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Morte ai falsi nani: la recensione di Lo Hobbit. Tutti e tre.

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Quando il signor Jackson di casa Jackson annunziò che sarebbe presto tornato in Nuova Zelanda per girare non uno, non due, ma tre film sontuosissimi tratti da Lo Hobbit di J.R.R. Tolkien, tutto il fandom si mise in agitazione. Jackson era estremamente ricco e bizzarro e, da quando nel 2001 era passato dagli splatter grondanti sangue al fantasy alto del Signore degli Anelli, rappresentava la meraviglia di Hollywood. Ma tre film per un romanzo di neanche 400 pagine sono tanti, come tanti sono i soldi incassati dalla prima trilogia jacksoniana; come replicare l’exploit, avendo come base questa volta non un’epica di mille e rotti pagine fatta di battaglie, mostri e luoghi incantati, ma una storia piccola, domestica, a tratti comica, scritta per dei bambini, ostinatamente costruita intorno al contrasto tra una piccola creatura dalle abitudini casalinghe e un vasto mondo selvaggio e narrata con l’understatement e la leggerezza che si riserva alle favole della buonanotte?

Il Signore degli Anelli – il romanzo, non il film –, sbrigate le formalità post-guerra e post-vittoria, termina con una chiosa malinconica e necessaria alla comprensione dell’intera opera, un epilogo che Jackson decise nel 2003 di macellare senza pietà in nome del finale a effetto. Nel libro si torna nella Contea in compagnia degli Hobbit, che hanno compiuto il loro viaggio dell’eroe e scoprono (Frodo in particolare) che la cara vecchia realtà quotidiana e provinciale sta loro stretta. Una volta che hai conosciuto le stelle, tornare tra stalle e buchi nel terreno è come indossare il vestito della prima comunione a quarant’anni. Peter Jackson peraltro magro non è, e quando ha deciso di mettere in piedi il baraccone Lo Hobbit avrebbe dovuto fermarsi, prendere fiato e farsi una domanda. La domanda è: vale la pena tornare alla Terra di Mezzo, in una sua versione bambinesca e naif peraltro, per raccontare una storia che un bambino legge a letto prima di addormentarsi e un adulto assapora seduto in poltrona, con un angolo della bocca sollevato in un sogghigno e una pipa accesa all’altro angolo?

La questione è semplice.

«Nope nope nope».

«Nope nope nope».

Da un lato c’è la scelta giusta: abbracciare in pieno la britishness di Lo Hobbit, abbandonare gli eccessi della prima trilogia, scrivere un film più intimo e meno serioso, costruire un edificio intorno alla figura del protagonista piuttosto che alla testarda convinzione che sia necessario far capire a tutti i costi agli spettatori che QUESTO FILM C’ENTRA CON IL SIGNORE DEGLI ANELLI, altrimenti non vale la pena farlo.

Dall’altro c’è la scelta di Jackson: trasformare Lo Hobbit in quello che non era, ovvero un prequel del Signore degli Anelli, inventarsi una trilogia solo per creare lo spazio necessario a infilarci i riferimenti a quella vecchia, così da coccolare la numerosa fanbase dell’ultima ora, quella che magari al tempo non trovò minimamente irritante il trattamento riservato al personaggio di Faramir e poi ehi, c’è Orlando Bloom!. È la scelta, in breve, di imbastire uno spettacolo bombastico ed eccessivo, perdendo completamente di vista lo spirito dell’opera originale.

Bastano i primi minuti del primo film per capire davvero che direzione abbia scelto Jackson. Arrivare in fondo al terzo capitolo è un’impresa stoica, un’ordalia che non consiglierei a nessuno, né ai tolkieniani di ferro (che dovrebbero sentirsi insultati da finti nani che ruttano e maghi fattoni) né ai potenziali fan da conquistare (che molto semplicemente si annoierebbero a morte). Nel mondo c’è però gente che a queste ordalie si sottopone, per il bene di tutti. Ciao, mi sono sottoposto all’ordalia, e ora ve lo racconto. SIGLA!

Tornare nella Contea dopo aver visto il mondo finire ed essere sfuggiti all’Apocalisse a dorso d’aquila

Prima scrivevo che «bastano i primi minuti del primo film…». Puttanate. Che la vicenda Hobbit puzzasse era fin dall’inizio chiaro a tutti, Jackson escluso (o incluso, ma gli incassi sono gli incassi). Puzzava alla Nuova Zelanda, che provò in tutti i modi a cacciare la produzione dal Paese, salvo poi fare marcia indietro e cambiare la legge per consentire alla troupe di stabilirsi nuovamente nella verdeggiante terra dei kiwi. Puzzava al corpo di Peter Jackson, che tentò di boicottare l’operazione con un’ulcera perforante che costrinse a rimandare le riprese di qualche mese.

L’apice della puzza lo si raggiunse con la diatriba Del Toro, specchio della confusione con cui la produzione ha affrontato l’opera fin dall’inizio. Nel 2010, tre anni prima di Pacific Rim quindi, il nome del Guillermo veniva ancora associato al Labirinto del fauno (arty, intellettuale, oscuro, folkloristico) piuttosto che a Hellboy (colorato, caciarone, divertente, moderno), e la sua passione per mostri e mostrologie sembrava sposarsi bene con almeno una parte dell’opera di Tolkien, che leggerezza o meno contiene comunque draghi, ragni giganti, orchi e creature di ogni genere. Come la gravitas latina di Del Toro si potesse conciliare con il wit britannico del romanzo è una questione che nessuno si pose, e che nessuno si porrà mai più dal momento che Jackson decise di riprendersi il comando.

Sopra: c'era però roba così a farci ben sperare.

Sopra: c’era però roba così a farci ben sperare.

Sbrigati ulcere, tasse e Del Toro Lo Hobbit entra così in fase di produzione, con lo stesso entusiasmo stiracchiato di una riunione di high school: «Ciao amici, siamo nuovamente qui tutti insieme nella Terra di Mezzo! Guardate quanto ci divertiamo! Che tempi il 2001 però, eh?». Uno sguardo ai videoblog di Jackson è sufficiente a respirare l’aria di finta familiarità e forzato entusiasmo che la produzione esige traspaia da quei set; in fondo ha funzionato così bene con Harry Potter. Produzione significa prime notizie, che mettono in chiaro fin da subito le intenzioni di Jackson: il legame con Il Signore degli Anelli dev’essere forte e chiaro, tanto da convincere i fan a organizzare doppie maratone di 24 ore e sciropparsi di fila due storie scritte a vent’anni (e una guerra mondiale) di distanza tra loro, e lo spettacolo visivo adeguato alle aspettative.

Scopriamo così, prima ancora che esca il primo trailer, che l’idea brillante di Jackson è quella di prendere il capitolo del romanzo sulla Battaglia dei Cinque Eserciti e renderlo centrale nello svolgimento della storia, oltre che di approfondire lo scontro tra Gandalf e il Bianco Consiglio e il rinato Sauron. Per chi odia le supercazzole fantasy, ve la rispiego così:

• nel libro c’è una battaglia. All’inizio di questa battaglia, il protagonista piglia un colpo in testa, e si risveglia quando le botte sono finite.

• nella trilogia uscita vent’anni dopo il libro, un personaggio importante racconta finalmente tutto quello che ha fatto in quel lasso di tempo in cui, nel primo romanzo, spariva dalla trama.

• Peter Jackson vede la possibilità di espandere e glorificare due note a pie’ di pagina (volumetricamente, non in quanto a importanza nel Grande Disegno) e trasformarle in film, corredandoli di pezzi della trama del romanzo originale e condendo il tutto con del fan service.

Avete collegato i puntini da 1 a 100 e scoperto la figura nascosta? Nel caso vi aiuto: rappresenta un uomo corpulento che piscia fuori dal vaso.

«DANNATO PISCIALETTO!».

«DANNATO PISCIALETTO!».

E dire che molte cose sembravano azzeccate. Di più: la scelta del protagonista era azzeccatissima! Martin Freeman è il migliore hobbit possibile. Tolkien gli hobbit li descrive così:

Gli hobbit sono gente piccola, alta all’incirca la metà di noi, e più bassa dei barbuti nani. […] Tendono a metter su un po’ di pancia; vestono di colori vivaci (soprattutto verde e giallo); non portano scarpe, perché i loro piedi sviluppano piante naturalmente coriacee nonché una fitta e calda peluria castana simile alla roba che hanno in testa (che è riccioluta); hanno lunghe dita abili e scure, facce gioviali, e le loro risate sono profonde e pastose (soprattutto dopo il pranzo, che consumano due volte al giorno, quando ci riescono).

E infatti: Freeman è perfetto dalla prima all’ultima scena, nonché l’unico motivo consistente per voler guardare Lo Hobbit. Negli occhi ha il divertito distacco e la confusione campagnola di un piccolo ometto che viene scaraventato in una grande avventura – nello specifico: un drago ha occupato abusivamente la casa di tredici nani, i quali se la vogliono riprendere –, ed è forse l’unico dettaglio dell’intera opera che sembra sollevato di peso dal romanzo.

Intorno a lui, un gruppo di attori di altezza media che si finge un gruppo di attori nani, e balla, canta, rutta e fa battute di bassa lega. È così che Jackson rompe Lo Hobbit: ciccando clamorosamente il tono, per ormai manifesta incapacità di abbassare il volume quando serve. Un viaggio inaspettato, il primo dei tre capitoli, è da questo punto di vista una tortura: in che modo, per esempio, un MAGO CHE FUMA ERBA, ha in testa un mucchio di cacca di uccello e viaggia su una slitta trainata da conigli è diverso da una scena qualsiasi di Una notte da leoni? Perché i personaggi di questo film sentono sempre il bisogno di URLARE, di ALZARE I TONI, di ESSERE SOPRA LE RIGHE? Questo è un brano tratto dal romanzo

«Per lo stimatissimo signor Baggins, e forse per uno o due dei nani più giovani, l’esatta situazione in cui ci troviamo potrebbe richiedere una spiegazione succinta ma esaustiva…”». Quello era lo stile di Thorin. Era un nano importante. Se gli fosse stato permesso, con molta probabilità sarebbe andato avanti così fino a restare senza fiato, senza dire a nessuno dei presenti nulla che non fosse già noto a tutti.

Questo, invece, un dialogo tra nani tratto da Un viaggio inaspettato

Kili: I can’t say I fancy Elves myself, too thin. They’re all high cheekbones and creamy skin. Not enough facial hair for me.

Kili: Although, that one there’s not bad.

Dwalin: That’s not an Elf Maid.

[the Elf turns around, revealing that he is indeed a male]

Kili: That’s funny.

«Rutti! Scorregge! Rutti ascellari! Ancora rutti, questa volta non ascellari! Scorregge ascellari!».

«Rutti! Scorregge! Rutti ascellari! Ancora rutti, questa volta non ascellari! Scorregge ascellari!».

Stiamo valutando un film, però, non un adattamento.

E allora parliamo del film. Un viaggio inaspettato è la versione risciacquata di La compagnia dell’anello: stesso ritmo rilassato, stessa insistenza su paesaggi e panoramiche, stesso stile jacksoniano nel raccontare l'”andare alla ventura”, stessi inseguimenti/combattimenti frenetici e tutto sommato ben girati, stessi stacchi a esplorare angoli remoti della Terra di Mezzo per far capire che ehi, non ci sono solo i tredici nani + un hobbit + Ian McKellen, ma un intero mondo in fermento. Servirebbe ad accrescere la tensione – immagino che chi non sapesse nulla del romanzo abbia vissuto la trilogia dell’anello con la costante apprensione per questi misteriosi cavalieri neri che spuntano ogni tanto a fare brutto, o con il terrore degli scempi compiuti da Saruman al suo povero giardino –, ma senza un quadro di riferimento più ampio, per non dire un accenno alla situazione geopolitica della Terra di Mezzo sessant’anni prima la trilogia originale, vedere l’orco albino Azog che cavalca il suo topocane mannaro urlando MI VENDICHERÒ ha più o meno lo stesso impatto dell’ascoltare un discorso motivazionale in ungherese: magari l’intenzione dietro si intuisce, ma il coinvolgimento è nullo, e anzi si ha l’impressione di essersi intrusi in un contesto privato. Chi è Azog e perché dovrebbe interessarmi? E poi: perché è tornato Orlando Bloom?

Ci sarebbe poi l’annosa questione dei 48fps e dell’effetto-telenovela, esplosa con questo film (Jackson ci puntava tantissimo), parecchio noiosa e già affrontata in tutte le salse. Piuttosto, una volta stabilito che non è obbligatorio spararsi il film al doppio dei fotogrammi rispetto al normale e dunque il problema è un falso problema, rimane una questione più grave: per paura o per pigrizia, Jackson decide di postprodurre tutto, dalla barba dei nani ai paesaggi ai prati verdi. Il risultato è un pastrocchio visivo impossibilmente nitido e più semplicemente impossibile, una photoshoppata violenta che rende irriconoscibili persino i paesaggi della Nuova Zelanda, i cui prati hanno perso il bel verde dei tempi del Signore degli Anelli per diventare un abominio traslucido e le cui montagne paiono fondali presi di peso da L’ombra di Mordor.

È tutto talmente postprodotto che lo sono anche gli attori, spesso coinvolti in cadute rovinose da centinaia di metri, dalle quali escono senza un graffio né un livido, esclusa qualche texture simbolica incollata a forza sui loro volti.

Sopra: questo sarebbe un posto reale.

Sopra: questo sarebbe un posto reale.

Sopra: questo sarebbe un posto creato al computer.

Sopra: questo sarebbe un posto creato al computer.

Curiosamente, o forse no, il meglio di sé Jackson lo dà nel secondo film, La desolazione di Smaug. In parte per via di Smaug, cioè un bellissimo drago rosso che parla con la voce di Sherlock e che è, lui sì, un prodigio di CGI. In parte perché nell’immaginaria divisione narrativa compiuta da Jackson per spezzare il film in tre, il capitolo di mezzo è quello dove accadono le caciaronate e le cose più vendibili a un pubblico ammaestrato da Orlando Bloom che fa surf su uno scudo. Ci sono ragni giganti parlanti, una fuga da una galera a bordo di barili, e il drago per l’appunto.

– più una sequenza demenziale a caso in cui Ian McKellen finisce in un’ambientazione di Dark Souls per combattere contro un guerriero-vagina, base per quella che, nel film successivo, diventerà poi “la scena Power Rangers”, uno dei punti più bassi mai toccati dal cinema mondiale –

Nella Desolazione di Smaug, Jackson ha mano più o meno libera sulla scrittura, che si sta già allontanando pericolosamente dalla fonte originale, e ha da girare una scena in cui tredici nani fuggono su un fiume infilati in barili. E infatti: la sequenza in questione è un prodigio registico, un quasi-piano sequenza con stunt da Wacky Races girato con una maestria e un’inventiva che starebbe meglio al servizio di, che ne so, Mr. and Mrs. Smith 2 piuttosto che di Lo Hobbit. È comunque bel cinema, una tale rarità nelle – finora – sei ore di opera che finisce per aggrapparcisi come fosse un barile che la prigione il fiume et cetera.

Anche il ritmo del film, fatte salve digressioni atmosferiche tipo quella in cui si accenna a un potenziale interracial elfi-nani, è sorprendentemente azzeccato. Rende quantomeno l’idea di un’avventura, piuttosto che di una scampagnata interrotta dall’occasionale arrivo di un orco albino, e – dettaglio fondamentale – nel film succedono cose. In termini pratici: non consiglierei mai a un calcista la visione della trilogia, ma i più curiosi potrebbero limitarsi al secondo episodio e uscirne relativamente soddisfatti – tanto più che nella storia è assente qualsiasi tipo di grande disegno che non sia il già citato “questo è il prequel di quei film là”, e dunque perdersi un capitolo inficia sorprendentemente poco nella comprensione della vicenda tutta.

«Photoshoppami stocazzo».

«Photoshoppami stocazzo».

Dove Jackson urina sul lato esterno del proverbiale bulacco è in La battaglia dei cinque eserciti, l’ultimo capitolo, quello uscito a dicembre e che con ogni probabilità proiettano ancora oggi in qualche multisala di provincia. Dopo un prologo di tre ore e una pellicola decente di altrettante tre ore, la trilogia deraglia sul finale, costretta com’è ad allungare il brodo per altre due ore almeno.

Jackson sbriga subito la pratica del drago, facendolo crepare entro la mezz’ora, e già che c’è risolve i dubbi sul “dov’è finito Gandalf?”, sparito dalla trama da qualche parte tra il primo e il secondo film; lo fa dando seguito alla scena del guerriero-vagina, mostrandoci prima Gandalf prigioniero del Cavaliere dalle Grandi Labbra, poi Gandalf liberato dai suoi amici Power Rangers (Saruman, Cate Blanchett, l’agente Smith) in un rapido blitz, poi Gandalf e i Rangers che picchiano Sauron con i raggi laser della luce magica dell’amore.

Cioè un episodio che Tolkien apriva e chiudeva così:

Fu così che [Bilbo] apprese dove era andato Gandalf, ascoltando per caso quando questi lo raccontava a Elrond. A quanto pareva, Gandalf si era recato a un grande consiglio di stregoni bianchi, maestri di dottrina e magia buona; ed essi erano finalmente riusciti a snidare il Negromante dalla sua oscura tana a sud di Bosco Atro. «Fra non molto, ormai» diceva Gandalf «la foresta diventerà un po’ più salubre. Il Nord sarà libero da quell’orrore per lunghi anni, spero. Tuttavia vorrei che egli fosse bandito dal mondo intero!».

Mandati a casa i Power Rangers e avendo a disposizione altre due ore, Jackson si concentra così sull’avvenimento che dà il titolo al film, il primo nel quale a regista e sceneggiatori viene lasciata libertà totale essendo detto avvenimento solo accennato nella fonte originale. Ne risulta la “battaglia” più mortalmente noiosa del decennio, che prova a palleggiare tra tattica militare

– i cattivissimi orchi entrano in scena a cavallo di giganteschi vermi delle sabbie stile Dune, che vengono prontamente messi in soffitta due minuti dopo invece che sfruttati per spazzare via i nemici –

sequenze d’azione

– Orlando Bloom, ospite non desiderato, fa tra l’altro questa cosa –

momenti intimisti

– l’elfa femmina, inventata per la trilogia, interpretata da Evangeline Lilly, assolutamente insopportabile e inadeguata al mestiere di attrice, esclama «È QUESTO L’AMORE? FA MALE! TOGLIMELO!», e non sto inventando –

e siparietti comici.

– mi rifiuto –

Il bandolo della matassa? Non pervenuto.

Sopra: uno degli otto nani. Dotto Cucciolo Pisolo Gongolo Eolo Mammolo Brontolo Bandolo.

Sopra: uno degli otto nani. Dotto Cucciolo Pisolo Gongolo Eolo Mammolo Brontolo Bandolo.

Di cosa parla La battaglia dei cinque eserciti? Come si riassume la sua trama in poche righe? Dove vuole arrivare? Non lo sa nessuno: è una sequenza di combattimento glorificata ed elevata a film, che ha ormai perso di vista la sua ragion d’essere. Cos’è La battaglia dei cinque eserciti? Scegliete:

è la conclusione dell’avventura piccoloborghese dell’hobbit di campagna Bilbo Baggins, costretto da circostanze inspiegabili a confrontarsi con la vastità e la crudeltà del mondo. No, perché il fuoco è tutto puntato su Thorin il capo dei nani e la sua folle bramosia per l’oro e le pietre preziose.

è la storia di Thorin. Non si capisce come possa esserlo, essendo stato fino a quel momento il capo dei nani non tanto un personaggio, quanto un nome, un pretesto e un simbolo, una raccolta ambulante di declamazioni retoriche e scelte spesso insensate, senza una personalità degna di questo nome. La differenza tra “personaggio tormentato” e “sociopatico incapace di prendere decisioni logiche” è meno sottile di quanto sembri.

ci sono! È un grande spettacolo visivo! NOPE: la sindrome di Photoshop conosce in questo film il suo apice, e non c’è un singolo pixel che non sia stato passato e ripassato dagli espertoni della patina fino a rendere il tutto un pastone uniforme di superfici traslucide e virate al blu.

È quando si devono tirare le fila che si vede il vero valore non tanto di un film, quanto di un’intera trilogia. Con La battaglia dei cinque eserciti Jackson dimostra senza possibilità di smentita di non avere mai avuto suddetta trilogia in mano, di aver proceduto a tentoni improvvisando, tagliando-e-cucendo pezzi dell’opera originaria, aggiungendo dettagli dove (non) necessario e dimenticandosi di dare un cuore ai suoi personaggi e al suo mondo, convinto com’era che name dropping e fan service fossero sufficienti a fare un film.

Non è cinema di cui valga la pena parlare: lo stile di questa saga era già stato scolpito nella pietra nel 2001, da allora è invecchiato ed è stato superato anche dalla tv, e appoggiarsi quindi alle solite panoramiche dall’elicottero e agli scontri di massa per sperare di impressionare è ingenuo – o pigro.

Non è un adattamento valido, sicuramente non lo consiglierei a un fan dell’opera originale, il che già esclude un buon 60% degli spettatori potenziali.

Non è divertente, è noioso.

Non è neanche un bello spot per il romanzo, nel caso in cui qualcuno deluso dal film volesse risalire alle origini della vicenda: con il passare delle ore (dei minuti), Lo Hobbit perde pezzo dopo pezzo la sua aderenza alla fonte per diventare qualcos’altro, un’opera che – decidete voi se è bene o male – solo Jackson poteva fare, nella misura in cui scimmiotta lo stile-Jackson e lo sdraia su quello che lo spettatore si aspetta.

«Ehi, ma sembri più giovane di quanto sarai tra sessant'anni!».

«Ehi, ma sembri più giovane di quanto sarai tra sessant’anni!».

Eccolo, il problema centrale di Lo Hobbit: convinto che il modo migliore per far felici i fan di un’opera sia dare loro esattamente quello che si pensa che questi si aspettino, Jackson ha dimenticato lo stupore, elemento irrinunciabile soprattutto se si racconta la storia di un provinciale che va alla ventura. Nel suo implicito patto con il fandom, lo stesso che ha accolto con entusiasmo scene come questa, il regista ha di fatto accettato il primato del dettaglio a effetto sull’organicità dell’opera. Ha strozzato idee, suggestioni e tematiche per rimpiazzarle con piccoli momenti più o meno spettacolari a uso YouTube e/o condivisioni su Facebook di brevi clip divertenti. Ha sottovalutato la soglia d’attenzione dello spettatore medio, convinto che un film fantasy si nutra di stimoli costanti e in rapida successione piuttosto che su una lenta e metodica opera di world building.

E così ci ritroviamo un hobbit, un piccolo nanerottolo di campagna che non si era mai allontanato da casa più di una manciata di chilometri, che assiste divertito alle evoluzioni da Cirque du Soleil di un elfo E NON BATTE CIGLIO, perché assurdità simili sono divertenti e già approvate dagli spettatori, e dunque cosa ci interessa dare coerenza interna quando le cazzate fanno felici milioni di fan?

Immagino i focus group pre-luce verde, con Jackson, Fran Walsh e Philippa Boyens che chiedono a un gruppo selezionato di fan «cosa vi ricordate di più del Signore degli Anelli?», e questi che rispondono?, rispondono forse «l’importanza del coraggio e della fedeltà anche di fronte alle situazioni più difficili» o «la forza di volontà poco trascendente e molto umana di Sam Gamgee, vero protagonista della vicenda contrariamente a ogni logica» o «la narrativa che ruota intorno al concetto di bene/male e alla cinica unidirezionalità, da male a bene, dell’influenza reciproca dei due elementi» o magari «la tentazione che il potere assoluto esercita su tutti, compresi i più umili tra noi» o persino «la spaventosa e opprimente sensazione di quiete prima delle tempesta che pervade l’intera Terra di Mezzo nel momento in cui noi spettatori ci mettiamo piede per la prima volta»?

Oppure rispondono «LEGOLAS CHE FA SURF SU UNO SCUDO!»?

E quindi Jackson s’è convinto che nove ore di elfi acrobatici valgano di più, in termini economici, di tre ore di arguzie a sfondo fantasy, o dell’improbabile viaggio campbelliano di un eroe talmente poco eroico che consegue risultati solo grazie a botte di culo o botte in testa. Tutto sommato immagino abbia ragione lui, visto che le cifre degli incassi, nonostante tutto, hanno già superato il miliardo. E in fondo anche McDonald’s serve ogni giorno milioni di americani.

Morte ai falsi nani.

«Occazzo, ma questi nani sono GIGANTESCHI!».

«Occazzo, ma questi nani sono GIGANTESCHI!».

DVD-quote suggerita:

«Morte ai falsi nani»
(Nanni Cobretti, i400calci.com)

IMDb 1, 2, 3 | Trailer 1, 2, 3

Addenda, post scripta e menate

Per la cronaca: Azog è realmente un orco albino, un cattivo inventato da Jackson per dare volto a non si capisce bene cosa, o forse più semplicemente perché essendo Lo Hobbit un libro senza cattivo (dai, abbiate il coraggio di dirmi IL DRAGO, discutiamone), le necessità cinematografiche gli imponevano di creare un’icona facilmente identificabile ed esteticamente riconoscibile a un primo impatto. Ecco perché orco albino.

Identica considerazione si può fare per la presenza di Evangeline Lilly: i sondaggi ci dicono che Liv Tyler è un personaggio molto amato, quindi inventiamo un altro elfo femmina! Elfo femmina che, incidentalmente, si innamora di un nano maschio – il famoso accenno interracial cui facevo riferimento prima. Al di là dell’idiozia della situazione in sé, la scelta di Jackson – introdurre a forza l’amore carnale, e persino l’erotismo, nella Terra di Mezzo, patria di donne-angelo e di uomini senza impulsi sessuali, teatro di uno dei romanzi meno sessualizzati della storia moderna, roba che al confronto, che ne so, Asimov sembrava Sade – è l’ennesima indicazione che il regista neozelandese ha sicuramente letto i romanzi di Tolkien, li ha probabilmente anche amati a fondo, ma in ultima analisi non ci ha capito un cazzo.

E non sto facendo la solita menata sull’adattamento poco fedele: l’elemento amoroso, i flirt, gli sguardi di sottecchi, gli occhi a pesce, è tutto estraneo all’intero impianto, all’intero mondo dove si sta raccontando la storia, anche nella sua versione photoshoppata da cinema. Non è neanche fan service, perché chi se ne sbatte di Evangeline Lilly?; il fan service vero sono i cameo di Elijah Wood, Hugo Weaving, Cate Blanchett, Christopher Lee, Orlando Bloom, anche il riferimento a Viggo Mortensen. No, l’elfo femmina è puro, semplice e sfacciatissimo AGGIUNGIAMOCI LA FREGNA.

E PURE IL NANO FICO CHE SE LA SLURPA CON GLI OCCHI.

Ragionandoci bene e scavando nei meandri della memoria, il momento esatto in cui si capiva che la trilogia sarebbe stato un sbaglio coincide con i primi secondi del primo capitolo. Un viaggio inaspettato si apre infatti con un voiceover su sfondo di battaglie dei tempi antichi ricalcato su quello che apriva, dieci anni prima, La compagnia dell’Anello. Niente di male, è un piccolo marchio di fabbrica di Jackson, se non fosse che, nell’ansia di trasmettere l’idea che QUESTO FILM POI C’È IL SIGNORE DEGLI ANELLI DOPO EH, il prologo assume toni epico-drammatici quando non post-apocalittici che poco si sposano con il resto della storia – e a cui Jackson ha dovuto poi necessariamente attenersi innestando qui e là piccoli dettagli fuori luogo: l’idea che Smaug sia un servitore di Sauron, o che i tre simpatici troll che la compagnia incontra all’inizio della sua scampagnata siano invero mutazioni orrende causate dal diffondersi dell’oscurità.

Il problema è che si tratta, appunto, di dettagli, appiccicati in modo posticcio su un mondo che Tolkien stesso immaginava tutto sommato pacifico e ignaro dell’ombra incombente. Il risultato è che, più che oscuri presagi che preparano il terreno alla grande guerra del Signore degli Anelli, queste menate fanno l’effetto di un pazzo che grida per strada che l’Apocalisse è vicina. Magari lo filmi anche e lo metti su YouTube, ma finisce lì.

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127 Commenti

  1. Past

    da fan del genere, gli ho visti tutti e 3 e non si può che concordare con la recensione, purtroppo che PJ avesse perso la brocca si era capito già con king kong e amabili resti, ma qui ha definito nuovi standard di noia e giri a vuoto, ed è un peccato perchè non mancano i bei momenti fatti bene come l’incontro tra bilbo e gollum o il drago che attacca la città…

    • frank

      Forse sfugge qualcosa a tutti..parlando dei libri,Lo Hobbit in confronto ad SDA era di una banalità sconcertante..era inevitabile che un film su Lo Hobbit non avrebbe mai potuto essere ai livelli del SDA..ergo nessuno ma dico nessuno si sarebbe mai dovuto aspettare che potesse essere fedele al libro,proprio perché era troppo banale e non avrebbe mai retto il confronto con la prima trilogia..Io credo che PJ sia stato fin troppo bravo ad elevare lo hobbit ad un’opera più vicina al SDA di quanto non lo fosse il libro stesso. Ma che vi aspettavate? Per l’opera da cui ha preso spunto direi che ha fin troppo valore.
      Per un nano che rutta in una sola occasione in 6 ore di trilogia avete gridato allo scandalo..L’amore carnale?ma dove lo avete visto?ok possa essere ridicola l’idea che un elfo si innamori di un nano, ma a parte la battuta sui pantaloni mi sembra che di carnale ci sia ben poco. La CG mi è sembrata eccellente nonostante le sequenze a volte troppo frenetiche..a me non ha annoiato anzi mi ha divertito ed entusiasmato..e si io approvo la decisione di pj di creare un collegamento con il SDA,rendendo il tutto piu epico. E poi i power rangers?hahaha il commento mi ha fatto sorridere,ma seriamente non vedo cosa ci sia di male in quella scena..il problema è che siete un po troppo puristi e conservatori..mooolto poco originali

    • Fede

      Oppure semplicemente si tratta di un brutto film, che, rutti o meno, il punto non è quello, non coglie minimamente lo spirito del libro da cui è tratto. Non voglio offendere nessuno ma già dire che lo Hobbit è banale rispetto al Signore degli Anelli (due lavori che non si possono paragonare, per tanti motivi alcuni dei quali piuttosto ovvi) mi fa pensare che tu abbia capito poco di questo gioiello, così come mi sembra tu abbia capito poco anche della recensione e di certi commenti compreso il mio. Ma forse hai ragione te, io sono un purista conservatore (ecco, questa definizione si mi fa ridere) e buon per te che fai parte della schiera di gente dalla mentalità aperta, così aperta da considerare Lo Hobbit una storiella che in pratica, da quanto dici, viene persino migliorata da ‘sti film. Fine della mia piccola “polemica” e opinione.

  2. Lars Von Teese

    amabili resti in effetti e` una sbadilata sulle palle come pochi film al mondo

  3. John Olmos

    Sono fermo a 2/3, ed in entrambi i casi mi sono addormentato a metà film, risvegliato verso la fine (Smaug vince facile, ma lì il merito è della WETA, mica di Jackson) e incazzato sui titoli di coda. Non avendo letto il libro, guarderò il terzo per saperne parlare, con un termos di caffè sul comodino.

  4. Simone

    @ Jarni: vogliamo parlare degli haters ad oltranza?

  5. Fra X

    “sono grandi, enormi, gigantesce, con godzillioni di comparse digitalizzate e scenografie cilcopiche; ok, ma quando comincia l’azione? Non si capisce una mazza: inquadrature ad minchiam e montaggio velocissimo che ammazzano tutta l’azione e il senso di grandezza dello scontro.
    Uno pensa: ok, è un impedito, ma che pretendi, sono scene bigger than cinema, è normale inciampare. Peccato che la stessa cosa succeda quando deve costruire normali scene di dialogo, con enfasi messa alla cazzo, battutte orrende e montaggio imrpovvisato, dove le inquadrature non si incollano.”

    O_O Altri revisionismi? XD

  6. Fra X

    Mamma mia, qua nascosti dietro un nick ad atteggiarsi! Potere di internet! XD Ridiamoci su!

  7. Fra X

    Vai con il luogo comune su Lucas! XD La scena del sabbipode o come si chiama si può dire al massimo, ma quella dipende più dal montaggio.

    “Di questa seconda, già ho capito l’andazzo dal primo film, visto al cinema un paio d’anni fa: una ri-edizione del Signore degli anelli, ma fatta 10 anni dopo, dove non c’è più alcuna sorpresa per paesaggi mozzafiato uniti a mostri fantasy, anelli e esseri deformi che vanno appresso ad un anello.
    Nel decennio in mezzo, questo filone è stato proposto, riproposto, imitato e replicato in tutte le salse.”

    Quoto!

  8. Fra X

    “Detto questo: visto il primo, noiosissimo film, con quella orribile sequenza di goblin plasticosi e, a parer mio, fatti malissimo, nelle grotte. Bello Gollum, noia, ma davvero noia il resto.
    Del secondo, ricordo solo il drago, la bestemmia del love intrest “perchè sì” e Cumberbacht (o come si scrive) che dice I AM DEATH (vedetevelo in lingua, cazzo, merita).”

    Perché sei andato a vedere il secondo se non ti è piaciuto il primo? Masochismo? Si scherza. XD Di solito questo blog è bello anche per i commenti gogliardici ed irriverenti, ma qui alcuni sono proprio invece presuntuosi e da sacentini. Mah!

  9. Fra X

    “Sono fermo a 2/3, ed in entrambi i casi mi sono addormentato a metà film, risvegliato verso la fine (Smaug vince facile, ma lì il merito è della WETA, mica di Jackson) e incazzato sui titoli di coda. Non avendo letto il libro, guarderò il terzo per saperne parlare, con un termos di caffè sul comodino.”

    Discorso simile ed ironia spicciola. X Scherzi a parte, fin’ ora ISDA penso sia l’ ultimo grande kolossal cinematografico in grado usare molto bene scenari reali, CGI, comparse… insomma unire cinema vecchio a cinema nuovo. Speriamo che prima o poi arrivi un nuovo grande bel kolossal.

  10. Fra X

    L’ unica mezza cannata l’ ha fatta sul protagonista. Come per qualche scena doveva rifarsi quantomeno al film di Basky oltre ovviamente al libro! Troppo fragile. Poi boh!

  11. Robert Di Nero

    Ponderando e riponderando mi è sorta questa obiezione: perché non riprendere quasi alla lettera gli scritti di Tolkien sul tema? Ne ISDA Jackson doveva per forza adattare e decurtare la gigantesca mole di materiale a disposizione, qui poteva sfruttare TUTTO (si, vabbe’ ci stava il cameo di Legolas ma cameo NON vuol dire coprotagonismo) il materiale, romanzo, appunti, appendici, scritti ritrovati ecc, ecc. Magari giocare coi flashback per farci conoscere la storia della famiglia di Thorin a poco a poco, ma aggiungere un Azog ancora vivo e i due cloni di Jar JAr Binks (Tauriel & Alfried), uno sconosciuto Negromante (Gandalf & Co. sapevano da tempo che si trattava di Sauron), i Nazgul sepelliti… il tutto poi per presentarsi nelle sale con un terzo film monco e montato alla cazzomannaggia… dio che tristezza, che amaro in bocca, che bruciore allo sfintere…

  12. giulio

    Concordo al 100% con la recensione di Stanlio Kubrick! Ho visto il primo film di questa trilogia-pattume e sono rimasto basito… spudorata operazione commerciale che non è ne’ intrattenimento e ne’, tanto meno, arte. Un film che mi ha stupito per la sua capacità di…boh! Di nulla! Le scene che suscitavano un minimo interesse, nella quale si intravedeva un tentativo di portare “Lo Hobbit”(opera letteraria di grande bellezza) su grande schermo, erano bilanciate in negativo dalle banali minchiate di cattivo gusto e dalle inutili digressioni per allungare il brodo. Ugualmente però ho voluto dare fiducia a PJ auto-imponendomi la visione del secondo film (ho visto entrambi al cinema): non sono uscito prima della fine solo perchè sono visceralmente tirchio e ho aspettato quasi tre ore prima di ammettere di aver tirato via i soldi del biglietto. Sì perchè se col secondo film viene fugato via ogni dubbio: LA TRILOGIA DE LO HOBBIT NON E’ UNA TRASPOSIZIONE CINEMATOGRAFICA DEL LIBRO DI TOLKIEN. Che cazzo sia non lo so, è qualcosa di noioso, banale e palesemente indirizzato a un pubblico di età inferiore ai 15 anni. Il terzo film non l’ho visto e non penso proprio di vederlo per due motivi: 1 esistono un’infinità di modi mogliori con cui posso perdere tre ore di vita davanti a uno schermo e 2 perchè questo tipo di cinema va boicottato e combattuto con qualsiasi mezzo!

  13. dani89

    Nonostante i commenti negativi devo dire che peter Jackson ha creato una gran bella trilogia. Ho letto il libro e guardando i film posso dire che ne sono soddisfatto. Non è semplice proporre i testi di Tolkien in film e anche se Jackson ha voluto fare un suo arrangiamento( mettendo tauriel e il nano) ha comunque centrato l’obbiettivo. Non è neanche semplice produrre dei film così importanti quindi ringrazio Jackson per i film che mi ha dato e dico a chi fa commenti troppo tecnici e da sapientone di “provare” a fare loro delle trilogie così e voglio vedere cosa ne esce… Cmq lo hobbit e il signore degli anelli restano e resteranno le migliori trilogie che abbia mai visto!

    • Anonimo

      Concordo con te. I tre film non sono stati proprio dei capolavori ma sono molto belli, anche se quella storiella d amore tra nano ed elfo fa schifo, comunque I film sono buona opera. E poi a me non mi hanno annoiato i film, anzi mi hanno esaltato e mi sono divertito. Poi è bella l idea del regista di come ha rappresentato il fatto che sta per incombere la minaccia di Sauron.

  14. Marius

    Che la trilogia del signore degli anelli fosse una una GRAN trilogia credo che pochi lo possano negare. Da fan dei libri di Tolkien (tranne lo hobbit che ė una favoletta “prequel” del signore degli anelli molto favoletta e poco prequel), posso dire che visivamente ed emozionalmente il SDA sta a lo hobbit come che so taxy driver a il ritorno del monnezza.
    Che poi la “trilogia” di celluloide de lo hobbit sia una rilettura MOLTO ma molto in eccesso del regista rispetto alla fedeltà del “romanzo”, purtroppo ė la realtà. Per molti fattori. L’aderenza di un film rispetto al suo omonimo cartaceo ė sempre difficilissima da raggiungere per molti motivi: tecnici, budget, incapacità, etc. Secondo fattore: i danė. Se hai una gallina dalle uova d’oro che fai? La sfrutti appieno o fai il moralista stoico e vivi di ricordi del passato? Certo Jackson ci ė andato troppo pesante e ha trasfigurato il tutto, potendo fare comunque la sua porca figura con un film al posto di tre, senza cazzate tipo i rutti e le tamarrate dei nani, senza il ripescaccio di bloom e non infarcendo di cattivi un’opera che in effetti non ne contiene se non (già il nome dice tutto), smaug il drago. Do pertanto un 9 pieno alla trilogia del SDA e un 5 stiracchiato a questo lo hobbit, pensando che un’altra grande saga come le cronache del ghiaccio e del fuoco sia stata “adattata” sulla via di Hollywood. E un 9 alla recensione che hantoccato il suo culmine in questa frase: il regista neozelandese ha sicuramente letto i romanzi di Tolkien, li ha probabilmente anche amati a fondo, ma in ultima analisi non ci ha capito un cazzo. Grande!!!

  15. Ayoub

    Ma come vi permettete?!?!
    Parlo sinceramente… Qualcuno di VOI riesce a fare una cosa del genere…Voglio vedervi fare solo la metà (le inquadrature, dialoghi, scene, photoshop) MA PER FAVORE! BASTA CRITICARE UN LAVORO DEGLI ALTRI SOLO PERCHÉ NON SI HA NIENTE DI MEGLIO DA FARE…FATEVI UNA VITA RAGAZZI…
    Secondo me la maggior parte di voi parla solo per invidia o solo per aprire la bocca…Mi dispiace per tutti voi.

  16. Fede

    Sono un lettore di Tolkien da tanto tempo, ho letto e riletto i “fondamentali” (Il Signore degli Anelli, Lo Hobbit e Il Silmarillion) ed anche altro (Racconti Perduti, Racconti Ritrovati e Racconti Incompiuti). Ho giocato al GdR del Signore degli Anelli (G.i.R.S.A. per chi lo conosce e se lo ricorda…….). E sono totalmente d’accordo con te dal primo all’ultimo rigo. Quando sentii dire della trilogia tratta dallo Hobbit, mi posi la stessa domanda: tre film di due ore e mezza da un libro di 400 pagine che oltretutto Tolkien scrisse per suo figlio, all’epoca bambino? Com’è possibile? Cosa ci metteranno dentro per allungare il brodo? Purtroppo avevo ragione. La trilogia in questione soffre del problema opposto rispetto a quella del Signore degli Anelli: in quello c’era troppo da mettere e questo è andato a scapito di momenti sia belli che importanti (e anche di certi personaggi, tra gli altri Faramir ma anche Saruman), invece ne Lo Hobbit non c’è materiale per fare ben tre film così lunghi. A meno che, appunto, fare una operazione davvero discutibile.
    Io dopo la scena dei nani (che niente hanno a che vedere con i nani di Tolkien, né fisicamente né caratterialmente) che ruttano a tavola, come giustamente fai notare, volevo già chiudere. Inoltre, dopo altri dieci minuti, quasi dormivo.
    Mi dispiace pensare a quei ragazzini che vedranno prima il film e poi, forse, leggeranno il libro con una idea ormai precostituita e sbagliata su personaggi ed eventi, perdendo la semplicità fiabesca che il libro possiede.
    Faranno come per Guerre Stellari, e c’è da aspettarsi una nuova trilogia sul Silmarillion? Spero non ne abbiano il coraggio, vista la complessità di quel volume (tra l’altro, a mio parere, il piu’ bello).

  17. Anonimo

    nna

  18. Francesca

    grandiosa recensione!

  19. albano vitali

    Appena finito di vedere il terzo capitolo che hanno dato per caso in tv, gli altri due non li ho visti, ma mi diverte il fatto che questo film sia tecnicamente invecchiato molto peggio rispetto alla trilogia del signore degli anelli il cui primo capitolo ha tipo 15 anni in più. Come cazzo fanno a cannare tutto in questa maniera? Non dovrebbero esserci degli standard visivi/qualitativi a cui mirare nel 2015 o il cazzo di anno in cui è stato fatto questo film? c’è un green screen che quasi quasi rivaluti la minaccia fantasma

  20. Topi nik

    Sinceramente…quanti minuti della tua vita hai sprecato per scrivere queste stronzate???
    Con tutto il cuore: vai a cagare

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