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The Bulgarian Generic Massacre: la rece di Leatherface

Ti ci puoi rimpiazzare la mano e squartare demoni, o puoi tenerti la mano e squartare chiunque. Scelta difficile, eh?

Quest’anno, a titolo abbastanza personale, ho trovato l’edizione del Frightfest un mezzo pacco.
Non è colpa di nessuno: ho guardato in giro anche la roba che è andata agli altri festival, ed effettivamente non c’era niente di meglio.
Per la precisione: ho visto roba che mi è piaciuta molto, ma per qualche strana congiunzione astrale i titoli migliori erano commedie horror, o al massimo roba violenta che aveva comunque una forte componente di umorismo nero.
Anzi sapete cosa? Vi elenco la roba da segnarvi qui. Siete pronti? Avete la penna? Eccoli: Dead Shack (commedia horror con personaggi molto simpatici), Mayhem (commedia violenta, una specie di The Purge in un ufficio), El Bar (un tipico, ottimo De la Iglesia) e soprattutto Better Watch Out (la versione che stavate aspettando di Mamma ho perso l’aereo). E crepi l’avarizia: vi segnalo anche In un giorno la fine, è italiano, è prodotto dai Manetti ma diretto dall’esordiente Daniele Misischia, ed è un one man show di Alessandro “Dandi” Roja che fa il manager stronzo chiuso in ascensore mentre fuori scoppia l’apocalisse zombi.
A parte quello, i cosiddetti “piatti principali” – casualmente tutti ennesimi sequel di saghe ormai prosciugate – tutto sommato hanno deluso.
Curse of Chucky simpatico ma non ti cambia la vita.
Victor Crowley (ovvero Hatchet 4) poverata clamorosa.
Leatherface era nettamente il più atteso, ed è nato sotto il segno della sfiga apocalittica: venerdì viene proiettato in prima mondiale, e che succede sabato? Ci lascia Tobe Hooper, originatore della saga ma anche produttore esecutivo di questo. “Che coinvolgimento ha avuto?” avevano chiesto dal pubblico durante il Q&A con i registi. “Ci ha messo il nome per contratto, e poi se n’è sbattuto le palle”, la pronta risposta (“he didn’t give a shit” quella letterale).
Parliamone, dei registi: i francesi Julien Maury e Alexandre Bustillo, gli autori di quel À l’intérieur che è uno degli indiscussi capolavori horror di questo nuovo millennio, letteralmente l’unico motivo per cui ci si possa interessare di nuovo alle vicende di Faccia di Cuoio nonostante ben tre capitoli moderni uno più moscio e inutile dell’altro.
Quei Maury e Bustillo che in dieci anni sono riusciti a farsi offrire e poi respingere ben tre reboot classici – Hellraiser, Nightmare, Halloween – sempre per divergenze creative, creando attorno a loro una forte aura autoriale che resisteva anche dopo i risultati discontinui delle loro prove autonome, Livide e Aux yeux des vivants.
Ma al quarto franchise offerto hanno ceduto.
Hanno ceduto a quello forse più maltrattato dal mainstream, oggetto di un reboot diretto dal famigerato Marcus Nispel che si ricorda solo per il culo di Jessica Biel, di un prequel di Jonathan “Ninja Turtles” Liebesman che non si ricorda per nulla, e per un altro capitolo di John “Nessuno” Luessenhop che riesce nell’impresa di non farsi ricordare nemmeno per la presenza di Alexandra Daddario.
E hanno ceduto letteralmente: Leatherface è un altro prequel che ignora il prequel precedente, è girato in Bulgaria come un film di Steven Seagal qualunque ed è un lavoro su commissione che Maury e Bustillo hanno diretto su uno script recapitatogli già pronto.

Dress to impress

Leatherface, canone confusionario o meno, è un film che mette in seria difficoltà.
Già in partenza: vi interessa davvero sapere le origini di Faccia di Cuoio?
Come quasi tutti gli assassini degli horror, Fazza faceva effetto quando ti immedesimavi in chi lo incontrava, in chi si stava facendo all’incirca i cazzi suoi e di colpo si trovava davanti questo inarrestabile bisonte mascherato che roteava una sega a motore, non perché per qualche motivo empatizzavi con lui.
Empatizzare = spaventarsi meno, è la definizione stessa.
Questo film – che ignora il precedente prequel ma per qualche motivo ci tiene ad agganciarsi formalmente al reboot in 3D del 2013 – ce lo mostra da bambino, figlio minore di una famiglia che già pratica l’omicidio violento e il cannibalismo per abitudine/tradizione.
Ci racconta di come viene portato via dall’assistenza sociale a un istituto per orfani troppo problematici per essere riabilitati e adottati.
E poi tenta l’unico tocco creativo semi-azzardato: dopo una rivolta alcuni ragazzi scappano tirandosi dietro un’infermiera, e quindi invece che rifare per l’ennesima volta i teenager che si aggirano intorno alla casa di famiglia ecco che il film diventa un road movie. C’è anche un pallido tentativo di creare un pelino di suspense attorno a quale dei ragazzi diventerà Faccia di Cuoio, spiegando come l’istituto cambi i nomi dei suoi assistiti per aiutarli a rifarsi una vita: il rovescio della medaglia di questa “furbata” è che la sega a motore viene imbracciata solo nell’ultimo quarto d’ora.
La cosa che sto per dire ora fa riderissimo: Leatherface prende a modello La casa del diavolo di Rob Zombie.
Fa riderissimo perché La casa del diavolo – road movie in cui un gruppo di violenti assassini fugge dalla polizia e tu non sai quale dei due schieramenti contiene più psicopatici – era il sequel di La casa dei 1000 corpi, che a sua volta era una specie di remake drogatissimo dell’originale Non aprite quella porta (ma prendeva ispirazione soprattutto dall’umorismo macabro del sequel).
Fa riderissimo, e poi fa piangere, perché ovviamente ne è una versione smorzata, che non ha e nemmeno si sforza di avere un solo grammo della sua grinta sovversiva, perché il suo obiettivo ultimo – come ogni horror con ambizioni mainstream – non è sconvolgere ma mandare in giostra.
Fa piangere come la differenza tra l’inimitabile William Forsythe e Stephen Dorff, uno il cui picco di reputazione è stato farsi etichettare come “il nuovo Christian Slater” a metà anni ’90.
E fa piangere come la presenza stessa di Finn Jones, che almeno per fortuna si vede poco e non deve fingere di menare nessuno.
E allora tocca affidarsi al gusto innato di Maury e Bustillo, che – a differenza dei predecessori – con la loro fantasia malata riescono ad elevare ogni momento violento a qualcosa di godibile anche dallo spettatore un minimo sgamato come noi e voi. E in un mare di pseudo-sadismi annacquati e disinteressati qualche immagine molto bella la indovinano, come la rivolta all’istituto, la scena di sesso in mezzo ai cadaveri e lo showdown finale.
Ma non c’è passione in ciò che mostrano, solo dosi politiche di inerzia e dignità professionale: è il classico film in cui due freelance provano a fare un lavoro da ufficio.
A parte loro, se non altro, ci si gode una grandissima Lily Taylor nel ruolo di mamma Leatherface (la signora Di Cuoio), a dimostrazione del fatto che i due francesi sanno sempre come si trattano le signore dell’horror.

Oggi quella porta la potete aprire, ci hanno fatto un ristorante

DVD-quote:

“Ci manchi, Tobe”
Nanni Cobretti, i400Calci

>> IMDb | Trailer

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12 Commenti

  1. Maxnataeleale

    Sei stato ingiusto : la vera protagonista del reboot era la canotta di Jessica biel. Quello si che era cinema!

  2. Gia’ i fotogrammi coi fitri Instagram mi mettono addosso la tristezza cosmica.

    Ma poi, cioe’, siamo al TERZO prequel?

    Diomio.

    E i non sono neanche troppo severo con il film di Nispel (un onesto horror generico, a NON tener presente l’originale) e col primo(!) prequel (un onesto horror mediocre, a NON tener in conto che, boh… che i film possono essere belli?).

    Pero’.

    Veramente.

    Basta.

    PS segnati i consigli. “El bar” ce l’avevo gia’ in lsta da un pezzo.

    • mki

      io devo ancora recuperare mi gran noche..

      i film di alex in italia arrivano, se arrivano, in differita di almeno 2 anni

    • Rezon

      “TERZO prequel” pfff… vi ricordate il primo Metal Gear Solid? Tra giochi usciti prima e dopo, avrà come minimo SEI O SETTE prequel lol.

      E già la storia è diventata da seghe mentali in certi momenti… ah e che dire di God of War che prima sono usciti l’1 e il 2 poi il prequel dell’1, il sequel del 2, uno ambientato tra l’1 e il 2, un altro ambientato sempre tra l’1 e il 2 ma DOPO quello che ho appena detto, e il prequel del prequel dell’1 e adesso deve uscire il sequel del 3

  3. Steven Senegal

    nanni ho visto una clip dove i due registi confabulano con il paffuto autore dello script e sostanzialmente vien fuori che ci hanno messo mano pesantemente specie per la presenza della fattoria e quindi avranno stravolto tutto il 3° atto. A quanto pare inizialmente la fattoria manco ci doveva essere e l’hanno voluta fortemente per far vedere robe che nell’originale si vedevano solo en passant o si intuivano. Prendo in prestito sta cosa per dire che a me questo ennesimo sul nostro con la necessità non richiesta e non indispensabile di raccontarne le origini mi fa la sensazione di quei parchi a tema/fiere dove riproducono fedelmente scenografie di film o ambienti: pura masturbazione nerd, il voler insistere su un qualcosa senza accontentarsi dell’opera stessa come autoconclusiva ma di volerne sapere di più, voler spiare la scena, carpirne i dettagli. Una situazione abbastanza comune in più campi al giorno d’oggi.
    Quanto ai 2 tizi che si fanno carico di questo universo dopo averne snobbati altri, avranno raggiunto la canna del gas visto che sono sostanzialmente spariti e i bei tempi son lontani.
    Chiudo confessando che ho ridacchiato parecchio sull’aneddoto circa il coinvolgimento di tobe hoper (tra parentesi il trailer ita è fortemente ingannevole credo coscientemente) mi ha ricordato quando in occasione di fast 6 ebbi parole poco carine nei confronti di paul walker

    • Al Frightfest hanno chiesto se hanno dovuto riscrivere la sceneggiatura per aggiungere più violenza e loro hanno confessato di aver riscritto quasi solo il terzo atto, ma per renderlo MENO violento. Ho pensato “mavvaffanculo” abbastanza forte.

  4. Steven Senegal

    ah e la scena del compleanno che gli regalano la motosega è veramente imbarazzante, di una pigrizia da non crederci. Cioè io mi accontentavo di vedergliela fra le mani da adulto non c’era bisogno di quella scena tragicomica
    porca puttana spacco tutto perché leatherface usa la sega a catena? perché gliela regalano al compleanno
    a questo punto se sbagliavano regalo e volevano fare i goliardici da grande poteva diventare qualsiasi cosa che ne so pure valentina nappi

  5. Mark Gregory Live

    @Nanni il legame con il terribile Chainsaw 3D è presto detto: nei titoli di testa il nome di John “Nessuno” Luessenhop compare tra i produttori….

  6. Samuel paidinfuller

    Sono confuso e smemorato…

    Leatherface non era sfigurato sotto la maschera?

    Se sì, evidentemente non è nato sfigurato altrimenti il giochetto del quale regazzino diventerà leatherface non avrebbe senso, a meno di aver girato tutto il film ad altezza ginocchi.

    Quindi mi chiedo: quale dei 3 prequel racconta come si è sfigurato ?

    In cuor mio spero che la risposta sia tutti e 3.

    • Steven Senegal

      nel prequel di nispel se non ricordo male nasce sfigurato e viene adottato da una famiglia del sulcis

  7. Marlon Brandon

    Mi segno i film indicati, anche se che tristezza…
    gli unici sequel riusciti di TCM sono come giustamente dice Nanni i primi due di Robbie Zombie.

  8. Clockwork Alex

    Io l’ho trovato un buon horror. Non da strapparsi i capelli dall’entusiasmo, ma il suo sporco lavoro lo fa. Il gruppetto dei ragazzi in fuga è azzeccato, gli attori credibili finalmente (non fotomodelli e playmate). E comunque: spin off subito sulla ragazza ustionata.

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