a seconda dei Paesi in cui verrà distribuita: o 50 episodi da 47 minuti, o 30 episodi da 47 minuti o, infine, 2 tv-movie 90 minuti – in alcuni Paesi è stata distribuita anche su grande schermo (fonte CCTV).

La serie è la biografia “definitva” di Bruce Lee e ricalca gli eventi biografici più conosciuti, soffermandosi sull’eterno ritorno iconografico del mito dei miti: dall’adolescenza all’avventura americana, i primi passi a Hollywood, il ritorno in Cina, il trionfo, la gloria, la tragedia, gli amori e soprattutto il kung fu. Scene d’azione notevoli e notevole soprattutto il cast multinazionale.

bruce-lee-the-legend_21Foto di gruppo

Tra gli “avversari” di Bruce Lee figurano: Continua a leggere »