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Segnali dal Futuro: la morte viene silenziosa come un alce incendiata.

06/09/2009 | recensioni | di Casanova Wong Kar-Wai

Sapete cos’è una Time Capsule? È un modo per comunicare con il futuro. Vi spiego come: prendete un oggetto a cui tenete particolarmente, tipo il vostro orsacchiotto con cui avete dormito fino ai 12 anni o le prove dell’assassino Kennedy. Mettete il tutto in una time capsule. Fatto? Ecco, ora seppellite -- nascondete -- murate la vostra Time Capsule in modo che non venga scoperta per lungo tempo. 10, 15, 50, 1000 anni. Decidete voi quando. Un giorno qualcuno troverà la vostra Time Capsule. L’aprirà e capirà tutto. C’è anche però l’opzione “comunico con il me stesso del futuro”. Se voi mettete un vostro pensierino nella Time Capsule -- tipo “vorrei svegliarmi domattina e avere 30 anni per vedere che ne sarà di noi” -- e seppellite il tutto nel giardino di casa vostra, quando finalmente avrete 30 anni, potete rendervi conto di quanto fosse grave un tempo il vostro difetto di pronuncia. Da quello che so negli Stati Uniti la Time Capsule butta abbastanza. Tant’è che ci sono molti film che la sfruttano come spunto narrativo. Fandango, per esempio. Oppure il mio preferito in assoluto che è Crossroads: Le Strade della Vita. In questo bellissimo film con Dan Akroyd, Justin Long e Kim Cattral, la protagonista e due sue amiche seppelliscono una Time Capsule con la prova che sono imbecilli e una volta riaperta, una delle tre, Britney Spears, decide di darla a uno fisicato che suona la chitarra. Bellissimo. Vi faccio vedere il trailer.

Da ieri però il mio secondo film prefe di sempre con la Time Capsule è
Segnali dal Futuro (traduzione letterale dal titolo originale: Knowing). 1959: dei bambini felici devono disegnare il futuro. Una bambina macrocefala, che emana sfiga lontano un miglio, invece di disegnare felici nuclei famigliari alla conquista della Luna, si fa prendere da un raptus e scrive una lunga serie di numeri che solo a guardarli ti viene da dire “Nooooooooooooo! I numeri del demonio!”.

"meno iazzaaaaaaaaa!"

"meno iazzaaaaaaaaa!"

Tramite Time Capsule, 50 anni dopo, il foglio con su i numeri del demonio finisce nelle manone del figlio mezzo sordo di Nicolas Cage. Nicolas Cage… In questo film Nicolas Cage interpreta John Koestler, un uomo con una capigliatura assolutamente improbabile, vedovo, figlio di un pastore con cui -- essendo lui scienziato -- non parla più da anni, in rischio alcolismo (ma d’altra parte in qualche modo bisognerà superare il trauma di aver perso la moglie), con un figlio tutto strano che per addormentarsi guarda delle vhs dove la madre morta lo coccolava per farlo addormentare. Tra l’altro tutte queste cose si capiscono nei primi minuti di film, grazie a quelle belle microsequenze in cui puoi mettere dieci pagine di sceneggiatura compresse in immagini. Esempio: se io faccio vedere un uomo con una capigliatura francamente improponibile, buttato su una poltrona in una stanza fatiscente, con una bottiglia di whisky in mano, nell’altra un bicchiere che una volta avvicinato alla bocca scopre una fede al dito, e dietro di lui metto un pacchetto regalo evidentemente vecchio, mai aperto, guardato con estrema malinconia… il gioco è fatto. Cioè la cosa che si capisce prima di tutto è che veramente ha una capigliatura palesemente impresentabile, ma anche le altre cose si capiscono. Oppure (e qui c’è il meglio): se io faccio vedere un professore dell’M.I.T. con dei capelli veramente accazzo, che a degli studenti che indossano o il cappellino dell’M.I.T. o la maglietta dell’M.I.T., spiega come se fossero alle elementari la differenza tra il determinismo e il caso, per poi bloccarsi con faccetta triste perché il fato ha voluto che sua moglie morisse il giorno prima del suo compleanno… si capiscono altre cose.

"... e ho un pettine che sarà lungo almeno così..."

"... e ho un pettine che sarà lungo almeno così..."

E così posso poi finalmente dedicarmi alla vera storia del film. Che è questa: i numeri del demonio non sono ovviamente dei numeri a caso, ma indicano delle disgrazie brutte brutte in cui sono morte tantissime persone. Tipo l’undici settembre o l’incendio che ha reso Nicolas un vedovo inconsolabile. Una volta scoperto questo, il nostro eroe lo spiega anche a noi spettatori imbecilli parlando da solo ad alta voce “Ah, ma allora questi numeri significano proprio questo… non ci posso credere… è assurdo, ma è proprio così… eh già…”. Fino alla rivelazione finale: giovedì finisce il mondo e moriamo tutti! Poi compaiono anche degli strani figuri che sembrano i Bros e che vanno in giro in macchina a distribuire sassi ai bambini o indicano delle alci incendiate.

Alex Proyas è uno stranissimo regista. Baciato dalla fortuna con Il Corvo, si è trovato poi a firmare un capolavoro come Dark City per poi passare il resto della sua carriera a brancolare nel buio. Lunghe pause tra un lavoro e un altro, piccole produzioni come Garage Days alternate a blockbuster più o meno annunciati come Io, Robot. Il tutto inframmezato da video per gli Inxs o spot per la televisione australiana. Fa di tutto per sembrare un Autore e, anche se non si può dire che non abbia del talento, qui si trova alle prese con uno script francamente imbarazzante. Se l’idea iniziale è affascinante, man mano che si dipana la matassa, niente sembra andare d’accordo con niente. Tutto si sfilaccia e ci si comincia a chiedere perché siano state dette certe cose se poi si va a parare da tutt’altra parte. La cosa grave è che per farci godere di tre buone sequenze action, qualcuno abbia sentito la necessità di voler realizzare un film che pretende di avere delle cose da dire sui rapporti padre -- figlio, sul contrasto scienza religione, sul destino e il caso. E che soprattutto abbia deciso, per l’incredibile (e totalmente privo di senso) finale, di ispirarsi alle illustrazioni di Torre di Guardia.

DVD-quote suggerita:

“Due ore di cazzate per tre sequenze fighe. Ma non poteva fare un video?”
Casanova Wong Kar Wai, i400calci.com

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