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In principio c’erano… I Nuovi Eroi

27/01/2010 | recensioni | di Nanni Cobretti

La settimana scorsa, per festeggiare il primo compleanno dei 400 Calci, Nanni Cobretti si è regalato un lettore Bluray. Come acquisto ideale per testare il baracchino ha pensato alla prima cosa a cui avete pensato anche voi: esatto, la neo-trilogia di Universal Soldier. Per cui, in attesa del terzo capitolo che -- poste permettendo -- gli verrà recapitato intorno al 2 febbraio, il Cobretti ha ritenuto potesse essere una cosa carina ripassare i primi due. Nel senso di quelli originali (quelli apocrifi con Matt Battaglia, per il momento, li lasciamo da parte).

universal soldierI nuovi eroi, titolo originale Universal Soldier (1992), è il classico film comunemente definito “seminale”.
“Seminale”, per chi non conoscesse il latino, significa che è molto importante per la Storia del Cinema.
E I nuovi eroi lo è per i seguenti motivi:
1) è il primo film con Van Damme ad ottenere distribuzione nelle sale USA, là dove i classici precedenti erano stati testati su grande schermo soltanto in Europa;
2) è il primo film americano di Roland Emmerich;
3) è l’attesissimo scontro epico tra Jean-Claude Van Damme e Dolph Lundgren, due delle più grandi star d’azione dell’epoca, roba scottante che non si vedeva dai tempi di Chuck Norris vs. David Carradine in Una Magnum per McQuade.

Trama: un belga e uno svedese si ritrovano per motivi oscuri a combattere la guerra in Vietnam dalla parte dell’esercito statunitense. Prevedibilmente confusi, vanno in paranoia e si ammazzano tra di loro. Circa 30 anni dopo, un programma segretissimo del governo resuscita i loro cadaveri per trasformarli in supersoldati zombi chiamati Universal Soldiers (UniSol). Tutto va bene, finché il belga non ricorda di colpo di non aver niente a che fare con tutto ciò e scappa alla ricerca del senso della vita, mentre lo svedese trova una scusa non troppo robusta per corrergli dietro. Nel finale risolveranno i rispettivi dubbi a pizze in faccia.
Ma c’è poco da fare: Roland Emmerich, qui in fase pre-catastrofica di belle speranze, si mangia il film. Ci sono scene che chiunque con un briciolo di cervello se avesse visto i giornalieri l’avrebbe portato via di corsa per mettergli in mano un kolossal SUBITO e far finire I nuovi eroi a qualcun altro, anche uno Sheldon Lettich qualunque, che viste le premesse non c’era strettamente bisogno che ci venisse un film così figo. Roland invece prende un budget medio-basso e va a caccia di location-convenienza, quei luoghi enormi e completamente deserti in cui nessuno ti chiede un centesimo per girare ma in compenso puoi far svolazzare la cinepresa dove ti pare e piace, fare campi larghissimi dalla bellezza naturale, aggiungere musica epica e montaggio incalzante e far sembrare il tutto molto più ricco di quello che è. Vale per l’assalto degli UniSol alla diga, e vale soprattutto per l’inseguimento in camion, girato come se si trattasse di un blockbuster alla James Cameron. Di lì a poco in ogni caso Roland riuscirà a piazzare il copione di Stargate, e il resto è Storia.

Danza con me

"Se mi fai cadere mentre faccio la piroetta ti ammazzo"

Passando ai due divi: Van Damme è in uno di quei rarissimi momenti in cui gli viene concesso un taglio di capelli che non lo fa sembrare un completo cretino. Tra l’antiquato senso dell’umorismo che Emmerich confermerà in chicche come 2012 e l’ammirazione per il cinema muto che Van Damme omaggerà a modo suo in La Prova, i due vanno d’accordissimo, anche se ciò che ne esce non è esattamente roba per gli annali. In più viene rispettata l’obbligatoria inquadratura sulle chiappe nude, meno gratuita ma più lunga del solito. Dall’altra parte Dolph è alle prese con il ruolo più complesso della carriera è dà il meglio di sè, istrioneggiando più che può e parlando più in quell’ora e mezzo che nei suoi otto film precedenti, e forse pure negli ultimi sei mesi a casa sua. Nessuno dei due si può definire inespressivo, anzi, ma rimangono entrambi dei cagnacci da recita scolastica tutta parole scandite e ampi gesti plateali, e la cosa riempie di tenerezza.
Lo scontro finale non è nulla di trascendentale, rovinato nella premessa dalla patina ridondante di superforza e nella realizzazione dal classico schema Van Damme “prima ne prendo tantissime io, poi prendi cinque calci tu e vai al tappeto”. Sarebbe potuto anche essere una bella metafora sugli steroidi, se non fosse che Jean-Claude vince non appena riesce a mettere le mani su una siringa più grossa di quella che ha usato Dolph. Ma tutto sommato rimane un epilogo più che adeguato.
Sui titoli di coda, Body Count’s In The House, motherfuckers:

DVD-quote suggerita (per un’eventuale ristampa):

“Un film seminale (= ‘molto importante’)”
Nanni Cobretti, i400calci.com

>> IMDb | Trailer

Premio Sylvester 2010: i vincitori!

20/01/2010 | divagazioni | di Nanni Cobretti
nanni cobretti

Il vostro Nanni Cobretti saluta la folla in attesa di consegnare uno dei prestigiosi premi Sylvester

Amici! Sono emozionato! Innanzitutto oggi I 400 Calci compie un anno, ma ne dimostra a) di più, oppure b) di meno (votate!). Per cui tanti auguri a noi, e tanti grazie a voi che se non ci leggevate probabilmente ci fiaccavamo prima.
Secondo di tutto: abbiamo gli attesissimi vincitori dei prestigiosi Premi Sylvester 2010! Non sapete quante telefonate mi sono arrivate che mi dicevano “me ne dai uno? ti prego, ne voglio uno anch’io! posso? tipregotipregotiprego!”. E invece no! Ho fatto decidere a voi del pubblico. E voi del pubblico avete parlato (= cliccato sugli appositi bottoni per votare). Avete votato davvero in tantissimi, e la cosa ci riempie di orgoglio -- personalmente sono addirittura commosso.
Comunque: la cerimonia si è tenuta a mezzanotte (ora italiana) in un luogo segreto così non ci venivate, e a parte qualche piccolo incidente (ne parlerò più avanti) è stata un successone. Davvero, dovevate esserci. Ma non potevate. Per garantire uno spettacolo memorabile abbiamo preso spunto dalla Notte degli Oscar: in particolare per risolvere il problema dei discorsi di ringraziamento troppo lunghi, invece che far partire la musica abbiamo assunto direttamente Marko Zaror a tirare uno schiaffone a chi si dilungava troppo. Quello era da intendersi come il segnale per smettere.
Prima però di passare all’elenco vincitori, abbiamo per voi un video-messaggio in esclusiva da Jean-Claude Van Damme, uno dei pochi assenti alla cerimonia (mancava anche il toro-drago alieno incazzoso di Outlander), che ha voluto comunque commentare la sua mancata vittoria nella categoria Miglior Attore. Eccolo:

Non ha tutti i torti, ma ormai è andata.
E ora passiamo al dunque: via con l’elenco dei vincitori! Continua a leggere »

Road to Sylvester 2010: -4

16/01/2010 | divagazioni | di Casanova Wong Kar-Wai

Sylvester 2010Vota anche tu i Premi Sylvester 2010!

2012: per tanti motivi, uno dei quali è “sì”

18/12/2009 | recensioni | di Nanni Cobretti
2012

come si fa a dire di no a una cosa del genere?

Perdonatemi ma non mi sento con la coscienza a posto se non scrivo una difesa di 2012.
Dei tre bombardaroli scemi di punta (ci metto arbitrariamente Bay e Sommers), Roland Emmerich è ufficialmente quello che preferisco.
Di Bay ammiro la naturalezza incredibile con cui costruisce scene epico-patinate densissime e impossibili, ma su tutto il resto sta progressivamente degenerando nella sciatteria più strafottente, avallando un umorismo che ha messo in allarme Neri Parenti e lasciando il resto nelle mani di attori provvidenzialmente capaci di improvvisare. Sommers potrebbe dire la sua se non fosse che nei suoi ultmi film gli effetti speciali erano indecenti, cosa che tradisce un po’ il senso dell’operazione alle sue stesse fondamenta.
Emmerich invece è spinto da profonda passione per la struttura narrativa hollywoodiana classica proto-spielberghiana. Non è autoironico, non è sciatto: a lui ci piace proprio così. È probabilmente la replica fedele dei film che guardava da bambino nel suo piccolo paese crucco, nell’equivalente crucco di Italia1, intanto che faceva colazione intingendo würstel in una tazza di Krombacher (so che Roland apprezzerebbe questi stereotipi macchiettistici).
Pensateci: i film di Bay durano due ore e mezza per via di quegli inserti narrativi/dialogati che è costretto a infilare di prepotenza tra un’esplosione e l’altra, in cui il nostro tira fuori il peggio di sè non solo come regista ma proprio come essere umano. Quelli di Emmerich invece lo fanno perché c’è tutta un’epica che lui si ostina a seguire, tutte le regoline di genere, tutta la gamma di personaggi (sono sicuro che chi ha fatto il classico sa spiegare questa cosa con termini tecnici specifici in greco) che attraversa tutto lo spettro ruolistico possibile: il Presidente eroe, il consigliere losco, lo scienziato, l’uomo facoltoso, l’uomo comune, la famiglia finto-disfunzionale, il matto buffo…

2012

una metafora su (inserire qui)

È un classicismo in cui Emmerich si va sempre più raffinando, e 2012 si può considerare il suo film definitivo, che incrocia gli elementi chiave di Independence Day con quelli di L’alba del giorno dopo. Non dimentica un luogo comune che sia uno, e non lo fa per sovvertirli/sfotterli/omaggiarli, ma proprio con l’obiettivo di replicarli tutti così come ci hanno insegnato: il barbone profetico col cartello “La fine è vicina”, il salvataggio del cane, la situazione mortale risolta all’ultimo secondo, il karma al 100% di efficacia, tonnellate e tonnellate di dialoghi espositivi… in un certo senso autorialmente parlando è il Clint Eastwood del disaster-movie (sì, mi andava questa bestemmia a gratis).
L’indizio maggiore di tale ostinazione sta nell’interpretazione di Woody Harrelson, uno che in qualsiasi altro film con un ruolo da picchiato in testa del genere avrebbe rubato la scena, ma qua viene schiacciato, soffocato, costretto con la forza ad eliminare sfumature e attenersi al minimo comun denominatore. E lui lo fa con invidiabile professionalità mista a palpabile rassegnazione. E parlando di soluzioni classiche, a me poi fa morire anche il tizio che hanno assunto solo per fare le facce buffe quando nel finale si stanno per schiantare contro l’Everest (era uno spoiler). Sembra un ruolo del cazzo, ma quell’uomo in realtà aveva il peso di tutta la scena sulle spalle – ma che dico la scena, quasi tutto il film. L’efficacia di quel fondamentale momento di tensione era direttamente proporzionale a quanto il nostro fosse stato capace di mostrare la più cartoonesca emotività possibile. Mi immagino Emmerich che gli diceva “fingi di essere una 14enne il cui cantante preferito sta per vincere X Factor”.

bravo!

bravo!

E insomma, a me queste cose conquistano. Da una parte perchè ho un debole irrefrenabile per l’accumulo scientifico di stereotipi, e dall’altra perché una merda fatta con passione sarà sempre più divertente di un Ferrero Roché fatto in serie. Che ovviamente Roland vorrebbe segretamente essere Spielberg ma, nonostante tutti questi elementi meticolosamente sincronizzati, alla controprova dei fatti riesce ahimè nell’impresa di succhiare fuori qualsiasi sottospecie di coinvolgimento genuino, ed emozionalmente parlando il film pare più una tesi di laurea in disastrologia che altro. Ma visto la domenica dopo pranzo con tutta la famiglia è uno spettacolone che non si discute.

Infine, questo è il punto in cui – se ce ne fosse bisogno – confermo che la scena del crollo della California è una delle cose più mondiali che abbia mai visto in vita mia, e che da sola vale il biglietto di mille film. Ritmo incalzante + inquadrature larghe + montaggio chiaro + viene giù TUTTO = mascella a terra per 10/15 minuti.
A ciò si aggiunge l’incredibile semi-profezia per la quale nel film al Primo Ministro italiano crolla S.Pietro in testa, mentre nella realtà gli è arrivato il Duomo di Milano nei denti.
Epico.

DVD-quote suggerita:

“Il Manuale del Disaster-Movie Definitivo”
Nanni Cobretti, i400calci.com

> IMDb | Trailer

Compromesso storico DOES matter (2012 e cose)

16/11/2009 | recensioni | di Wim Diesel

Avete presente il trailer di Godzilla? Immagino di sì. Nel caso, eccolo.

Vi potreste accorgere, parlando del trailer, di due cose piuttosto evidenti. La prima è che non si vede l’attore protagonista, ma essendo Matthew Broderick è comprensibile. La seconda è che non si vede il mostro, alluce destro escluso. È una tecnica della suspence di stocazzo che per un po’ ha buttato alla grande, quello che a me piace chiamare soluzione Contact (aspetti due ore e mezzo per vedere gli alieni e alla fine viene fuori che è il padre). Quel che conta nel trailer è solo un motto con cui –appunto- non hanno mancato di tartassare i coglioni per mesi –Size Does Matter, per le implicazioni falliche chiedete a Cicciolina Wertmuller. Era comunemente accettato il dogma secondo cui nascondere è il modo migliore di mostrare, e quasi nessuno si rendeva conto che anche solo a dirla ti caghi addosso dal ridere.

so help me god.

so help me god.

Oggi le cose sono cambiate un pelo, di base per evitare che gli appassionati di settore (settore=ADSL) si scarichino il dvd-rip prima di aver visto il film in sala. Il dogma cecità uguale visione d’insieme (cit. Rutger Hauer) è fieramente rifiutato in favore di una magistrale scelta dei tempi nello svelarsi a mo’ di strati di cipolla, stile Avatar (ok, ho sbagliato esempio); il che significa che la principale differenza tra 2012 e Godzilla è che per far piombare i fanatici al cine sono stati messi sul mercato, a loro tempo:
1) un trailer che metta insieme una (sembra) pioggia di meteoriti, un’onda anomala che passa sopra all’Himalaya, la cupola di San Pietro che si rovescia sulla gente e il Gesù Compagnone di Rio de Janeiro che crolla in video

2) una preview di cinque minuti in cui John Cusack scappa dalla California con una limousine mentre la faglia di Sant’Andrea gli si sta sbragando dietro al culo.

di cui noi, non per tirarcela ma venite pure a succhiare, siamo stati tra i primi settecentomila organi d’informazione cinematografica a darvi notizia. Passati diligentemente in rassegna i due video, fotta ingestibile e via in prima proiezione al multiplex. Nel caso non siate ancora stati, sappiate che le scene che avete visto NON sono un assaggio BENSÌ le uniche cose davvero valide presenti nel film. Come a dire che la lucidità teorica di Roland Emmerich e la realizzazione di un film nero come il carbone (intendo una pellicola in cui al minuto due il mondo comincia a finire, e dopo centoventi minuti di esplosioni e crateri il mondo è talmente finito che puoi solo cacciare i titoli di coda con un pezzone tipo Always) sono entrambe due cose MOLTO lontane a venire. Roland decide invece di approfittare degli ultimi spasmi di street cred per continuare ad urlare a gran voce che finchè è vivo e in salute non serve cercare il nuovo Roland Emmerich, o anche Stephen Sommers puppami la fava. Parlando di immagini questo si traduce nel tipico film alla Emmerich, tipo Independence Day, in cui:

  • passi tre quarti d’ora ad aspettare che abbiano trovato una giustificazione decente e inserito le tre o quattro sottotrame che ci dovranno accompagnare quando inizia a scoppiar tutto;
  • Jay, Hamilton e Madison sono vivi, lottano insieme a noi e hanno trovato impiego come ghost-writer di dialoghi di film di Roland Emmerich;
  • la redenzione è soprattutto una questione di prontezza di riflessi;
  • i maya non c’entrano un cazzo ma avevano visto tutto per tempo (ma vorrà pur dire qualcosa il fatto che i maya si siano estinti molto prima degli altri)
  • nel pre-finale il mondo decide di unirsi di fronte alla tragedia, sulla base di nessun presupposto ideologico a parte il carisma fascinatorio di uno scienziato negro abbastanza figo da scavalcare la scala gerarchica per parlare al cuore della gente e farsi battere i pezzi da Thandie Newton per tutto il secondo tempo.

E basta. Non è che manca la pacca (per quanto viste le premesse la pacca manchi UN BEL PO’), è che diventa sempre più difficile svolgersi le questioni di contorno a livello intellettuale. Vi sconsiglierei di andarci e avanti con la prossima vaccata da duecento milioni di dollari, ma verso metà film c’è un momento di comicità assoluta (nel quale la sala ESPLODE, giuro su dio) che per la prima volta nella storia rende più figo e divertente vedere un blockbuster americano in un cinema italiano rispetto a qualunque altro paese del globo. Niente spoiler, ma quello mi sa che non ve lo potete proprio perdere.

dvd-quote:

“Pioggia di meteoriti, un’onda anomala che passa sopra all’Himalaya, la cupola di San Pietro che si rovescia sulla gente e il Gesù Compagnone di Rio de Janeiro che crolla in video.”
(Wim Diesel, i 400 calci)

Apocalypse Soon

02/10/2009 | news | di Nanni Cobretti

Ed ecco un clip di 5 minuti tratto dall’imminente 2012 di Roland Emmerich.
Esatto, il film dove esplode il Vaticano.
Ho una fotta addosso che non ne avete idea, per cui non lo guardo, raccontatemelo voi:

Altro che cinema.
Dovrebbero radunarci tutti tipo che so, in Piazza Rossa a Mosca, o a Woodstock, e poi proiettarlo direttamente nel cielo.
Forse così renderebbe.

(e nella classifica dei film più attesi dell’anno Avatar scende, scende, scende…)

2012: la caduta del VATICANOOO

19/06/2009 | news | di Nanni Cobretti

“Salve, sono Roland Emmerich. Forse vi ricorderete di me per la scena in cui gli americani tentano di emigrare clandestinamente in Messico in L’alba del giorno dopo. Nel mio ultimo film, 2012, ho superato me stesso, girando La Scena Catastrofica Definitiva. Potete vederla nel nuovissimo trailer qua sotto, ma vi dò un indizio: era il finale che molti avevano sperato per Angeli & Demoni. Credo che dopo questo mi ritirerò, o mi darò al mumblecore.”

2012. Il vostro nuovo film natalizio preferito.
A novembre, nelle migliori foreste norvegesi.