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Le Basi: Sylvester Stallone. Rocky (1976)

Sta per uscire in Italia l’attesissimo settimo episodio di una saga leggendaria cominciata quasi quarant’anni fa.
Stiamo ovviamente parlando di Rocky, e del suo imminente spin-off ufficiale
Creed.
Per celebrare l’evento, tratteremo a mitraglia tutti i film di Rocky uno dietro l’altro e, finché ci siamo, dopo di essi seguiranno trattazioni di tutti i film scritti e/o diretti da Sylvester Stallone, autore completo, nume tutelare del cinema da combattimento, eroe.
Buona lettura.

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Scrivere di Rocky è di base impegnativo ma scriverne qua sopra è una sorta di responsabilità di fronte alla nazione, di fronte alla quale spero di essere all’altezza.

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In piedi, signori.

“Rocky è un film d’autore”, partirò da questo assunto per affrontare di petto l’onere.
È “d’autore” non perché finì nominato a tutti i premi Oscar più importanti del 1976 vincendone tre, tra cui “Miglior Film” e “Miglior Regia”. Non è “d’autore” perché lo hanno inserito nei film della Biblioteca del Congresso e l’American Film Insitute lo ha annoverato al cinquantasettesimo posto tra “i cento film americani più importanti di sempre” e non lo è neppure perché è un film girato e fotografato da far spavento.

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“Autoviale e fotogvafato benissimo”

È un film d’autore perché è una confessione a cuore in mano del suo autore, appunto Stallone, che infatti fu candidato ai succitati premi Oscar del 1976 anche come miglior sceneggiatore oltre che come miglior attore: un onore a quei tempi capitato solo a Chaplin e Welles.

“La mia vita è fatta al 96% di fallimenti e al 4% di successi.”

Così pochi mesi fa Stallone si schermiva, umile come sempre, parlando della creazione di Rocky che ovviamente rientra in quel 4%. Questa frasetta buttata giù ridendo fa capire quanto di Rocky Balboa ci sia in Stallone e quanto dietro il divismo da manzo palestrato degli anni ottanta che ha gettato un’ombra pregiudiziale scomodissima su di lui – quella che fa liquidare Rambo a chi non l’ha mai visto come un film d’azione e “un’americanata”, ad esempio – ci sia un outsider che ama e sa raccontare gli outsider, perché lui stesso, a torto o a ragione, si sente tale ed è un filo rosso che possiamo ritrovare in tutti i suoi primi film. E nella stessa intervista fuga ogni dubbio su quanto di Rocky ci sia in lui:

“Ho convissuto con un grande complesso di inferiorità gran parte della mia vita (…) Con Rocky posso dire quello che con altri personaggi non posso dire, lui è il mio trampolino per dire cosa penso della vita o di come vorrei che fosse affrontata”.

Questa candida sincerità è la chiave della lunga vita e credibilità di quella sceneggiatura, scritta in tre giorni di getto quasi quarant’anni fa, e spiega facilmente perché Stallone tenacemente non ha mai voluto che fosse nessuno oltre lui a interpretare Balboa: perché è lui, e un altro non poteva raccontare la storia di questo disgraziato dal cuore d’oro che rialza la testa.

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“It’s always Sunny in Philadelphia”

A fine anni settanta Stallone è infatti in grossi guai economici, sua moglie è incinta e lui gira a vuoto di studio in studio proponendo questo piccolo film che vuole interpretare ad ogni costo, rifiutando offerte anche consistenti affinché il film fosse acquisito e fatto interpretare da altri; ma Stallone non molla: mentre tutti gli davano del brocco e gli chiudevano la porta in faccia lui persevera, andando contro il buonsenso comune, perché sapeva che poteva farcela da solo e perché sapeva che aveva qualcosa di speciale in mano. Quando ormai era lecito iniziare a pensare che si stesse spingendo al limite dell’autolesionismo la United Artists crede nel progetto, gli affida il ruolo della vita nel film della vita e un milioncino di dollari per renderlo reale. È la coda di quella fiammata che fu la New Hollywood nello star system americano, quella apertura dei pachidermici studios alle idee nuove e ai nuovi autori che ci ha consegnato in poco più di dieci anni il cinema statunitense che ancora oggi fa la differenza.

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Brown e la sua steady-cam mentre stanno facendo la differenza sul finale del film

Le riprese vengono affidate al quarantaduenne John G. Avildsen, un regista di mestiere ma con un buon senso del ritmo e un certo occhio per tratteggiare personaggi allo sbando. Rocky è quindi a tutti gli effetti un piccolo film d’autore nel flusso di cassa della United Artists, affidato ad un solido professionista che potesse serrare i ranghi di una compagine ricca di esordienti, inesperti per quanto comunque bravi. Chiaramente Stallone guida la fila, poi vengono il compositore Bill Conti – al suo primo film – ma anche il direttore della fotografia James Crabe, che proviene dalla televisione degli anni sessanta, un gioco molto diverso dal cinema rispetto alle nostre serie TV odierne. Vengono aggiunti il decano caratterista di cinema e TV Burgess Meredith, la bravissima Talia Shire reduce da Il Padrino e dietro le quinte un tecnico sopraffino come Garrett Brown, l’ inventore della steady-cam, che proprio in Rocky mostrerà al mondo come usarla per unire l’epica al realismo immersivo con le riprese perfette durante il leggendario match finale. Qui un’intervista molto dettagliata a Brown sulla steady-cam nel film  e di seguito il risultato: LA scena di allenamento, non solo di Rocky ma del cinema tutto per antonomasia.

La storia del pugile non sveglio ma indomito e dal cuore d’oro parla alle insicurezze di tutti e urla al pubblico “ce la potete fare, se non a vincere ad essere almeno persone che camminano a testa alta, senza vergognarsi di niente”, Stallone ci mette il cuore ma è sempre attento a non scivolare nello stucchevole  e ci riesce con una grazia rara, facendoci dimenticare tutte le implausibilità della storia, che invece ci appare persino realistica per la potenza e vividezza dell’affresco sottoproletario: un sommo esercizio di sospensione della incredulità. Bill Conti gli affianca uno dei commenti musicali più efficaci, potenti e importanti del secolo scorso e, per quanto non si ripeterà mai più nella sua carriera, entra al primo colpo nell’Olimpo delle colonne sonore e con la sua forza trascinante di fiati e violini disco ci aiuta nel voler credere ad ogni costo alla riscossa di Balboa.

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LA RISCOSSA

Come spesso accade quando si dà fiducia a qualcuno che vive o muore per un’idea, Rocky scardina i limiti delle condizioni impostegli; e contando solo sulle proprie sole forze, con un budget ridicolo – non c’erano nemmeno i camerini sul set – si rivela un diamante: si ritaglia il suo posto nella storia della cultura popolare, del botteghino, della musica, del cinema e -principalmente- se lo ritaglia nel cuore degli spettatori, che da quarant’ anni lo annoverano tra i loro film preferiti di sempre, e io tra essi.

“Sylvester e io avevamo la stessa visione, credo. Lui era un attore in bolletta. Non era una grande star. Era molto collaborativo e disposto a provare qualsiasi cosa e non si preoccupava delle dimensioni della sua roulotte, perché non c’erano roulotte. Mi disse che scrisse più di trecento pagine in più durante la produzione perché cambiava le cose in corsa sperando di migliorarle” – John G. Avildsen

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L’autore mentre espone alcune idee al suo giumbotto di pelliccia.

Sì, Rocky gioca sul sentimentalismo, ma lo fa con un garbo impressionante, non ti concede scampo con la sua storia di riscatto e sconfitta, con la sua oscillazione tra il fomento più cieco e la malinconia abissale, con la sua storia d’amore così piccola e intima che ti senti di troppo a guardare Adriana e Rocky quando pattinano, così ingenui ma belli che ti senti un verme ingeneroso a pensare anche solo per un secondo che sono dei sempliciotti. E quindi? Che ce ne frega se un film di pugilato ti prende (anche) per i sentimenti? Possono dirvi che è melenso quanto vogliono, possono dirvi che è sopravvalutato quanto vogliono i mostri senza cuore di cui è pieno internet, ma Rocky rimane un film imprescindibile di cui nessuno di voi deve privarsi, di lui e della gioia di farcisi salire un groppo in gola grande come una pigna. Così come è imprescindibile farlo vedere a chi non lo ha mai visto e che dice “ma è un film sul pugilato con quel coatto di Stallone” per poi godersi la sua faccia ricreduta, come deve essere stata la mia quando lo vidi.

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Prendete e commuovetene tutti.

Quando ero bambino il pugilato infatti era molto più seguito di oggi, era spesso in televisione e tutti gli adulti che costellavano la mia vita, chi più chi meno, lo seguivano e ne parlavano. A me, come tutti gli sport in televisione, annoiava terribilmente e fu per questo che accettai di andare con papà al cinema parrocchiale a vedere Rocky con una certa recalcitranza, “Alla fine è un film sul pugilato” pensavo, “sai che noia” mi dicevo.  Poi lo vidi, capii che mi sbagliavo ed io e Rocky non ci separammo mai. Per quanto sia un film “semplice” e sia facile riderne (come di tutte le cose semplici del resto) la sua lezione di vita mi è rimasta, quella di cinema pure.

DVD-Quote suggerita

“Quando il cinema d’autore ti scalda il cuore mentre ti riempie di pugni”
Darth Von Trier, i400Calci.com

La scena preferita di Nanni Cobretti

Tutto il mondo ha ormai imparato a identificare Rocky Balboa come il simbolo del sogno americano, epico e vittorioso, trionfatore totale in senso sportivo, etico, morale e persino politico, tutto tamarraggine, statue giganti, eye of the tiger, corse sulle montagne innevate e pugni alzati in cima alla scalinata mentre intorno a lui e grazie a lui i perdenti ritrovano la voglia di vivere e finisce la guerra fredda.
Soffermatevi su questa immagine, e poi lasciate che vi racconti una delle scene chiave di questo primo film.
Rocky è un outsider che sogna il riscatto, un pugile discontinuo incastrato in circuiti sfigati.
Si confessa con il suo amico barista: per diventare campioni basterebbe un match, basterebbe una chance per combattere un incontro valevole per il titolo, ma come si fa? Come può un nessuno come lui ottenere quella chance?
E quella chance arriva: il campione in carica decide come mossa di marketing di sfidare uno sconosciuto, e sorteggia proprio lui.
Il promoter lo incontra e gli spiega l’offerta.
Rocky rifiuta.
Sarà frastornato? Intimidito? Troppo incredulo?
Il promoter insiste.
Qualsiasi altro film a questo punto monterebbe il crescendo emozionale più grosso dell’Universo, esplosioni di gioia, musica trionfante, qualsiasi cosa, e invece noi non sentiamo nemmeno Rocky dire “ok”: la scena stacca, e quella successiva vede Rocky e Adriana sul divano di casa che guardano la tv che trasmette la registrazione della conferenza stampa con lui e Apollo e discutono di quanto il nostro povero protagonista sembri impacciato in un’occasione pubblica di tale importanza.
Rocky interiorizza tutto e davanti all’ovvio evento più importante della sua vita sembra non essere cambiato di una virgola: rimane coi piedi per terra, fin troppo conscio del dislivello di abilità fra lui e il campione. Forse è perché nella vita ne ha già subite troppe per mettersi a fare castelli in aria, forse è perché è parzialmente paralizzato dalla paura – la paura, il filo conduttore di tutti i film della saga, il motore che spinge Rocky a dare il 110%, a tirare fuori forza e resistenza sovrumane – o forse è semplicemente perché sa che davanti a un’occasione simile serve solo mettersi a testa bassa e lavorare.
Da qui in poi lo vediamo allenarsi con intensità crescente, anche se il match rimane sempre un po’ sullo sfondo rispetto al suo rapporto umano con Adriana, l’allenatore Mickey e quell’altro personaggio difficilissimo e incredibile che è Paulie.
Ed è solo nel pre-finale, nell’ultimo dialogo con Adriana prima di recarsi all’incontro, che scopriamo esplicitamente il suo stato d’animo, i suoi sogni, il suo obiettivo, il fuoco che gli brucia dentro: è tutto quello che ci serve per fare un tifo sfegatato per lui in quello che più che un incontro sarà un vero e proprio massacro.
Ma, alla fine, si tratta di un dettaglio perfetto come tanti in un film sincero, fatto col cuore più che con qualsiasi altra cosa, e che conta pochissimi rivali nella storia del cinema.

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>> IMDb | Trailer

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75 Commenti

  1. Past

    non so se succede solo a me ma più lo rivedo e più mi diventano evidenti gli aspetti drammatici di questo film, come tutti i personaggi vivano nella miseria umana e sociale assoluta, circondati da macerie e desolazione e l’unica maniera per tentare di sfangarla e cercare di usare il prossimo: mickey sfrutta rocky e viceversa, poly (personaggio negativissimo tra l’altro) lo fa con rocky e adriana, lo stesso vale tra rocky e adriana stessi, due che se non con tra loro due con chi possono stare…poi certo c’è il match, c’è la rivalsa sociale, c’è l’amore sopra ogni cosa ma tutto lo sfondo e il background dei personaggi resta nero pece.

  2. Topo Scatenato

    “Non mi importa vincere.Non mi frega niente neanche se mi ammazza di botte.Quello che davvero mi importa è se…quando suona l’ultimo gong dell’ultima ripresa io sarò ancora in piedi.Ecco allora per la prima volta in vita mia saprò di non essere solo un bullo di periferia.”Lei c’ha i vuoti,io c’ho i vuoti e insieme li riempiamo”
    Tutto questo meraviglioso film si può riassumere in queste frasi.Capolavoro.

    • gianni

      Non dimenticare il fantastico: “Io non ce l’ho mai avuto l’apice!”. Il dialogo scontro con Mickey è una scena stupenda…

  3. Kurtz Waldheim

    Film immenso e commovente.
    Per riprendere il ragionamento di Nanni, io di questo film ho sempre ammirato l’incredibile capacita’ di procedere sempre per sottrazione, dove pensieri e scelte vengono suggeriti, talvolta semplicemente mostrati ma mai “spiegati”. Ed ecco che i dialoghi diventano veri, onesti e credibili.
    E poi e’ straordinario che in uno dei film simbolo del sogno americano il finale non coincida con la tipica e trionfalistica vittoria hollywoodiana ma con una sconfitta che arriva quando l’eroe ha pero’ gia’ dimostrato silenziosamente a se’ stesso, alle persone che ama e a tutti noi quello che vale.

  4. Calvin Clausewitz

    OT E’ normale che al posto di 70 commenti come da barra destra ne veda 3 adesso?

  5. Gabriel Puntello

    E pensare che sembra che il famoso monologo di Rocky, dopo il litigio con Mickey, sia stato tutto improvvisato da Stallone, dato che non era sul copione…
    Mito!

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