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D come Disadattati: “Rewind This!” – Riavvolgimi ‘sto nastro magnetico.

Mi chiamo Dolores Point Five e scrivevo qui sopra quando non ci leggeva nessuno. Poi ho smesso. Un po’ perché scrivo altre cose con un nome finto, un po’ perché, anche volendo, oggi vedo davvero pochi film “giusti” per i400Calci. Va tutto bene, insomma.

Poi a Dicembre sono andata al Rocky Day. Ho guardato in faccia alcuni di voi lettori e mi è dispiaciuto non scrivere più per voi. Voi che avete entusiasmo per la vita, voi che avete tutti cantato Eye of the Tiger come l’ho cantata io, voi che trattavate me in maniera normale.

Sono quindi felice di darvi il benvenuto a D come Disadattati, uno spazio occasionale che I 400 Calci dedicheranno al Documentario. STATE CALMI. Qui si parlerà di tre tipi di documentari, eccoli:

1. documentari che raccontano la storia più o meno segreta di vari film del genere 400 Calci e le vite delle persone che li hanno girati;
2. documentari che raccontano le vite degli appassionati di film del genere 400 Calci e le cose matte che loro fanno in nome dell’amore;
3. documentari che raccontano casi di cronaca terrificanti: suicidi di massa, omicidi mai risolti, criminali seriali che prendono in giro la polizia, missionari rapiti da ex fidanzate bionde. The works.

Iniziamo con un esempio allegro e paraculissimo delle categorie 1 e 2.

 

rewind-this

Punto di partenza: Negli anni ’80 la videocassetta si impose come il supporto principe per noleggiare o acquistare film: l’industria diede lavoro a migliaia di persone, dai produttori che fiutarono l’affare in tempo (come Charles Band) agli illustratori che dovevano creare locandine d’impatto per cose spesso non ancora girate, due generazioni di americani scoprirono la gioia di potersi portare a casa (in teoria) qualsiasi film quando gli pareva a loro, parecchi action / horror poco costosi trovarono una buona distribuzione, e con essa un pubblico molto più ampio di quello che avrebbero trovato nelle sale disposte a proiettarli, questo mentre acquistava sempre nuove sfumature la formula «cine-nerd megamaniaco ossessionato da tutto».

Punto d’arrivo: metà del documentario Rewind This! racconta il glorioso passato del VHS, l’altra metà racconta quello che resta del VHS oggi. E quindi: archivisti con le mani nei capelli perché nessuno pensa a restaurare i nastri magnetici, organizzatori di rassegne fighette che dicono «la serie B che ci piace A NOI esiste solo su cassetta, senza le cassette sarebbe persa per sempre!», infaticabili uomini e donne che battono i mercatini delle pulci in cerca di roba da aggiungere ai loro scaffali già traboccanti di roba, critici che rievocano i bei tempi del tape trading. Sì, ho fatto un riassunto molto di parte. A documentario di parte, riassunto di parte. (Vedi sotto.)

ROBA.

ROBA.

Tecnica e stile scelti per raccontare questa storia: collage di interviste a gente che parla  (la pratica è chiamata talking heads), scenette di vita quotidiana degli intervistati e molto materiale di repertorio. Questo, per inciso, è lo stile preferito dai documentari mainstream prodotti nel mondo qui e ora. A me rompe un po’ le palle, ma per i prodotti nostalgico/giocosi può funzionare, nel senso: può comunque essere piacevole, ed è la conferma del volersi rivolgere al tipo di pubblico che alla parola «documentario» di solito scappa urlando NOOO NOOO. A meno che non ci sia di mezzo un ciccione buontempone.

O cinque bei tranci di jailbait britannica.

O cinque tranci di ex jailbait britannica.

Pubblico ideale: nostalgici degli anni ’80, collezionisti che vogliono sentirsi rassicurati nelle loro certezze, persone che se abitassero in Texas andrebbero alle serate dell’Alamo Drafthouse e se abitassero a Londra andrebbero alle rassegne del Prince Charles.

Punto di vista e tono medio: novanta minuti sdraiati su un solo punto di vista («ah, il VHS, annate d’oro…») e su un benevolo darsi di gomito tra il regista e i soggetti in campo: il massimo è il waxing poetic degli intervistati che ricordano quando da piccoli affittavano un film, poi l’immagine diventava tutta consumata, e loro sapevano che subito dopo c’erano le tette perché mille persone avevano riavvolto il nastro in quel punto.

Tra i personaggi portati in scena, qualcuno si impone per carisma o minutaggio dedicato a lui/lei? A un certo punto incontriamo un signore di età molto più matura degli altri – chiamiamolo il Nonno del South Carolina. Il Nonno è un pensionato che, considerando «squallido» comprare e vendere VHS nei mercatini, ha trasformato un grosso pezzo di casa sua in un bazaar permanente. (Immaginatevi 10-15.000 cassette ammucchiate tra il granaio e il seminterrato.) I suoi clienti sono persone della zona, che sono rimaste affezionate al vecchio formato o vogliono spendere poco, ma ci sono anche gli appassionati che sperano di mettere le mani su una chicca. Ad esempio, c’è un 20/30enne (un programmatore dell’Alamo Drafthouse, mi pare) che fa notare come il nonno sembra buono ma tira sempre sul prezzo. Al che il nonno ribatte con «vedete, quest’uomo è giovane, e per stare chiuso qui dentro in mezzo a cataste di polvere s’è fatto mille chilometri in macchina».

Diglielo ancora, nonno.

Diglielo ancora, nonno.

Tra i personaggi portati in scena, chi è quello/a meno consapevole di essere un fenomeno da baraccone? Io punto sul tizio che afferma convinto “VHS is coming back!” perché House of the Devil è uscito anche in VHS. (Come a dire “il vinile è IL FUTURO, gente!” perché esiste la colonna sonora di Miami Connection.) Menzione onoraria a Frank Henenlotter, che prima si vanta (giustamente) di come i suoi Basket Case uno e due si fossero più che ripagati grazie al successo in home video, poi scatta con i pipponi sul coraggioso cinema indipendente. Lì ho avuto un flashback violentissimo di quando x anni fa provai a guardare il suo (allora) ultimo film sull’onda dell’ «evviva la vecchia guardia che gira i film con tre lire», e andai via a metà bestemmiando. Ero al cinema, tra l’altro.

Quante volte durante la visione ho gridato allo schermo «Gesù, siete dei disadattati» ? Due. Poche, tutto sommato.

Ma CHE volte.

Ma CHE volte.

Prima volta: quando arriva l’annuncio che negli Stati Uniti non si produrranno più VHS per la grande distribuzione, un manipolo di fans decide che per commemorare la fine di questa epoca bisogna fare una cosa clamorosa, ma proprio di quelle memorabili. Un Gesto. E come commemorano loro la fine dell’epoca? Facendosi tatuare una videocassetta su un pezzo di corpo.

Segue parata di tatuaggi di videocassette nere su corpi di nerd americani certificati bianchi al 100%.

Ha senso, da parte mia, tirare fuori il dettaglio razziale? Molto. Quasi tutti gli intervistati sono bianchi, nel senso ariani. I realizzatori non hanno amici neri/ispanici/asiatici e se ne sono resi conto solo mentre stavano girando? Oppure, più sottilmente, è il loro modo di dirci che certi passatempi sono cose da bianchi e basta?

En passant, a me Miami Connection è piaciuto. Non ironicamente.

En passant, a me Miami Connection è piaciuto. Non ironicamente.

Seconda volta: uno dei nerd tatuati ci mostra la sua collezione, che gli occupa tutta la soffitta di casa, e che lui ha chiamato “la soffitta degli orrori”, ed è organizzata per generi, sotto-generi, attrici, temi, eccetera. Tutto diviso in modo ossessivo, precisissimo. E la regia indugia su uno scaffale con l’etichetta “pre-sellout Wes Craven“.

Lì prima gli ho dato del disadattato, poi ho pensato che se io avessi sviluppato la mania del VHS forse oggi avrei lo stesso identico scaffale in casa.

rewind this attic

 Guardare questo documentario è meglio o peggio che leggersi 10 articoli di giornale sullo stesso argomento? E’ come leggersi 10 articoli condensati in un’ora e mezza ben scandita, con le musichine divertenti in sottofondo. Al di là del fastidio che ho provato per il trionfalismo a cazzo di certi passaggi, ho imparato qualcosa. E il trionfalismo a cazzo l’avrei trovato in 5 articoli su 10, per cui.

Vale la pena recuperarlo? E’ il classico docu “simpatico” che ci si guarda la sera su Netflix (oppure ai festival, quando tutto il resto sono film sulla MORTE). Se non vi interessa l’argomento a priori, non sarà questo il prodotto che vi ci farà appassionare, altrimenti riderete, piangerete, vi esalterete, rivivrete i tempi in cui qualsiasi videoteca vendeva copie ex noleggio dei film di Charlie Sheen a 7.000 lire.

Il dettaglio che piacerà un sacco a Nanni Cobretti: tra i duecento produttori accreditati c’è Panos Cosmatos, figlio del defunto George Pan Cosmatos, erede spirituale del dominio paterno e regista in proprio di un film che non voglio vedere nemmeno col binocolo.

 

DVD-quote suggerita:

«Il Blockbuster più vicino a casa di mia madre è diventato una parafarmacia.»

(Dolores Point Five,  i400calci.com)

 

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59 Commenti

  1. BellaZio

    @Rainer
    Dolores mi ha messo curiosità e l’ho guardato ieri sera. Mi pare che dicano che ha vinto perché le VHS hanno iniziato a produrre cassette di durata più lunga e quella fu la svolta chiave su cui puntò la JVC anche se Betamax aveva qualità migliore: la gente preferiva avere più spazio per registrare. Però parlano parecchio di come il VHS sia stata una manna dal cielo per il porno visto che la gente così si poteva fare le pugnette a casa senza dover andare al cinema col rischio di farsi sgamare. In realtà il regista porno resta per tutto il film chiamato in causa, ma è un aspetto del film, non sicuramente predominante. Il dato è che produzioni horror di serie B e porno avevano grandi opportunità legate al VHS, quindi il documentario si concentra parecchio su quello ed è pure giusto, oltre che all’interessante aspetto della qualità dell’artwork delle copertine delle cassette che faceva la differenza invece della sciatteria delle cover dei dvd o bluray di oggi.

    • Fra X

      Già! Certo, serviva anche per acchiappare lo spettatore che non aveva quasi nessun punto di riferimento e veniva colpito, riguardo film meno conosciuti o sconosciuti, dalla bella copertina che a volte poteva anche centrarci poco e niente con il film in se! XD

  2. Matteo Lenzi

    @Dolores: In effetti è un po’ che non mi passo una serata facendo un poco di lol tranquillo. Credo sia giunto il momento. Grazie Dolores, lollerò.

  3. @BellaZio: questa memoria riduttiva da parte mia è (credo) un effetto collaterale dell’aver visto/letto troppi docu/reportage sul lato industriale del cinema pornografico del Novecento, dove Bill Margold viene intervistato sempre, SEMPRE. Infatti io oggi non batterei ciglio se lo trovassi come ospite a Controcampo, a Forum, a Italian Bake-Off, alle mostre dei cani di Bressanone, alla parafarmacia qui dietro.

  4. Fra X

    Però è vero che in DVD certi film non sono mai usciti. E parlo anche di classici che hanno fatto la storia del cinema eh! O al massimo se occupano dittarelle con DVD dalla qualità piuttosto discutibile e senza manco i sottotitoli! O classici che hanno edizioni stravecchie come “All’ inseguimento della pietra verde” e seguito! Mah!
    Senza poi scordarci di quello che hanno combinato con certi classici Disney tra strambe colorazioni, strofe rifatte per inutilissimo politically correct e parole mozzate! Mah! Bravi quelli che ciò che era da convertire l’ hanno convertito!
    Qua a Teramo Blockbuster arrivò solo negli ultimi anni della catena. Ora se non erro c’ è o c’ era un supermercato.
    Citazione di Netflix nell’ articolo! Il mondo era già cambiato! XD

    “(anzichè quello sproposito di 3 euro e 90 più 1,50 per ogni mezza giornata di ritardo)”

    Mappete!

    “dei tre blockbuster che frequentavo io”

    Tre!?! Addirittura!?! XD

    ” per la mancata riconsegna di Bad Boys 2, che ho ancora a casa da qualche parte…”

    Sarà vero? XD

    “Gli anni 80 li lodo più per i prodotti che per i formati/supporti.”

    Però senza quelli oggi non avresti DVD e BR! XD

    “non so cosa troverò ma so che sarà pacchia e tornerò a casa con 10 euro in meno e 10 film in più, spesso altrimenti irreperibili”

    Beato dove vai tu! Qua certi l’ hanno messi oyre tipo a 10-15 € a VHS circa! XD Pure su ebay… un film preso qualche anno fa a pochissimo quando sono riandato a vedere se ci ristava era dai 30 in su °_O !

    “Comunque al posto di Blockbuster a Pescara c’è una sala Slot.”

    Sic!
    Ricordo che mi sono chiesto come mai non ci fosse più! Solo tempo dopo ho scoperto che l’ azienda era fallita!

    “L’ansia che mette ancora oggi quella pubblicità delle cassette pirata? Che poi mica le compravo, le duplicavo io direttamente dal noleggio (pagavo e mi sentivo in diritto) che mio padre aveva una di quelle videocamere a VHS enormi con cui da ragazzino ci facevo pure dei cortometraggi”

    Ah, ah! Sembra che l’ abbia scritto io! XD Ad un certo punto però qualcosa successe perché alcune non si registravano bene.

    “Dopo anni che stavano lì solo a prendere la polvere di vecchie cassette ne ho buttate via forse un centinaio giusto la scorsa estate”

    Anch’ io! Poi il mio ITT-Nokia dopo oltre 26 anni sembra aver proprio ceduto!
    L’ amstrad dopo alcuni anni s’ è rotto mentre quello di mia zia ancora va! Ne comprammo un altro nel 2001, ma dopo 3 anni ha fatto “puff”! Letteralmente! °_O

  5. Fra X

    A proposito di pubblicità anti-pirateria, qualche anno fa ho scoperto che su quelle americane c’ era il messaggio targato F.B.I.! °_O Immagino anche nei DVD e BR.

  6. Fra X

    “dimenticati in due secondi dopo l’avvento dei DVD.”

    Non è tutto oro quel che luccica. Certi sono anche peggio di alcune legocart degli anni 90! XD Poi il famigerato effetto effetto ghosting… chiaro che non dipende dal formato in se, ma cosa ci combinano. Detto che la frase mi pare leggermente sacentina. Magari mi sbaglio .

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