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Speciale 1984: Strade di fuoco

“Più forte dell’odio è l’amore.
Più forte dell’amore è
Mike Tyson, per esempio.”
Brunello Robertetti, poeta

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Sigla!

Quando nel tardo 1982 Walter Hill si trova a dover decidere il suo prossimo film, ha letteralmente l’imbarazzo della scelta.
Non solo aveva consolidato la sua reputazione di uno dei registi migliori di tutti i tempi con una serie di film che andavano da un minimo di bomba clamorosa a un massimo di ciao a tutti, ma era anche fresco di grosso successo commerciale grazie a 48 ore.
Può fare quello che gli pare, quasi letteralmente.
E Walter, ovviamente, si butta su qualcosa che non aveva mai fatto prima: il musical d’amore.
Scusate non volevo dirlo così a bruciapelo, aspettate, ora vi porto i sali.
Ci siete? Siete rinvenuti? Siete seduti comodi?
Rilassatevi: stiamo parlando di Walter Hill, non di Baz Luhrmann.
Walter aveva già sperimentato con la struttura a musical e un certo gusto surreal-pop con quel film imprescindibile che è I guerrieri della notte: Strade di fuoco ne avrebbe proseguito il discorso stilistico, pompandolo ancora di più, e inserendo la sua idea di romanticismo (che, state tranquilli, non è esattamente la stessa di Nora Ephron).
Il succo è nella tagline: “Una favola rock’n’roll”.
La storia di base è archetipica: il cattivo rapisce la bella, l’eroe torna dall’esilio per salvarla. In questo caso diventa una banda di motociclisti che rapisce una rock star, e l’ex-fidanzato, veterano di guerra, torna per salvarla.
Per l’ambientazione, Hill ammette di essersi fatto ispirare da Les parapluies de Cherbourg di Jacques Demy: un mondo realistico ma allo stesso tempo surreale, cristallizzato in un misto indefinito tra passato e presente dai riferimenti cronologici fuori posto. Nello specifico, ordina di mischiare diversi elementi soprattutto dagli anni ’40 e ’50 (i costumi, le auto), con l’occasionale tocco moderno (i televisori a colori, i videoclip). La fotografia vira su colori sparati, specialmente il blu.

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Il primo intoppo produttivo viene però dal lato musicale: Walter tende al vintage e vuole una serie di classici del rock’n’roll, la Universal invece vuole vendere la colonna sonora e chiede pezzi moderni e originali. Viene quindi assunto un mostro del mestiere, Jimmy Iovine, il quale per un po’ sembra essere riuscito a convincere uno dei suoi clienti abituali, uomo perfetto per questo tipo di operazione nonché autore del pezzo che aveva ispirato il titolo del film: Bruce Springsteen. La volontà c’è ma mancano i tempi: tocca ripiegare. E il piano B è Jim Steinman.
Ve la sintetizzo facile: fra Bruce Springsteen e Jim Steinman passa più o meno la stessa differenza che passa tra Walter Hill e Michael Bay. Lo Springsteen classico, quello di Born to Run, è una versione personale, muscolare e intrisa di glorioso romanticismo dei classici anni ’60; Steinman era colui che aveva preso Thunder Road e l’aveva svuotata di qualsiasi sincerità, riscritta iper-logorroica in caps lock, gonfiata, estesa a livelli quasi prog, iniettata di steroidi e affogata dell’epica più pomposa e pacchiana come se non ci fosse un domani e ne aveva tirato fuori i dischi di Meatloaf e Total Eclipse of the Heart di Bonnie Tyler (e il cerchio si chiude quando nel 1993 un giovane Michael Bay dirige appunto il video di I’d Do Anything For Love di Meatloaf).
Se state ascoltando il pezzo qua sopra vi starete rendendo conto che 1) È LA FINE DEL MONDO, e 2) si divora qualsiasi cosa senza pietà.
Di base, quando lo guardavo da bambino, Strade di fuoco era una nebbiosa pausa fra i due pezzi di Steinman che mi rimbombavano nelle orecchie per una settimana.
E la sensazione non era sbagliatissima nel momento in cui il resto del film è musicato dal solito bluesaccio di Ry Cooder e, a parte un altro paio di pezzi soft-pop, ci becchiamo l’esibizione dei Blasters che altro non erano che una band vintage rockabilly che componeva esattamente nello stile old school che Hill voleva originariamente.
A parte questo, esattamente come per I guerrieri della notte, la parola “musical” non significa che i personaggi smettono di colpo di fare quello che stavano facendo e iniziano a cantare e ballare, ma semplicemente che le canzoni (perlopiù esibizioni live) scandiscono temporalmente la narrativa battendo il ritmo della storia. Il prototipo del cosiddetto film-MTV, espediente che andrà per la maggiore nei blockbuster anni ’80 da Rocky IV in su.

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Il romanticismo secondo Walter Hill è dove le cose si fanno ancora più interessanti.
Specializzato in uomini duri tendenzialmente di poche, misurate, trancianti parole, Hill mantiene le caratteristiche di base per l’eroe Tom Cody (interpretato dal semi-sconosciuto Michael Paré, assunto senza provino sulla base della sua interpretazione in La banda di Eddie più o meno con lo stesso criterio di dare una chance a un emergente come il Michael Beck dei Guerrieri della notte).
Nella prima scena i cattivi rapiscono la rock star Ellen Aim direttamente dal palco durante il concerto: che il piano sia quello, così, dritto per dritto alla grezzona, dà la misura del fatto che il film va preso come favola; che la scena invece di essere ridicola (a parte Rick Moranis che viene scaraventato malamente dall’altra parte del palco) sia adrenalinica e piena di tensione dà la misura del fatto che Walter Hill è un fottuto mostro.
Cody, convocato tramite lettera dalla sorella in qualità di ex-moroso di Ellen, si presenta al suo bar e deve subito sfoggiare i bicipiti che spuntano dalla sua camicia smanicata sotto le bretelle per schiaffeggiare un trio di bulli nello stile reso famoso dal semi-omonimo del regista Terence. Dopodiché, poiché ancora risentito dalla fine brusca della storia, chiede dei soldi per andare a liberarla – cosa che avviene entro la prima mezzora. Nella fuga verso un riparo sicuro i due hanno modo di confrontarsi, litigare e reinnamorarsi, ma soprattutto ribadire le priorità della vita: Cody è un avventuriero, uno spirito libero, Ellen una cantante di successo, una donna in carriera. E questo, per un uomo cresciuto a pane e John Ford, è problematico.

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Non avevo mai sentito parlare il giovane Michael Paré in originale fino all’altro giorno quando ho ripassato il film, e il suo accento è di uno stalloniano meraviglioso. Tende all’inespressivo, ma non in modo pietrificato come Michael Beck; ha gli occhi azzurri da idolo delle ragazzine e spalle sufficientemente larghe per essere credibile quando mena. Hill gli mette in bocca le battute cazzute e dritte al punto per cui è famoso (“o gli dai i tuoi soldi o io gli dò i tuoi soldi”) e ne fa praticamente un Nick Nolte tradotto per le copertine di Cioè.
Il primo colpo di sgurz in reparto casting è Rick Moranis in un ruolo serissimo, ovvero il rock manager stronzo, attuale fidanzato di Ellen Aim nonché mandante dell’operazione di salvataggio. È impossibile non ridere guardandolo in faccia, ma la sua dedizione nel ruolo dell’arrogante incravattato che fa a gara di impassibilità con Paré è a dir poco acrobatica.
Il secondo colpo di sgurz invece non è merito di Hill ma di Amy Madigan: chiamata a leggere per il ruolo della sorella di Cody (poi andato a Deborah Van Valkenburgh, il troione dei Warriors) Amy rimane invece colpita da quello di spalla del protagonista, l’ex-soldato Mendez, per il quale la produzione stava trattando con Edward James Olmos. Amy chiede di provinare per quello, così com’è, senza aggiustamenti. Walter si fa convincere e – a parte un paio di piccole gag – si limita a cambiare l’etnia del cognome: nasce McCoy, il prototipo del donnuomo cinematografico.
Ellen Aim è Diane Lane, semplicemente una delle donne più belle della storia del cinema in uno dei suoi ruoli iconici. È appena 18enne ma ha già alle spalle due film di Coppola ed esperienze teatrali con Meryl Streep e Laurence Olivier, ma soprattutto il ruolo di cantante punk nel piccolo cult Ladies & Gentlemen, the Fabulous Stains. Per chi se lo chiedesse non solo piuttosto ovviamente non è lei a cantare i brani del film, ma la sua voce nei pezzi di Jim Steinman è un mix amalgamato di tre coriste diverse.
Infine, per il ruolo del cattivo Walter Hill si fa ipnotizzare da un piccolo film chiamato The Loveless, esordio di Kathryn Bigelow. Il protagonista fa il motociclista, e Walter lo assume nel ruolo del motociclista: è il primo ruolo importante in carriera di Willem Dafoe.

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È facile per me oggi dichiarare che Strade di fuoco è un film che mi è lentamente cresciuto dentro e ad oggi uno dei miei preferiti in assoluto e procedere di conseguenza ad elencarne le varie grandezze, ma è altrettanto facile capire perché alla sua uscita molti rimasero perplessi e perché oggi possa fare lo stesso effetto a chi non l’ha mai visto: la musica è il cuore del film, e metà della musica è stata scelta dagli studios.
Ci sono due pezzi ingombranti a firma Jim Steinman e un paio di ballate pop da classifica, e il resto è un archetipico western ambientato in una riproduzione libera dell’America della prima metà del 20esimo secolo che fa da sfondo alla storia d’amore più individualista e testarda dei suoi tempi, e non c’è tentativo di favolistica atemporalità che regga: Hill non è regista particolarmente fantasioso, è uno che il massimo del virtuosismo è un montaggio ritmato inframezzato da fotogrammi neri, i suoi pregi stanno altrove e i due stili non riescono a mixarsi in modo davvero coerente, per cui ogni tanto pare di aver fatto zapping fra L’eroe della strada e un video delle Bangles.
Dall’altra parte però si tratta comunque di un mix fra due cose che, prese a sé, funzionano entrambe alla grandissima.
Perché un action cazzuto di Walter Hill è sempre un action cazzuto di Walter Hill, e su questo versante, tra il caos iniziale dopo il rapimento, l’incursione di Cody e McCoy nel quartiere nemico e lo scontro finale a martellate, c’è poco da invidiare a I cavalieri dalle lunghe ombre, per dirne uno.
E perché quando ti dicono “favola rock’n’roll” un pezzo come Tonight Is What It Means To Be Young è il finale di Transformers 3 della musica, e non importa quanto sfoggio di virile freddezza hai visto fino a quel momento, quando è il suo turno esplode tutto.
Passato l’imbarazzo, hai il meglio dei due mondi.

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Un paragrafetto sul finale

Cody e Ellen si mollano. O meglio: Cody molla Ellen. Quando sembrava che si fossero riavvicinati, quando sembrava che avessero appianato le loro differenze, quando Ellen era arrivata a dichiarare di essere disposta a mollare la carriera per seguire Cody ovunque, Cody decide che invece no, erano probabilmente cazzate emotive post-trombata, l’amore non basta, i loro stili di vita non combaceranno mai e non vale neanche la pena disturbarsi a provare. Per cui se ne va senza salutare, scappando in macchina con il simulacro femminile di Edward James Olmos.
Come fai a non meravigliarti di fronte a uno come Walter Hill? Uno che minaccia di raccontarti una favola romantica, e poi la morale della storia è che le favole non esistono e che lo spirito è più forte del cuore?
Io non conosco la sua storia personale, ma quando ti proponi di realizzare il progetto dei tuoi sogni e di volare liberamente con la fantasia e quello che ne esce è una storia dove l’eroe rimane solo, qualcosa significa per forza.

Titoli di coda:

DVD-quote:
“Una favola per chi non crede alle favole”
Nanni Cobretti, i400Calci.com

>> IMDb | Trailer

P.S.: in tutto questo casino, la beffa finale è che a sfondare le classifiche fu soltanto I Can Dream About You di Dan Hartman, che nel film viene giusto accennata dal gruppo spalla di Ellen Aim. E che Michael Paré, nel mezzo di una carriera quasi immediatamente sacrificata all’action DTV, ha finito per recitare in un serial tv proprio insieme a Michael Beck, poi in qualcosa come cinque film di Uwe Boll e infine, due anni fa, in un assurdo sequel apocrifo di Strade di fuoco diretto da nientemeno che l’imperatore del casereccio Albert Pyun: vi avrei detto volentieri com’era, ma a quanto pare sta ancora cercando distribuzione e si trova solo qualche spezzone su Youtube.

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54 Commenti

  1. Simone

    io ho una quantità infinita di film alle spalle, tra blockbusters ed essai e ho visto questo film a seguito di questa rece. Amo Walter Hill, ma sto film mi è sembrato assai minore, non vedo tutta questa “seminalità”, i colori, storia e montaggio videoclipparo li ho riscontrati in tanti altri film e la storia in sé la trovo parecchio banalotta e le battute quanto di più stereotipato ed a volte ridicolo sentito. Michael Puré fa davvero pietà a recitare, ma del resto come tanti altri attoroni, che invece, non si sa come, han fatto una folgorante carriera (Clooney su tutti). Forse vedo questo film con gli occhi di un quarantenne, forse non colgo il genio, forse… ma se penso al buon vecchio Hill di Driver, the Warriors, i guerrieri della palude silenziosa… bhe mi piange il cuore davvero. Unico plauso all’originalissima lotta finale coi martelli.

    • Dario

      Tutto così perfettamente goffo…esagerato…i dialoghi..e i vestiti poi…
      E della rivolta dei cittadini che alla fine si armano e si schierano contro i cattivi?
      Bellissimo, nella sua ovvietà.
      Cos’ e ricerchiamo…l amore…o quella sensazione, quel peso che ci dà in quei momenti, anche se di abbandono…
      BELLISSIMO.

  2. Dario

    Io invece mi emoziono ogni volta che lo vedo. Sempre. Sarà che è stato in grado di tramutare in film sensazioni. Eroe che difende la sua bella(Diane Lane é di una bellezza sconcertante…)la riconquista contro tutto e tutti, seppur goffamente. Ed infine il lampo di genio…un finale da Oscar. Una delle più belle canzoni mai ascoltate in un film…adrenalina a manetta…per sconfiggere quel peso dentro. Guardate lui, solo io ho visto quel senso di sgomento negli occhi? Lei…quale miglior contesto per tentare di alleviare quel peso allo stomaco…se non un palco musica rock(in tutti i sensi) e cantare a squarciagola…
    De gustibus…
    Ma tutta la vita.

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