Cronache dal FSFF21 – part 1: The Paper Tigers + intervista a Bao Tran

Dedicato a Max Repossi e Steven Santa Cruz – R.I.P.

A che serve il Fighting Spirit Film Festival, immancabile appuntamento londinese dedicato ai film di arti marziali?
A un sacco di cose.
Innanzitutto a diffondere, letteralmente, lo spirito delle arti marziali: nessuno snobismo artistico, solo cinema che fomenta e fa venire voglia di praticare. Filmmakers che, come è stato puntualmente ricordato in un bellissimo discorso degli organizzatori, ispirano gente e ispirano altri filmmakers. C’è un concorso di corti (leggetevi la line-up), vengono assegnati premi, ma sono spesso talmente diversi tra di loro che anche chi non vince può comunque aver trovato la chiave giusta per spingere qualcun altro a tornare in palestra o a darsi al cinema da combattimento.
E poi, per quello che ci riguarda più da vicino, scoprire nuovi talenti.
Questa la lista dei vincitori:

Best Short (over 10mins): Deviants
Best short 10mins and under: ex-aequo Survivors e The Cocktail Party
Best Documentary: Jiu Jitsu Saved my Life Twice
Best Action Choreography: Deviants
Best Director: Godefroy Rickewaert (Deviants)
Best Actor: Olivier Sa (Deviants)
Best Actress: Charlotte Taschen (The Cocktail Party)
Best Cinematography: Deviants
Best British Short Film: Survivors
Best International Short Film: Deviants
Audience Choice 1: Duty – Out Of Line
Audience Choice 2: Survivors

Quest’anno hanno proiettato cinque lungometraggi.
Due erano documentari: EJ’s Warriors, su una piccola scuola di karate nata come attività sociale per i meno abbienti ma che ha finito per portare gente a qualificarsi per tornei internazionali; More Than Miyagi, doveroso omaggio all’indimenticabile Pat Morita.
Uno era il leggendario Armour of God di Jackie Chan fresco di restauro (che goduria immensa vederlo su grande schermo).
Gli altri due sono quelli di cui vi andremo a parlare in un rapido mini-speciale in due parti.
Pronti? Via:

The Paper Tigers (2020, di Bao Tran)

La chicca principale del festival.
Danny, Hing e Jim sono tre talenti del kung fu che sin da ragazzini hanno frequentato insieme le lezioni esclusive del saggio, severissimo, invincibile sifu Cheung. Crescendo si sono separati e hanno perso la retta via: Danny ha preferito fare carriera lavorativa e ora ha un fisico da impiegato, un divorzio sulle spalle e un figlio da rinconquistare; Hing è sovrappeso e zoppo dopo un incidente; Jim è ancora in forma, ma ha abbandonato il kung fu per le MMA. Quando il loro sifu muore in circostanze misteriose, i tre si riuniscono e si convincono a indagare: è l’occasione per ripianare le divergenze e riscoprire cosa conta veramente nella vita (spoiler: il kung fu, ovviamente).
Detto chiaramente: è una commedia.
È una commedia leggera in cui Danny è una specie di Simon Pegg, Hing è una specie di Nick Frost, e Jim è Mykel Shannon Jenkins di Undisputed 3 (proprio lui). E in cui in un ruolo secondario ma succoso compare Matthew Page, il Master Ken di Youtube in persona, in un contesto meno caciarone dei suoi video ma a cui lui si adatta splendidamente.
MA – o altrimenti non ne parleremmo, e non sarebbe nemmeno al festival – è una commedia in cui trasuda amore e rispetto per le arti marziali da tutti i pori, le classiche cose di cui Hollywood normalmente si dimenticherebbe concentrandosi sulla parte comica e lasciando che il resto rimanga approssimativo e caricaturale. È una commedia che tra una gag e l’altra mette in scena combattimenti coreografati con attenzione: è tutto nei limiti del contesto di tre personaggi extra-arrugginiti, e aggiunge quel pizzichino di mitologica “magia” non invasiva che rendeva speciali cose altrettanto rare e rispettose come L’ultimo drago, ma si vede che i protagonisti, che non usano controfigure, come minimo sanno muoversi e sanno rendere il contesto davvero credibile (che, lo sapete benissimo, fa una differenza immensa).
È tutto sommato un film simpatico e di poche pretese, ma è una piccola chicca che scalda il cuore e ce ne vorrebbero molti di più.

Ho avuto modo di intervistare al telefono il regista Bao Tran:

Partiamo subito con una domanda difficile: è venuto prima l’amore per il cinema o l’amore per le arti marziali?
Eh, è come chiedere se è nato prima l’uovo o la gallina… Sono cresciuto guardando Bruce Lee, da puro fan, ammirando quello che era in grado di fare proprio come star del cinema in generale. Ma è solo più tardi che ho iniziato a studiare arti marziali, e contemporaneamente ho scoperto Jackie Chan: amavo quello che era in grado di fare come filmmaker, sentivo il ritmo, la musicalità del suo stile, e praticando arti marziali lo ammiravo ancora di più. Lì è stato quando ho deciso che volevo dedicarmi al cinema, e al cinema di arti marziali nello specifico.  Siccome Jackie Chan a sua volta aveva preso ispirazione da gente come Charlie Chaplin e Buster Keaton, o come Gene Kelly e Fred Astaire, ho iniziato poi a voler vedere anche quello e mi sono innamorato dei film muti, dei musical, e da lì gradualmente il cinema in generale.

Hai avuto un mentore d’eccezione: il leggendario Corey Yuen (tra le altre cose lanciò Van Damme in No Retreat No Surrender, Cynthia Rothrock in Yes Madam! e Jason Statham in The Transporter). Cos’hai imparato da lui?
Molte cose… Mi spiego: stiamo parlando dell’epoca prima dei social media, prima di Youtube, prima che si potessero mettere i propri corti o i propri video on line dove chiunque può vederli e commentare. Io facevo i miei primi video casalinghi nel mio giardino con gli amici prima di tutto questo, e li facevo vedere a lui, e lui era molto generoso, mi dedicava tempo, mi dava del feedback, mi spiegava come migliorare. Ma soprattutto mi spiegava come il pubblico di tutto il mondo avrebbe reagito ai miei video, come lo avrebbero interpretato, e questo ha allargato la mia immaginazione, mi ha aiutato a capire chi era il mio pubblico e per chi stavo facendo i miei film. Mi ha spalancato gli orizzonti. E l’altra cosa era la sua insistenza a spiegarmi come la storia sia molto importante per l’azione. Ovviamente lui è una leggenda per quanto riguarda le coreografie d’azione, ma mi diceva sempre che non puoi avere delle buone scene d’azione senza una buona storia, e questo mi ha fatto capire cosa significa veramente fare action. Puoi inventarti scene d’azione dal nulla, ma se non ti interessano i personaggi risultano vuote. Per cui Corey insisteva molto su questo punto, e questo mi ha aiutato a migliorare in fase di sceneggiatura, a capire realmente cosa fare. Ma sinceramente, la cosa più importante che ho imparato da lui è il semplice fatto di avere tempo per gli altri. Lui aveva sempre tempo per un giovane “punk” come me, ancora acerbo e con molto da imparare: mi dava consigli, guardava i miei stupidi filmini casalinghi, e non mancava mai di incoraggiarmi. Vorrei cercare di fare lo stesso, di essere sempre disponibile per altri filmmaker che volessero i miei consigli.

Passando a The Paper Tigers: qual è stata l’ispirazione dietro il film, sia in termini di messaggio che di altri film a cui hai guardato per guidarti?
Come dicevo, ho iniziato a girare filmini abbastanza presto quando ero giovane, e quando ho trasformato questo hobby in un mestiere ho iniziato a vedere un po’ il lato oscuro del business. Mi sono ritrovato a un certo punto dieci anni fa a sentirmi piuttosto stremato e cinico, per cui volevo un po’ tornare alle origini, alla mia passione per le arti marziali e a quello che mi aveva ispirato la prima volta a intraprendere questa carriera. Volevo esplorare quelle sensazioni ed emozioni, e da lì mi è venuta l’idea per la storia: tre personaggi che hanno dimenticato le loro origini e riscoprono chi sono grazie al passato che in qualche modo gli si ripresenta davanti. Mi interessava esplorare quel momento in cui ti chiedi se le cose che ti sembravano importanti da giovane sono ancora importanti. Se lo sono ancora, vogliamo non solo recuperarle ma anche in qualche modo trasmetterle alle nuove generazioni? È un tributo ai nostri maestri, come Corey, ma in generale a tutti gli insegnanti, o i genitori.

Mi hanno colpito in particolar modo Alain Uy e Ron Yuan, gli interpreti di Danny e Hing: non hanno esattamente il fisico da atleti, che è ovviamente richiesto dal loro personaggio. Quello che fa Hollywood in questi casi è approfittarne per prendere qualcuno che sia semplicemente un bravo comico e accontentarsi. Tu invece hai trovato due che, oltre a essere ottimi commedianti, sanno anche muoversi, per cui anche aldilà dei loro ovvi limiti fisici sono molto credibili come ex-marzialisti semplicemente un po’ arrugginiti. Quanto era importante per te trovare questa difficile combinazione?
È stato molto difficile, è una cosa molto difficile da trovare. Spesso tocca scendere a compromessi. A noi servivano innanzitutto tre attori che fossero credibili come “fratelli”, come amici cresciuti insieme: questa era la cosa più importante. Poi ci serviva qualcuno che sapesse muoversi: non necessariamente i migliori marzialisti in circolazione visto che interpretano personaggi fuori forma – non ci serviva un Tony Jaa o un Iko Uwais – ma qualcuno che avesse cognizione dei movimenti. Un grande merito va al nostro coreografo Ken Quitugua che ha saputo creare uno stile su misura per i limiti e le caratteristiche fisiche degli attori – alcuni di loro avevano giusto esperienza di breakdance o di qualche lezione di arti marziali da giovane, ma per noi era abbastanza. La cosa interessante è che, essendo un film low budget, non ci potevamo permettere controfigure, e tutti hanno dovuto fare i propri stunt da soli. E questo alla fine ti porta a vedere come incorporino realmente l’azione nella loro recitazione: è diverso dai film ad alto budget, dove c’è uno stacco di montaggio e di colpo è lo stuntman a muoversi e, anche se non lo vedi in faccia, già da come si muove non ti sembra la stessa persona di prima. Per noi è stato interessante fare di necessità virtù e riuscire a cogliere anche queste sfumature. Ma alla fine la cosa più importante è che fossero credibili come “fratelli”.

Volevo chiederti anche di Matthew Page, che conosco ovviamente per il suo personaggio di Master Ken nella serie di Youtube Enter the Dojo. Sembra sinceramente l’attore perfetto per questo tipo di progetti, perché i suoi video sono comici ma si vede anche chiaramente che sa muoversi come un vero marzialista. Ammetto che si trattava dell’attore che conoscevo maggiormente di tutto il cast, per cui mi ha sorpreso vederlo in un ruolo secondario. Come l’hai coinvolto?
L’avevamo contattato diversi anni fa e gli avevamo parlato del progetto – ci abbiamo messo quasi dieci anni a realizzarlo, per lo più passati a raccogliere i finanziamenti necessari. Un’altra cosa molto importante, specie in un progetto piccolo e indipendente come il nostro, è che nessuno avesse un ego da diva o fosse in generale qualcuno con cui fosse difficile lavorare, per cui volevamo principalmente conoscerlo di persona e capire se c’era reciproco interesse. Ci è sembrata una persona davvero molto piacevole e molto umile, per cui l’abbiamo tenuto in considerazione e l’abbiamo ricontattato appena il progetto è diventato concreto ed era pronto a partire. Penso che gli sia piaciuta la storia e il personaggio più che qualsiasi cosa avesse a che fare con l’importanza del ruolo, e a quel punto ci si è dedicato e ha lavorato davvero sodo. Lui è esperto in kenpo karate, per cui ha dovuto imparare i movimenti del kung fu e ci si è dedicato davvero con grande serietà. È un grande attore, è molto umile, non potevamo chiedere di meglio.

Hai visto Shang-Chi per caso? Ho trovato alcune similitudini col tuo film, nel senso che entrambi danno l’impressione di voler rinfrescare e modernizzare il classico stereotipo dell’eroe di arti marziali orientale. È stato qualcosa di conscio da parte tua? C’era qualcosa che ci tenevi in particolar modo a veicolare?
Ho visto Shang-Chi due volte! Io e la mia crew sinceramente non abbiamo preso la decisione conscia di rompere gli stereotipi, volevamo semplicemente raccontare qualcosa che fosse onesto nei confronti delle nostre esperienze. Io vivo a Seattle, che è anche dove è ambientato e girato il film. Ed è anche dove Bruce Lee andò a vivere quando sbarcò per la prima volta negli Stati Uniti: è dove andò a scuola, dove incontrò sua moglie e dove aprì la sua prima scuola di kung fu in cui insegnava letteralmente a gente tutte le etnie, non solo a cinesi. E tutte queste persone insegnano kung fu ancora oggi, portano avanti la sua legacy che è fatta anche di multiculturalità, per cui è questo il mondo in cui sono cresciuto. Di conseguenza volevo solo raccontare una storia che rispecchiasse la mia esperienza, che portasse sullo schermo il tipo di persone che conosco – incluso Carter, tutti abbiamo avuto un Carter nella nostra palestra [il personaggio di Matthew Page, un bianco che si atteggia come se fosse cinese, ndr]. L’effetto naturale di tutto questo è cambiare i tipi di ritratti che vengono fatti che risultano al di fuori degli stereotipi, ma non era il nostro punto di partenza. Volevamo solo fare qualcosa di onesto, ed è quando qualcosa è onesto che rompe gli stereotipi.

Quest’anno in particolare c’è stata un’improvvisa esplosione di film di arti marziali mainstream: Shang-Chi, ma anche Snake Eyes e Mortal Kombat. Cosa ne pensi? Ti dà qualche speranza per il futuro?
Sì, devo ammettere di essere contento, a quanto pare la gente ha voglia di vedere arti marziali. Da un certo punto di vista sono contento che gli studios dimostrino maggior rispetto nell’approcciarsi a questo tipo di film: guarda ad esempio il lavoro di Brad Allan su Shang-Chi [regista della seconda unità e supervisione stunt, ndr], e il fatto che il regista Destin Daniel Cretton – ottimo filmmaker di suo – si fidasse del suo team di stunt e coreografi. Ho sentito che i pre-viz preparati dall’action team sono stati seguiti fedelmente, che non capita spesso, ed è per questo che le scene d’azione sono ottime: hanno seguito le indicazioni creative di chi realmente se ne intende. È un modo quasi orientale di fare le cose, simile a come a Hong Kong lasciano che sia gente come Jackie Chan o Sammo Hung a coreografare le loro scene separatamente da quanto fa il regista, perché è giusto che sia così, sono loro gli esperti. È bello vedere che anche Hollywood inizia a capirlo, e non vedo l’ora di vederlo più spesso.  L’altra parte interessante, indipendentemente dall’action, è: chi è seduto al posto di guida? Chi scrive? Chi dirige? Di nuovo: da un punto di vista di autenticità e onestà anche quello è molto importante, ed è quindi importante che alla guida di un film come Shang-Chi ci sia un regista come Destin. Un conto è infilare semplicemente le arti marziali in un film, e un altro è avere la giusta prospettiva, il punto di vista che può portare qualcuno che sa veramente cosa significano le arti marziali.

Quali sono i tuoi prossimi progetti?
Sto lavorando a un altro progetto, che spero proceda più rapidamente se questo film ha successo. La nostra ambizione per questo film, diciamo il nostro sogno, era riuscire a fare per il kung fu quello che Shaun of the Dead ha fatto per gli zombi. Per ora le cose sono andate molto bene negli USA ,e il film sta uscendo ora in UK dove spero che faccia altrettanto bene, così magari ci danno il budget per fare qualcosa di più grosso…

Un’ultima domanda: hai lavorato al montaggio di Cho Lon, un ormai leggendario film di arti marziali vietnamita del 2013, una specie di Sacro Graal, che dopo aver guadagnato un sacco di hype grazie al trailer fu bloccato dalla censura locale che ne impedì anche l’esportazione. Aldilà della copia bootleg che ha iniziato a girare e che mi sono rifiutato di vedere, ci sono speranze che riottenga una distribuzione?…
È molto, molto difficile. Penso che le leggi locali sulla censura siano diventate addirittura più strette di recente. Ma posso dirti che Charlie Nguyen, il regista, ha una copia definitiva del film che conserva ancora gelosamente in attesa di tempi migliori. E chissà, magari prima o poi le leggi si allenteranno… Ti ringrazio di non aver guardato la copia bootleg che gira on line, è una workprint provvisoria a cui manca gran parte della post-produzione e un gran mucchio di scene. È stato un pugno nello stomaco vedere il nostro lavoro girare clandestinamente in quelle condizioni che non sono neanche lontanamente quelle definitive. Ma spero che prima poi esca la versione di Charlie, non l’ho vista nemmeno io! Sarò in prima fila al cinema come tutti.

Tutto molto bello e giustissimo.
Ma facciamo le cose in ordine: cominciamo col portare The Paper Tigers in Italia.
Grazie.

>> IMDb | Trailer

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3 Commenti

  1. Oliver Die Hardy

    Impiegati sovrappeso con il kungfu nelle mani + commedia JC brand + Master Ken.
    Il film che non sapevo di volere ma ora voglio!

  2. The Mat(Bat)

    Il film che sospettavo di volere (dal trailer) ma che ora so che voglio!

    Tutto bellissimo e commovente e prima o poi sarò a Londra per il FSFF!

  3. Nathan

    Film segnato e messo sul radar: sembra proprio quel tipo di film che mi piacciono di più.

    Bella anche l’intervista: complimenti!

    Nathan

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