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Lo chiamavano Kamen Rider: la recensione di Psychokinesis

Cool guys don’t look at explosions, feat. facce buffe

È solo una teoria particolarmente infondata, ma secondo me Psychokinesis è il primo film che Yeon Sang-ho ha girato dopo essere felicemente convolato a nozze con la sua psicoterapeuta. Anni passati a cercare catarsi per i suoi traumi facendo cartoni animati indipendenti al retrogusto di bile e incazzatura – bene The King of Pigs sul bullismo e sulle discriminazioni sociali, ancora meglio The Fake sulla religione e sulla generale infamia degli esseri umani – poi il successo di Train to Busan, il suo esordio nel live action. E un successo nemmeno normale e molto a sorpresa, tanto che alla fine Train to Busan al cinema lo ha visto un coreano su cinque (non mi pento di nulla). Rinfrancato dal botto, un gioioso Yeon si è proposto alla psicoterapeuta (che ha chiaramente accettato) e oggi è abbastanza felicione da poter affrontare i suoi demoni a colpi di facce buffe, con un sacco di rabbia in meno e la bile di molto addolcita. Quindi basta mogli assassinate, bulli, truffe travestite da culti religiosi e zombi individualisti. Benvenuto cinico fallito che beve meteorite liquido e si trasforma in SuperBabbo Kamen Raider, difensore del popolo lavoratore contro il malvagio capitalista speculatore. Sigla!

Un supereroe un po’ così

La trama di Psychokinesis è lineare lineare. Come in Lo chiamavano Jeeg Robot, un tre quarti di scarto della società – un Santamaria all’acqua di rose, è pur sempre una commedia – che in questo caso si chiama Seok-hyeon, beve casualmente uno space Gatorade e in breve gli sale una psicocinesi di quelle belle, senza mal di testa o epistassi o follie megalomani. Nel frattempo, i piccoli esercenti di una zona commerciale tradizionale combattono come possono gli sgherri assoldati dalla Taesan, ditta che ha vinto l’appalto per costruire su quell’area un centro commerciale duty free per turisti cinesi, ma che si rifiuta di pagare il dovuto risarcimento agli affittuari sfrattati. Durante uno dei loro raid notturni contro i commercianti asserragliati nei negozi per impedirne la demolizione, i gangster uccidono fortuitamente la mamma di Ru-mi, giovane Masaniello degli esercenti insorti e figlia di Seok-hyeon, dal quale è stata abbandonata dieci anni prima.

Il ruolo più bello di sempre

Seok-hyeon è un menefreghista cronico e cinico, che scappa dalle responsabilità e dal confronto e che è stato il primo della classe solo quella volta che hanno eletto il sosia coreano di Elio. Uno a cui la prima cosa che viene in mente dopo aver scoperto di avere superpoteri è che potrebbe diventare il nuovo Uri Geller, cominciando a esibirsi nel night club di quartiere. È la versione di se stesso che il protagonista di Train to Busan vedrebbe riflessa nello specchio magico di Carlo Marx, da una parte quello che la società ritiene un vincente e dall’altra quello che è ritenuto un perdente. E, guarda un po’, entrambi fanno (inizialmente) abbastanza schifo uguale. Anche il difficile rapporto con la figlia ricorda quello del film precedente, al netto degli zombie e con i toni aggiustati alle età e ai generi cinematografici differenti. Quando Seok-hyeon ritrova Ru-mi, che lo contatta per il funerale della mamma, tenta dapprima di convincerla a seguirlo in una vita di comoda e invitante codardia, abbandonando la lotta per salvare il suo ristorante di pollo fritto. Quindi, constatato che la figlia è tanto testarda e volitiva quanto lui è stato debole e rinunciatario, si convince a difenderla dagli assalti dei brutti ceffi. Entra in scena il boss finale, una giovane imprenditrice figlia di papà subdola, senza scrupoli e furba come il demone del capitalismo che la possiede. E giù botte.

Uno di quei boss finali che commissiona alla sua sgherra più tosta una rko pedagogica

Psychokinesis è un pomeriggio di quelli rilassanti al Far East Film Festival. Tipo la proiezione che finisce alle sei nell’unico giorno di festival senza pioggia,  che ti mette abbastanza gioia, ti strappa abbastanza sorrisi e ti regala abbastanza calcinfazza da volerla festeggiare con il tipico aperitivo furlano che ti lascia sbronzo per i due film successivi minimo. È un ottimo esempio del format di successo CoCoCoDDue: Commedia coreana commerciale di due ore, ricetta patentata ormai da qualche anno. C’è il giusto mix di generi, azione e commedia con venature di drammone famigliare, critica sociale e sentimenti abbastanza buoni veicolati da personaggi che si evolvono in meglio. C’è una narrazione lineare che ha permesso prima a chi ha fatto il film di potersi concentrare sui dettagli, poi a chi lo guarda di avere abbastanza spazio per gustarseli. Il menare è un dosato equilibrio di effetti speciali pratici – stuntmen e cianfrusaglie volano che è un piacere – e CGI buona ma non buonissima. Con il plus di avere alle spalle un regista con della personalità, che riesce abbastanza coerentemente nello spinoso tentativo di trasportare il suo discorso su ineguaglianza e ingiustizia sociale dalle bestemmie fuori dai denti degli esordi animati e dall’orrore (umano e zombesco) di Train to Busan, alla tenera buffoneria di Psychokinesis. Film che ribadisce ancora una volta l’amore di Yeon per gli ultimi e i penultimi, nonché il suo odio di panza, da rappresentante del liceo che ha appena scoperto contemporaneamente Marx e Bob Marley, verso il capitalismo individualista e cattivo.

DVD quote:
«Scaglio cose, vedo gente»
(Toshiro Gifuni, i400calci.com)

Scaglia che ti passa

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17 Commenti

  1. Darren Aaroneckart

    Offtopic brutto: ma Dogman lo recensite???

    • Rocco Alano

      Mah… bel film, il sangue c’è, ma dal punto di vista della viulenza è un’occasione persa se si pensa al fatto di cronaca da cui è ispirato.

    • Darren Aaroneckart

      Sono d’accordo, ma si vede che il regista non puntava a quello ma al disagio ed al rapporto malato tra i due…e quello ce ne sta a pacchi! Sono uscito che stavo male dal cinema, e non per le scene violente…

  2. Zen My Ass

    Non avevo idea che provenisse dall`animazione… adesso recupero i due titoli (tre se includiamo il prequel a Train to Busan) che diretto in precedenza.

  3. Shu-Shá

    Scrivo solo per segnalare la chicca assoluta Jailbreak, appena uscito su Netflix, che dovete assolutamente recensire.

    In un carcere asiatico non ricordo dove, ma hanno gli occhi a mandorla, durante il trasferimento di un supertestimone scoppia una rivolta. Quattro reclute acerbe dovranno difendere l’infame da venti diversi gruppi di reclusi che lo vogliono morto.
    Il presupposto tanto amabile quanto irreale è che NESSUNO ha armi da fuoco e TUTTI conoscono benissimo le arti marziali.
    Bonus: un clan mafioso composto da sole donne che usa le katana. Ma fatto bello, non le seghe mentali di Tarantino.

    In pratica è un The Raid dei poveri, ma gli scontri (tantissimi, di fatto è una rissa continua) sono coreografati e girati davvero bene, una goduria.

    Accattatevill’

    • Shu-Shá

      Aggiungo: hanno pure preso un protagonista principale che assomiglia a Uwais (ma sono tutti uguali sti magnariso) e un comprimario che richiama Mad Dog :D .

    • Axel Folle

      Mu hai fatto prendere benissimo

    • Stavros

      siamo in due presi bene allora :-D

    • Ceramiche Kobayashi

      Visto a suo tempo, per me solo una grande delusione: umorismo fuori luogo e il più delle volte inefficace, sceneggiatura svogliatissima e combattimenti perlopiù deludenti.
      Lasciamo perdere Tarantino e The Raid che vivono in un altro universo…

    • Pitch f. H.

      Jailbreak è la risposta cambogiana a The Raid. Il problema è che The Raid non ha fatto nessuna domanda a nessuno, men che meno alla Cambogia. E, in ogni caso, è una risposta del cazzo.

    • Invece secondo me Jailbreak é figo. Anzi, con lammerda che c’é in giro é piú che figo, direi una piccola Bomba. Grazie della segnalazione Shu Shà!

    • Scrivo in diretta mentre lo guardo: c’é anche la MILF con la Katana! XD

    • Vabbe’, a parte le scene d’azione era abbastanza una cagata, ma quelle spakkavano (quasi) tutte.

    • Shu-Shá

      Non so che dire a chi lo schifa, se col cinema che gira oggi non vi piace questa roba avete problemi.
      È uno dei pochissimi film DI (e non CON) arti marziali degli ultimi anni.

  4. Rocco Alano

    Ma il protagonista dice “Sono bravo, sono bravo, sono come Uri Geller / ma vado in merda, se mi si dissalda il cavo”?

  5. Kairos

    Oh, un compare di Far East (ma quest’anno ho bucato, ahimè). Perfetta la tua definizione di commedia coreana da bel pomeriggio festivaliero. Recupererò.

  6. Landis Buzzanca

    “.. LAIDAAAA…. LAAIII-DAAAAAAAHHHH!!”
    (e chi se lo toglie più??)

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