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The Witch: il Bestiario angloamericano definitivo

Il sottotitolo di questo film è A New-England Folktale, e per una volta non è scelto a caso: The Witch è in effetti e prima di tutto una storia, messa insieme partendo da materiale originale (diari, cronache) scritto nel periodo e nel luogo in cui si svolge, ovvero New England, 1630 circa. Si narra di una famiglia di coloni puritani inglesi (probabilmente originari del Lancashire, a giudicare dall’accento ostico e rozzo) il cui pater familias, per questioni di fondamentalismo religioso, preferisce farsi esiliare dalla comunità adottiva piuttosto che aderire alle modalità di evangelizzazione socialmente concordate. La famiglia di reprobi si stabilisce in una radura isolata, dapprima con fiducia; ma la pace non è destinata a durare a lungo: la figlia maggiore, Thomasin, comincia a presentare inquietanti segni di femminilità; il secondogenito Caleb è fin troppo ossessionato dall’idea dell’Inferno e vira verso un livello ulteriore di eresia; i gemelli Mercy e Jonas sono semplicemente spaventosi e l’ultimo bimbo arrivato finisce vittima della strega locale. Fra vicendevoli accuse di stregoneria, animali che impazziscono e raccolti che vanno in malora, la famiglia si disintegra nel sangue. Come avrebbe detto un altro simpatico animale,

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Facciamo subito pace col lato prettamente tecnico del film: Robert Eggers ha passato quattro anni a documentarsi per rendere il suo film d’esordio più storicamente accurato possibile. Ha assemblato un cast inglese e scozzese, ha fatto parlare tutti gli attori non solo con l’accento del luogo ma con i termini e la sintassi del tempo (al punto che anche parte del pubblico inglese trova arduo seguire i dialoghi), ha assoldato la grande costumista Linda Muir per farle cucire tutti i vestiti a mano!, ha fatto costruire la casa dei protagonisti coi materiali e le finiture dell’epoca, illuminandole solo con candele come aveva fatto Kubrick in Barry Lyndon!, ha riempito il film di animali veri che fanno cose pazze, e finalmente senza un filo di CGI bensì grazie all’aiuto di wranglers superlativi! Il risultato, lungi dall’essere un vulgar display of power filologico e registico, è funzionale agli scarti della trama ed è inquietante nella sua nitidezza e distanza al tempo stesso. Non siamo pronti per cotanta precisione e onestà, è come se il regista, presentando una vicenda dopotutto lineare, volesse farci lo sgambetto ogni volta che ci aspettiamo non che la trama vada da qualche parte, ma che la messa in scena usi determinati elementi per illustrare la trama. Ma questo è solo uno dei livelli di ambivalenza/ambiguità su cui The Witch gioca; del secondo parlerò più avanti.

A Field in New England

A Field in New England

La storia come ce la insegnano a scuola dice che i coloni inglesi sono arrivati in America belli baldanzosi con God on their side, hanno ammazzato tutti i nativi, conquistato tutto il continente e morta lì. La ricerca recente mostra però che la realtà è stata ben diversa: i coloni erano estremisti religiosi che solcavano temerariamente l’oceano spinti dal disperato bisogno di propagare la loro fede (il film si apre proprio con questa considerazione); hanno spesso dovuto affrontare carestie, epidemie, freddo, pericoli a cui non erano preparati; i loro rapporti coi nativi non sono stati sempre conflittuali, anzi ci sono stati frequenti casi di collaborazione e commercio, come dimostrato benissimo nella prima sequenza del film: mentre le porte della comunità si chiudono dietro il calesse dei protagonisti, tre nativi Wampanoag pacificamente integrati li guardano con disprezzo. Alle difficoltà di una terra sconosciuta e nemica si aggiungeva spesso la solitudine, quel senso di isolamento che si insinua nella mente e che porta inevitabilmente alla follia collettiva: non a caso i protagonisti del film all’inizio rimpiangono l’Inghilterra, dove la vita dopotutto era felice e le mele dolci come la tentazione del peccato, poi la loro fede vacilla e finiscono per precipitare in un gorgo di psicosi sempre più violenta.

Preghiamo.

Preghiamo.

Il padre, William, la cui mascolinità si fonda praticamente solo sulla sua voce oltretombale, è piagato dal senso di colpa di avere sradicato la famiglia dalla comunità d’appartenenza; inetto come cacciatore, come agricoltore e come autorità, tenta sinceramente di tenere insieme la famiglia ma è impotente di fronte alle forze irrazionali che la stessa fede ha innescato nei loro membri. Thomasin, la figlia maggiore, sta diventando pericolosamente donna; la madre, disperata dopo la scomparsa dell’ultimo bimbo, vorrebbe toglierla di mezzo ed è ben contenta di addossarle la colpa di tutte le disgrazie che accadono: Thomasin è inquieta, è bella, quindi è una strega. I due gemelli, i veri mostri che la accusano, ridono troppo per essere normali. Inoltre, come il film suggerisce in vari punti, la psicosi collettiva della famiglia potrebbe (ma non vi è una risposta certa) essere esacerbata dalla muffa del mais chiamata segale cornuta, il cui potere allucinogeno è stato storicamente provato; la segale cornuta sarebbe la vera fonte di molte delle credenze popolari dell’epoca, la radice dell’esperienza “sovrannaturale” sia dei mistici sia delle streghe (due categorie egualmente guardate con sospetto dai ranghi dell’ecclesia) e la spiegazione per molte atrocità perpetrate dal Medioevo agli albori della modernità, altrimenti incomprensibili dal pensiero razionale.

Agnus Diaboli

Agnus Diaboli

Ma quindi la strega esiste sì o no? Ha davvero sventrato il bimbo per farne un unguento magico? Questi coloni sono pazzi isterici ossessionati dal peccato o hanno in effetti qualche ragione di essere preoccupati? Cosa di ciò che vediamo è vero e cosa non lo è? E’ qui che la grandezza di Eggers come regista risalta davvero, quando The Witch da documentario sulla vita miserabile dei coloni lambisce silenziosamente  e scivola verso il fantastico – e riesce a tenere le due dimensioni perfettamente in equilibrio. La strega e la segale cornuta, l’irrazionale e il razionale, esistono entrambe davvero. Esistevano anche per le persone realmente vissute nel 1630 che hanno vergato i diari da cui Eggers ha tratto la sceneggiatura, perché ci credevano. Analogamente, io in quanto spettatrice odierna non credo a quello che vedo sullo schermo semplicemente perché è vero; viceversa, quello che vedo è vero perché ci credo. Il mio pensiero crea la verità del mio mondo. Ecco a cosa serve la ricostruzione filologica maniacale del film: a iniettarmi nelle sinapsi una dose tale di suspension of disbelief che comincio anche io a pensare, vedere, credere come una colona di 400 anni fa. Se volete cuccare alla facoltà di Filosofia, ditelo così: “la gnoseologia genera l’ontologia”.

Cicciolina, ma che cazzo dici?

“Cicciolina, ma che cazzo dici?”

La convivenza fra razionale e irrazionale trova un esempio perfetto nelle figure dei due bambini orribili Mercy e Jonas: a parte il fatto che ridono e strepitano come indemoniati, loro sì!, e che parlano col demoniaco caprone Black Philip (forse un riferimento a Filippo Neri, una figura probabilmente invisa ai puritani?), i bambini hanno proporzioni strambe che li fanno apparire come nani deformi; in realtà, a guardare bene ci si accorge che è colpa dei vestiti (Linda Muir è un genio): la madre di famiglia Katherine ha cucito per i figli dei vestiti belli grandi, così durano per qualche anno, e poi li ha riempiti di strati di lana per proteggerli dal freddo. Ha perfettamente senso. Ha così senso che non ci si pensa; eppure, anche quando ci si pensa e si razionalizza, i due bambini non smettono di essere orribili. Sono orribili perché li vedo orribili, e più non dimandare ché l’ho già spiegato prima. Dopotutto, questo metodo di prendere una cosa logica, comune e farla diventare inquietante non è nuova: è un metodo che abbiamo già assorbito da Hitchcock a Cronenberg e Lynch – ma Eggers riesce ugualmente a renderlo efficace. Gli animali del film ne sono un’altra prova: Black Philip, la lepre, il corvo si comportano semplicemente “da animali”, senza effetti speciali aggiunti, e proprio per questo fanno paura sia quando appaiono e basta, sia quando si scatenano con violenza.

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A proposito di violenza: ce ne è in abbondanza, e anche di ammazzamenti brutti, ma non aspettatevi uno slasher; The Witch mescola la tradizione più cruenta della Bibbia con quella delle fiabe Nordeuropee, opportunamente corrotte dall’incontro con un territorio nuovo. Ci sono varie scene madri il cui peso non sta sul sangue versato ma sulle ossute spalle degli attori; la crisi mistica del piccolo Caleb è di un’intensità e sensualità terrificanti da parte di un attore così giovane (mi chiedo sinceramente come l’abbiano girata); la sequenza finale, stretta sul volto di Thomasin, è un misto fra Lost Highway e Kill List. Il cast, manco a dirlo, è assolutamente perfetto; Un po’ tutto è perfetto, in questo film, e fa davvero paura.

DVD-quote suggerita:

“Tutto perfetto, tutto pauroso, e poi c’è il caprone”
Cicciolina Wertmüller, i400Calci.com

>> IMDb | Trailer

PS: Per chi potesse essere interessato, sul sito ufficiale del film compare anche la lettera ufficiale di un’esponente del Satanic Temple che loda il film, straparla di patriarcato a manovella e incita a unirvi alle sue fila. Viste le altre religioni in voga, questa non mi pare la peggiore.

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82 Commenti

  1. Sergio Cafone

    Buon film.
    Assoluto scivolone sulla rappresentazione della straga in modalità bella gnocca disney.
    I tizi bacia banchi credo appartenessero all’eresia giansenista.

    • Ruper Tevere

      “Assoluto scivolone sulla rappresentazione della straga in modalità bella gnocca disney”

      Mi sono perso qualcosa?

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