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Fuck You Chelios! O del fare le Corna Metal da soli a casa.

26/05/2009 | recensioni | di Casanova Wong Kar-Wai

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Questo blog esiste – lo dico senza timore di smentita – anche perché nel 2006 Mark Nevaldine e Brian Taylor hanno estratto dal cilindro magico un film come Crank. Una summa di tutto quello che noi amiamo vedere su grande schermo: azione, innovazione, corpi. Poco, pochisismo, altro. Cosa si può chiedere di più al Cinema? Cosa c’è di meglio di un film del genere? Crank: High Voltage, ça va sans dire. Tanto è stata spasmodica l’attesa per questa visione, che per lunghi giorni, la cartellina contente un entusiasmante rip da dvd russo con audio sincronizzato preso live da un cinema inglese (ma con i titoli di coda letti da una voce russa… giuro…), oggetto di altissime speranze per tre lunghi anni, è rimasta lì… sul desktop, a fissarmi. Ce l’avevo lì a disposizione, ma aspettavo il momento giusto. Certo, già l’idea del dvd russo mi riempiva di giubilo: mi sembrava di essere in possesso di un segreto internazionale, che prima di arrivare nel mio salotto, era passato per oscuri sottoscala sovietici, in clandestinità, nelle mani di gente brutta, in canotta, che fuma Stop senza filtro ascoltando Techno bulgara. Ero lì, con la fotta di un bambino il giorno prima di Natale e aspettavo.
Ma poi è venuto il tempo. Ho visto e signori, possiamo dirci felici.

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Il primo Crank aveva l’aria spensierata di una boccata d’aria, violenta e estemporanea, inserita a tradimento in un ambiente che – anche se più libero e felice di altri – ha delle regole. Meglio: dei limiti. Limiti coi quali quasi tutti scendono a compromessi. Si fa così e cosà. Certo, voi due siete giovani e irruenti, avete fatto il vostro filmino tutto matto, vi siete guadagnati un biglietto omaggio per arrivare forse a giocare coi grandi… vediamo cosa fate adesso. E cosa fanno Nevaldine & Taylor? Ti vengono sotto con fare minaccioso, ti guardano ridendo, vanno a fuoco, e ti mandano a fare in culo. Come quando Lebron James ti urla “In Your Face”. Come Dr. Dre in The Chronic… anche se lì il significato era diverso… L’arroganza di chi arriva e, tempo cinque minuti, ti dimostra che “qui si fa quello che voglio io…”

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È esaltante vedere che c’è chi è in grado di cogliere l’occasione per fare qualcosa di nuovo, di portare tutto vicinissimo – se non oltre – il punto di rottura. Qualcuno che conosce i limiti e decide scientemente di andare oltre. Il primo nome che viene in mente è quello di Tsukamoto. Non solo perché l’idea del corpo macchina, e del cinema che ne riproduce la meccanica, è la stessa, ma soprattutto perché – scusate il termine tecnico – la “pacca” è la stessa. Come il pugno in faccia che ricevemmo quella notte che Ghezzi trasmise Tetsuo. Sdeng!

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Al posto dell’adrenalina questa volta a far correre Chev Chelios c’è l’elettrictà, e direi che per quanto riguarda la trama possiamo fermarci qui. Il resto è ancora una volta la summa di tutto quello che noi amiamo vedere su grande schermo. Ma all’ennesima potenza. Come dice il mio Amico Miquele: come se non ci fosse un domani. Stupisce come in questo macello, si sia riusciti anche a trovare un equilibrio tale da rendere il tutto ovviamente parossistico, ma estremamente funzionante. Parte del merito è dovuto al trattamento riservato al set più bello del mondo: la città di Los Angeles in tutta la sua piattezza. Quella dell’inizio di Distretto 13: Le Brigate della Morte. Una città in piano, disegnata per line rette e grosse che portano diritti al prossimo obbiettivo che si deve raggiungere. G.T.A. in celluloide. Un posto in cui si procede in continuazione, senza la possibilità di fermarsi, fino a quando non si interseca un altra linea. O fino al collasso, allo scoppio, all’ebollizione. E quindi chi si trova in questo schema – come quei dischetti che viaggiano sul ghiaccio e che se non ci fosse l’attrito andrebbero avanti per sempre – finiscono per andare progressivamente oltre le noiosissime leggi fisiche che subiamo noi comuni mortali. Quelle che non ci permettono – per dire – di strisciare con la pancia e la faccia sull’asfalto per metri e metri e metri, per poi rialzarsi e andare ancora avanti… Gente che corre, motorini, macchine, cavalli, cani… Se ti fermi è perché sei caduto dall’alto (e quindi ti raccolgono letteralmente con il cucchiaione),per un’incidente stradale o per scopare. Al massimo – sempre pensando al Giappone – per ingigantirti, diventare Godzilla Vs Gamera e spaccare dei piloni elettrici. Veramente: ogni fotogramma (e sono tanti), un’invenzione, uno scarto rispetto a quello che è stato prima, un’esagerazione.

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Incredibile poi Jason Statham che è semplicmente perfetto sotto ogni punto di vista. Anche un particolare sulle sue scarpe che corrono è più espressivo e bello da vedere che… che ne so, tutta la filmografia di Terence Howard. Al suo fianco c’è spazio per icone pop che non hanno bisogno di nient’altro se non di apparire: Ron Jeremy e Jenna Haze, David Carrdine che fa “Lo Pan Me So Horny“, Ginger Spice che fa la mamma da Jerry Springer, Corey Haim (!!!) col mullett, Bai Ling magrissima, Amy Smart coi capezzoli di Chloe in Gummo, Maynard James Keenan munito di giochini erotici presi in prestito alla zoofilia, Lloyd Kaufman, ecc…

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