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Nanni Cobretti

Cronache dal Fighting Spirit Film Festival 2019

Vincent Wang e Jason Ninh Cao introducono Lôi Báo

Che bello.
C’è poco da fare, il Fighting Spirit Film Festival è un festival diverso da tutti gli altri.
Sono tutti contenti! Non c’è la categoria di chi se la tira facendo l’esperto snob.
Macché. Sono tutti contenti di essere a un festival di film di menare.
Sono contenti che esista, e non solo perché esiste, ma perché è dedicato a chi ama (o vorrebbe) praticare arti marziali e vede celebrata la sua passione su grande schermo.
È dove il Frightfest non può arrivare, che mica può rebrandizzarsi in evento motivazionale per serial killer.
E l’unica cosa di cui ci si lamenta al Fighting Spirit è di quanti pochi film di menare vengano prodotti al mondo.
Non sono abbastanza.
Questa è gente che non solo li guarderebbe, ma parteciperebbe, vorrebbe girarli.
Il programma è chiarissimo: ci sono un paio di lungometraggi inediti (The Mercenary e Loi Bao), ci sono un paio di classici per tutta la famiglia (Dragons Forever e Hero) e c’è un festival di cortometraggi di menare che funziona da puro showcase di nuovi talenti, registici/atletici/coreografici.
E intorno ci sono dimostrazioni di arti marziali (spotlight anche sul nostro Max Repossi) e un panel sulla sospensione dell’incredulità negli stunt marziali, tenuto da Mike Fury con la partecipazione, tra gli altri, di Jean-Paul Ly (Jailbreak).
Tra i corti trionfa No Way Out, con quel Max Huang che è stato appena ingaggiato per il ruolo di Kung Lao nell’imminente reboot di Mortal Kombat, ma si fanno notare anche due cosette divertenti come Tiger Claw di James Cotton (trio di giovani marzialisti rinuncia a un torneo per sventare una rapina di gioielli) e 10 Minutes for a Pound di Jadey Duffield e Linda Louise Duan (due ragazze si scontrano in una lavanderia, e un potenziale becero catfight diventa invece da subito una notevole coreografia di kung fu).
Tra i documentari vince Sensei Fran Kicks Ass di Simone Fary, sull’imbattibile ottantenne Fran Vall che ancora oggi è attivamente maestra di judo e snowboarding.
La miglior regia va a Nicholas Wenger per il semi-supereroistico The Kid, ma nulla ha da invidiare l’adrenalinico italiano Every Time di Mauro Zingarelli, una corsa contro il tempo “a livelli” per disinnescare dodici bombe.

Good morning Vietnam!

E se mi sono disgraziatamente perso The Mercenary, il nuovo di Jesse V. Johnson con Dominique Vanderberg e Louis Mandylor, mi sono invece goduto il secondo inedito, Lôi Báo.
L’operazione è interessante: pensate come premessa a una specie di incrocio delirante tra Face/Off e Lo chiamavano Jeeg Robot.
Un giovane aspirante fumettista scopre di avere una malattia terminale, ma anche che il suo caro amico Dr. Thong è un incredibile chirurgo clandestino capace di effettuare trapianti di teste e, come capita in ogni film che si rispetti, scambia la sua con quella di un assassino in fin di vita che a loro insaputa aveva fatto da cavia per un esperimento genetico.
Il mio pensiero è andato immediatamente al film dei poveri Johnny e Charlie Nguyen, che sembravano poter diventare la risposta vietnamita a The Raid, salvo vedersi bloccare la distribuzione della loro attesissima ultima fatica dalla censura locale, ma Lôi Báo è un’operazione diversa: diretta dall’eclettico Victor Vu, si tratta di un tentativo più mainstream di creare la mitologia per un primo supereroe vietnamita, che in comune con il nostro Jeeg Robot ha il fatto di essere sostanzialmente una origin story in cui la decisione di diventare un giustiziere mascherato è l’ultima scena.
Nel frattempo la trama non è certo a corto di svolte e colpi di scena, ma il film soffre la forzata convivenza di due anime: quella preoccupata di raccontare una storia sufficientemente universale da intrattenere un pubblico generico più interessato al lato drama e thriller che a quello action, e quello in cui appena esplode una sequenza d’azione sale in cattedra lo stunt director Vincent Wang (un curriculum hollywoodiano che va da James Bond ai Marvel) e tira fuori chicche esplosive in cui vi sembrerà difficile credere che il protagonista Cuong Seven (gran nome) non è un marzialista ma una pop star.
Il tentativo ha comunque funzionato, e possiamo già aspettarci altre chicche da quelle parti.
Nel Q&A con Vincent Wang è stato interessante sentirsi raccontare come il segreto della differenza tra le scene di botte orientali e occidentali non siano solo le diverse leggi sulla sicurezza, ma anche che in Oriente il coreografo ha anche un rapporto di collaborazione più stretto col regista nonché il potere di affiancare il montatore durante l’editing, per un grado di fedeltà decisamente maggiore rispetto alle sue idee iniziali.
Nel frattempo, in attesa della prossima edizione del Fighting Spirit, buona stagione di menare a tutti.Hey

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7 Commenti

  1. Pitch f. H.

    “[…] in Oriente il coreografo ha anche un rapporto di collaborazione più stretto col regista nonché il potere di affiancare il montatore durante l’editing, per un grado di fedeltà decisamente maggiore rispetto alle sue idee iniziali.”

    Non dipende anche e soprattutto dal Rating che la produzione vuole per il film?

    Voglio dire, un film come “Atomica Bionda” (Occidentale) ha scene di combattimento validissime sia come coreografia sia come montaggio -alias: tra quando parte un pugno e l’effetto che ha il pugno non ci sono ventotto stacchi- e infatti è rated “R”.

    Chiedo eh?

    • Dipende. Se tu come coreografo sai già di dover fare un PG-13, magari sai pensare a qualcosa che funzioni anche in quel contesto. Ma in un certo senso è come essere uno sceneggiatore: tu pensi a qualcosa, ma una fetta importante di come apparirà sullo schermo è in mano al regista, a quanto ha capito cos’hai in mente e a quanto è aperto a collaborare con te. E in Oriente c’è un culto per il coreografo marziale – spesso una specie di co-regista, se non addirittura il regista stesso o il protagonista del film – che a Hollywood non hanno manco per sbaglio.

  2. El mariachi de Porto

    Appena viste un po di cose del nostro Zingarelli su youtube, bravo sia col montaggio che con gli effetti! Complimenti

  3. andrea navicella

    Grazie alle tue info su Max Repossi (ciao Max ^^) e Mike Fury… ho appena deciso che mio figlio si chiamerà MAX FURY !!!!

  4. Quanto, ma quanto mi piacerebbe vedere del vero cinema da menare fatto in Italia. Guardate, mi accontenterei anche di qualcosa in stile slapstick, come i nostri cari, vecchi e immortale Bud Spencer e Terence Hill! Oh, ai tempi avevano inventato un genere del tutto inesistente, almeno in occidente: la commedia da menare! E pure prima di Jackie Chan, credo… ;)

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