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Tim Cook vs. Blade Runner: Anon

«Ciao, sono Clive Owen e mi sto trasformando in Javier Bardem».

C’era una volta Andrew Niccol.

Cos’è successo a Andrew Niccol? Una volta, vent’anni fa, quando uscì Gattaca, per qualche mese sembrò che il ragazzo potesse diventare quello che oggi è diventato Denis Villeneuve, il poster boy di una fantascienza intelligente e fatta di concetti più che di esplosioni, più -scienza che fanta-; con qualche oncia in meno di talento visivo rispetto al canadese, ma rigoroso e ficcante. Pensavamo di aver trovato un nuovo idolo, se pensate poi che l’anno dopo Niccol scrisse un altro gran bel pezzo di fantascienza dickiana come The Truman Show.

Poi cos’è successo? A un certo punto è successo In Time, uno dei più grossi pasticci che il genere abbia mai visto, ricordato per un’unica intuizione davvero brillante che è quella di ridefinire il concetto di MILF applicandolo a Olivia Wilde madre di Justin Timberlake e scatenando così crisi ormonali lungo l’intera scala Kinsey. In Time partiva in quarta con un’idea forte e ancora una volta debitrice di Philip Dick e si perdeva in tempo zero inseguendo un’estetica che sarebbe dovuta essere cool e che invece assomigliava molto a Steve Buscemi in quel film là e dimenticandosi di sviluppare la succitata idea in modo coerente; un mezzo disastro che negli anni è stato affiancato con fierezza da The Host. E poi? Lord of War, seppure buono, è un film di Nicolas Cage più che di Andrew Niccol, e S1m0ne è qualcosa che siamo tutti felici di dimenticare. Non ho invece nulla da dire, vostro onore, su Good Kill, se non che, in mia difesa, “un film di guerra con Ethan Hawke e January Jones” non è esattamente il pitch più eccitante del mondo.

Mmm, no, neanche “un film di guerra con Shevchenko” mi convince al 100%.

Più in generale, la sensazione riguardando l’intera carriera di Andrew Niccol è che sia difficile capire quanti dei suoi film siano film che Andrew Niccol ha voluto fare e quanti siano film che Andrew Niccol ha dovuto fare. Anon, in teoria, appartiene alla prima categoria: se l’è scritto, se l’è fatto produrre da gente seria che fa film seri, se l’è fatto distribuire da Netflix per la massima copertura possibile, è, soprattutto, un ritorno alla fantascienza che lui più ama, in teoria. Un modo per chiedere scusa per In Time e riaffermare che Gattaca non è stato un incidente di percorso. Un Blade Runner per l’era di Facebook e della privacy, persino più puntuale e meno futuribile dell’opera di Scott.

Anche un po’ una palla al cazzo purtroppo. Sigla!

Anon è un noir che più noir non si può. Avete presente quanto era noir Blade Runner? Anon è forse ancora più pedissequamente aderente alle regole del genere. C’è da riconoscergli che spesso lo fa con criterio: Clive Owen è perfetto nei panni dell’ombroso detective dal passato tragico, come lo è Colm Feore in quelli del suo capo cinico e disilluso; c’è poi il capitolo Amanda Seyfried che affronteremo dopo, con tutta calma. Altrettanto spesso, però, l’approccio di Niccol è così scolastico da scadere nel parodistico: le maschere e le personalità archetipiche vanno benissimo, meno bene è quando la direzione degli attori si riassume in un Post-It con scritto sopra “tenete la stessa faccia per tutto il film”.

Non ci sono solo gli stilemi: anche l’architettura è lì a cavallo tra thriller e noir, solo catapultata in un enorme keynote della Apple. Siamo nel duemilaequalcosina, un futuro estremamente simile al nostro presente nel quale però, per riassumere, la privacy è scomparsa, e in un certo senso anche la realtà. L’umanità, che per il resto è rimasta pervicacemente attaccata a uno stile di vita da primissimo XXI secolo, ora vede tutto attraverso il Mind’s Eye, un sistema di realtà aumentata infilato direttamente nel cervello della gente che da un lato sovrappone informazioni utili a tutto ciò che entra nel loro campo visivo, dall’altro registra costantemente ogni secondo della loro vita e lo conserva in un permanent record prontamente accessibile dalle autorità in caso di bisogno.

Pensate che vita stronza che fa questa gente.

In pratica la gente vive in streaming costante, tutti sanno tutto di tutti e tutto con una sola occhiata, non è più possibile mentire perché ogni affermazione è immediatamente verificabile, stanno tutti bene e il crimine non esiste più. Non ha neanche più senso parlare di realtà aumentata, quello che entra nel nervo ottico e quello che arriva al cervello sono due cose diverse, il flusso di informazioni che riceviamo da almeno uno dei nostri cinque sensi è pervertito all’origine e trasformato in una sorta di Matrix meets TripAdvisor.

È un’idea figa. Fragile come un cristallo in un negozio di elefanti e incline a collassare appena la si guarda un po’ da vicino – e infatti Niccol la sviluppa solo in superficie, dando per scontati parecchi passaggi e limitandosi a stilizzare la sua distopia più che approfondirla. È un racconto molto cinematografico, con pochi spiegoni e che preferisce far parlare le immagini. È una cosa molto bella.

Preparatevi a vedere spesso questa inquadratura.

È anche tutto molto poco interessante, purtroppo, più un abbozzo o uno studio d’atmosfera che altro. È un whodunit, non lo dico io, lo dice Clive Owen quando succede un omicidio e la persona che l’ha commesso non è nel sistema, e risulta impossibile da identificare perché ha manomesso il feed degli occhi delle sue vittime sostituendolo con il suo punto di vista sulla situazione, e lo ripete Clive Owen quando questo singolo omicidio diventa una Serie di Misteriosi Omicidi. È un hacker serial killer cattivissimo! E pensare che solo qualche ora prima Clive Owen aveva incrociato per strada Amanda Seyfried con il caschetto nero e aveva notato l’assenza di informazioni su di lei nel sistema! Che Amanda Seyfried con il caschetto nero sia la nostra misteriosa assassina?

L’insistenza sul caschetto nero non è casuale, e precede una preghiera che voglio lanciare in favore della povera Amanda Seyfried, un’attrice di grande talento con il difetto di essere troppo bella per Hollywood, che ancora oggi è incapace di darle un ruolo decente e che non preveda lunghe filippiche sui suoi enormi occhi blu e almeno un nudo gratuito. Da quando l’abbiamo scoperta in Mean Girls, la carriera di Amanda Seyfried è stata costellata di ruoli da cerbiattina tenerosa, ruoli da fatalona, ruoli da cerbiattina fatalona e qualche ruolo teneroso. Indovinate un po’? In un noir serve la femme fatale, e in Anon abbiamo un’Amanda Seyfried in versione 70% fatalona 30% cerbiattina, condannata a mantenere la stessa espressione intensa e distante e vulnerabile e crudele per tutto il film e a mostrare le tette un paio di volte. Per favore, per una volta scrivete un personaggio ad Amanda Seyfried invece di scrivere sulla sceneggiatura “e qui Amanda Seyfried fa Amanda Seyfried”.

«Più Amanda di così, Amanda!».

Il personaggio di Amanda Seyfried diventa così il cuore di Anon, l’ossessione di tutti, che quasi immediatamente distrae anche Niccol da qualsiasi opera di costruzione del mondo. C’è un discorso interessante sullo sfondo: Anon è una hacker che riesce a modificare in diretta il feed di chiunque e la cui identità online è criptata in modi curiosi e bizzarri, ma è anche una che potrebbe avere un’agenda, che ha un’etica e una filosofia di vita e che forse, tutto sommato, non è la vera colpevole dei Misteriosi Omicidi, e sarebbe interessante saperne di più se non fossimo tutti troppo concentrati su inquadrature a effetto e il culo di Amanda Seyfried.

Ad accentuare la sensazione di un film che gira in tondo perché non ha voglia di chiudere un discorso che poteva essere sviluppato e concluso nel giro di un cortometraggio c’è l’estrema staticità di tutto quanto, dalla sceneggiatura alla messa in scena. Il ritmo è glaciale quanto la fotografia di Amir Mokri (uno che comunque ha un CV niente male), il racconto procede a passo di formica e si ripete più spesso di quanto dovrebbe, i rari dialoghi che vanno oltre lo scambio di due semplici battute hanno un impianto quasi teatrale, con gente che si dà il turno a declamare frasi importanti e piene di paroloni tecnici. Non che non sia attraente, anzi Anon è un’opera sempre elegante e che si lascia ammirare con piacere, piena di gente figa che riempie l’inquadratura

momenti di pura ricerca estetica (o masturbazione se preferite)

e pubblicità dell’iPhone

Quello che gli manca è il sangue, la rabbia, la voglia di spaccare le cose. Anon è un distinto signore che espone educatamente le sue teorie mentre tiene una mano in tasca perché comunque c’è Amanda Seyfried in zona, e in questo fa anche un po’ schifo. È significativo che il primo vero sussulto arrivi sulla soglia dei titoli di coda, quando dopo aver scoperto il/la colpevole per la prima volta sentiamo uno dei personaggi esprimere un pensiero e non una semplice affermazione. Ed è un peccato, perché le fondamenta da noir potevano dare ad Anon tutto lo spazio necessario per provare a dire delle cose, invece di limitarsi a questa specie di karaoke sul quale sta allo spettatore cantare qualcosa che dia un minimo di senso alla messa in scena.

Magari è voluto, magari l’idea è di stilizzare tutto ai limiti della leggibilità e spargere frammenti e brandelli di idee vestiti a festa per l’occasione e provocare riflessioni, e quindi magari non ci ho capito nulla io. Quello che ho capito è che Anon propone un futuro distopico ma tutto sommato possibile e vicino a noi e si dimentica fino all’ultimo di argomentare la parte sulla distopia, troppo impegnato a compiacersi di se stesso.

DVD quote:

«You can’t spell “Bellino, Manon Serve” without “Anon”»
(Stanlio Kubrick, i400calci.com)

IMDb | Trailer

 

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18 Commenti

  1. Rocco Alano

    L’idea di partenza pare una puntata di Black Mirror, da come la descrivi.

    • Videostronz

      Anche io ho pensato subito a bm

    • Landis Buzzanca

      c’era questa idea, non letteralmente ma quasi: tutti si fanno impiantare una specie di gazorpazorp che registra tutti i loro input audiovisivi e poi passano la vita a riguardarseli, rinfacciarseli e litigare. [S01E03, “The entire history of you”]

  2. Norton Antichrist

    Scusate, ma quando esce in Italia?

  3. Toshi

    Ma che cazzo dici Amanda!

  4. Carlo

    Con Amanda, il passaggio da Anon ad Onan é scontatissimo.

  5. Blackporkismo

    un miscuglio di Ghost in the Shell e Final Cut con l’estetica di In Time e Gattaca

  6. GGJJ

    E cmq secondo me Amanda Seyfried è bella ma non bellissima.
    Vero anche che per me ormai esiste solo Samara Weaving

    • Rocco Alano

      Avrei già sottoscritto dopo “The Babysitter”, ma, dopo “Mayhem” sottoscrivo col sangue

    • GGJJ

      Che poi partecipa solo a roba che mi piace! Oltre i succitati l’ho vista in “tre manifesti a ebbing missouri” e nella prima stagione di “Ash vs Evil Dead”

    • GGJJ

      Che poi mi sono reso conto che la Weaving partecipa solo a cose che mi piacciono! Oltre i succitati (Mayhem è una bomba, ricordiamolo) si vede anche in “3 manifesti ad ebbing missouri” e nella prima stagione di “Ash vs Evil Dead”

  7. OnOff

    Direi che il Niccol di Gattaca è morto e sepolto.
    Con questo film ha reso un ottimo servizio ai suoi residui estimatori. Mostrandogli come quello che stanno cercando, possano trovarlo in Black Mirror.

  8. arcibaldo

    Una cacata colossale, mi spiace perché ci credevo, ma è aberrante. Una rottura di coglioni che per le inquadrature statiche e per il continuo uso del programmino del cazzo m’ha ricordato quei videogiochi tremendi con filmati live che c’era ad inizio anni 90 tipo mad dog mcCree. Un film micidiale, pieno di buchi e di attori cani, un’ora e quaranta che sembrano 6.

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