Stavo scrivendo una recensione per I 400 Calci sul film The Graveyard e rileggendola ho trovato questa frase: “…quasi un omaggio al re del b-movie per antonomasia, si sarebbe tentati di dire Roger Corman, ma viene più spontaneo citare John Carpenter – in quanto se Carpenter con il suo cinema si pone al confine tra il passato e il futuro, Roger Corman è fuori dal tempo”. Non ho mica capito cosa volevo dire.
Però è vero: se penso a Corman, e al disagio che spesso provo guardando i “suoi” film, mi viene in mente proprio questo: fuori dal tempo. L’ultimo film che ha diretto non a caso è Frankestein oltre le frontiere del tempo. Ho controllato: era tratto da un romanzo di Brian Aldiss. Basterebbe forse questo titolo per riassumere Corman.
Ho detto dei “suoi” film, con il pronome possessivo fra virgolette, perché Corman non è un regista né uno sceneggiatore né un produttore: Corman è un brand. Non si tratta del superamento del concetto di autore, concetto peraltro sconosciuto al cinema fin dalla sua nascita e inventato da qualche sagace critico per fondare una professione e metter le mani sui succulenti budget dei festival.
Mi viene in mente a questo proposito un racconto di Brian Aldiss. Ci sono i più grandi scienziati del mondo che si riuniscono per risolvere la questione fondamentale: Dio esiste? Allora decidono di collegare tutti i più grandi calcolatori del mondo a un unico gigantesco calcolatore, il calcolatore dei calcolatori. Lo accendono e digitano sul monitor: “Dio esiste?” Il supermegacalcolatore ci pensa un po’ poi risponde: “Adesso sì”.

L’autore esiste perché esistono i critici. Mi pare, questo, fuor di dubbio. Anche se il racconto era prima di Internet.
A meno che per autore non si intenda un genere con la sua grammatica, allora le cose cambiano.
Volete la ricetta per fare un film d’autore? Eccola: Continua a leggere »



