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How I met your maker: gli shockumentary di Tsurisaki Kiyotaka

1 – BREVE INTRODUZIONE PER TENTARE DI ALLETTARTI
So benissimo che non è facile trovare un film che riesca a sconvolgere il fancalcista navigato: noi, che amiam le botte, il sangue a fiotti e le contusioni, abbiamo già fagocitato e assimilato tutta la violenza e tutte le gomitate che era possibile proiettare su uno schermo. O NO? Io ti dico questo, poi vedi tu: scommetto che non hai mai visto sbudellamenti, frattaglie e umori corporei più realistici di quelli che abbondano nei film di Tsurisaki Kiyotaka. E sai perché? Perché è tutto vero.
Ti interessa? Secondo me sì.
– Se vuoi leggere una mia piccola disquisizione sulla morte, vai al paragrafo 2.
– Se vuoi passare direttamente al dunque e saperne di più sui film, vai al paragrafo 4.
– Se l’intero articolo non ti interessa, passa direttamente al paragrafo 7.

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Pure noi.

2- DUE PAROLE SULLA MORTE
La morte è un morbo grave, e chi lo contrae muore. I germi della morte si annidano nei posti più impensati: parabrezza di autobus, pallettoni di fucile, cappi, cibi fritti, mousse di salmone, ruote di treni, lame affilate, fidanzati senza gambe, bacini idrici che straripano dalle dighe, famosi grattacieli di New York: il virus della morte è dappertutto, e prolifera incontrollato. È per questo che, secondo i più recenti studi, la morte miete ogni anno un numero sempre crescente di vittime. Ma che cosa succede quando si muore? Fondamentalmente si smette di vivere. Prendete mio nonno: nel 2002 era vivo, nel 2004 morto, nel 2003 entrambe le cose. Che cosa ci ha guadagnato, con questa bravata? Lui, molto poco. Anzi, semmai ci ha rimesso: prima del 2002, per dirne una, mio nonno non aveva niente in comune con Hitler; dal 2003, invece, una cosa in comune con Hitler ce l’ha: sono entrambi morti. Altri esempi di gente morta: Gigi Sabani, Mitridate re del Ponto, Aldo Moro, Janis Joplin. Già, perché la morte rende tutti uguali. È la più grande banalità del mondo, certo, ma la cosa interessante è che la morte non rende uguali solo i morti, ma anche i vivi, nel momento in cui si chiede ai vivi di trarre conclusioni sulla morte. Che tu sia un grande filosofo viennese oppure uno che si firma TassoKoglione91 sul forum di Italian Metal, l’unica cosa che puoi fare di fronte alla morte, al di là di tutti gli infiorettamenti e tutti i discorsi brillanti o banali, è prenderne atto, fare spallucce. Puoi stare tutto il giorno a pensarci o puoi rimuoverlo, ma il germe del morbo letale è sempre lì. La morte è la cosa più mainstream che ci sia, da sempre, era già di moda molto prima che tu nascessi. E ti tocca accettarla, o da osservatore esterno, o da protagonista. Ecco. Ora prendi questo discorso e mettilo lì.
– Se ti sei rotto il cazzo, passa direttamente al paragrafo 7.
– Se vuoi che Luotto ti parli subito dei film, vai al paragrafo 4.
– Se ti va di sapere qualcosa sul regista, continua a leggere.

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Eeeeeeee, meu amigo charlie brown

3 – TSURISAKI KIYOTAKA
Tsurisaki Kiyotaka è un signore giapponese nato nel ’66, ed è un tipo un po’ strano. Esempio 1: ha iniziato facendo il regista di porno giapponesi e poi si è stufato. Giuro! Lui era uno dei pochi che potevano vedere i porno giapponesi non pixellati, eppure un giorno si è stufato e ha detto: no, sai che c’è? Sono stufo di miagolanti fichette oliate con le gambe storte. Voglio diventare FOTOGRAFO DI CADAVERI MORTI MALE. Esempio 2: di mestiere, Kiyotaka fa il FOTOGRAFO DI CADAVERI MORTI MALE. Lui va nei posti dove il morbo della morte prolifera, e come una iena riprende da vicinissimo la gente smembrata, gonfia, sbudellata. Nella mia lista di gente che inviterei a una festa per fare simpatia, Tsurisaki Kiyotaka non sta nei primi venti posti. Credo che stia dietro persino ad Haneke. Ma a lui piace così, e chi sono io per.
– Se vuoi finalmente leggere qualcosa sui film di Kiyotaka, corri al paragrafo 4.
– Se invece sei stufo, salta al paragrafo 7.

4 – GLI SHOCKUMENTARY DI TSURISAKI KIYOTAKA, vol. 1: JUNK FILMS
Stando a Wikipedia, Kiyotaka (d’ora in avanti TK) ha girato solo due video, entrambi reperibili in DVD per l’etichetta underground statunitense Massacre Video. Junk Films è un’antologia di corti girati da TK nella prima metà degli anni 2000 in posti loschi tipo la Thailandia e un po’ di America Latina assortita. Trattasi, né più né meno, di roba amatoriale fatta con la videocamera analogica, roba che consiste solo ed esclusivamente di zoomate su gente morta schiantata male. Ci sono incidenti stradali freschi freschi, con TK che sgomita tra i poliziotti della scientifica e si premura di stringere l’inquadratura sulle teste aperte di chi viaggiava senza casco; e ci sono riesumazioni o ritrovamenti di cadaveri di lungo corso, disgraziati putrefattissimi tutti ossa e ciccia marcia. Un’ora e venti di questa roba qua. Niente contesto se non una didascalia iniziale che ci dice dove siamo, ogni tanto una panoramica a inquadrare gli altri curiosi. Kiyotaka supera a destra quelli che rallentano di fronte agli incidenti stradali: si ferma, punta una torcia sulle lacerazioni, riprende, non dice una parola, se ne va.
– Se vuoi saltare direttamente alle riflessioni conclusive, fiondati al paragrafo 6.
– Se non ne hai più voglia, zompa al paragrafo 7.
– Se vuoi imparare qualcosa sull’altro video di Kiyotaka, continua a leggere.

"Digli che lo richiamo io"

“Digli che lo richiamo io”

5 – GLI SHOCKUMENTARY DI TSURISAKI KIYOTAKA, vol. 2 – OROZCO THE EMBALMER
Orozco the Embalmer è quello che succede se prendi uno qualsiasi dei Junk Films di Kiyotaka (Se non sai di cosa sto parlando, retrocedi al paragrafo 4), lo ampli, lo inserisci in un contesto e gli dai una vaga forma documentaristica. Nella fattispecie, Orozco è ambientato in un quartiere particolarmente malfamato di Bogotà. Ripeto: quartiere particolarmente malfamato di Bogotà. Posticino per famiglie? No. Uno tra i 5 peggiori luoghi al mondo in cui restare con la macchina in panne in piena notte. Addirittura PRIMO nella classifica Lonely Planet “Posti in cui è sconsigliabile fermare un passante a caso e chiedergli un parere sull’ultimo disco dei Baustelle”. Sul serio: ti becchi una fiocinata in pancia prima ancora che tu riesca a dire “reminiscenze di Piero Ciampi”. Il buon Tsurisaki ha vissuto per qualche mese in questo quartieraccio afflitto dal morbo della morte e ha ripreso, giorno dopo giorno, il tran tran lavorativo del signor Orozco, imbalsamatore e becchino di professione. Ma non un becchino di lusso, no, un becchino nazionalpopolare, un imbalsamatore da osteria, un artigiano che lavora in una stanza lurida e, con gesti spicci e totale disinteresse, apre pance, svuota budella, scoperchia crani, rovescia i corpi squartati per drenare tutti i liquami, ficca vecchi lenzuoli appallottolati al posto degli organi interni, schiaffa un vestito addosso alla salma e pam, avanti un altro. Ovviamente Kiyotaka ci si fionda come una falena sul lampione, e da lì in avanti è tutta un’inquadratura fissa su queste disgustose frattaglie, cadaveri grigi, gonfi, disarticolati, trattati come bisacce, sacchi dell’umido, merce, pratiche da sbrigare. Orozco è un impiegatino che al posto delle scartoffie ha martelli per schiantare le casse toraciche e far uscire della merda che non vi dico. C’è una scena di una decina di minuti di primo piano sul viso di una tipa tutta smostrata, col becchino (non Orozco, un collega) che le pianta a ripetizione un coltellino DIETRO GLI OCCHI per ridistendere i lineamenti, poi come se nulla fosse le scucchiaia via tutta la pelle della faccia, scopre il cranio, lo apre, ci mette dei giornali, una roba che se ci ripenso, guarda. Fatto sta, ecco l’antifona: a Bogotà la vita vale zero, e dovunque e comunque siamo tutti carne, ciccia e piscio, destinati a marcire eccetera eccetera. Alla fine muore pure Orozco e ciao.
– Se vuoi vedere come tiro le somme, paragrafo 6.
– Se vuoi basta, paragrafo 7.

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6 – SVOLGIMENTO
– Ti avverto, è palloso. Sei ancora in tempo per passare subito al paragrafo 7.
Kiyotaka tanto bene non sta, è ovvio. Quello che fa non nasce da una visione filosofica o da un proposito artistico, ma da un’ossessione morbosa personale: lui filma i morti perché gli garba. Se in tutto questo c’è una poetica, se c’è un senso, tocca al pubblico appiccicarcelo a posteriori. In questa intervista Kiyotaka ha la decenza di non trincerarsi dietro a discorsi sulla “necessità di uno sguardo oggettivo”, e grazie a Dio nessuno parla di “pugno nello stomaco” (Sapete qual è la frase fatta che mi ha stufato più di tutte? “Pugno nello stomaco”. Una vigliaccata da bulli che ti fa male per due minuti e poi passa. Che ci vorrà mai a dare un pugno nello stomaco a qualcuno? Pure io che sono una fichetta del cazzo ho dato dei pugni nello stomaco). No, Kiyotaka dice, testuali parole: «I went to Thailand, I was able to get the shots, IT WAS FUN, so I continued». FUN, capite? E l’atteggiamento, almeno in Junk Films, si vede tutto: TK è uno sciacallo silenzioso che riprende senza un’idea vera in testa che non sia soddisfare le sue pulsioni. Fa incazzare, come quando si piazza fuori dalle finestre e riprende un impiccato dentro casa, e ci mette pochissimo a rompere i coglioni, così ripetitivo e traballante com’è, tutto cinema verità. E no, non basta la crudezza della morte in sé a farmi cambiare idea, perché (vedi paragrafo 2) la morte è la cosa più comune e più SCONTATA del mondo, e – dato che non ho sei anni e ho capito da tempo che mio nonno non è andato in settimana bianca – inquadrare un morto da vicino non mi sciocca né mi spinge a profonde riflessioni su una cosa che so già e che tu ti sei limitato a riprendere come quelli che andavano al Giglio a fotografare la nave cappottata.

Il discorso cambia in due casi: (a) l’ultimo corto di Junk Films, di cui non vi parlo perché se no non si finisce più, ma sappiate che è abbastanza interessante. (b) Orozco, che, come già detto (paragrafo 4) contestualizza le salme e ci mostra una città di gente viva intorno alle budella della gente morta: in questo modo, anche se non dice assolutamente niente di nuovo o di imprescindibile sul tema cenere alla cenere, Kiyotaka riesce, quasi suo malgrado, a giustificare e dare un senso alla sua ossessione. Ogni cadavere squartato e ricomposto da Orozco è una piccola storia tragica e umana, una piccola storia tragica e umana da guardare con le mani davanti agli occhi per il ribrezzo. Il che, come specchio della vita, è anche abbastanza fedele.
– Adesso temo proprio che il paragrafo 7 sia inevitabile.

7 – CONCLUSIONE
Questo post era intriso di alcune gocce di morbo: che tu abbia letto tutti i capitoli o uno solo, adesso sei un po’ più vicino alla morte.

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DVD-quote suggerita:

«Attenzione: SPOILER»
Luotto Preminger, i400calci.com

>>  IMDb di Orozco/Trailer di Orozco (astenersi impressionabili)

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54 Commenti

  1. Izby

    @a quello sopra di cui mi sfugge il nome sulla troiata della morte
    Parlavo del genere umano in generale. La morte non ha nessun significato. La gente ha scelto di credere ci sia qualcosa per paura dell’ignoto.
    La PAURA e’ letteralmente il motore della storia. Tutto quello che abbiamo raggiunto come civilta’ nel bene e nel male e’ frutto della paura.
    Non e’ un caso secondo me che i horror prolificano in tempi di crisi/guerra/ingiustizia sociale.
    -Lo hai avuto durante gli anni 30/40 dopo la crisi del 29
    -Un secondo filone negli anni 70, all’epoca della crisi petrolifera, dopo il watergate, filone che poi ando verso lo splatter e l’eccesso nel mostrare corpi massacrati, non a caso negli anni 80 in cui fu praticamente iconizzata la cultura dell’apparenza e del esaltazione del fisico e dell’aspetto (yuppies, micheal Jackson cagate varie)
    -E secondo me non e’ neanche un caso che durante gli anni 90 nopn ci furono horror decenti, dopo la caduta del muro il mondo sembrava andare per il verso giusto (parlo di percezione della persona media e generalizzo alla grande, quindi non rompete il cazzo) e infatti la si butto in vacca con i vari scream e stronzate varie che un po prendevano per il culo le paure passate e un po le relegavano a paranoie adolescenziali

    Tutto questo nel mondo del cinema, che e’ l’unica arte veramente di massa.
    La baracconata intorno alla morte di uno caro secondo me fa piu’ male che bene.

    E bisogna fare distinzione fra violenza vera e violenza cinematografica.
    Perche se fatta bene ha sempre uno scopo. E’ catartica,oppure opprimente e fa schifo ma quello e’ lo scopo e deve funzionare all’interno del film ma lo spettatore e’ cosciente che e’ finta e liberatoria

    Non la si puo’ paragonare a violenza vera e nemmeno parlare di ipocrisia semplicemente perche veder morir male uno che ti stava sul cazzo per finta in un film si puo’ urlare figata. Veder morir male uno sul serio e’ scioccante e non ho nessuna intenzione di vederlo. Perche? Perche e’ vero appunto. Ed anche se c’e’ un po di sana curiosita e forse fascinazione per un corpo aperto in 2 dopo un incidente stradale, beh ho passato la fase in cui mi affascinvava e ora mi fa un po schifo e un po mi lascia indifferente.
    Quelli che non lo capiscono o sono matti o non sanno di cosa parlano.

    Guarda se uno vuole filmarlo lo filmi. Se uno ha qualcosa da dire con queste immagini lo dica pure e lo guardo volentieri. Ma guardare per guardare beh dopo un po rompe semplicemente le balle e te ne chiedi il senso. Ma non vieterei mai di farlo basta che si sia onesti intelletualmente. A me l’onesta intelletuale di un chiamiamolo artista per allargare il discorso, interessa e certe volte salva una sua opera. E da come la descrivono nella recensione e’ appunto un tizio che non si fa problemi a dire che si diverte. Io conosco gente che si diverte ad andare in giro in minimoto. Non capisco il senso di entrambe le cose. Ecchissenefrega. Finche non fa del male a nessuno cazzi suoi.
    D’altro canto un documentario di guerra in cui si vede morire male le persone lo guarderei e se fatto bene lo farei guardare a tanta gente. Ma tipo tanta che predica bombe non sapendo di cosa parla.
    Questo film a me deprimerebbe per la cruda onesta’ con cui ti fa rendere conto che una vita umana al netto di filosofie esistenziali alla fine finisce e sei solo carne, carne da parata e poi sottoterra e chi se visto se visto.

    Per mondo cane a me le scene che avevo visto non impressionarono, ricordo pero’ che quello che commentava era tipo quello del isitituto luce. E se non era lui era qualcuno che lo imitava. E quel tipo a di per se un tono di voce narrante che e’ paternalista, mezza presa per il culo mezza seria e non potrei escludere che la cosa non fosse voluta.

    La mia coinquilina e’ intrippata con sto cazzo di budda “Trova te stesso” “Pace del mondo” “Io non devo mica fare come mi dice la societa’ andro’ in africa dopo l’universita a costruire case di mattone”.
    Non ti posso dire molto a me discorsi del genere mettono il nervoso. Si parte dal presupposto che maya, azteki e altri popoli new age siano superiori a noi e che noi in fondo ne capiamo meno di loro. Io come storico mi rompo le balle di spiegare come stavano le cose e che ecco al netto del modo di vivere ( per carita’ vivere a contatto con la natura e copn un impatto ambientale tipo tribu dell’africa puo’ anche essere una figata questo e’ un altro discorso pero’) sta qui credo faccia finta di non sapere che sti popoli erano tipo brutali quanto e piu’ di noi. Io credo lei abbia una visione di sti popoli che non va oltre “Sono illuminati” e li vede un po come sono presentati i Navi in Avatar. Ma non sono sicuro. Le domande sul senso della vita hanno smesso di interessarmi tipo a 17-18 anni. E da una persona che vuole vivere a contatto con queste popolazioni mi aspetterei un minimo di cognizione di causa sul tipo di vita che fanno. Lei idealizza e credo che voglia crederci perche le pare figo. Ma questa e’ mia opinione e puo’ essere che lei ha capito tutto e io un cazzio

  2. @ Bizy (anagrammato Izby): cioè, non solo non hai manco avuto la voglia di andarti a vedere il mio nick, ma hai pure scritto un bel wall of text.
    Proprio un simpaticone.

  3. Rainer Werner Fassbender

    Boh, per me è una robina che non guarderei neanche se stipendiato.
    uno perché mi fa schifo
    due perché, se non mi facesse schifo, mi annoierebbe
    non ne vedo il senso, ma neanche mi interessa vedercelo.

    il “a cosa serve” non è la domanda giusta. tutto il cinema non serve
    fondamentalmente a niente altro se non a far soldi da una parte e a passare il tempo dall’altra. non credo che i “cosi” di questo tipo qui si discostino tanto da questa logica.

    poi oh, se questo riesce a camparci e c’è gente che riesce a trarne soddisfazione continui pure, finché non ammazza gente per filmarli… è più o meno lo stesso discorso che faccio per x-factor.

  4. luisito

    scegli la tua avventura!

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