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Riccioli d’oro e i tre orsi: la recensione di The Revenant

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Dividiamoci in due gruppi.
Di là stanno quelli a cui Iñárritu è sempre piaciuto. Cosa gridano? Gridano: supremo controllo formale, gran direttore d’attori, regia pirotecnica e inventiva, sceneggiature elaborate e complesse che disvelano profonde dolorose verità. Gridano: «Temi! Grandi temi!» come se li dovessero vendere al mercato.
Di qua, invece, stanno quelli che non lo sopportano. Guardano i rivali dall’alto in basso e rilanciano: stucchevoli virtuosismi, giochini presuntuosi e arzigogoli di scrittura che imbellettano una visione semplicistica e greve.
In mezzo alla contesa, gongolante e beato sul bel piedistallo che si è costruito da solo, sta il nostro Iñárritu, a nutrirsi tanto delle lodi quanto del dileggio. Iñárritu, uno che è emigrato negli USA perché il Messico non bastava a contenergli l’ego, si è sempre adorato da matti. E quando Hollywood lo ha consacrato come Pluripremiato Grand’autore Contemporaneo, lui non c’ha visto più, cominciando un gioco al rilancio di atteggiamenti e dichiarazioni che partivano dalla boria standard per arrivare al puro delirio messianico. Perché quando dici che il tuo ultimo film «dovrebbe essere proiettato in un tempio», è chiaro che non hai più il controllo dei tuoi limiti, e non avere il controllo dei propri limiti porta a due conseguenze: primo, che da semplice narcisista finisci per diventare una sorta di deformazione grottesca di te stesso, un “personaggio del narcisista” più grande del vero. Seconda conseguenza, tautologica: se ti senti onnipotente credi di poter fare qualunque cosa.
The Revenant è un film che solo uno come Iñárritu a questo punto della carriera poteva girare: un’impresa colossale, per la quale non era sufficiente avere ambizioni smodate – bisognava avere la certezza sborona di concretizzarle. Da buon sedicente onnipotente, Iñárritu ha prodotto una creatura a propria immagine e somiglianza: egocentrica certo, innamorata di sé, supremamente convinta della propria importanza e in fondo più vuota di quel che crede di essere – ma anche, va detto, capace di cose enormi in virtù della sua stessa tracotanza.

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“Guardate! Cammino sulle acque!”.

La storia di The Revenant la conoscete: tratta da un romanzo di Michael Punke ispirato a sua volta a una storia vera, parla di Hugh Glass, cacciatore e uomo di frontiera, che viene sbranato da un orso e abbandonato moribondo dai suoi compagni. Ma Glass non è morto, e si mette ad arrancare sanguinolento nel Grande Nord per vendicarsi di chi lo ha vigliaccamente tradito.
La storia del dietro le quinte di The Revenant, forse conoscete anche quella: un regista con le manie di grandezza schiavizza per mesi un’intera troupe costringendola a girare in location assurdamente impervie, tra gente che si ammala, ammutinamenti, geloni, disagi oltre ogni dire, Iñárritu che tratta male tutti perché io sono Dio e qui si fa come dico io, Tom Hardy che arriva a tanto così dal corcarlo di schiaffi, e tutti che tifano per Tom Hardy.
Entrambe le storie sono storie di imprese impossibili, volontà ferree, paesaggi remoti e gente che sta male sul serio. Ma se la seconda storia ha tutte le caratteristiche dell’Alejandro González Insopportábile di cui abbiamo appena parlato, la prima spicca per novità. La vicenda di Hugh Glass, infatti, è scarna e lineare quant’altre mai, con pochissimi personaggi che parlano poco o nulla, e anche quando aprono bocca è quasi solo per urlare, sbranare o leccare fiocchi di neve. Non sappiamo se la scelta di girare The Revenant sia nata dal desiderio di Iñárritu di mostrarci quanto è versatile; quel che è certo è che per affrontare questo film il messicano ha dovuto abbandonare molti dei suoi marchi di fabbrica più fastidiosi. Niente più nugoli di personaggi, intrecci meccanici di trame e sottotrame, calderoni di grandi temi finto-grandi, finto-riflessioni finto-profonde, finto-introspezioni finto-dolenti. Solo un pugno di carne da macello nella natura cattiva, e un sacco di modi spettacolari per riprendere il tutto con virtuosismo superpiù.
Insomma, se vedendo Birdman vi siete detti «Chissà cosa verrebbe fuori se questo regista così tecnicamente dotato girasse un film di avventura pura, o anche solo qualcosa di simile», ecco, The Revenant è quel che fa per voi.

PUM!

PUM!

Ricordate quando dicevamo che Iñárritu esige di realizzare cose impossibili? Ecco, il bello di questo approccio è che, se funziona anche solo una volta, poi tu spettatore ti ritrovi a guardare cose impossibili. NON È POSSIBILE quella scena iniziale con l’attacco dei nativi ripreso in quel modo, con la macchina da presa che avanza, cade a terra, sfiora le frecce, segue gente che precipita dagli alberi, va sott’acqua, sale a cavallo, viene disarcionata, vola. NON È POSSIBILE quel piano infinito con l’attacco dell’orso, che non stacca mai dagli sbrandellamenti e non distoglie mai lo sguardo, e va bene la CGI ma io non ho mica capito come l’hanno girata. Quanto tempo è passato dall’ultima volta che non avete capito come sono riusciti a girare una scena? NON È POSSIBILE che la macchina da presa si avvicini a un cavallo in corsa e poi si attacchi alla schiena dell’uomo in groppa, spostandosi di qua e di là a mostrare gli inseguitori.
Certo aiuta avere Emmanuel Lubezki, uno che dopo Malick, Cuaròn e Birdman ha fatto dell’impossibile la sua specialità. Questo film è il suo show e lui lo sa benissimo, creando movimenti di macchina che prima non esistevano, avvicinandosi ai minimi microscopici raccapriccianti dettagli dei corpi e poi abbracciando paesaggi immensi ripresi tutti con luce naturale, quasi sempre al crepuscolo, con qualche sparuto fuoco e i cieli giganti tutti blu. La meraviglia del virtuosismo tecnico, unita al realismo della luce e alla totale novità delle location creano un effetto di potenza straniante che trascende il racconto e gli attori (elementi sui quali – se notate – non ho ancora scritto una virgola) e fanno di The Revenant uno di quei film che ti mostrano qualcosa che non sapevi di poter vedere.
Delirio di onnipotenza, presunzione, sì: ma intanto era da Aguirre che non si vedeva una natura così indiscutibilmente reale eppure così inedita, luoghi che il cinema non aveva mai toccato, luoghi che – mi spiego meglio – si vede e si sente che tutta la crew s’è fatta un culo della madonna per arrivarci. Quella cascata ghiacciata con loro che attraversano il fiume, quel bosco allagato della primissima scena che è una cosa che proprio naturalisticamente non ha senso eppure esiste, sono scenari che valgono cento Antartidi ricreati al Sestrière o a dieci chilometri dall’aeroporto di Reykjavík. L’apparato visivo di The Revenant è ben di più del solito “bella la fotografia” che ti piace dire per aprire bocca. SEI SCEMO se esci da questo film dicendo “bella la fotografia”. “Bella la fotografia” lo dici alla nonna quando guardi l’album della comunione. Questo è un livello nuovo, un’impresa gigantesca in luoghi giganteschi che si riflettono in un’esperienza – vedere The Revenant al cinema – che non vi era mai capitata prima. Punto.

Salutiamo i paragoni con Herzog perché scendono tutti a questa fermata

Salutiamo i paragoni con Herzog perché scendono tutti a questa fermata

Io sono di parte, lo ammetto, perché se mi inizi a fare cento piani sequenza matti in luoghi ghiacciati e remoti mi hai già praticamente nutrito di tutto quello di cui mi nutro – e non dimentichiamo il lato Calcista della fazenda: uomini duri, selvaggi rocciosi, vita di stenti, morsi di orsi, gente che muore a grappoli in sequenze d’azione spettacolari, cruente e girate come ho detto sopra. The Revenant, fosse per lui, sarebbe solo un (north-)western laconico e solitario, un crudo film d’avventure con una trama scarna e semplice fino all’estremo.
Ma The Revenant, ahilui, rimane comunque un film diretto da Iñárritu, e Iñárritu da bambino non voleva fare l’avventura, Iñárritu voleva fare la poesia. Iñárritu, quando sente parlare di cinema di genere, mette subito mano a Lubezki e gli fa inquadrare gli alberi dal basso col frusciar del vento in sottofondo (quello che Malick chiama «il solito, grazie»). Iñárritu è uno che ha scritto un intero film per insegnarci che gli attori che interpretano i film di supereroi in fondo in fondo son persone pure loro. Iñárritu si sente superiore a queste cose da decerebrati. E me lo vedo, lì in Alaska, che cammina pensoso avanti e indietro nella neve fino a creare un solco a forma di cerchio, come Zio Paperone. Iñárritu è tormentato. «Ci vuole qualche squarcio onirico», dice. «Ci vuole la dilatazione dei tempi».
Per quanto riguarda gli squarci onirici, beh, pensavo peggio. Ce ne sono alcuni, Glass che sogna la moglie morta, roba che passa in fretta. Dopotutto ci sono i nativi americani, mi sarei pure preoccupato se non fosse uscito fuori un po’ di misticismo a pera con i sussurri evocativi.
Il problema, semmai, sta nel fatto che Iñárritu cerca a tutti i costi di caricare di POESIA (tutto maiuscolo) e di SIGNIFICATI (tutti maiuscoli) un film che sarebbe molto più sempliciotto di quanto il suo regista non voglia ammettere. Il problema, per farla breve, è il protagonista.
E per protagonista non intendo DiCaprio, intendo Hugh Glass.

A dangerous method

A dangerous method

Costantemente in bilico tra la ricerca di una crudezza oggettiva ed esasperata (i dettagli, il sangue, la terra, lo sporco, le caccole) e l’aspirazione a una soggettività deformata e quasi fantastica (le allucinazioni, i piani sequenza impossibili, i simboli, gli alci che sembrano apparizioni della principessa Mononoke), The Revenant ricerca il massimo del lirico nel massimo del terreno – un’ambizione ammirevole, ma in fin dei conti fallita per eccesso di presunzione. Nelle intenzioni del suo autore, è evidente che The Revenant doveva reggersi interamente su Hugh Glass. Tutta la storia è filtrata attraverso lo sguardo del suo protagonista – la trama segue quasi esclusivamente Glass, è per Glass che dobbiamo tifare, sono le sue ferite che vediamo, le sue allucinazioni che alluciniamo, è alla sua nuca o alla sua faccia a cui la macchina da presa sta quasi sempre appiccicata, eccetera. Ma chi è Glass, a parte “uno che ha freddo ed è molto incazzato”? Oltre a grandi rantoli e strabuzzar d’occhi, cosa c’è?
Tutti a dire: che ruolo ingrato e impegnativo, per il povero DiCaprio! Sì, eccome, ma mica per le lunghe camminate nella neve o i tuffi nei fiumi gelati; ingrato perché il personaggio è davvero inconsistente e il povero Leo non ha niente a cui aggrapparsi per renderlo interessante – può solo tendere fortissimo i muscoli del collo e prodigarsi in un sacco di stunt repellenti, alla mercé di un regista che confonde la grandezza epica con l’inquadrare molto a lungo e molto da vicino un uomo che sta molto male. In alcuni momenti il respiro di DiCaprio arriva addirittura ad appannare la lente della telecamera. FIATO D’ARTISTA! Ma quella di DiCaprio, più che un’interpretazione, è la puntata di Jackass meglio fotografata della storia del cinema («Hi, I’m Le-o and this is the RAW FISH BREAKFAST!»). Già ho l’impressione che recitare con il corpo non sia il punto di forza di un attore come lui, che eccelle nelle sfumature e nelle caratterizzazioni sottili; se poi il personaggio è solo un fascio di nervi e ossa rotte, senza praticamente alcuna battuta in copione che non sia «ARGH» e «GNAM GNAM», temo che l’impresa diventi fisicamente impossibile per chiunque. Sicuramente Iñárritu si era prefisso di dipingere Glass come un simbolo universale, ma lo ha reso a malapena un individuo. «L’umano anelito alla sopravvivenza, la maestà della natura bellissima e terribile: per spiegarvi tutto questo, inquadrerò dei ruscelli».
In tutto ciò, il solo a emergere realmente è il Fitzgerald di Tom Hardy, un cattivo per opportunismo e necessità, senza rancore, specchio e prodotto perfetto del mondo in cui vive. È lui l’unico personaggio con un minimo di consistenza, e ovviamente Hardy se lo bofonchia di gusto come piace fare a lui, serio e incazzato, a biascicare il concetto di dizione e sputarlo sui sassi tra filacci di catarro. Guardatelo durante l’attacco iniziale, quando afferra le matasse di pelli e si mette a scappare a falcate ignorantissime, ginocchioni alti, animale: questo è avere la fisicità perfetta per un ruolo del genere, questo è creare e abitare un personaggio anziché impegnarsi tantissimo per recitarne uno.

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È aspettare l’aurora / per farlo ancora / la fisicità

Dividiamoci in due gruppi.
Di là ci sono quelli che Iñárritu l’hanno sempre amato. Dopo The Revenant sono diventati facilissimi da riconoscere: camminano per le strade a gruppetti, facendo i bulli come in Arancia Meccanica. Se ti vedono sorridere ti piantano una sprangata nella pancia, ti dicono «Tu non sai cos’è il vero dolore». Ti lasciano lì ad arrancare. Aprono bancarelle al mercato in cui vendono grandi temi al trancio e sacchettate di significati. Si introducono nelle case altrui per svitare le lampadine: «Solo luce naturale».
Di qua ci sono quelli che Iñárritu non l’hanno mai potuto soffrire, e io faccio parte di questo gruppo. Dopo The Revenant, che cosa è cambiato tra di noi? Per la frangia oltranzista, non è cambiato niente. Troppa finta poesia, troppa noia, troppa spocchia. C’è chi non gli perdona l’approccio estetizzante al mito della frontiera, e li capisco. Anche nella sua versione nordico-laconica, è sempre il solito Iñárritu che ti tampina come un imbonitore insistente che non vuole denaro, ma vuole sentirsi dire che è bravo.
Io, personalmente, sono soddisfatto. The Revenant sono due ore e mezza di Iñárritu che, fiducioso nello strapotere della sua visione e sorretto da una squadra di tecnici impressionanti, sfoga tutto il suo virtuosismo raggiungendo livelli di spettacolo e di meraviglia epocali. Sul resto, per stavolta, ci passo sopra. Stavolta all’imbonitore glielo dico, che è bravo.
Ma che sia l’ultima volta, ok?

90

“Copriti bene”

DVD-quote suggerita:

«MAMMAMIA CHE DOLOOOREEE»
(Luotto Preminger, i400calci.com)

>> IMDb | Trailer

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209 Commenti

  1. Gnomo Speleologo

    È la recensione più chiara e precisa che abbia letto di questo film.
    Praticamente le stesse cose che pensavo durante tutto il film: all’ennesimo svarione onirico con la moglie di Glass immersa in un campo primaverile ho cominciato a ridere nevrastenico.
    Comunque quanto vorrei vedere questo squadrone supremo di tecnici su una trasposizione de “Meridiano di sangue” di McCarthy. Regista diverso, però.

  2. fre.

    Più di così. c’è solo il darsi fuoco a favor di telecamera.
    Già immagino la commozione generale all’Oscar postumo per la sua interpretazione di Giovanna d’Arco.

  3. Giordy

    “gli alci che sembrano apparizioni della principessa Mononoke”… è lo stesso commento che ha fatto mia figlia (sedicenne)!
    Cmq, lui che dorme nella carcassa del cavallo è presa paro paro da Dersu Uzala (diciamo che è un omaggio a Kurosawa)…

  4. Schiaffi

    Di inarritu non ho visto nulla e fino alla visione di revenant non l’avevo mai neanche sentito nominare, il film l’ho trovato una bomba, la rece impeccabile e i commenti la solita merda sciolta spocchiosa inconcludente come ormai da prassi.
    “le400noie.sad” sarebbe + in linea con la situazione attuale.

  5. Ang Lee Birds

    Evviva Luotto, tvb

    Bha, le polemiche sul fatto che non ci sia una storia mi paiono eccessive. Per non parlare di come ve la menate a giorni alterni quando i personaggi non sono profondi, caratterizzati a dovere etc.
    Io il film l’ho visto cosi: i protagonisti sono tagliati con l’accetta ;) perchè figli di un mondo e di un tempo in cui le persone erano cosi, non tutte ovvio ma sicuramente ad un cacciatori di pellame non era richiesta una grossa profondità d’animo o di pensiero. Quelli pensavano solo a non morire, non morire male, fare dollari scuoiando animali, non morire accisi dagli indiani. Tutto ciò in un ambiente che ti vuole uccidere quasi sempre e comunque.. vedete un po’ voi se uno ha tempo per dialogare delle sue scelte o ponderarne qualcuna. Un po’ come mamma orsa che fa i grattini a buon Leo per una e unica ragione: “sei a troppi pochi metri da mio figlio quindi ti sdradico dalla terra, dude”. Niente di più. Quindi anche i protagonisti umani seguono le stesse regole: poche e semplici direttive li spingono a compiere le azioni che raccontano il film. Io li ho visti cosi, poco più che animali in un luogo adatto solo agli animali. E il film me lo son goduto

  6. Nessuno

    Con Hardy nella parte del protagonista sarebbe passato alla storia, così verrà ricordato solo per il film con cui Di Caprio immeritatamente vinse l’oscar o il film in cui nonostante sia sempre inquadrato non gliela fa neanche stavolta.

    Come rovinare tutto con una pessima scelta di casting, bastava rovesciare i ruoli.

  7. La questione della “storia” a molti non sembra chiara, eppure è banale: il focus del film è la sopravvivenza di Di Caprio, quindi è evidente che deve sopravvivere almeno fino a dieci minuti dalla fine altrimenti il film finisce prima. E’ la stessa cosa di Gravity o The Martian: che i protagonisti si salvino o no alla fine (non spoilero), che comunque in quanto protagonisti alla fine ci debbano arrivare e quindi NON POSSANO morire al minuto 25 o 55 è scontato per tutti fin dall’inizio. In Revenant c’è anche la vendetta, ma quest’ultima appunto è subordinata alla sopravvivenza.

    Ora, come tieni in vita l’attenzione di uno spettatore che per forza conosce già tutto il film tranne gli ultimi minuti? Qui entra in scena il genere, con tutte le sue regole di costruzione della tensione che ti fanno dimenticare che il protagonista è “intoccabile” fino al finale.

    Ecco, Inarritu se ne strafotte di tutto ciò: dopo l’ottimo inizio, che poteva aprire un film mille volte più interessante (la sopravvivenza di un gruppo e non di un singolo, dove non si sa chi e come muore per strada), il film è letteralmente la performance di un attore che si trascina nella merda per due ore e della troupe che si trascina nella merda per riprenderlo. Nient’altro. C’è qualche scenetta sbrigativa (es. l’inseguimento degli indiani) messa lì solo per esibire ulteriori virtuosismi ma senza un reale impatto tranne il “wow guarda come muove la telecamera”.

    Inoltre se in Gravity o The Martian (ma potrei citare mille altri esempi) c’è la costruzione di un’empatia umana verso i personaggi, mostrando i loro sbagli, le loro debolezze, la loro forza di rialzarsi dopo una caduta, in Revenant il protagonista è un cazzo di superuomo monolitico indistruttibile, quasi uno zombie (revenant appunto), verso cui è impossibile provare la benché minima identificazione.

    E quindi si torna al punto di partenza: Revenant è affascinante PER UN PO’ come performance artistica, ma finito questo po’ (per me intorno alla mezz’ora) poi – senza la sostanza delle regola di genere – diventa solo la sofferenza del bambino in gita scolastica al museo, che magari all’inizio rimane incantato davanti ai quadri e alle sculture, ma poi viene costretto a restare a guardarli troppo a lungo e subentra inevitabilmente la noia.

    • Magimax

      Grazie, prima di questo commento mi sentivo solo, quando ho detto più o meno le stesse cose a fine film mi han tutti guardato male.

    • Alessandro

      Ottimo commento, anche secondo me il film lascia questo, una mezz’ora di bellissime riprese ma con nessuna consistenza della trama e di un protagonista TROPPO indistruttibile.

  8. gatsu io gatsu io

    Per me è un ni….
    Nei primi venti minuti ho quasi avuto un orgasmo pensavo di essere di fronte ad un secondo”l’ultimo dei mohicani”con leo che riguadagnata la voce sarebbe corso verso Hardy gridando “hai ucciso mio figlio!!!!” prima di spaccargli il calcio del fucile in testa….. Poi il film a mio dire si addormenta dite quello che volete ma i 40 minuti di visioni per me sono superflui ed inutili ai fini della trama ma sembrano un mero esercizio stilistico del regista.
    Io non sono riuscito ad apprezzarlo se non dal punto di vista visivo non mi sono immedesimato nel protagonista non ho fatto il tifo per lui perché raggiungesse la sua vendetta anzi ho amato talmente Hardy che per un po ho sperato che non morisse o che cmq la passasse liscia.
    Secondo me è un grosso limite del film e sono arrivato in sala dopo aver letto il libro e abbastanza pompato da “uomo bianco va col tuo dio” solo per poi vedere chiese diroccate e piramidi di teschi di bisonti….

  9. Ruper Tevere

    Recensione perfetta e sono con Darkskywriter quando dice, soprattutto, come Inarritu se ne strafotta delle regole per mantere viva la tensione e rompe le palle. Se non fosse che la recensione chirurgica esigeva complimenti, non avevo neppure voglia di commentare.

  10. Ruper Tevere

    “No, un’altra scena di lui che striscia no..”

  11. Steven Senegal

    film della madonna visto 2 volte. Son contento di non dovermi fare le seghe mentali sul regista (che tra parentesi più della metà dei critici mi pare conoscessero già, quindi le regole del gioco erano già chiare, si traccia na linea e si pensa al film. Che poi giustamente può piacere o meno) quoto tutto ang lee birds su in alto
    lol ma ve la ricordate la cosa che era uscita nei rumors pre uscita che l’orso abusava sessualmente di di caprio 2 volte? io ancora rido
    e bravo l’orso

  12. Ariel

    Bella la fotografia. Era un sito meraviglioso, mo stiamo ai deliri di onnipotenza. Giudizio condivisibile peraltro, ma che articolaccio.

    • Per curiosità: c’è una motivazione per dire “che articolaccio” e parlare di “deliri di onnipotenza”? O semplicemente, siccome il film non è il capolavoro che ci si aspetta, è la recensione a sbagliare?
      Sono sinceramente curioso, davvero

    • Odradek

      Dico la mia: perché se la menano tanto coi “calci”, ma poi un film con delle scene di battaglia girate in maniera strabiliante e una lotta con un orso (!) viene spernacchiato perché il regista è pieno di se e si piace molto (sta sulle palle pure a me, ma chissenefrega)

    • Ariel

      Perché trovo completamente sballata l’impostazione. Del tutto. Intanto BELLA LA FOTOGRAFIA la usiamo proprio per un film del genere. Io capisco il giocare con/punzecchiare il lettore in tutta una serie di articoli (vedi il rewatch di Star Wars) ma se vogliamo darci un tono -intendo, volete- non è da scemi commentare BELLA FOTOGRAFIA. Straordinaria, mai vista, tutto quello che volete ma sulla precisione del termine, ad esempio, chissencula? Che poi tante righe per scriverlo, solo con *gustosa* finezza. Da scemi è puntualizzarlo, soprattutto se poi si prende una cantonata enorme con la chiusura su Hugh Grass: l’articolo allude continuamente alla piattezza della vita di ‘sto poraccio ponendola in clamorosa antitesi alle velleità spirituali del regista messicano. Perché? In realtà è proprio sullo sfondo di questa semplicità che il film può acquisire una profondità diversa. Non c’è un personaggio, c’è finalmente un cazzo di uomo. Che poi stia sulle palle l’atteggiamento con cui Innarritu ci arriva è tutto un altro discorso, che l’antipatia del personaggio sia sconfinante anche, che il film alla lunga palloso pure. Due battute in più, un personaggio con cui scambiare due chiacchiere sulla vita passata piuttosto che il SOGNO O LA VISIONE AD OGNI COSTO ci sta ma onestamente non sta nella piattezza del personaggio il problema, ma altrove.

    • Bud Spacey

      eh ma Luotto non è la prima volta che gioca con/punzecchia il lettore risultando fastidioso. E ogni riferimento al Lucca Comics è puramente casuale. E’ il suo modo di fare le gag. E’ l’Innarritu dei 400calci

    • Ariel

      Pensa che soddisfazione

  13. Giorgissimo

    Non sono proprio d’accordo al 100% ma credo che la recensione rispecchi ciò che ho provato mentre guardavo il film: spettacolo di luoghi, sensazioni, messe in scena impossibili, combattimenti eccezionali, diretti magistralmente e da fare cadere la mascella, truculenti, veloci e chiari. Tom Hardy eccezionale, DiCaprio così così: concordo col fatto che il problema è il personaggio piatto, non lui. Non avevo colto la somiglianza con Jackass, mi ricordava piu Castaway senza Wilson…
    In ogni caso non mi sono annoiato per nulla, avrei solo preferito meno scene con DiCaprio sofferente e che fa schifezze e magari una trama un po piu interessante: a me DiCaprio che grugnisce, mangia merda e dorme nelle viscere non ha detto proprio nulla, se non: “che palle”….

  14. Steven Senegal

    ma alla fine, visto che il post sul trailer era collegiale, come l’ha preso la redazione sto film?
    I nomi non servono, fuori quanti “Sì” e quanti “NO”.
    Due NO e un Sì so già di poterli contare

  15. tetraidrocannabinolo

    Il problema su cui si è glissato, in questo ambaradàn di parole in libertà (o insalata di parole, per essere più tecnici in campo psichiatrico) è: a chi dare l’oscar per il miglior attore? All’orso di Masha o all’orsa che ravana il revenant?
    Vaghe stelle dell’orsa io non credea Tornare ancor per uso a contemplarvi. E Bear Grylls, che di orsi, nomen omen, se ne intende, e pure di sopravvivenza a mangiare carogne, che ne direbbe? Perchè un conto è ballare coi lupi, un altro fare un valzer con un plantigrado. Ma la musica allora potrebbe essere, più che un violoncello islandese, un dueling banjo hillbilly.

  16. Steven Segallo

    Ottima recensione ma troppo lunga. Inorriditu merita meno spazio. Dai, ormai l’abbiamo inquadrato: è il Christopher Nolan degli alfabetizzati, di quelli troppo vecchi o scolarizzati per bersi le bambinate di Interstellar o la “trama complessissima” di Inception (sigh!), abbastanza convinti per due ore da esegeti al cinema del centro e sbrodolamento del tutto all’enoteca che ne segue ma non abbastanza per mettersi davvero sotto con la materia.
    Va bene lodare/irridere la sboronaggine ignorante di questo filmetto, serve anche a far risaltare di più il tema di fondo del blog, ovvero la supremazia del grande cinema d’azione sugli pseudo -“aggiungere sostantivo con tredici sillabe” delle pellicole fintamente impegnate e post qualunque cosa, che buttano due ore e mezza di pochezza sullo schermo per tentare per sfinimento di convincerti che hanno qualcosa da dire, ma rispetto ai precedenti questo film ha demeriti più grandi, molto più grandi, specialmente perché tutto sommato in Birdman ti confronti con altro accademismo e quindi già di default ci stanno le pippette tra compagni di vernissage, mentre qui ti vai a mettere contro gente di livello differente, e lo spettatore non è scemo. Non parlo nemmeno di Kurosawa se no mi piange il cuore (se non per dire che oltre ad essere un gigante i film di menarsi li ha quasi inventati da solo), ma almeno un Corvo Rosso te lo puoi guardare, e capire perché Redford, anche se non c’entrava niente con quel mondo come Di Caprio, era molto più in parte di lui, e quando era incazzato la faccia era come un libro di mille pagine e ti montava anche a te una rabbia e una fame di vendetta che poi ti sentivi in colpa per un mese.
    Film che non si salva, nemmeno per quello per cui si salva. Prima mi stai 3 quarti d’ora sulla ghigna di DiCaprio in piano sequenza e poi mi fai vedere gli alberi dall’elicottero… E allora?? Prima mi stai sulla spietatezza della natura e poi tac: panoramino da vacanza allo Yellowstone al tramonto. Eh la natura, che roba eh, vah che roba, prima è dura e poi è maestosa, beccati che pensierone che ho avuto. Eh no, su. Vogliamo parlare della pochezza dei dialoghi? Il peggiore in assoluto quello finale. SPOILER. Ma nemmeno tanto. Lo sappiamo tutti che vi dovete ammazzare a dita nelle orbite, sono due ore e mezza che la menate e Uomo bianco va col tuo Dio l’abbiamo visto. Lo so io, lo sa la mia morosa incazzata di fianco a me, lo sanno tutti, lo sai te DiCaprio e lo sa anche Bane, che cosa cazzo vi chiacchierate a fare sulla vendetta, con frasette da due soldi? Scannatevi e basta, che cazzo, e poi che significa “La vendetta è nelle mani di Dio?” Comodo dopo che lo hai già lasciato moribondo in riva a un fiume gelato nel mezzo del niente dare le responsabilità a Dio. Massì, ti perdono, sei un ragazzo a posto, io sono superiore a ste cose della vendetta, Family Day, cancella il debito!
    Il film è odioso. Se non lo posso affossare è per un motivo. Che si dipana un po’ per tutto il film, ma ha il fulcro in una scena.
    SPOILER.
    Quando DiCaprio arriva al campo sfinito e lo lavano, c’è lui a torso nudo nella bacinella calda. Tipo Trinità quando faceva fuori le saponette ma molto peggio, mi scuso se ho citato un film così grande recensendo un film così piccolo.
    La cosa bella qual’è. Che DiCaprio non ci si è messo neanche 20 minuti ad entrare nel personaggio. Christian Bale l’avresti visto magro come un chiodo, fascio di nervi e vecchie cicatrici, scarno, la pelle abrasa dal freddo, curvo, fiero e potente. DiCaprio sembra me dopo una visita dal proctologo. Un fisico del genere nella storia dell’umanità non è mai esistito fino al secondo dopoguerra, e non ci credo che l’abbiano lasciata così e basta. Quella scena è il manifesto del film, sono DiCaprio/Inarritu che ti urlano: “Vaffanculo, sei qui per vedere me, DiCaprinarritu, non per vedere Hugh Comesichiama, chi se lo incula quello, chi se li incula gli indiani, chi se lo incula Tom Hardy, sei qui per vedere su Dagospia quanto è figa la tipa che mi sto facendo in questo periodo sul mio yacht fuori Posillipo, sei qui perché la fotografia, sei qui perché sai che il soprannome di quello là è Chivo, sei qui perché siamo dei gran fighi col sigaro e tu ci vuoi vedere fare l’elicottero col pisello.
    E questo, oggettivamente, non posso non ammirarlo.

    • asoggetti

      …cos’è che non puoi non ammirare? il pisello di chi??

    • Imperatrice Pucciosa

      ecco hai centrato in pieno l’essenza del cinema di inarritu: l’elicottero con il pisello. La cifra della sua poetica

  17. Odradek

    Se volete sentire una bella storia andate al bar (o in un commissariato, consigliava Céline), il cinema è un’esperienza estetica e veder liquidato questo film con un “bella fotografia” è agghiacciante

  18. Giòn Connor
  19. Simone

    D’accordo con la recensione e aggiungo che secondo me si è troppo severi in certi commenti: bel film, sicuramente non da oscar, ma con ottime scene (l’attacco iniziale, l’orso e altre cose sono fatte benissimo), grande atmosfera (oltre ai già citati paesaggi naturali aggiungo il villaggio indiano “invaso” dai cinghiali, che a voler essere pignoli neanche ci sono in Nord America) e sicuramente una bella regia. Tolte le fastidiose scene oniriche il maggior difetto per me è di Caprio, ho pensato le stesse cose che si dicono nella recensione, e comunque non so voi, ma a me, più che un trapper vero e prorio, mi è sembrato più “di Caprio che fa finta di essere un trapper” non so se mi spiego.

  20. Gridelli

    E fare una colletta per pagare gli studi all’autore di questo pezzo ?

  21. venerabilejorge

    Film magnifico, che deve molto alla poetica di Malick. Di Caprio straordinario, checché ne dicano in molti (e decisamente superiore a Hardy, il quale in passato ha fatto molto meglio). Quanto alle critiche alla pochezza della storia… io la trovo perfetta, fosse stata più “complessa” il film ne avrebbe risentito in negativo. E comunque, in risposta ai numerosi commenti sul film in questo blog, almeno siate coerenti. Quando uscì Mad Max Fury Road, qualcuno si scagliò contro la quasi assenza di trama, il numero limitatissimo di battute di Hardy e la totale mancanza di sfaccettature del suo personaggio… e giù tutti a dire che l’importante del film era la regia, la fotografia, il desiderio di VENDETTA del protagonista, gli stunt e che in fondo chi se ne frega se in un film della madonna come MMFR la trama èsolo un pretesto (dopotutto, non siamo mica quei critici con gli occhiali…). In questo caso, però, è avvenuto l’esatto opposto…

    • Darko Ramius

      La differenza, secondo me, è che in Fury Road “la trama” il regista te fa vivere con le immagini, così come le sfaccettature dei personaggi (e della società in cui vivono) ti “arriva” con mille piccoli dettagli sparsi lungo il film.
      Qui, a parer mio, c’è Di Caprio “che va in giro” per i boschi grugnendo, ogni tanto si ferma per farsi venire un trip onirico-simbolistico e poi riparte grugnendo. Non c’è niente che ti faccia venire davvero affezzione per lui, o per la sua causa, se non quegli elementi che il regista ti mette lì in modo didascalico.
      Personaggio scritto (ma forse meglio dire rappresentato) male, interpretato perdipiù da un attore sbagliato per il ruolo.
      In merito ad Hardy/DiCaprio per me infatti è esattamente al contrario del tuo pensiero: Qui ad essere grande è Hardy, che si mangia ogni scena in cui appare, e che interpreta un personaggio “reale”, che compie sì azioni deplorevoli, ma figlie di un’opportunismo totalmente coerente al contesto. Non è cattivo, ma solo un meschino cacciatore di pelli che vuole far soldi e continuare a vivere per spenderli. Di Caprio invece molto meglio in altre interpretazioni passate, sicuramente più in linea col suo modo di essere attore (leggasi: film verbosi)

  22. asoggetti

    Cosa vuol dire “paesaggi immensi ripresi tutti con luce naturale”…come si farebbe ad illuminare un paesaggio? E comunque le scene di interni, scarsamente illuminate da qualche candela le hanno girate anche in Barry Lyndon…40 anni fa. A me il film non convince: BELLA LA FOTOGRAFIA, belli i paesaggi immensi ripresi tutti con luce naturale, MA LA STORIA E IL CAPRIO FANNO CAGARE

  23. Giòn Connor

    Altra roba da bimbiminkia….. ulteriore conferma.

  24. Giòn Connor

    Altra roba da bimbiminkia….. ulteriore conferma….

  25. Giòn Connor

    Scusate, per il gestore 2 commenti da cancellare qui, compreso questo

  26. ElenaSilvia

    e quindi l’oscar lo vincerà Hardy.

  27. Bradlice Cooper

    Ho trovato Di Caprio clamorosamente fuori parte. Ha ragione Luotto a dire che il personaggio è inconsistente, ma se vuoi reggere un film solo fisicamente e visivamente non puoi dare la parte di un trapper che sopravvive a un combattimento con un orso trascinandosi nella neve per settimane a un belloccio con i denti perfetti e il fisichino di una persona normale. Leo ha carisma, buca lo schermo, e ci mette una voglia e un’energia pazzesca, ma davvero non è in grado di incarnare l’uomo / l’eroe che il perno di tutto il film. Tom Hardy paradossalmente sarebbe stato molto più indicato – e non è un caso che per me il film decollava solo nelle scene con Hardy, possente.
    Di Caprio secondo me non riesce mai a padroneggiare compiutamente un personaggio: ogni volta non vedo il personaggio, ma vedo Di Caprio che si danna l’anima per interpretare un personaggio. La resa drammaturgica resta sempre fredda. E’ successo in Django, è successo qua. Da ragazzino (Romeo, Titanic) era talmente bello che bastava quello a dare vita al carattere, ma da adulto mi sembra che gli sia rimasto solo lo sguardo magnetico, il bel viso, e poco altro.

  28. Dr. Stranamorte

    Fino allo scontro con l’orso è un film pazzesco. L’attacco degli indiani all’inizio è roba spessissima, con tutta quella gente morta male e quei cazzo di piani sequenza che ti danno l’impressione di stare al centro della battaglia e di doverti guardare le spalle. Che roba! L’ego di Inarritu al servizio dell’azione fa venire la pelle d’oca. Se il film avesse continuato su questi livelli avremmo avuto un capolavoro.

    Invece poi crolla un po’ tutto. Sì, la regia rimane di alti livelli e anche la fotografia ovviamente (ma ad una certa ‘sti cazzi della fotografia). Il fatto è che il film è impostato in un certo modo: la luce naturale, la sofferenza, lo sguardo d’Autore, “tratto da una storia vera”, eccetera. Mentre invece la trama richiederebbe un’altra impostazione che è quella del film di genere; altrimenti come me lo spieghi che

    SPOILER SPOILER
    Glass sopravviva alle ferite? Che di giorno in giorno, nel gelo dell’inverno, invece di indebolirsi, addirittura miracolosamente la gamba gli si rimetta a posto? Che riesca infine a tener testa, nello scontro finale, ad un uomo forte e sano come Fitzgerald?
    FINE SPOILER

    E’ chiaro che non mi farei tutte queste domande se fosse un film di genere. Ma per essere un film di genere c’è bisogno dell’intrattenimento e qui proprio non ne vedo.
    In Unforgiven, Eastwood prende il genere western (classico e italiano) e lo trasforma, ci gioca, un po’ emoziona e un po’ diverte. Qua Inarritu invece sembra prendere diversi generi e svuotarli del tutto. Lo stesso Glass è un personaggio vuoto, si fa anche fatica a fare il tifo per lui.

    Peccato perché, ripeto, un regista con queste capacità, se abbandonasse le pippe mentali, tirerebbe fuori filmoni pazzeschi.

    • Maiti Gion

      Per quello che conta, ti quoto in tutto.
      E aggiungo: io l’ho trovato magnifico nelle scene di battaglia, superlativo nelle inquadrature lunghe, i fiumi i boschi ecc. La scena dell’Orsa è semplicemente stupenda (dalla stessa radice di “stupore” e “stupefacente”).
      Tutta la parte centrale del film però è una sofferenza, le scene oniriche semplicemente inutili. Se fosse durato sui 90/100 minuti sarebbe stato perfetto, invece dura ben più di 2 ore.

  29. Zen My Ass

    Per chi sa leggere l’Inglese, ottima intervista a Tom Hardy in cui descrive il lavoro fatto per The Revenant e la sua carriera.

    http://www.avclub.com/article/tom-hardy-talks-revenant-character-actors-and-play-230253

  30. Michael Knight Shyamalan

    Gran film. Volevo scrivere capolavoro, ma non lo scriverò…capolavoro. L’attacco all’accampamento, la scena dell’orso….la carrozzina, gli occhi della madre. Tutto molto bello. “Per come la vedo io ” Di Caprio deve fare incetta di oscar. Se posso, sommessamente, muovere una critica (che in realtà poi non lo è) a questo fantastico portale di cinema (ho incorniciato la recensione di “Prometheus” tanto per dirne una): non si possono leggere frasi del tipo “Tim Burton non ha talento” e “Stallone è immenso”. Sull’ultima fatica di Sly mi verrebbe voglia di scrivere l’ormai inflazionata battuta di Rocchio “ha i pugni nelle mani”…..anche questa, per pudore, non la scriverò. Ma restiamo sempre sul piano del “per come la vedo io”. Per il resto Dio benedica i400calci.

  31. Gina Lollorigida

    Per me ‘sto Inarritu (lo scrivo come lo dico) equivaleva a un Muccino nella fase “sono stato adottato da Hollywood”. Sette anime e 21 grammi. Insomma un loffio che si nutre delle lacrime del suo pubblico. Ora mi fa schifo un po’ meno. Non tanto per Di Caprio, ma per Tom Hardy, per il magnifico orso finto ma “come cavolo ha fatto” e per le altre cose che hai detto.
    Grande recensione.

  32. samuel paidinfuller

    che il film abbia dei problemi mi pare evidente altrimenti saresti così incantato da non trovarti a borbottare cose tipo “se vabbè!! 10 minuti fa strisciava per terra con il piede rotto e adesso zompa al volo in groppa al cavallo”.

    la parte non strettamente autoriale però fila molto bene (i personaggi, soprattutto Tommy, le scene di azione, il “ma come ha fatto a girare sta scena??” citato da Luotto nella rece, i money shot al grande nord, il lavoro pazzesco fatto sul suono per farti sentire dentro quei posti, ecc).

    sulla parte autoriale invece escono fuori i principali problemi.
    al di là delle parti oniriche (e vabbè…) ho trovato molto fastidioso il dover continuamente sottolineare e esasperare alcune metafore e messaggi (es. il siamo tutti selvaggi, la rinascita di Leo dal grembo della natura, ecc) quasi a dire “non siete abbastanza intelligenti per capirmi!!” oppure “avete visto che robba pazzesca ci ho messo???”

    l’unica cosa autoriale che salvo è proprio l’ultimissima scena in cui lo sguardo di Leo e il respiro che continua quando lo schermo va a nero riprendono in modo elegante e intelligente il monologo iniziale.

  33. Alce glassato

    Non si riesce a fare il tifo per Di Caprio perchè non c’è un personaggio, c’è un uomo malato e puzzolente.
    Il film è bello (a tratti noioso, in effetti); le immagini stupende; Glass ha un fisico da uomo medio sanguinante. Praticamente perfetto!
    Dubito che un Bale insonne avrebbe fatto di meglio.
    Grande Di Caprio e immenso Innarritu.

    p.s. Un regista con un ego più piccolo dell’universo non esiste.

  34. extreme noise terron

    film bellissimo e “teso” al punto giusto, scenari stupendi e Di Caprio fantastico come sempre!

  35. Io ne sono uscito contento. Gli avrebbero fatto bene le sforbiciate, gli avrebbe fatto bene che in mezzo alle scene girate fighe dove ha senso ci fossero dei cazzo di campo-controcampo tranquilli e meno alberi per non estenuare con l'”assolo”, ma nel complesso i pregi hanno superato i difetti, spocchia permettendo.

    Il fatto che questi difetti esistano e che senza la spocchia si sarebbe parlato in termini eroici di “quel film pazzeschissimo dove un regista tudofado ha condotto una troupe come degli eroi nell’inculandia selvaggia dove nessuno è mai giunto prima (quindi in Molise)” piuttosto che di “quel buon film dove il regista è stato così stronzo da trascinare la troupe nel fango e nella merda e Tom Hardy ci aveva troppo ragione a volerlo ammazzareappugni e lasciarlo lì più morto che vivo (in Molise)”, mi lascia solo un piccolo piccolo incazzarammarico, un minuscolo mancarone di gioia, e cioé…

    Ma quanto cazzo meglio starebbe messo ora Inarritu se avesse tolto “vezzo autoriale” dalla sua equazione “Michael Bay con il vezzo autoriale”?

  36. avdf

    Terminata la visione la prima cosa che ho pensato è..”sticazzi”
    In senso positivo, ovviamente.. ma più che per il film nella sua totalità, per tante scene davvero visivamente spettacolari, bellissime, mi sentivo li..solo il caldo del cinema mi riportava alla realtà.

  37. Latte

    SPOILERONI

    Prima parte fino alla scena dell’orso grandiosa. La battaglia dell’incipit è una figatona, praticamente L’ultimo dei Mohicani con l’estetica e la capacità immersiva del Soldato Ryan. Da quando lo ricuciono e cominciano a portarlo in barella è disturbante (sudavo freddo a tratti) e ok come film. Poi gli seccano il figlio e comincia la parte survival : nammerda. Ma come : prima è moribondo e non muove un muscolo, d’un tratto comincia a strisciare, e pure spedito…non date retta a chi dice che il film è Leo che striscia pianissimo…striscia che è un missile, e la scena dopo ha gia fatto un km ed è al fiume…e la scena dopo gia cammina col bastone. Uomo bianco va col tuo dio è uno dei miei traumi cinematografici d’infanzia…li davvero avvertivi la sofferenza e lo sforzo immane di lui per muovere ogni muscolo del suo corpo martoriato in una situazione ambientale avversa…angoscia distillata allo stato puro…e niente, qua poi dorme sempre al freddo sotto la neve a meno 50, e ok. Poi fa il bagno nelle cascate dell’acqua a meno 200…poi si asciuga ? Come si asciuga ? Perchè non congela e muore ? E il piede che si aggiusta da solo. Poi vola giu da uno strapiombo di 200 metri etc. etc. Non c’è la percezione del trascorrere del tempo. Non c’è più la percezione della fatica e del dolore della lotta per la sopravvivenza perchè ormai lui è un cazzo di cyborg e hanno un bel dire sospensione dell’incredulità, e che è un film e non un documentario, e che il cinema è esperienza estetica etc. etc. ma a tutto c’è un limite, qua è ampiamente superato, e doppiato e superato ancora, anche perchè il film si prende maledettamente sul serio. Si mangia un pesce crudo e un fegato, e riprende le forze, in un batter d’occhio. Le malickate oniriche : bella la chiesa diroccata e la piramide di ossa, ma la moglie fluttuante è una cagata tremenda. Poi quando lui arriva al forte e comincia la parte revenge torna un bel film, spettacolare la lotta finale con Tom Hardy (gigantesco, ha ragione chi dice che se magna il film) brutalissima ad accettate e cortellate ovunque, diti tagliati e orecchi masticati. Poi però a sto punto il film è finito, e francamente “La vendetta va lasciata a dio” è pure una presa per il culo. E ok, il film è visivamente-tecnicamente-stilisticamente(pure) mostruoso, non si può liquidarlo con “bella fotografia” perchè visivamente è una mersviglia proprio. Ma poi perchè Inarritu va a dire che il suo film è da proiettare in un tempio, che non è di genere perchè di genere vuol dir generico etc. etc. se poi l’ha fatto più scemo di un marvel-movie ? Chiedo scusa se sono stato prolisso, ma pure il film lo è.

  38. Axel Folle

    Quasi mi guarda aver letto certe dichiarazioni di quel pirlotto di Inarritu. Perché io in sto film ho visto molto cinema di genere, The Revenant mi ha portato alla mente il cinema Peckinpah, quel cinema di genere maschio, sanguigno che indugia sui paesaggi e con dentro una poetica (magari di grana grossa, come per questo film ma pur sempre una poetica)…insomma il miglior cinema di genere. Quindi se le intenzioni si Inarritu erano di elevarlo a chissà cosa lo sa solo lui, no, non ci è riuscito fortunatamente. Perché questo è gran cinema di genere, pur coi suoi tempi dilatati ha un ritmo costante e una costruzione dell’ epica riuscita. Aggiungiamoci un comparto tecnico della e delle prove sartoriali fenomenali e il risultato è di alto livello. E onestamente non pensavo di uscire così soddisfatto, vuoi per l idea che mi sono fatto su Inarritu, vuoi che i suoi film che ho visto non mi sono mai piaciuti particolarmente, insomma fino a 3 ore fa stavo dalla parte dei detrattori. Le uscite oniriche alla fine sono poche e non sono inserimenti fastidiosi anzi, i simbolismi pure me li sono gustati, alla fine sono pensati per avere un loro ruolo ma non sono mai invadenti da riuscire a scavalcare il puro racconto di genere e rimangono un contorno interessante su cui ci si può soffermare ma anche fregarsene bellamente che tanto il gol ce lo si guarda uguale. Gran film.

  39. saccosky

    dopo aver letto la recensione e tutti i vostri commenti ho deciso di rimanere dell’ idea di non dargli neanche un’occhiata. Certe cagate le lascio alla notte degli oscar, dove vengono premiati inevitabilmente i film più brutti, inutili e deprimenti del reame. Buona notte !

    • saccosky

      alla fine l’ho scaricato e ho cercato di guardarlo.
      Finita la scena dell’orsA mi era già venuta un orchite.

  40. Imperatrice Pucciosa

    Io ancora non ho visto dal vivo una persona a cui sia piaciuto questo film. Il generale riassunto è “Di Caprio grugnisce per due ore e in teoria sarebbe dovuto morire molto prima”

  41. Cicciput

    Dunque, io sono nel gruppo dei fan di Inarritu. Birdman è uno dei miei film preferiti in assoluto degli ultimi anni, 21 Grammi lo trovai un bel film come pure mi piacque (molto) Babel, mentre apprezzai meno Amores Perros. Questo Revenant lo metto sotto sia a Babel che a Birdman. Visivamente parlando è magnifico, e Inarritu conferma, non che ce ne fosse bisogno, che gira da dio. Il difetto del film, anzi i difetti, per me sono principalmente due: primo, la scarsità di eventi e caratterizzazione dei personaggi quasi inesistente a tratti fanno a cazzotti con lo stile magniloquente di Inarritu; secondo, Di Caprio (che riconosco essere diventato un grandissimo attore ma personalmente in certi film faccio proprio fatica a inquadrare) a me è sembrato clamorosamente fuori parte. Mentre Hardy mi sembrava perfettamente calato nel contesto, Di Caprio era sempre Di Caprio truccato che strillava e si contorceva. Avrei visto meglio, rimanendo in tema di attori mainstream, un Christian Bale che ha già dimostrato di poter rendere al massimo la fisicità dei suoi personaggi rispetto a un Di Caprio che lavora principalmente col volto.
    Però nel complesso sono uscito dalla sala molto soddisfatto. Sarà che è esattamente il tipo di film che mi aspettavo, conoscendo Inarritu.

    • Bud Spacey

      ma si, alla fine si esce dal cinema abbastanza soddisfatti, perché il cinema è per il 90% impatto visivo, e da questo punto di vista il film è ineccepibile. Ma dopo pochissimo tempo l’effetto svanisce, e ti rendi conto che non ti è rimasto nulla. E’ come guardare un film porno: non puoi dire che è “brutto”, ma neanche che è un capolavoro di un grande maestro…

    • Cicciput

      No no aspetta, tu hai descritto più o meno la reazione a un film di Zalone, carino mi è piaciuto ho riso ma non lo rivedrò mai più e dopodomani probabilmente non ricorderò neanche di essere stato al cinema. Con The Revenant, anche i più accesi detrattori ammetteranno di aver visto almeno due sequenze mostruose per regia e impatto visivo generale, cosa comunque rara in un blockbuster. A questo film in breve viene imputato di non essere il capolavoro incredibile che molti si aspettavano (soprattutto chi non conosceva Inarritu ed era andato a vederlo perché c’era il buon Leo e ormai il buon Leo fa i film d’autore quindi fa fico), ma da qui a dire che è brutto o inutile ce ne passa. Si esce dal cinema soddisfatti per aver visto grande cinema, almeno dal punto di vista strettamente tecnico, che poi non sarebbe stato un capolavoro di trama e che avrebbe avuto più di qualche scivolone sul realismo si era intuito già dal teaser. È un film che come storia è né più né meno nella media dei blockbuster americani (non va dimenticato il target del film), girato alla grandissima. Dire che non lascia nulla secondo me è scorretto, perché almeno il merito di aver girato un film bellissimo da vedere assumendosi anche la responsabilità di farlo con meno effetti speciali possibile al povero Inarritu va concesso. Ribadisco, magari ogni blockbuster partorito da hollywood fosse al livello di Revenant.

    • Bud Spacey

      ho detto che da un punto di vista dell’emozione, dell’empatia, della narrazione, dei personaggi non lascia niente. Visivamente ho detto che è ineccepibile. Proprio come un film porno.
      Non è un film da vedere in un tempio come detto da Inarritu, insomma

  42. luigi

    Ma qualcuno è in grado di spiegarmi il senso della frase “la vendetta è nelle mani di Dio” che si ripete costantemente , suggerendo essere il messaggio pregnante del film? Il protagonista di questo film Dio se lo lega al ….. E’ lui a uccidere l’orso con un bel colpo di fucile al collo e una serie di coltellate al costato. E’ la sua volontà di vendetta a dargli la forza di sopravvivere. E, soprattutto, è lui a decidere di non uccidere l’assassino del figlio. Dove diavolo sarebbe in tutto ciò Dio o destino che dir si voglia conto cui nessuno ha facoltà di opporsi? Il messaggio che traspare è esattamente il contrario. Nonostante le avversità che lo investono come un fiume in piena lui riesce a perseguire e a ottenere ciò che desidera. Riesce a fronteggiare e sconfiggere ogni ostilità. Di questo Inarritu se ne sarà reso conto?

    • steven segallo

      Il senso (direi) è che la natura, che è un po’ il dio “personificato” dei personaggi del film, senza star tanto a filosofeggiare, è esageratamente più grande e determinante dei piccoli uomini che la popolano, ed è lei a decidere il destino di tutti. Per cui alla fine della storia non è tanto il volere degli uomini a contare, per quanto si affannino a sopravvivere, ad ammazzarsi, ad andare in giro, quanto l’enorme e spaventosa natura che li sovrasta e circonda. Non è Tom Hardy ad uccidere Di Caprio o viceversa, ma la natura, e infatti dopo che Di Caprio lascia Tom Hardy nel fiume a farsi scalpare lui non trionferà sul malvagio ma si ritroverà faccia a faccia con la realtà, ovvero che è senza scampo, nel nulla, in mezzo all’inverno, e la natura era sempre stata più grande e determinante della sua piccola storia. Può anche far fuori l’orso, ma questo rallenta solo di poco il suo destino. Detto ciò ribadisco la mia opinione: il film è una mezza cagata..

    • luigi

      Il messaggio è espresso malamente. Di Caprio SCEGLIE di non uccidere Tom Hardy, il che equivale a dire che il controllo sugli eventi è totalmente nelle sue mani. Così come il pippotto sulla natura contro cui l’uomo non può nulla. Il protagonista di questo film ha la meglio sulla natura, è un terminator che sgomina grizzly a mani nude, sopravvive a temperature glaciali senza cibo, con una gamba maciullata e la gola dilaniata, tra un tuffetto in fiumi gelidi e una passeggiata/strisciata in mezzo a tempeste di neve. Qui la natura non determina un bel niente, e non vedo proprio dove sta scritto che alla fine il destino del protagonista sia segnato. Segnato da che?

  43. Revegant e grande! Di Caprio ti amo! Il migliore attore per sempre!
    Puoi guardare il cinema qua – http://www.altadefinizione.one/
    tutto e gratis e online! Ciao!

  44. ermenton kazzuriza

    Filmone e basta! mammasaura che roba

  45. Shu-shá

    Finalmente l’ho visto, con adeguata dotazione tecnica di riproduzione, e posso dire, rischiando il ban dal PCC nonché la reputazione su i400calci*, che questo film lo posso vedere anche solo per i movimenti di camera.

    *ma tanto questo commento dopo mesi non lo legge nessuno

  46. Lolly

    Film così così, BELLA LA FOTOGRAFIA A PARTE:
    1) 8342 LENS FLARE ostinatamente ricercati e secondo me messi pure a forza
    2) Il 95% delle scene sono colorate in TEAL & ORANGE, cosa che speravo non dover mai più rivedere
    3) 290 volte viene appannato l’obiettivo o sporcato di fango e sangue “apposta” in modo da “immedesimarci” (ma appunto sortendo l’effetto contrario)
    Insomma, al direttore della fotografia ci piacciono i videogiochi. Facciamogliene fare uno e leviamolo dal cinema. Il personaggio indistruttibile poi già ce l’abbiamo.
    Film da vedere? Sì. Da rivedere? No, se escludiamo il grizzly, il personaggio migliore, più espressivo e paradossalmente più vero – in quanto finto – dell’intera pellicola.

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