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I Mercenari: Dolph Lundgren in “Command Performance”

10/08/2010 | recensioni | di Jean-Luc Merenda

Che magnifica stagione per Dolph Lundgren! Che magnifici gli anni della maturità di questo cinquantatreenne svedese in forma smagliante! Che splendido momento per il cinema action traslocato di budget, ambientazioni e immaginario nell’Europa dell’Est!
Fa strano, per chi del primo Universal Soldier ricorda le distese aride inondate di sole, con quel cielo altissimo che attenua con striature d’azzurro anche le notti più nere, quel paesaggio da road-movie che ancora esprime il mito dell’immaginario americano, il mito della libertà, fa strano dicevo vedere quel cielo trasformato dalla straniante e sempre perfetta fotografia di Peter Hyams in un plumbeo limbo metallico iniettato di una luce piatta, la soffocante, deprimente luce dell’Est, in Universal Soldier: Regeneration.
Dove Dolph raggiunge uno dei vertici espressivi della sua carriera, anzi uno dei vertici espressivi del cinema quando, dopo aver ricevuto da Van Damme una tubata tale che il tubo gli si è infilato per metà in fronte, mentre lembi di cervello rigenerato colano come da una grondaia, Dolph… sorride.
command performance

Quel sorrisetto, quella smorfia a metà tra il compiacimento, il fatalismo e la complicità racconta molto di Dolph. Dolph è l’anti-Van Damme: al pari dell’esule belga emigrato nei b-movie “russi” è stato confinato ai margini dalla Hollywood che lo aveva generato, come lui interpreta spesso personaggi sconfitti (loser), buttati ai margini della società, ma se Van Damme è tragico, macerato, totalmente preso dal suo dramma privato e compreso nel suo ruolo d’eroe, Dolph Lundgren è leggero, aereo, fatalista e fatuo, disinteressato al destino, noncurante del tragico. Un perfetto satiro. E mentre il mondo “russo” accentua la brutalità della violenza hollywoodiana bagnandola di una luce bianca d’angoscia, e i gangster (russi, ucraini, polacchi, kazaki, moldavi… La 25° ora di Spike Lee e David Benioff ci azzeccò) sono sempre più grassi e sempre più seduti ai tavoli dei night club con sempre più figa intorno con le tette sempre più grosse, e i terroristi sono sempre più fatti e finisce che lo picchiano, lo buttano fuori dalle auto, lo malmenano, lo massacrano, gli spezzano le ossa e gli uccidono gli amici, Dolph non è proprio che se ne sbatta ma diciamo che accetta. Non vuol dire che si rassegna (la rassegnazione è dei tragici, anzi dei melodrammatici, e quanto mélo c’è in Van Damme…), ma come dire… che ci vuoi fare, le cose vanno così, che tu lo voglia o no. Dolph è eroe dopo il tragico, è eroe senza gloria che, in questo mondo animale – ci insegnano i film “russi” – dove chiunque non vede l’ora di fare una strage, paradossalmente è l’unico in grado di prendere in mano il suo destino.

command performance
Parlo brevemente di Command Performance ma potrei parlare di Direct Contact (dove Dolph entra in diretto contatto con un altro leggendario loser di Hollywood: Michael “Strade di fuoco/Philadelphia Experiment” Paré). Qui come lì Dolph ha l’aria assonnata, vagamente assente e un po’ fumata (stoned), tra l’esterrefatto e il sornione. È un’espressione unica, spiazzante, davvero magnifica. Ha forse un dramma alle spalle che l’ha spinto a nascondersi in Russia e a mettersi a suonare come batterista in una metal band? Macché: aspettiamo per tutto il film la tragica rivelazione ma alla fine scopriamo che poi è una cosa piuttosto consueta, dove Dolph peraltro non è affatto innocente.

È difficile identificarsi nei personaggi di Dolph. Quell’aria un po’ menefreghista segna anche una inequivocabile distanza con lo spettatore, cui sembra dire: “Non dimenticarti che in fondo sono tutte cazzate”. È una distanza che insospettisce. Non c’è da fidarsi. Eppure Dolph è uno affidabile come non mai. Non cerca denaro, fama, gloria, figa (certo, se capita…), sembra proprio che non cerchi niente, che si limiti a vivere. È un enigma.

Dicevo di Command Performance, di cui Dolph è anche regista. I primi 40 minuti sembrano Guitar Hero diretto da Lars Von Trier, con Dolph che si presenta in sella alla sua Harley o pseudo tale – biker non del tutto convinto – e poi ripreso in stile Dogma si butta a picchiare come un forsennato sulla batteria, vero frontman di una band russa heavy metal con aspirazioni sperimentali. Il resto è più tradizionale: un gruppo terrorista assalta il teatro del concerto (allusione all’attacco ceceno al teatro Teatro Dubrovka del 2002) con l’obiettivo di eliminare il presidente russo e le sue due figlie adolescenti esponenti della nuova generazione adolescenziale disney-channel-globale. Infatti il concerto ha come momento clou l’esibizione di una rock-starlette stile Britney Spears (anche se ormai sembra anziana)/Miley Cyrus/Rihanna/Lady Gaga (che ci tengo a dire, mi fa gagare)/altre figure analoghe. I terroristi non hanno pietà di nessuno soprattutto perché hanno come obiettivo il ripristino del comunismo. La qual cosa, insieme al fatto che il presidente russo non ha lettoni d’asporto ma è un uomo integerrimo, vedovo che non ha mai dimenticato la moglie e padre devoto, mi pare esprima il messaggio politico del film. Dolph per fortuna si è ritirato a fumarsi uno spinello in bagno e quindi è un po’ stonato ma se la cava egregiamente, per esempio piantando la bacchetta della batteria nella giugulare di un terrorista.

command performance

Come in Direct Contact e molto più che in Universal Soldier: Regeneration, dove – eccetto il sorriso-capolavoro – domina il senso tragico del perduto Van Damme, in Command Performance Dolph è leggerissimo, aereo, talmente leggero da essere quasi invisibile, tanto da non avere quasi più nome. Di lui dicono infatti che si chiama “Joe, Joe… qualcosa”.
In un mondo dello spettacolo dove tutti vogliono apparire fino allo stremo, dove tutti i sogni devono avverarsi per forza, questa idea che se accade che nessun sogno si avveri, se accade di sparire, non c’è poi niente di tragico, è sufficiente secondo me per celebrare Dolph, questo gigantesco signor Nessuno, Odisseo senza naufragio in un mondo dove non regna né il bene né il male e dove l’eroe non cerca di ripristinare un ordine etico ma si limita, quando capita, a dare una mano.

Nota a margine: a mio parere c’è solo un altro “loser” hollywoodiano felice e contento come Dolph: è Casper Van Dien.

>> IMDb | Trailer

JCVD. E Dolph. In sala. In Italia. Oggi. Storia vera.

04/06/2010 | divagazioni | di Nanni Cobretti
Troppo grossi per uno schermo televisivo

Troppo grossi per uno schermo televisivo

Se avessi un centesimo per ogni volta che ho pensato “chi l’avrebbe detto che dopo aver aperto I 400 Calci avrei assistito a”… non voglio esagerare, ma secondo me almeno un ghiacciolo me lo potrei permettere.
Ed ecco, uno di quei momenti è quello descritto dal titolo di questo post.
Universal Soldier: Regeneration esce in sala in Italia.
Quando? Stavolta non mi fregate, lo so: OGGI.
Voglio dire, non ci avrei creduto nemmeno un mese fa.
Però prima di aprire I 400 Calci avevo visto in sala (una inglese) JCVD, e avevo pensato che Jean-Claude meritava di tornare alla ribalta.
E poi quattro mesi fa, quando scrissi la PRIMA RECE ITALIANA DI UNIVERSAL SOLDIER: REGENERATION (fatto da verificare, probabilmente falso), dissi a chiare lettere che era un film che non meritava l’inferno homevideo nel quale era capitato. E lo ribadisco: US:R è uno di quei rari film progettati e realizzati con cervello che trascendono i loro confini di competenza disturbandosi a dare anche più di quello che si chiedeva loro.
Insomma: è una cosa bella, è una cosa inaspettata, e ci teniamo a festeggiare.
Festeggiamo a un nuovo Van Damme in sala da quasi quindici anni, e a un nuovo Dolph Lundgren in sala da altrettanto tempo.
Ma soprattutto, festeggiamo al fatto che, dopo appena un anno e mezzo di vita, I 400 CALCI HANNO INFLUENZATO LA DISTRIBUZIONE ITALIANA (fatto da verificare, probabilmente vero).
Intasate le (due?) sale in cui lo proietteranno.

P.S.: esce anche Saw VI. Se vi interessa, abbiamo già visto pure quello.

Ninja la furia disumana

20/04/2010 | recensioni | di Nanni Cobretti

ninjaLo so, molti di voi ribelli anarchici rivoluzionari underground col pugno chiuso che non accettano di seguire le regole di nessuno e amano l’adrenalina del vivere spericolatamente aldilà della legge si sono procurati questo film per rischiose vie clandestine (che non so esattamente come funzionino, ma mi fido di come le dipinge Repubblica e vi immagino tutti con la faccia di Zack De La Rocha) già da tempo. Io invece, che tendo a sudare per mezzora se soltanto qualcuno intorno a me pronuncia la parola “mulo” anche fuori contesto, ho aspettato pazientemente che uscisse il bluray. E poi ho aspettato un altro pochino che calasse di prezzo. Ed eccoci finalmente qua.

Tell me the story, tell me the legend
tell me the tales of war
tell me just one time
what it was like befoooore…

Devo ammettere che non è facile approcciarsi a Ninja con le giuste aspettative.
Da una parte Isaac Florentine gira film da ormai 15 anni e si è capito come sono: capacità narrative basilari, buon ritmo, e marchio di fabbrica nelle riprese dei combattimenti, belle larghe, con poco montaggio e fluidi rallenty improvvisi a valorizzare il gesto atletico. La migliore serie B possibile.
Dall’altra è indubbio negare che Ninja ci arriva con potenziale e ambizioni, almeno in teoria. C’è la voglia di lanciare definitivamente Scott Adkins come nuovo Guerriero Bianco e unica risposta anglofona più che plausibile a Tony Jaa e i suoi cugini; c’è quel titolo secco e definitivo; c’è la gustosa possibilità di battere i sorelli Wachowski non sul tempo (negli USA Ninja è uscito cinque mesi dopo Ninja Assassin) ma in qualità (la parte facile…). E quando ho visto che il trailer si presentava in pieno formato Cinemascope, piuttosto inutile per un’uscita esclusivamente in homevideo, l’ho presa come conferma della voglia di fare il salto di qualità.

"Lasciamela appoggiare qua intanto che colpisco gli altri due con l'altra gamba"

"Lasciamela appoggiare qua intanto che colpisco gli altri due con l'altra gamba"

In realtà no. Isaac Florentine continua a rimanere su territori a lui familiari “limitandosi” a dare il meglio di se stesso, e dimostrando che forse è meglio così. Ninja non è uno sfonda-barriere, nè tantomeno qualcosa di paragonabile a quella clamorosa perla ai porci che si è rivelata essere Universal Soldier: Regeneration: ce la si mette tutta per confezionare un bel prodottino a modo, ma fin da quel titolaccio sbattuto là frettolosamente in CGI a buon mercato è chiaro che si ha a che fare con gente che ormai ha la serie B nel sangue e da lì non si schioda. E non è mica un male, anzi.
In poche parole, se uno non si fa tutte le paranoie che mi sono fatto io, si trova davanti all’ennesimo facile e onestissimo moderno classico della Nu Image, con uno Scott Adkins finalmente protagonista buono, per l’occasione persino pettinato bene, e in forma disumana come al solito. Rimangono scene magistrali come l’assalto al tempio, con Scottie uno contro venti a sfoggiare i suoi tipici calci in cui parte in un modo e, quando ti sembra di aver capito come colpisce, ecco che ci aggiunge altre due giravolte aeree impossibili e ti castiga con l’altra gamba. Che magari così facendo arriva una carezzina piuttosto che una bastonata, ma la mascella ti casca per terra comunque. E il suo avversario è Tsuyoshi Ihara, faccia da schiaffi incredibile, una specie di Sean Penn giappo che voglio vedere immediatamente diretto in qualsiasi cosa da Bong Joon-Ho (anche se è coreano, lo so, rimettetevi seduti) per vedere da un grugno così cosa ne cava fuori.
Insomma: probabilmente rimane più divertente vedere Scottie fare il cattivone violentissimo in Undisputed 2, ma questo Ninja vale abbondantemente il prezzo di qualsiasi formato in cui decidiate di procurarvelo. In attesa, ovviamente di Undisputed 3.
Sigla:

DVD-quote suggerita

“Ninja survive (in dreams I walk by your side)”
Joey Tempest, Europe

No ok metto anche la mia:

“Un altro imperdibile classico della nuova era d’oro delle arti marziali”
Nanni Cobretti, i400calci.com

(sono sempre più professionale, non trovate? in questi frangenti mi sento un po’ il Mollica dell’action/horror)

>> IMDb | Trailer

P.S.: sto per comprare il bluray di Wolverine solo per il filmato di Scottie che si sgranchisce dietro le quinte O_o

E infine accadde il miracolo. Universal Soldier: Regeneration.

08/02/2010 | recensioni | di Nanni Cobretti

Due settimane fa, per festeggiare il primo compleanno dei 400 Calci, Nanni Cobretti si è regalato un lettore Bluray. Come acquisto ideale per testare il baracchino ha pensato alla prima cosa a cui avete pensato anche voi: esatto, la neo-trilogia di Universal Soldier. Per cui, dopo aver ripassato i primi due capitoli e ignorato quelli apocrifi con Matt Battaglia, è giunto finalmente il momento di raccontarvi l’ultimo, clamoroso episodio.

universal soldier: regenerationVi è mai capitato di entrare al McDonald, ben consci del tipo di prodotto che viene servito, ordinare il solito menù cheeseburger sperando al massimo che il formaggio sia fresco e abbiano cambiato l’olio di recente, per vedervi invece serviti un bel pollo arrosto cotto, gustoso e aromatizzato a puntino con tanto di vinello bianco in omaggio come fanno nei migliori ristoranti?
È ovviamente una domanda retorica (o “metaforone”). Ma è più o meno la sensazione che ho provato nel godermi quella cosa incredibile che si è rivelata essere Universal Soldier: Regeneration. Nelle premesse: il solito DTV low budget della Nu Image, diretto da un semi-esordiente figlio di papà, da vendere a un pubblico di disperati come noi a cui basta vedere i nomi di Jean-Claude e Dolph sulla locandina ma anche uno solo dei due sarebbe bastato. Nel risultato: roba da far vergognare la quasi totalità di ciò a cui hanno appioppato l’etichetta “reboot” negli ultimi dieci anni, su tutti i livelli.
Ce ne si accorge già dal primissimo secondo: un lento piano sequenza che segue una giovane coppia benestante uscire da un edificio dove un improvviso, violento tamponamento fa scattare un sequestro di persona e un inseguimento in auto tesissimo e forsennato che pure Paul Greengrass ha preso appunti. E poi veniamo introdotti nella splendida location principale: l’abbandonata centrale nucleare di Chernobyl. È qui che si sono rifugiati gli autori del rapimento, i “separatisti del Pasalan”, con lo scopo di ricattare il governo ladro. La loro arma: il più potente UniSol di ultimissima generazione (Andrei “The Pit Bull” Arlovski), sgraffignato dal laboratorio dove ancora si ostinano a perfezionare quel solito vecchio progetto che ha sempre dato più problemi che altro. Il problema: Pit Bull è talmente superiore da bersi in un boccone tutti gli altri amici UniSol speditiglici contro in missione kamikaze. La speranza: rispolverare Luc Deveraux (Jean-Claude Van Damme, obviously). Continua a leggere »