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The Last Stand(ing ovation). E sì, abbiamo intervistato Arnold.

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Arnold Alois Schwarzenegger nasce nel piccolo villaggio di Thal, vicino a Graz (Austria), il 30 luglio del 1947.
La sua famiglia è talmente povera che l’avvenimento più lussuoso della sua infanzia è l’acquisto del frigorifero.
A 14, dopo aver visto i film di Ercole interpretati da Steve Reeves, Arnold si appassiona al body building.
Nel 1967, a 20 anni, vince il titolo di Mr. Universo, che rivincerà altre tre volte. A questo si aggiungono sette titoli di Mr. Olympia.
Nel 1968 si trasferisce a Los Angeles, con l’obiettivo di diventare un famoso attore.
Nel 1977, grazie ad oculati investimenti nel campo immobiliare, guadagna il suo primo milione di dollari.
Nel 1981 gira Conan il barbaro, il suo primo film da protagonista (con l’esclusione del low budget Ercole a New York, girato nel ’69 ma distribuito soltanto a metà anni ’80). Nel 1984 pronuncia la frase “I’ll be back” per la prima di circa 800 milioni di volte.
Nel 1987 sposa Maria Shriver, nipote di John F. Kennedy.
Nel 1990 diventa Ministro dello Sport e dell’Educazione Fisica per George H.W. Bush, del quale aveva pubblicamente sostenuto la campagna elettorale.
Nel 1991, grazie a Terminator 2, diventa l’attore più pagato del momento.
Nel 2003, siccome evidentemente si annoiava, diventa Governatore della California. Nel 2007 viene rieletto per il secondo mandato.
Il 13 agosto del 2012 Arnold incrocia lo sguardo di Nanni Cobretti nei pressi di Leicester Square, Londra, in occasione della prima inglese del film I mercenari 2, e si emoziona molto. Deludendo le aspettative di Arnie, Nanni non entra con lui a vedere il film perché vuole andare a vedere la reunion dei Refused al Forum di Kentish Town (lo guarderà poi con calma tre giorni dopo, in mezzo agli spettatori comuni, da uomo modesto qual è).
Nel 2013, dopo 10 anni di pausa, Arnold Schwarzenegger torna al cinema da protagonista con un film della madonna.
QUESTO, di cui vi parliamo oggi.
E giustamente, è venuto a raccontarlo a noi.
Sigla:

L’INTERVISTA (di Jackie Lang)

È tornato e non si poteva fare finta di niente. Per celebrare degnamente il ritorno sulle scene del più grosso di sempre, dopo 8 anni di politica e un ruolo enorme nella Sagra della Pizza in Faccia di Stallone 2, Arnie ha scelto di venire a Roma per concedere un’intervista a i400Calci. Il capo supremo dalla Cobretti Mansion ha decretato che fosse cosa buona e giusta, inviando il consueto bigliettino sporcato da schizzi di sangue su carta ingiallita, contenente le domande giuste, da recuperare in una cassetta di sicurezza alla stazione Termini.

Con sè Arnie (a spese sue) ha portato anche Johnny Knoxville e Jaimie Alexander (per intrattenerlo con balli e canti nelle lunghe ore di attesa probabilmente) ma non Kim Jee-Woon, che il film l’ha girato modellandogli intorno un’inedita (per lui) atmosfera western che calza come un guanto la sua presenza.
Durante la conferenza stampa, ovvero il riscaldamento prima dell’intervista con i400Calci, si straparla molto, Arnie fa il politico, comizia e dichiara di amare l’Italia. La voglia di prendere una qualsiasi scheda con il suo nome e metterci una X sopra per votarlo è fortissima.

Per riscaldare noi invece ci vengono mandati prima Knoxville e Alexander. Carne morta. Johnny Knoxville però sta quasi per strapparci una lacrima quando nel rispondere su quale fosse stata la sua scena preferita da girare nel film risponde: “È quella in cui Arnold spara con l’M60 e io gli reggo la cartuccera. È stato stupendo perchè non c’era recitazione in quel momento, non ero il personaggio, ero solo Johnny Knoxville che passa i proiettili ad Arnold Schwarzenegger che spara ai cattivi. Il massimo! Come quando abbiamo girato la parte in cui stende uno sgherro e dice [imita la voce di Schwarzenegger] ‘Benvenuto a Sommerton!’, io ero lì accanto e pensavo ‘SSSIIII!!!!’”. Eh, son momenti.

Arnie dà il via alle interviste

Arnie dà il via alle interviste

Finiti i preliminari ed il riscaldamento nella stanza entra Arnie.
Al polso ha una catena di quelle con le quali nei panni del T-800 si calava nella lava al termine di Terminator 2 e al dito porta un anello gigantesco con l’effige di un teschio. Inizialmente ci sembra il simbolo dei Mercenari e l’esaltazione ha la meglio, ad uno sguardo più attento però è evidente che si tratta del teschio di Terminator e l’esaltazione si tramuta in stima. Ulteriore stima. Poggiato sul tavolo, spento, l’onnipresente sigaro.
Stretta di mano potente, lunga e soddisfacente e si comincia.

Sono anni che tutti parlano di un riciclo, di passare il testimone dalla vostra generazione di eroi d’azione ad una nuova eppure di anno in anno vi confermate sempre voi i numeri uno.
Sì, e mi piace! Vedi il vantaggio che abbiamo io, Sly, Van Damme o Chuck Norris è che ci siamo sempre tenuti in esercizio, tutti i giorni e la gente lo sa, questo è difficile rimpiazzarci. La gente sa che siamo i numeri uno in ogni ambito. Sly sa tirare di boxe, Van Damme ha fatto arti marziali tutta la vita e così anche Chuck, io sollevavo anche 250 chili, la gente sa che noi siamo “the real thing” e anche a 65 anni se devo fare un film d’azione sono ancora in grado e in forma. Certo non recupero più in fretta come prima e le ferite fanno male per giorni ma mi sento alla grande.

Dio santo che fomento Arnie, quindi l’etica del ritiro ad una vita tranquilla del personaggio di The Last Stand non ti appartiene?
Lui è un uomo che ha vissuto tanto e visto molte cose terribili, percui decide di andare in un tranquillo paese per ritirarsi. Io non lo farò mai.

Teschio, catena e sigaro: che tenero!

Teschio, catena e sigaro: che tenero!

È vero che rifiutasti la parte di Animal in Full Metal Jacket all’epoca?
Sì è così, ma sono cose capitano e che devi mettere in conto. Ancora peggio fu quando Jerry Bruckheimer e Don Simpson vennero da me con uno script di 80 pagine, tutto scarabocchiato, ancora con le note a matita a margine, alcune pagine che sarebbero state tagliate, battute da rivedere… Insomma era un casino. Io gli dissi che non era possibile, dovevano tornare da me con qualcosa di più chiaro. Loro si sentirono insultati e quindi presero Nicolas Cage.

Oggi te ne penti?
È un peccato ma purtroppo non puoi sapere le cose prima del tempo. Alle volte ti sembrano decisioni buone poi invece ti guardi indietro e te ne penti. Alla fine fare film è come ogni altra cosa nella vita, ci sono le volte che sei un vincente e quelle in cui sei un perdente, l’importante è non essere spaventato dalla caduta e rialzarti perchè vedi, il massimo da cui puoi cadere è tanto così [indica la distanza dal pavimento] non è poi così tanto no?

Quant’evvero… Sei uno dei re dell’azione fatta per finta, cosa ne pensi di Johnny Knoxville e di Jackass, il massimo dell’azione fatta davvero?
Sbagli. Sai qual è la differenza tra quello che fa lui e quello che faccio io? Che nella sua azione le cose funzionano quando non vanno come previsto, in quella che faccio io tutto deve funzionare alla perfezione. Ad ogni modo anche in questo film Johnny ha trovato il margine per fare uno dei suoi famosi stunt. Non ha voluto controfigure per la scena in cui cade con il palo e noi credevamo sarebbe morto. Invece…
Ad ogni modo in famiglia siamo grandi fan dei suoi programmi, li guardo sempre con i miei figli.

Dopo quasi 10 di assenza dal cinema hai trovato differenze?
I film sono uguali, il business è cambiato. Quello che si faceva con 100 milioni di dollari ora si fa con 45, i registi vengono da tutto il mondo e anche i capitali. Come governatore ho fatto di tutto per fare in mondo che Hollywood non dovesse cercare investimenti fuori dalla California o dagli Stati Uniti ma è qualcosa che non si può evitare. Oggi il cinema di tutto mondo arriva da noi.
Sai che quest’anno all’Oscar per il miglior regista è candidato un austriaco? Pensa te…

Pensa te!

Jackie Lang & The Governator

Jackie Lang & The Governator

LA RECE (di Nanni Cobretti)

Arnold Schwarzenegger ha 65 anni.
A differenza di Stallone li dimostra tutti, perché negli ultimi otto anni ha dovuto abbandonare di colpo la palestra per fare una cosetta lievemente più importante come governare la California, che non è esattamente come fare il sindaco del paesino in cui sei nato o il Parlamentare assenteista.
E Arnold sa bene sia di dimostrare tutti i suoi 65 anni, sia di non essere più esattamente famoso come ai bei tempi. Sapeva di dover tornare con il progetto perfetto, l’ha aspettato, e porco cazzo l’ha trovato.
In The Last Stand, Arnold interpreta Ray Owens, sceriffo 65enne di un paesotto al confine col Messico. Il classico paesotto dove non succede mai niente di niente di niente, nonostante sia al confine col Messico. Al punto che il nostro può permettersi uno staff composto esclusivamente da un giovine volenteroso ma imbranato (Zach Gilford), un’esperta spalla comica (Luis Guzmán) e una patata (Jaimie Alexander).
Ma vai a sapere, proprio durante il suo giorno libero il più pericoloso trafficante di droga dell’Universo decide di scappare di galera, infilarsi in una Corvette modificata che fa 190 miglia all’ora (#DeLoreanPuppaLaFava) e, con l’aiuto di complici che gli sgombrano la strada con ogni mezzo, spararsi a tutta birra in Messico passando proprio per il paesotto dello sceriffo di chiare origini austriache Owens.
La posizione ufficiale di Owens al riguardo è “NO”.

Johnny che fa Johnny che passa i proiettili ad Arnold

Johnny che fa Johnny che passa i proiettili ad Arnold

A voi il vecchio Arnold, ma anche il nuovo Arnold, ovvero l’Arnold vecchio. Mi seguite? Vecchio perché per certi versi è sempre il solito, nuovo perché stavolta è vecchio, e quindi vecchio perché è vecchio… Nel senso: la stazza, l’accento pesante, il carisma, l’ironia, la confidenza con le armi pesanti, one-liner snocciolati come sciocchezze. È sempre lui. Ma le rughe sono visibili. L’Arnold del 2013, nel suo giorno libero, gira in giacca della tuta, braghe corte e mocassini. Per osservare tracce sul luogo del delitto infila occhiali da lettura. Non ha paura di ammettere che ha paura, e il suo personaggio è quello, insolito, dell’uomo che ne ha viste troppe e si è ritirato sconfitto dove “sangue e morte” non possono raggiungerlo. Fa da papà, o meglio, da nonno, ai suoi dipendenti più giovani. Dopo un azzardato stunt, se la prende comoda prima di rialzarsi. Voi ve lo perderete col doppiaggio, ma è tenerissimo sentirlo incespicare di nuovo nelle frasi inglesi più complesse (una volta gli sceneggiatori gli cambiavano i dialoghi su misura). Il nuovo Arnold vecchio in compenso ha guadagnato un’intensità che non si limita alle scene d’azione, da sempre nel suo sangue, ma anche alle sorprendentemente convincenti scene più intimiste.
E il film gli aderisce addosso come un abito progettato su misura, tra momenti action grossi ed elettrizzanti ma mai troppo supereroistici, siparietti comici che cercano il sorriso e si fermano sempre prima di infastidire, e una dose sana e controllata di autoreferenzialità (Luis Guzmán in armeria prende una spada che assomiglia a quella di Conan, e Arnie gli fa “Mettila giù, non dobbiamo mica andare alle Crociate”). Arnold corre, guida, spara e dimostra di essere ancora una leggenda, ma si ferma anche, soffre, suda, rifiata, manda avanti gli altri più giovani. Non prende in giro nessuno, insomma, non si abbassa a implorarci di fingere che abbia 20 anni di meno. E quando c’è da menare punta tutto su stazza, potenza, resistenza, testardaggine. Come una quercia austriaca.
Da parte sua Kim Jee-Woon mette al servizio tutta la sua abilità tecnica con virtuosismi che arricchiscono le scene d’azione senza mangiarsele, pirotecnico quando l’azione ha per protagonisti i cattivi (magistrale la fuga di Cortez dalla galera) e controllato, più essenziale e old school, quando è in scena Arnold. E sempre, rigorosamente, spettacolarmente fluido: niente cazzate con montaggio epilettico alla Taken neanche quando si tratta di pizze in faccia, ma un onesto limitarsi a più credibili prese stile MMA.
A completare il quadretto, un cast di caratteristi solido come una roccia: Peter Stormare e Forest Whitaker (che mi piace pensare interpreti di nuovo il Rawlins di Senza esclusione di colpi dopo un meritato avanzamento di carriera), due assolute garanzie; Luis Guzmán e Johnny Knoxville, alle prese con personaggi stereotipati pericolosissimi ma interpretati con brio ed equilibrio; Harry Dean Stanton, un altro grande vecchio a cui non puoi dire di no. Poco più che adeguati i più giovani, ma è doveroso segnalare anche una comparsata di Sonny Landham, l’indimenticato indiano Billy di Predator.

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La task force di Sommerton Junction

Usciti dal cinema, e sbollita con molta calma un’esaltazione decisamente superiore alle attese, arrivano le inevitabili riflessioni sul futuro che partono da due dati di fatto: 1) negli USA, The Last Stand ha incassato meno di quanto si sperasse; 2) fino a che si gioca su questo perfetto mix di ironia e action plausibile ok, ma nelle condizioni in cui si trova ora è dura immaginarsi Arnold in un nuovo Predator e tantomeno un nuovo Terminator, sicuramente non nello stesso ruolo. Il nostro, da persona intelligente quale è sempre stata, si è premurato di firmare e iniziare a girare più di un progetto prima che si scoprisse qual è il suo nuovo valore di mercato, e con altrettanta oculatezza e modestia ha scelto ruoli sostanziosi ma di supporto (spalla di Stallone in The Tomb, e ruolo carismatico ma ambiguo in Ten di David Ayer) con l’obiettivo dichiarato di sgranchire i muscoli, riabituare il pubblico alla sua presenza e, in un certo senso, ripartire dal basso.
Il che ci porta al già annunciato The Legend of Conan, sul quale avevo i miei motivi di essere perplesso, o perlomeno attendista: ad oggi non solo non c’è niente di talmente avviato che non si possa ancora bloccare, ma è chiaro che l’Arnold di The Last Stand non è in grado nè di passare tutto il film a correre saltare e fare a spadate, nè – la cosa ahimè più importante – di garantire incassi.
Per come la vedo io le opzioni sono due:
1) si decide che salta tutto
2) si decide che vale lo stesso la pena fare un Conan a budget medio-basso, meno appariscente, crepuscolare.
E sapete come funziona, no? Se non puoi puntare ai fuochi d’artificio, tanto vale puntare alla qualità. Al che, obiettivamente, la fotta invece che scendere sale. E quando poi spunta uno come Paul Verhoeven che dice “oh, non so che piani hanno ma se me lo chiedono io ci sto” a me mi si illumina talmente il cuore che mi viene a prendere l’astronave di E.T. scambiandomi per uno dei loro. Che diciamocelo, Paul Verhoeven è la seconda scelta ideale dopo John Milius, con tutti gli altri staccati a chilometri di distanza (scarto la terza ipotesi di un Conan affiancato da un giovine emergente attira-pubblico perché sono ancora tutti troppo scottati dal sacrosanto fiasco di quella porcata di Nispel per rischiare di assomigliarci troppo, e conosco i miei polli abbastanza da non aspettarmi eventuali indicazioni negative prima che Arnie abbia finito il suo tour promozionale e gli incassi totali siano definitivi).
Per contraddire quindi il titolo del pezzo, spero che questa standing ovation non sia l’ultima.
Bring it on, Arnie. Noi ci siamo.

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Welcome back

DVD-quote

“Best. Comeback. Ever.”
Nanni Cobretti, i400Calci.com

>> IMDb | Trailer

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159 Commenti

  1. Ruper Tevere

    Visto venerdì night dopo aver letto al recensione. Grande Nanni, il film è una bomba di felicità. La prima scena action di Arnie mi vede saltare da solo sul divano, ridere e alzare le braccia al cielo in segno di vittoria. Arnold è fantastico, mi sono reso conto che gli voglio bene.

  2. T87

    Sentite ragazzi, ok che siete in vacanza, ma… Sonny Landham è morto qualche giorno fa e altrove ci stiamo scervellando sulla sua presenza o meno in questo film. Su IMDb e Wikipedia non c’è nulla. Ma c’era davvero? Dove? HALP.

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