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The Last of Her: la rece di Hostile

Il regista di Hostile, che non è Hostiles, il film di Scott Cooper con Batman e il deserto ma Hostile, un film senza Scott Cooper né Batman ma con il deserto, si chiama Mathieu Turi. Quando ero piccolo avevo un amico di nome Salvatore, che tutti chiamavano Turi, abbreviazione di Turiddu. Non credo che “Turi” in “Mathieu Turi” sia abbreviazione di Turiddu, per quanto in Sicilia mi sia capitato di vedere deserti molto simili a quelli di Hostile, che voglio dire, grazie al cazzo, è girato in Marocco. Più probabilmente è abbreviazione di “Sono Un Giovane Regista Di Seconda Unità Al Quale Xavier Gens Ha Dato L’occasione Della Vita E Io L’ho Quasi Buttata Nel Cesso Infilando Pretty Woman Nel Mio Film Di Zombie Postapocalittici”, che peraltro mi fa venire la curiosità di conoscere la famiglia di Mathieu Turi per capire da quanto tempo hanno questo cognome incredibilmente specifico.

E quindi Mathieu Sono Un Giovane Regista Di Seconda Unità Al Quale Xavier Gens Ha Dato L’occasione Della Vita E Io L’ho Quasi Buttata Nel cesso Infilando Pretty Woman Nel Mio Film Di Zombie Postapocalittici detto Turi ha diretto questo Hostile, un film con un’ambizione fortissima sviluppata con talento e mano sicura: l’idea è di mettere una persona in mezzo al deserto di notte e riuscire a rendere claustrofobica la situazione. Poi però al Turi ha cominciato a battere forte il cuore, il suo animo romantico ha preso il sopravvento e si è reso conto che tutto quello che aveva scritto fino a quel momento gli sarebbe bastato a malapena per riempire un corto sui 35/40 minuti. E al grido di AMOR VINCIT OMNIA ha innestato un secondo film sopra quello che aveva già in mente. E ha fatto un pasticcio. E ora sono qui a parlarvene. E quindi cominciamo con la sigla, che a rigor di logica dovrebbe essere la stessa della rece di The Endless, visto che a quanto pare i registi indie hanno riscoperto tutti insieme gli Animals. E però che noia se fosse la stessa, e quindi andiamo con un po’ di arte concettuale. SIGLA!

Come Buried e come tutti gli altri film simili a Buried che sono usciti dopo Buried (o anche prima, non da ultimo The Descent al quale Hostile guarda spesso e volentieri soprattutto quando si tratta di usare le luci), Hostile è uno one person show con location singola e tanta paranoia. Con un’overture di, francamente, bellezza abbacinante, Turi ci introduce al suo mondo di cose brutte successe nel recente passato, postapocalisse, paesaggi, deserti, solitudine, silenzi, negozi abbandonati da saccheggiare e strade infinite che urlano ROAD MOVIE a ogni curva che non c’è perché sono tutte drittissime e, appunto, infinite.

A scavare tra le macerie di questa terra postapocalittica incontriamo Juliet, che è tipo Rey di Star Wars ma più incazzata e con una pistola. Juliet vaga tra le rovine in cerca di cose da mangiare e da riportare al campo base, dove la aspettano boh, “gli altri”, dei quali nel corso del film scopriremo solo che uno si chiama Harry. Perché in una mossa che ribalta in un istante tutte le promesse dei primi minuti, Juliet fa un incidente, il suo camion camios si ribalta, lei si spacca la gamba e arriva uno zombie.

Lo chiamo “zombie” per mancanza di altri descrittori più efficaci: nonostante un goffo e tardivo tentativo di spiegare le cause dell’apocalisse e l’origine dei mostri che hanno reso impossibile un ritorno alla vita civile, Hostile si regge in gran parte sul non detto e lascia che a riempire i vuoti siano decenni di letteratura, cinema, televisione, fumetti e videogiochi ambientati in un mondo dopo la fine del mondo (leggetelo, è bellissimo). Turi fa economia narrativa e fa bene: a cosa serve, per esempio, sprecare cinque minuti di film con un voiceover che ci racconta “come ci siamo ridotti così” quando ti basta mostrare una tizia che si aggira tra gli scaffali di un supermercato abbandonato per far capire allo spettatore di cosa stiamo parlando? Quando un po’ di sabbia e tre camios (camioses? camii?) in croce sono sufficienti a fare atmosfera?

Vale anche per la presenza degli zombie e spiega come mai ci si riferisca a loro chiamandoli semplicemente “loro”: nel momento in cui il silenzio viene rotto dal grido di un mostrino con evidente fame di carne umana, Hostile ha già stabilito i confini della sua personale versione della post-apocalisse. Sarà stato un virus, un gas chimico, un meteorite, una serie di esplosioni nucleari che hanno trasformato la Terra in un deserto? Ancora una volta, importa poco: Juliet ha fatto un incidente e c’è uno zombie post-atomico che la aspetta per assassinarla un po’. E siccome la sua base è lontana, il camios è rotto e la sua gamba pure, il film ha finito di presentarsi: la ragazza ha da passà ‘a nuttata.

E quindi! Via con ottanta minuti di survival movie duro e puro ambientato dentro un camios ribaltato, giusto? Fantastico!

Ha stile.

No. Per nulla. MANCO PER IL CAZZO. Perché Turi, l’amico Turi, ha LE IDEE. Sente LE EMOZIONI. Vuole RENDERE TRIDIMENSIONALI i suoi personaggi. E dunque usa I FLASHBACK. Hostile fatica a durare e un’ora e venti e metà del girato è dedicato AI FLASHBACK. Lo vedete tutto questo CAPS? È un’allegoria della delicatezza con cui Turi affronta I FLASHBACK e LE EMOZIONI.

Ora, non è compito del critico fare processi alle intenzioni quindi figuratevi se è compito mio. Se Mathieu Turi, Autore (Auturi?) vuole raccontare in parallelo una vicenda romantica ed emozionante così da giustapporla alla crudeltà e violenza delle immagini di Juliet che prova a sopravvivere allo zombie è liberissimo di farlo. Ci mancherebbe! Potrebbe anche venirgli bene, Brittany Ashworth è più o meno brava in entrambi i contesti e il suo partner Grégory Fitoussi le fa da più che discreta spalla, tra i due c’è alchimia, e il gioco dei contrasti potrebbe anche funzionare per spezzare la tensione o che ne so.

Però porca troia Turi trova uno che ti sappia scrivere queste parti perché tu sei buono con gli zombie ma con gli esseri umani sei un disastro.

Uh.

La storia parallela è quella d’amore tra Juliet e Jack, la fotografia del quale lei porta sempre sul cruscotto del camios, ed è sostanzialmente Cinquanta sfumature senza il sesso (quindi il Cinquanta sfumature cinematografico), o Pretty Woman, o una qualsiasi stracazzo di dramedy in cui lei, bella e maledetta, povera e tossica ma con un cuore grande così che chiede solo di essere amato, incontra lui, bello e misterioso, ricco come solo gli stronzi con questa faccia sanno essere

e che piomba nella sua vita come un cavaliere bianco e, con un misto di fascino e sottile coercizione fisica, la convince a farsi amare (e a disintossicarsi, così da poter aggiungere “ti ho salvato la vita” alla lista delle cose buone che ha fatto per lei). Ci sono di mezzo litigi e riconciliazioni, parlare di avere figli, crisi di coppia, tutto quello che vi aspettereste da una brutta commedia romantica della seconda metà degli anni Novanta. È una tortura che periodicamente Turi ci somministra, peraltro interrompendo le rare sequenze d’azione catapultandoci di botto in un qualche attico newyorkese. E se da un lato la misericordiosa scelta di Turi di evitare ellissi e riprendere il filo del discorso dove l’aveva lasciato aiuta a non uscire del tutto dal film, dall’altro rende piuttosto evidente come Hostile siano due film uno innestato sopra l’altro più che un’opera organica.

È un peccato perché l’idea dei flashback non è necessariamente malvagia di per sé; è solo sovra-utilizzata, invadente e pure scadente rispetto alla gloria dei momenti di puro survival. Perché poi Turi (che il film se l’è scritto e diretto da solo) è bravo a fare il mestiere di “regista horror”, ha una chiarezza di esposizione e un controllo degli spazi ristretti che sono invidiabili, voglio dire, è riuscito a fare mezzo film ambientato di notte dentro un camion e non infilare neanche una scena in cui non si capisce un cazzo, è roba per cui tenerselo stretto. Magari, ecco, bisogna spiegargli due cose sui metaforoni, perché quando Hostile, più o meno sul finale, comincia ad armonizzare flashback e narrazione principale lo fa a botte di robe simboliche, allegorie e parallelismi visivi che diventano imbarazzanti nel momento in cui è chiaro dove vogliono andare a parare.

LALALALALA

O anche: il finale, per come è concepito, per come è scritto, per come è messo in scena, per come non significa un cazzo di nulla, è il momento in cui tutto l’edificio collassa e Turi si risveglia tra le sue stesse macerie, e se tutto va bene si rende conto che questa idea dei due film in uno gli è un po’ sfuggita di mano e magari certe cose è meglio lasciarle fare a chi le fa bene.

Lui ne fa bene altre, fa bene i mostri (a proposito, lo zombie di turno è ovviamente Javier Botet, e spacca), fa bene la violenza e la tensione, fa bene lo schifo e la morte, le teste spappolate e le ossa frantumate. Le storie di donne forti ma indifese che vengono redente da un uomo facoltoso? Eh, boh, magari quelle anche no. La prossima volta faccia un corto, o torni con qualche idea meno imbarazzante.

«Avesse fatto un corto…»
(Stanlio Kubrick, i400calci.com)

IMDb | Trailer


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8 Commenti

  1. Piter Verhofalsen

    La struttura è identica a quella di “Mine”, il cui metaforone era comunque integrato nella storia, anche se tirato un po’.
    Qual è il vostro pensiero su di esso, specie in confronto a Hostile? Son molto curioso

  2. Brainiac

    Turi/Auturi – per assassinarla un po’ – camii (ma aggiungerei anche l’autii, come diceva mio zio Antonio): la mia giornata potrebbe finire qui. Film metaforona abbasta grazie: Der Nachtmar, Mine, quell’altro della morta che usciva dal letto… sgamato l’andazzo si puó premere fast forward all’infinito.

    • Aspe’ rinfrescami la memoria che quello sulla morta che si alza mi sfugge…

    • Brainiac

      Nina forever, mi pare. Ogni volta che Lui fa all’amore con una donna la sua ex (morta da un pezzo) si materializza nel letto, e quasi reclama una cosa a tre. E non é un porno, é un metaforone erto-erto.

  3. Che spreco un film che si chiama HOSTILE senza usare i Pantera per la sigla.

  4. Camii plurale di camion è tipico pratere, come il motore per indicare la motocicletta

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