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Per raggiunti limiti di grandiosità, la recensione di Django Unchained si fa in tre

"La bellezza"

“La bellezza”

Introduzione necessaria dell’ottimo Casanova Wong Kar-Wai

Ci sono qui film per cui si alza un fomento tale che non basta manco una nazione di milioni per tenerci buoni. Quando escono questi film – sono due o tre l’anno, nelle annate quelle buone – noi Calcisti ci ritroviamo a casa del Capo e, durante le nostre proverbiali riunioni (che ricordano i festeggiamenti di Sam Peckinpah e Emilio Fernández quando il primo finiva di girare un film), decidiamo chi deve recensire cosa. Solitamente funziona così: Nanni che tutto vede e tutto può, s’è fatto costruire una piccola arena come quella che si vede in John Carter e che ha riempito di fiere ferocissime. I redattori che si vogliono accaparrare la recensione del film in questione si cospargono il corpo (statuario) di senape e mostrada cremonese, canticchiano la loro canzone preferita, che è Eversleeping degli Xandria nella versione compresa nella colonna sonora de La Saga dei Nibelunghi, e poi se ne danno a vanvera di santa ragione. Quando abbiamo saputo dal nostro amico Quentin che ci avrebbe regalato Django Unchained, il sulfureo Quantum Tarantino, il feroce Stanlio Kubrick e il sottoscritto Casanova Wong Kar-Wai si sono subito scapicollati a rotta di collo verso la dispensa della Cobretti Mansion per tentare di agguantare per primi i barattoloni di senape e mostarda. Dopo una lunga battaglia durate una settimana in cui alla fine hanno perso la vita 74 koala, 93 panda albini e due pesci rossi comprati al Luna Park dell’Idroscalo, s’è così deliberato: i tre eroici redattori hanno fatto quel giochino a Megan Fox che le chiedi se le va di sentire che profumo hai messo sul collo, lei si avvicina e – tac! – tu ti giri di colpo e la limoni a tradimento. Megan Fox, ve lo dico giusto per la cronaca, è una presenza fissa delle nostre riunioni. Comunque: con Megan non è andata benissimo, ma per la recensione siamo riusciti a trovare un accordo maschio e fiero e ci siamo divisi il tutto da bravo fratelli. Ma d’altra parte è giusto che sia andata così: un film come Django Unchained merita tutta l’attenzione possibile e immaginabile e poi a noi ci piace scrivere. Per cui, ecco a voi, il trittico su Django.

«Quando io dico “Django” voi dite “Unchained”! Django!»
«Unchained!»
«Django!»
«Unchained!»

La parola a STANLIO KUBRICK

Il problema quando esce un nuovo Tarantino, quando si esce dalla visione di un nuovo Tarantino, è essere stati testimoni di talmente tanta/troppa roba che la voglia di raccontare, discutere, commentare tutto quanto si scontra con i limiti del buon senso. La soluzione è sconfiggere la logorrea e decidere di concentrarsi solo su qualcosa. Intendo dire: che Django Unchained sia bello, bellissimo, probabilmente un capolavoro, sicuramente un rappresentante eminente e difficilmente contestabile di quel genere cinematografico denominato “film di Tarantino”, è una roba che leggerete più o meno ovunque. Non so ancora – l’ho visto una volta sola – se mi sia piaciuto più o meno di Bastardi senza gloria, né sono convinto della sua perfezione assoluta: non tanto formale, quanto sostanziale, nel senso che non avrebbero guastato dieci minuti in meno di parole e dieci minuti in più di sparatorie. Ciascuno comunque si porta a casa quello che vuole; sono riuscito a mandar giù persino il cameo di Franco Nero (pessimo fanservice, ma sono convinto che gli americani apprezzeranno) e la comparsa a sorpresa di Tupac nella colonna sonora (diverso il discorso per Elisa, ma anche qui d’altra parte abbiamo gli yankee entusiasti), mi sono divertito follemente, sono uscito dalla sala carico di adrenalina e con la voglia di spaccare oggetti random e pezzi di mobilio possibilmente in mogano.

Solite cose, insomma.

Poiché ognuno ha le sue perversioni, comunque, per me Django Unchained resterà sempre “quel film dove Tarantino tira fuori il meglio di tutti”. Che Quentin sia eccezionale nello spremere fino all’ultima goccia di talento chiunque gli passi per le mani è banale, scontato e spesso quasi dimenticato; SI SA che chiunque finisca tra le mani di quell’uomo tira fuori l’interpretazione della carriera, sarà perché si diverte, perché su quei set si pippa come dannati, perché le storie che Tarantino racconta chiamano a gran voce caricature, macchiette, maschere, travestimenti, perché essere sempre sopra le righe è in fin dei conti più facile che modulare e sottrarre. Quando sull’interwebs è comparsa per la prima volta la faccia a luna di Leo DiCaprio in versione Calvin Candie, nessuno dico nessuno si è permesso di mettere in dubbio che Quello Che Si Scopa Solo Modelle Fighe si sarebbe mangiato tutto. Il problema (problema?) di Django è duplice: per quanto ricca, la torta non è infinita, e a tratti si ha l’impressione di vedere non un film, ma una Royal Rumble di fenomeni della recitazione che fanno a gara a chi riesce a tenere gli occhi dello spettatore incollati nei suoi più a lungo. E d’altra parte, se in passato il registro (linguistico, vocale) usato dai protagonisti di Tarantino era grosso modo sempre quello, si trattasse di uno yanke accoppa nazisti o di Bud in mezzo al deserto, questa volta il regista più amatodiato del mondo ha saltato definitivamente lo squalo e si è buttato nella filologia romanza del Grande Romanzo Americano.

Ho sempre avuto una fascinazione malsana per le seguenti cose: il deserto, il Sud degli Stati Uniti, gli accenti del Sud degli Stati Uniti, le piantagioni, il cotone, le paludi, i campi lunghi, i romanzi di Cormac McCarthy, i romanzi di John Steinbeck, il periodo a cavallo tra Ottocento e Novecento. Non avrei mai creduto – ciao ora sono a rischio licenziamento – che un film come Via col vento potesse piacermi, finché non ho scoperto quanta vecchia America rurale grondasse da quelle quattro ore e passa di mattone. Tutto questo per dire che quando Tarantino definisce Django «un southern» ha ragione, che quando in giro leggete che Django non è un western è tutto vero, che alla fine della fiera Django, più che essere un film sulla storia degli States filtrato dalla sensibilità di Quentin, è, tra citazioni di La nascita di una nazione e appunto di Via col vento, un film che riassume come l’intrattenimento americano dell’ultimo secolo abbia raccontato la storia degli States.

Quello che ho appena scritto è un mattone noiosissimo.

Oltretutto volevo parlare di tutt’altro, e cioè di come tutto il film sia sostanzialmente un porno per linguisti e/o appassionati e/o amatori. C’è un momento, non vi dico quando e non vi dico perché, nel quale Jamie Foxx si ritrova ad avere a che fare con un irlandese [UPDATE dell’ultim’ora: a fronte di tutta questa menata intellettuale sugli accenti, mi si fa notare che col cazzo che il tizio è irlandese, piuttosto aussie. Modificate quanto segue di conseguenza, mentre leggete, e perdonate il Vostro: a tutt’oggi nella mia testa la frase gira pronunciata con accento da birra e non da millepiedi velenosi]. Il quale bonariamente lo sfotte perché Jamie Foxx è DI COLORE (fonti non ufficiali hanno conteggiato il numero di volte in cui si pronuncia la parola “negro” nel film in 114). E quindi lo sfotte scimmiottando il suo accento DI COLORE. Oltretutto Django Foxx ci dà duro con il suo essere DI COLORE, riuscendo anche a modulare la sua cadenza DI COLORE in circa cinquanta sfumature di DI COLORE diverse, a seconda della situazione in cui si trova. Comunque, l’irlandese [cioè l’australiano]. Per tutta la sequenza, Jamie Foxx abbozza, finché al momento dei saluti, e all’ennesimo sfottò di O’Finnighan McBeatey Ryan Nguyen-Brown, lo fissa negli occhi e gli risponde con perfetto accento irlandese da tavola da surf. Istantaneo e folgorante. Due secondi di eiaculazione nerd che non tolgono né aggiungono nulla al film, ma per chi è così scemo da fissarsi sui particolari insignificanti perdendo di vista la big picture è un piccolo orgasmo. Per una cazzatina così che mi è rimasta impressa, chissà quante mi sono sfuggite.

Va da sé che non ricorderò Django Unchained come “quel film dove a un certo punto Jamie Foxx fa l’irlandese”. È solo che in un mondo così vivido e iperrealista, che soprattutto nel secondo atto dà l’impressione di essere dentro a un diorama piuttosto che a un film, l’unica reazione possibile è raccontare i dettagli e lasciare scoprire il resto, le cose grosse, le cose che contano, le sequenze da lacrime, le esplosioni giganti, LE PERSONE DI COLORE CHE SI MENANO, Samuel L. Jackson gigantesco e torreggiante e a tratti in grado di pisciare in faccia a chiunque compreso Christoph Waltz, il fatto che Django sia una satira feroce che ricorda più Mezzogiorno e mezzo di fuoco sotto steroidi che il Django di Corbucci, LE PERSONE DI COLORE, Nichole Galicia, insomma tutto il resto PERSONE DI COLORE compresi, a voi.

Fonti di ispirazione (true story)

Fonti di ispirazione (true story)

La parola a QUANTUM TARANTINO

Non so se sono la persona più adatta a parlare di Django Unchained di Quentin Tarantino. Sapete com’è: l’ho visto.

Perché, sì, l’arte ha il dovere di intrattenere — e Django Unchained è un film senza ombra di dubbio entertaining — ma a un livello più vero e più profondo ha soprattutto il dovere di intrattenerci con discussioni infinite e prive di senso costruite sul niente da persone che non hanno la minima conoscenza dell’argomento di cui parlano. Mi riferisco naturalmente — ma non solo — alla polemica sull’opportunità di trattare attraverso il genere dello Spaghetti Western (che poi Spaghetti Western non è) un tema spinoso come quello della schiavitù, polemica portata avanti da L’Unica Persona Al Mondo Che Ha Il Diritto Di Usare La Parola Negro o, come lo chiamano i suoi genitori, Spike Lee.

Spike Lee, regista afroamericano pluripremiato autore di Malcolm X, Fa’ la cosa giusta e un video di Michael Jackson, ha affermato di non poter esprimere un giudizio su Django perché non aveva intenzione di vederlo, poi spiegando che non aveva intenzione di vederlo perché lo giudicava offensivo. (Trova l’errore — ndR)

Nulla di nuovo, eh, questo bisticcio con Tarantino è una cosa che va avanti da un secolo: ai tempi di Jackie Brown — omaggio dichiarato alla blaxploitation degli anni 70 e recitato per la quasi totalità da attori di colore — Lee contestava il presunto abuso della parola con la N (“nunchaku”, suppongo) all’interno del film, chiedendosi salacemente se Tarantino non sperasse di diventare “un negro onorario”. Per dirla in soldoni, non basta, secondo Lee, che a usare la praola con la N (“Nutella”, mi pare di aver capito) all’interno di un film sia un nero, deve essere nero anche il regista. (E che non venga in mente a un nero di contraddire questa logica: quando Samuel Jackson difese Tarantino, Lee lo definì un “house negro” — che è, guarda caso, il ruolo, meraviglioso, che Tarantino gli scrive in Django: ditemi voi se questo non è uno zinger da manuale) 15 anni dopo, la naturale evoluzione di questo soliloquio è che devi essere nero anche per parlare di schiavitù — che è un po’ come dire che devi essere un pirata per fare un film sui pirati, o un giaguaro per girare un documentario sui giaguari.

American slavery was not a Sergio Leone Spaghetti Western, it was a holocaust.

Facciamo finta per un attimo che questo discorso abbia un senso: ve lo immaginate un ebreo (nota a margine: Lee ne ha a pacchi anche per gli ebrei, che a suo dire controllano segretamente Hollywood. Folle, vero? Gli ebrei controllano apertamente Hollywood, lo sanno tutti!), dicevo, ve lo immaginate un ebreo che si lamenta di Inglorious Basterds perché la Shoah è una cosa seria e non un film di guerra alla Enzo Castellari? O un cattolico che ha da ridire su Pulp Fiction perché la redenzione è una cosa seria e non puoi trovarla in una tavola calda durante un mexican standoff? Ragionando in questa maniera Tarantino non potrebbe avvicinarsi a una macchina da presa, e non credo di dover spiegare perché questo per noi sarebbe una grave perdita.

Critici molto meno intransigenti hanno comunque portato alla luce un’iportante verità: la questione razziale può creare imbarazzi tali da spegnere completamente quell’area del cervello adibita a distinguere tra “politicamente corretto” e “privo di senso”. Tra le cose più folli che si leggono in giro, ho trovato giornalisti sostenere che se al cinema un bianco picchia un bianco è ok, se un nero picchia un nero è ancora ok, ma se un bianco picchia un nero E’ RAZZISMO (che mi fa tanto pensare a chi dice di non avere nulla contro i neri, però i matrimoni interrazziali solo un abominio); oppure che Django Unchained è un buon film, solo Tarantino avrebbe potuto evitare di usare così spesso la parola con la N (“Natalie Portman”, se non vado errato): ambientare cioè la sua epopea di diciotto ore piena di personaggi che parlano fittissimo in un’America razzista che ha però la prontezza di spirito di dire “afroamericano”.

Mi viene sempre in mente questa scena...

Mi viene sempre in mente questa scena…

Discorsi che per un attimo fanno rimpiangere la linearità di chi ai film di Tarantino imputa semplicemente di essere troppo violenti. Questione di opinioni e di personalissima sensibilità, almeno finché non arriva un dritto che piscia fuori dal vaso e riesce a mettere Django Unchained nella stessa frase di Columbine, Aurora, Newtown: la fascinazione per le armi da fuoco in film come Django è il detonatore delle stragi che colpiscono gli Stati uniti su base quindicinale, leggevo in un articolo di un qualche tabloid americano linkatomi dal buon Stanlio.

Non fa una piega.

A parte il fatto che Kill Bill celebrava le spade molto di più di quanto Django celebri le pistole eppure è un po’ che non sento parlare di stragi perpetuate per mezzo katana, che questo ragionamento faccia acqua ve lo può dire anche un bambino (ed è emblematico di un egocentrismo tutto americano): i film di Tarantino vengono distribuiti anche in Europa (duh!), dove il tasso di stragi (via armi da fuoco, spade, o tecnica dell’esplosione del cuore con cinque colpi delle dita) è nettamente inferiore: possibile che una fattore molto più determinante della filmografia di un cinefilo di Knoxville sia la possibilità di acquistare o meno un fucile d’assalto alle macchinette del caffè?

La gente si spara, quindi il film incoraggia la violenza. La gente dice la parola con la N (“nababbo”, credo), quindi il film alimenta il razzismo. Sono preconcetti dettati automaticamente da un cervello che elabora in palese cattiva fede: a dimostrazione di ciò NESSUNO, vedendo il buon Quentin, nel cameo che si ritaglia nell’ultima parte del film, delle dimensioni più o meno di un ippopotamo (giuro che qualcuno al cinema ha urlato “o mio dio Tarantino s’è mangiato Muccino”) abbia fatto 2+2 e lanciato l’allarme obesità. E forse è proprio questa la chiave di lettura di tutto: da 20 anni Tarantino mette in scena personaggidi dubbia moralità abbuffarsi come maiali. Samuel Jackson che si gusta un cheeseburger, Kurt Russel che si strafoga di nachos, Hans Landa e il suo elogio dello strudel con crema… Razzismo e violenza sono fumo negli occhi per distrarci dal suo vero piano: Tarantino vuole trasformare il suo pubblico — bianco e nero che sia — in un esercito di ciccioni.

Oppure potremmo smettere di dire cazzate, gustarci un film straordinario e rimandare qualunque riflessione di ordine morale a dopo che lo avremo visto 18 volte.

"Fat Quentin"

“Fat Quentin”

La parola a CASANOVA WONG KAR-WAI

Ormai ho una certa età. Sono ancora un bel ragazzo e mia moglie Olivia Wilde Kar-Wai mi guarda ancora con gli occhi dell’amore e della passione, ma comincio ad avvicinarmi anche io verso l’onorevole e rimarchevole traguardo dei 22 anni. Ancora ricordo con piacere quando per me il mondo del Cinema era una passeggiata di salute e tutto ero bello e felicione e noi correvamo insieme, mano nella mano, nel felice parchettino della critica specializzata e non. Io sfogliavo avidamente Tv Sorrisi e Canzoni o Guida TV quando andavo a casa di mia nonna e mi leggevo le trame dei film che davano alle 22,30 su Italia 1. Quello. E quello mi bastava. Ero contento, spensierato e il mondo era un posto migliore. Poi un giorno, ricordo, ho comprato in edicola un quotidiano. E lì è cambiato tutto. Ho scoperto un mondo di gente ignorante che siccome pensa che alla fine andare al cinema è un bel passatempo, ha deciso che se ne può anche scrivere tentando di spiegare tutto a tutti. Ho scoperto un esercito di personaggi ai quali interessa farti sapere che, siccome loro una volta sono stati alla spiaggia, quando vedono il mare in un film si emozionano tutti e riscoprono sensazioni che credevano sopite per sempre. Esistono persone che parlano e sparlano di riferimenti cinematografici senza saperne un cazzo di niente. E la questione si fa più grave quanto più il film di cui vogliono parlare è grosso e importante. Perché quando non sai un cazzo, tendi sempre a tirare al meno ai 200 all’ora al sette anche se lo sport è, sadly, lo sci. Noi eletti de I 400 Calci, come vi dicevo nell’intro, siamo stati invitati all’anteprima del film Django Unchained. A fine visione ci siamo trovati fuori dalla sala tutti entusiasti della vita e, mentre sparavamo in aria con le nostre Remington del 1858 comprate per l’occasione, ci siamo abbracciati forte forte tra di noi per la felicità di aver visto un film così bello. Poi, mentre tornavo verso casa, nella solitudine della mia demenza, pensavo: “Cavolo, che fortuna che abbiamo noi che siamo vivi e vegeti nel gennaio del 2013 e che possiamo correre al cinema a vedere il nuovo film di Quentin Tarantino e assaporare quell’ansia pazzesca che ti assale da quando sei uscito di casa con l’idea di andare al cinema a vedere l’ultimo film di Quentin Tarantino fino a quando poi si abbassano le luci al cinema e diventa tutto buio e parte l’ultimo film di Quentin Tarantino! Che privilegio la nostra vita da spettatori che possiamo assaporare e constatare come il regista più influente della nostra generazione continui imperterrito a fare il cazzo che vuole senza che nessuno riesca a imitarlo neanche volendo. E ci hanno pure provato a imitarlo! Uff, se c’hanno provato! Ma tipo per almeno un decennio se non di più! E lui? E lui niente! È andato dritto per la sua strada. Che poi qual è la sua strada? Tu, amico mio, l’hai capita la strada che ha intrapreso Tarantino? Riesci a individuare in questo enorme mare magnum di materiale quello che questo film vuole essere?”. Io penso così, che cazzo vuoi? Poi il giorno dopo, mentre facevo colazione col mio classico double whopper cheesburger con ajunta bacon e formaggio e salsa BBQ e una bottiglietta d’acqua Vitasnella, comincio a leggere le recensioni di quelli che l’avevano visto con noi in anteprima. E leggo quasi ovunque: “Spaghetti Western! Violenza! Spaghetti Western! Dialoghi che parlano tutti!” E allora un po’ mi arrabbio.

Guarda le lucine!

Guarda le lucine!

Perché ci vuole veramente della bravezza ad andare a vedere Django Unchained e vedere solo lo Spaghetti Western e quelle due robe che avete incollato mentalmente al vostro file Tarantino. Perché? Perché il titolo è come quello del film di Corbucci che non avete visto, più quella parola che se anche non vi sforzate non riuscite a pronunciare ma che, guarda caso, è presente anche nel film del 1959 di Pietro Francisi (e Mario Bava) con il forzuto Steve Reeves, Hercules Unchained, e guarda caso, a un certo punto Christoph Waltz vuole cambiare nome a uno schiavo proprio in Ercole? È quello il motivo? O è perché siccome vi hanno spiegato al corso di Tarantino che avete biennelizzato all’Università della terza età dei Puffi, che a Tarantino piace il cinema italiano e allora avete fatto questa sottile analisi? O è perché non sapete praticamente un cazzo di nulla e allora dite che è uno spaghetti western perché avete letto da qualche parte, non mi ricordo più dove, oddio, forse era sul sito del Tg Com, sotto la notizia che hanno rapito Uan e Four e Five? A me dispiace risultare troppo nervosetti e troppo rancoroso nei confronti di questi poverinos, ma alla fine un po’ il sangue alla testa ti sale. Sì, c’è il cameo di Franco Nero a sancire il diretto rapporto con l’originale. C’è la musica di Trinità. C’è Morricone a buttare. C’è una parte che ricorda Il Grande Silenzio. Probabilmente ci sono altri 683 riferimenti a oscuri Spaghetti Western che lui ha visto e di cui io ignoro addirittura l’esistenza, ma questo non fa di Django Unchained un violentissimo omaggio ai nostri Spaghetti Western. Il problema con un cineasta come Tarantino è quello di stargli dietro. Non devi farti ingannare dalle lucine. Altrimenti rischi di fare la figura di quello che ha fatto l’intervista a Quentin e gli ha fatto la 9834698 millesima domanda del giorno sulla violenza nei suoi film e lui giustamente ha sbroccato. L’avete visto? Ve lo faccio vedere, dai.

Ci sta anche che alla fine Quentin la sera prima ne avesse bevute un paio e magari gli giravano i coglioni. E poi, oh, è Quentin: a lui girano spesso i coglioni. Ma sai che c’è? Lui può. Perché poi fa dei capolavori. Grossi così. Grossi come delle case. Django Unchained è un capolavorone che parla di tantissime altre cose rispetto a quello che vi hanno raccontato. Come era già successo per Inglorious Basterds, Death Proof, Jackie Brown e per Kill Bill, Tarantino adotta una forma, prende un modello, lo distrugge e lo utilizza a suo piacimento. Lui indica la luna, mentre tutti guardano il sito di Repubblica in cerca della risposta. Qui c’è ancora una volta, come sempre e come non potrebbe essere altrimenti, un amore nei confronti del cinema che diventa analisi e riflessione sul cinema stesso. C’è tutta la perplessità del nostro nei confronti dell’ingiustamente odiato John Ford, come c’è uno schiavo liberato che si trova costretto a recitare sempre parti diverse per poter sopravvivere. C’è la prese per il culo di un film come La Nascita di una Nazione, con tutto quello che questo implica in un film ambientato a soli due anni dalla Guerra di Secessione e allo stesso tempo, un chiaro richiamo ai Nibelunghi e alla storia di Brunilde e Sigrfido. C’è una discussione scomoda ed estremamente pericolosa sullo schiavismo culturale del popolo afroamericano, incredibilmente evidente nel confronto tra un gigantesco Samuel L. Jackson e la terza incarnazione di Django (che una volta vittorioso pensa solo a swaggare facendo il califfo a cavallo). C’è una cura maniacale, come già in Inglorious Basterds, nei confronti della lingua con l’accento tedesco di Waltz (in lizza per il nobel per la coolness), il niggaz, il francese d’accatto e i vari dialetti pre white trash tra Texas e Luoisiana. C’è un lunga sequenza d’interni con i fuori campi e la suspense che sembra quasi di vedere Via Col Vento che incontra Hitchcock e, in tutto questo, evidente come poche altre volte c’è una pacca micidiale che ti tiene incollato lì con gli occhi aperti.

Guarda come swagga

Guarda come swagga

Ho avuto la fortuna di laurearmi col mio amico Not(ori)us. P.O.L. Abbiamo cominciato e finito insieme e, oltre ad esserci divisi le ansie e le preoccupazioni che una tesi di laurea si porta appresso, ci siamo anche smezzati quei piccoli sprazzi di simpatia che ogni tanto, rarissimamente, accadono. Lui s’è laureato, con una tesi stupenda, proprio su Leone, sullo Spaghetti Western e sul rapporto che questo genere tende con l’originale. Un giorno, in uno di quei rarissimi colloqui che si riescono a fare con il proprio relatore, questo gli ha fatto un discorso bellissimo che ancora oggi sia io che lui ci portiamo nel cuore. All’epoca ci faceva più ridere che altro, ma col tempo ne abbiamo anche capito l’importanza. Il professore disse al mio amico: “Lo vede questo orologio? Lo so: sembra un Rolex. Ma non lo è. L’ho comprato in vacanza l’estate scorsa. L’ho pagato meno di 100 euro. Un Rolex vero, con il lavoro che faccio, non me lo potrei mai permettere. Quindi ho preso questo qui, che è finto. Però, pure se è finto, fa la sua bella figura e va pure sott’acqua. Il Rolex vero, no. Costa una cifra impensabile e non ci puoi manco fare il bagno, che se no lo butti via. Per cui, alla fine, è meglio il mio, no? Ecco, diciamo che questo mio orologio è un Falso Migliorativo. E con Leone è un po’ così: il suo cinema è un Falso Migliorativo. I film di Leone sono un po’ come quelli di Ford, ma sono meglio”. E secondo me, tutto il discorso che vi ho fatto, ammorbandovi la vita, su Django Unchained, il suo rapporto con gli altri generi e proprio la sua volontà di oscurare Ford (ricordate l’inquadratura di Inglorious Basterds in cui Landa, incorniciato da una porta, vede sfuggire Shoshanna?) ha a che fare un po’ con quest’idea. Il cinema di Tarantino è come un gigantesco prisma che riflette tutte le luci che lo colpiscono e che Quentin, con slancio godardiano, magicamente ricompone. Rendendo il tutto addirittura migliore.

Dvd-quote:

“Another Fucking Bingo!”
Casanova Wong Kar-Wai, i400calci.com

>> IMDb| Trailer

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266 Commenti

  1. Il Reverendo

    io invece mi sono cagato il cazzo di tarantino a spasso nel tempo. voglio un film di tarantino ambientato tra il 1950 e oggi. standing ovation se lo ambienta durante la guerra in vietnam..

    • Hans Cooper

      Vengo in pace dall’anno 2019 per fare il ripasso degli appunti su Tarantino su i400calci prima di andarmi a vedere Once upon a time in… Hollywood.
      Il futuro non ti deluderà né soddisferà.

  2. Anakin Rossi Stuart

    @Il Reverendo: ma la guerra del vietnam non è a spasso nel tempo?

  3. Il Reverendo

    @anakin: si, ma più recente. c’erano i mitragliatori, le macchine veloci, jimi hendrix, nixon e i kennedy, è storia contemporanea. praticamente come adesso senza la paccottiglia tecnologica inutile. però con una guerra in mezzo alla giungla. e poi potrebbe starci un simpatico cameo di cristopher walken giovane con un orologio nel culo!un’ambientazione dal 1950 in poi mi andrebbe più che bene, solo basta roba vintage o in costume.. almeno per un film!

  4. Cristoforo Nolano

    Visto finalmente… porca puttana, Tarantino l’ha fatto di nuovo. Non vedevo un western così convincente da Gli spietati e in più c’è tutto il pop di Quentin. Mi ha estasiato…

  5. Paolo1984

    X Bellazio

    La condanna dello schiavismo c’è..non è esplicitata non è didascalica..è vero che nessun personaggio fa il “pippone” sull’eguaglianza e la libertà (non è mica un film di Spielberg, regista che pure amo ma in maniera diversa) però riesce a farti sentire chiaramente la violenza e l’ingiustizia di quel sistema in cui degli esseri umani erano per legge considerati delle proprietà e non persone..la condanna è implicita nelle situazioni che si producono, nei comportamenti di Candie e Stephen, il fido “schiavo di casa” che si rispecchia totalmente nel padrone, facendo propri i suoi “non valori”..una specie di “zio Tom” malvagio

  6. Bucho

    Ma quanto è bello il montage con Jim Croce in sottofondo? Una di quelle robe che rivedrei in loop per millenni, senza stancarmi mai. Il pezzo migliore di tutto il film è lui. Surclassa persino il misto-frattaglia di zozzi sudisti che si vede nel finale.

    Leo è dio. Punto. La scena dello sgaramento della mano col bicchiere è VERA, ma lui non ha battuto ciglio continuando a girare, togliendosi pezzetti di vetro dalle dita like-a-boss e spalmando sangue sulla faccia della Washington (che, parentesi, porella, gliene combinano di tutti i colori in ‘sto film, tra scudisciate e abbronzature forzate). Quando c@zzo si decideranno a dargli un Oscar sarà sempre troppo tardi.

    Plauso anche per la miglior scena post-credits della storia dell’universo: “who was that n****?” seguito da una slashata di frusta da antologia. Roba da riempirci interi pacchetti di kleenex.

    Dio benedica la mamma e il papà di Quentin.

  7. BigZo

    finalmente l ho visto, al cinema e in italiano…mi aspettavo un qualcosina di più ma sono uscito dalla sala soddisfattissimo. Per me il film non è troppo lungo, anzi avrei gradito qualche minuto in più dedicato all’addestramento di Django. L’unica cosa che mi manca da questa prima visione è un dialogo che mi rimanga in mente e che possa associare al film anche fra svariati anni, tipo quello sulla mancia e su Madonna nelle iene, il cheesburger e il sistema metrico decimale in pulp fiction o quello iniziale di bastardi senza gloria, ma questo è un discorso soggettivo e affettivo.
    Lo so che è passato un sacco di tempo e a nessuno fregherà un cazzo di questo commento però mi sembrava importante dire la mia. Ah, l ultima scena dove Django fa il Terence Hill a cavallo anche se non c entra molto con il film mi ha fatto sorridere

    p.s. poco piu su ho letto commenti che dicevano di in bruges al livello di pulp fiction e migliore della maggior parte dei film di tarantino…per curiosità l ho visto ieri sera e mi ha fatto abbastanza cacare. Anzi, molto cacare.

  8. Gabriel Puntello

    Wow! Ma che belle recenZioni! xD!
    Well, anche se arrivo fuori tempo massimo alla grande dico lo stesso la mia… e se non vi piace, embè: amen!
    Non sono un tarantiniano tarantolato (anche perché causa lavoro vedo pochissimi filmZ), e riporto solo ciò che mi ha trasmesso senza riferimenti tipo E’ oppure NON E’ un film D.O.C.G. di Tarantino: sinceramente, chissene!
    Metto subito le mani avanti dicendo che l’ho visto in lingua originale, con sottotitoli ENG/ITA… e ho avuto anche la sventurata (sì!) idea di provare a rivederlo doppiato in ItaGliano: ORRORE!!! (Mughini style) Si perdono milioni di sfumature: dall’accento di Waltz ad un Di Caprio (per me) eccezionale (yes! La scena in cui s’incaxxa come una jena e batte poi il martello sul tavolo… beh: la rivedrei in loop continuo, sopra a tutte!) che in lingua nostrana sembra un bimbetto… e poi: Pino InDegno su Foxx! Ma diamine!
    Io l’ho trovato bellissimo, dall’inizio alla fine! E fa fare a Spàik Lì (xD!), sì, il tipo che l’ha giudicato senza vederlo (un po’ come la maggior parte dei recensori ufficiali italiani…) la figura del fesso, credetemi! E’ più antischiavista questo film dei suoi!
    Bellissimo non vuol dir perfetto, per carità! Anzi, lasciamo a casa la perfezione che non serve granché… e dico che qualche cosetta mi ha lasciato un filo perplesso: per esempio, la canzone di Elisa (bella) mi sembra messa in momento un po’ alla caxxo, così come il finale (Django che vede la casa esplodere e la danza del cavallo)… beh: mi sembrava un pochetto stonato.
    Prestazioni top da Samuel L.Jackson, Waltz, Di Caprio!
    Frase top por migo: “Last chance, fancy pants!”
    VERA frase top por migo (tagliata in fase di montaggio): “Smooth is more important than fast, and more important than smooth is accurate. And once you get smooth then you get fast.” (detta da Waltz a Foxx mentre gli insegna a sparare nelle montagne innevate).
    Grazie a tutti per l’ospitalità! xD!

  9. userisdead

    1. Spike Lee non fa un film decente da 97 anni.
    2. Pino Insegno i 50 accenti se li è bevuti al baretto di cinecittà.
    3. Quando, per svoltare il film verso il finale, devi ricorrere a cose come: perché non gli dai un cinturone e una pistola, secondo me sei un po’ in affanno. Non che il resto della trama sia meglio, in realtà.
    4. Ci deve essere un complotto plutogiudaicomassonico mondiale per ridicolizzare Sergio Leone dicendo in giro: io amo Sergio Leone. Di questo, mi dolgo, nessuno ha parlato.
    5. Samuel Jackson è truccato peggio delle scimmie del film di tim burton, e giganteggia nonostante. Onore.
    6. Attoroni, sì.
    7. Fra Django e Bastardi, se costretto, butto giù il primo tutta la vita.
    8. Spero che ai funerali di Paolo Villaggio proiettino la Corazzata, così tutti quelli che lo hanno citato a cazzo per trentanni possano approfittare di un momento di raccoglimento per fare ammenda.
    9. Belle e amorevoli le rece, apprezzabili le sarabande con le pistolettate d’epoca. Grazie.

  10. @userisdead: ti appoggio la 8

  11. Fan del Lol
  12. Andrea

    Da anni sono alla ricerca di parole di verità su Quentin Tarantino: Casanova, mi hai fatto annusare il Nirvana. Finalmente!

  13. Micholas

    Scusate ma a me non piacciono le vostre recensioni-fiume piene di sproloqui a vanvera e divagazioni, vorrei faceste i recensori.. non i cabarettisti :)

    ps: su DjangoUnchained non ha capito niente nessuno ! Altro che capolavoro, è il film più debole della carriera del maestro (che adoro..).
    HatefulEight si pappa Django in un sol boccone secondo me

    bYe

  14. Enrico

    Un film noiosetto e alla Tarantino, (da kill bill in poi) cioè pieno di violenza adolescenziale inutile, insomma c’è Sam Peckinpah e c’è Tarantino, il secondo ormai vive di rendita, grazie alla pubblicità dei suoi primi film, ma fa stancamente le stesse cose e da vita alle sue fantasie molto adolescenziali, infatti ho notato che nei film di Tarantino non c’è mai una rapporto tra un uomo e una donna maturo, tutto è visto in maniera adolescenziale o infantile, non mi sorprende che chi lo conosce lo consideri un bambinone, ormai è una sorta di Tinto Brass americano per come stancamente ripropone sempre le stesse cose, solo che Tinto sta in fissa con i culi e Tarantino con la violenza inutile, ormai è diventato il peggiore e più stanco imitatore di se stesso.
    Ma come Tinto Brass è diventato simbolo di un certo cinema commerciale e il suo nome richiama le masse, un po’ come Steven Spilberg, ma con meno talento.

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