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Tanta nostalgia degli anni 90 quando il mondo era l’arca e noi eravamo Strange Days

cosa ti passa per la testa?

Ci pensate mai, agli anni 90? Io sì, sempre più spesso ora che sono ufficialmente i nuovi 80, in termini di spremute di nostalgia. E mi dico: beh, dai, gli anni 90, non male. Nei miei ricordi hanno la forma colorata e cazzona di un episodio di Willy il principe di Bel Air, il sapore chimico e un po’ bruciacchiato del Ciobar che mi preparava la nonna mentre guardavo i Power Rangers, una colonna sonora che le discoteche rock ancora ci campano dopo vent’anni. Chiudo gli occhi e mi si para davanti tutto un tripudio di pecore Dolly e comete Hale-Bopp, di Spice Girls e di Rage Against the Machine, di Sailor Moon e di Buffy, e di benvenuti al Jurassic Park qui non si bada a spese, di Bill Clinton con gli occhiali da sole che suona il sax, di Rabin e Arafat che si stringono la mano, la guerra fredda è finita, l’Europa è finalmente unita, c’è Windows 95, il mio primo modem, oh, il suono dell’internet! L’ottimismo! La pace nel mondo!

Mi dico: aspetta, vediamo che ne pensa Wikipedia. Uhm, la guerra del Golfo, okay. I conflitti etnici, ah già. I troubles. Il rigore sbagliato di Roberto Baggio. L’assedio di Waco, il caso O.J. Simpson, l’assassinio di Gianni Versace (qua non è Wiki, sono io che guardo troppe serie tv). Fiorello e il karaoke in piazza! La macarena! Il Millennium Bug! E un film della stramadonna come Strange Days che floppa di brutto al botteghino! Uhm.

Cosa ci insegna questa storia? Che del passato, soprattutto di quand’eravamo piccoli e stupidi, ci ricordiamo solo le cose belle. Che crogiolarsi nella nostalgia per un po’ va anche bene, ma è importante non perdere mai di vista il quadro generale. Che dovrei darglieli, quei fottuti 2 dollari a Wikipedia. Che spesso il pubblico e Nanni Moretti non capiscono una fava. Che a volte il futuro ti prende alla sprovvista e che proprio per questo è meglio tenere gli occhi bene aperti sul presente, right here right now. Esatto, oggi madame Lapalisse non vi parla di Stranger Things ma di Strange Days. Sigla.

(Il trivia che sapete già ma ve lo dico lo stesso: Fatboy Slim ha fatto questo pezzo campionando la voce di Mace/Angela Bassett quando ne dice finalmente quattro a quell’adorabile cialtra di Lenny Nero/Ralph Fiennes)

Ho detto che Strange Days ha floppato di brutto, ma il termine tecnico è probabilmente “bagno di sangue”: costato 42 milioni di dollari, negli Stati Uniti ne incassa meno di 8. Siamo nel 1995, esattamente a metà del decennio, e Kathryn Bigelow viene dal successo di Point Break, che con circa metà del budget di Strange Days aveva sfondato il tetto degli 80 milioni, lanciato la carriera adulta di Keanu Reeves, preparato una serie infinita di citazioni e parodie, e piantato il semino da cui sarebbe poi sbocciata la più grande e commovente saga famigliare di tutti i tempi. Il pubblico va a vedere altro, la critica (tranne qualche lodevole eccezione) non sa bene come comportarsi davanti a un film di fantascienza che dentro sembra avere pochissima fantascienza ma un botto di altra roba, e così – per non saper né leggere né scrivere – sfodera per Strange Days la sempreverde e tristemente generica etichetta di “film violento” (e chi l’avrebbe mai detto). Poi, fortunatamente, pian pianino, il destino rimette le cose a posto come può, e Strange Days si guadagna il meritato status di cult movie, eppure c’è ancora chi lo definisce «bello ma datato». «Ah, signora mia, un film così anni 90».

Voi dite? Vediamo.

tanto per cominciare: una cit.

Strange Days si svolge tutto in due giorni (anzi, quasi completamente in due notti), le ultime due dell’anno 1999, dunque le ultime due del millennio (sì, tecnicamente il millennio finisce il 31 dicembre 2000, bravi!, ma il reparto marketing del nuovo secolo e il nostro amico Millennium Bug di cui sopra hanno convenuto che lo scatto numerico tondo facesse molto più finedimondo), in una Los Angeles sfatta e decadente, con la criminalità alle stelle, l’esercito che pattuglia poche zone “sicure”, i ricchi che girano in automobili blindate, i poveri che si sparano a vicenda per strada, locali che si chiamano Retinal Fetish, anarchia varia, etc. Potrei dirvi che è il tipico futuro distopico alla Blade Runner, ma mentirei: quello di Strange Days è più che altro un passato prossimo, e pure abbastanza preciso, quello delle rivolte di Los Angeles del 1992, che Bigelow, James Cameron, il cast e la crew e tutti quelli che facevano il cinema lì in quel periodo hanno visto accadere, ci sono passati a fianco, o forse addirittura in mezzo, e si sono detti: «Ah, ecco, alla fine è così che è fatta l’apocalisse». A Bigelow basta una scena, una sola, per dirci con precisione tutto il mondo in cui ci stiamo muovendo: il nostro protagonista guida su quello che credo sia il Sunset Boulevard, guarda fuori dal finestrino e adocchia due ragazze, sul marciapiede accanto, che rincorrono un Babbo Natale, lo raggiungono, lo afferrano e lo saccagnano di botte. Benvenuti nel futuro! Benvenuti a La La Land!

city of stars, are you shining just for me?

Il protagonista in questione è Lenny Nero, che ha un nome meravigliosamente vecchia Hollywood e infatti è un antieroe da noir fatto e finito, sebbene sfoderi camicie e cravatte improponibili (SPOILER: una delle mie battute preferite è quando alla fine Ralph Fiennes dice a Tom Sizemore «non sapevo fossi daltonico» e lui gli risponde «solo così riesco a sopportare le tue cravatte»), una serie di falsi rolex (con cui prova sempre a corrompere la gente per non farsi menare, ma quelli poi usano appunto il falso rolex per menarlo), un discutibile taglio di capelli a tendina (quello sì orribilmente nineties). Lo interpreta il fratello bravo di Joseph Fiennes, ed è un ex poliziotto cacciato con disonore che per mantenersi smercia una nuova droga, da cui lui stesso è dipendente, lo SQUID.

… e buona camicia a tutti!

Lo SQUID (volendo, ci assomiglia pure, a un calamaro), nella sua forma fisica, è un’altra delle cose molto anni 90 di Strange Days: una sofisticatissima tecnologia sviluppata dall’FBI e passata al mercato nero, iper-avanzata e super futuristica, nella forma di… MINIDISC SONY. Evidentemente in quegli anni i minidisc sembravano il futuro, spero abbiano almeno sganciato un po’ di cash in product placement. Lo SQUID permette di rivivere pezzi di esperienze altrui: ricordi, a tutti gli effetti, ma come se fossero di nuovo qui, rewind e play nella corteccia cerebrale come se la mente fosse un videoregistratore. Come se io potessi rivivere quel momento in cui guardavo i Power Rangers a casa della nonna e ri-assaporare quel gusto un po’ bruciacchiato e chimico del Ciobar e ri-sentire cosa voleva dire stare in un corpo di dodicenne. Solo che, sospetto, alle altre persone frega niente del Ciobar e di mia nonna, le potenzialità commerciali dello SQUID stanno in gran parte nel vendere il proibito – uno spettro piuttosto ampio e soggettivo che va dal tradire il proprio partner all’ammazzare la gente – senza conseguenze (visibili) per chi compra, nell’offrire un’esperienza vicaria ma intensissima, virtuale ma a un soffio dall’autentico.

Questo lo scenario, lo sfondo: il plot di Strange Days è poi abbastanza complicato, seguire le cose che succedono pretende una certa attenzione.

state attenti

Essendo un noir prevede una meravigliosa femme fatale nella persona di Faith/Juliette Lewis, l’aggiornamento contemporaneo di Rita Hayworth più esatto che mi riesca d’immaginare: non si riconosce il confine tra i suoi vestiti e la sua pelle, se sono luminosi i lustrini oppure lei, che è bellissima e stronza ed eccitante e pericolosa, e poi ondeggia e canta PJ Harvey con tutta la rabbia di una creatura selvaggia in gabbia. Faith è la droga di Lenny, l’ossessione del passato da cui non riesce a uscire, e da cui si lascia consumare. Essendo Strange Days anche un giallo, Nero (ah ah!) ha poi una straordinaria compagna d’indagini e d’avventure, il mio idolo assoluto, Mace/Angela Bassett, che di lavoro fa l’autista di limousine in questa Los Angeles qui, dunque sa menare, sparare e guidare come una divinità cazzutissima, oltre a sfoggiare di default la faccia «non ho tempo per le tue cazzate». E poi c’è Max/Tom Sizemore, l’altro BFF ed ex collega di Lenny, che ha abbracciato così bene lo Zeitgeist da blaterare ininterrottamente perle cospirazioniste e aforismi tipo «Il punto non è se sei paranoico, il punto è se sei paranoico abbastanza».

ritratto di un’autista di limousine, los angeles 1999

Ed ecco dove volevo arrivare: è vero che in Strange Days ci sono i minidisc Sony e i cellulari grossi come il mio citofono, ma – prima che ci arrivasse qualcun altro – ha previsto a suo modo il nostro presente. I social network pervasivi in cui tutti spacciamo e riviviamo ossessivamente la nostra vita fatta a pezzettini (i pezzettini migliori, quelli più colorati, o più intensi). Il nostro quotidiano modo di esistere registrandoci e subito consegnandoci a un passato ripetibile in loop. E, di lì, tutte le manie del controllo e di persecuzione, la sorveglianza incessante e senza scampo (vedi il personaggio di Philo Gant, interpretato dal buon Michael Wincott, uno dei migliori cattivi anni 90). La paranoia collettiva, e chi ci sguazza. Tutto questo non solo Strange Days l’ha previsto, ma l’ha proprio visto: nei lunghi pianisequenza che servono a Bigelow per rimettere su schermo l’esperienza il più possibile precisa di stare dentro la testa, la pelle e i nervi di qualcun altro. Per realizzare i quali la nostra eroina e il suo direttore della fotografia Leonetti si sono inventati una camera apposta, un ibrido perfetto tra steadicam e camera a mano, leggerissima, e con delle ottiche capaci di adattarsi repentinamente ai cambi di luce, insomma, in pratica hanno ricostruito l’occhio umano in forma di macchina da presa. Ci hanno dato le nostre fottute videocamere dei telefonini in anticipo. E precorso tutta la cascata di horror POV che qualcuno avrebbe poi chiamato «lo stile cinematografico del nuovo millennio». E oggi, infatti, guardiamo e vediamo così: in pianisequenza lunghissimi che sono le riprese con l’iPhone delle nostre eccezionali e futili scemenze quotidiane. E, già nel 1995, Strange Days era quindi (anche) un meta-film: perché cos’è il cinema se non una serie di fantasie in playback, costruite per titillare i nostri desideri, in uno spettro piuttosto ampio che va dalla commediola romantica alla pornografia, dalle coreografie del musical a quelle di menare, dagli inseguimenti in auto alle sparatorie, da viaggi nel passato a esplorazioni del futuro a «qualsiasi cosa ti passi per la testa»?

Forte questa camera! Se non ci fosse bisognerebbe inventarla… oh wait.

Tutto questo, e comunque Strange Days non è assolutamente un film tecnofobo, è troppo intelligente, non fa del moralismo random, e anzi è proprio lo SQUID, alla fine, a “salvare il mondo”. Beh, okay, non a salvare il mondo. A immaginare di renderlo un po’ meno una merda (proprio come fa Lenny col suo amico rimasto senza gambe)? A suggerire un’ipotesi di speranza? Fate voi. C’è chi, di Strange Days, lamenta l’implausibilità del finale, sia dal punto di vista narrativo (tutti quei colpi di scena, così thrillerone anni 90, così M. Night!) sia dal punto di vista filosofico (davvero vuoi metterci un happy end in fondo a una storia così cupa?). Io no, io sono contenta: mi piace che ci sia una trama, e che sia anche intricata, che serva a spiegare il mondo che inventa, che faccia succedere cose invece che limitarsi a dipingere uno sfondo, per quanto evocativo (come spesso accade con le distopie o con quelle opere che fanno del raffinatissimo world building e poi si dimenticano di ambientarci qualcosa dentro). E mi piace, sì, mi piace quel lieto fine: tutte le storie profondamente umaniste, come questa, che colgono il proprio tempo diventando senza tempo, si meritano di finire con un limone duro sotto una pioggia di luci e di coriandoli colorati.

E con un mega-rave organizzato per davvero in centro a Los Angeles, costato 700 mila dollari, con fiumi di droga (allegedly) a scorrere, e sul palco Aphex Twin. Mi sembra il minimo, dai, per un film così anni 90.

oh, raga, allora a capodanno?

!!!VELOCE AREA SPOILER ATTENZIONE NON LEGGERE SE NON HAI VISTO IL FILM!!!

La parte sulla questione razziale la metto qui, perché rivelare il contenuto della clip registrata inavvertitamente da Iris (ovvero l’evento che origina il labirinto di trame del film) rovinerebbe la visione a chiunque non ha visto il film. Ed è l’ennesima cosa di Strange Days profondamente figlia del proprio tempo, di un film uscito tre anni dopo la “mondovisione” del pestaggio di Rodney King, e che contemporaneamente potrebbe essere stata scritta l’altro ieri, dopo i fatti di Ferguson, dopo le dirette Facebook delle uccisioni di Philando Castile e di altri afroamericani da parte della polizia americana. E nemmeno è un caso che la scena più insostenibile da guardare – quella più “violenta” che tanto disturbò i critici del 1995 – sia lo stupro e l’omicidio in POV di Iris, e senza nemmeno che si veda una goccia di sangue, ma solo per come ci obbliga, contro la nostra volontà, ad aderire alla prospettiva dello stupratore assassino mentre si nutre del terrore della propria vittima. E così, tra tutte le altre mille cose, Strange Days è pure un film politico (e su temi che a Bigelow non hanno smesso di interessare, tanto che l’anno scorso ci è tornata su con Detroit), schierato in modo semplice e netto, senza bisogno di urlarlo troppo, ma seminando bene, per esempio nel sottofondo così ordinario del chiacchiericcio da telegiornale (le scene in cui i protagonisti vedono la notizia della morte di Jeriko alla tv), e raccogliendo poi tutto, al momento giusto, per prenderti a mazzate nello stomaco.

Ah, e poi c’è anche Vincent D’Onofrio che fa quella faccia.

seven-six-two millimiters

Dvd quote suggerita: «Un film della stramadonna». Alternative quote: «Nanni Moretti puppami la fava». Xena Rowlands, i400calci.com

Trailer | IMDb

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70 Commenti

  1. Anonimo

    Che film della stramadonna ho appena visto

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