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Il saggio di terza superiore: la recensione di Arès

Così però dà un tono all’ambiente

A Val Verde esiste una tradizione plurisecolare: gli studenti del liceo locale, il Galilei Cassius Clay, ogni anno entrano in competizione per il titolo di rappresentante di istituto. Diversamente dall’Italia, dove il ruolo di rappresentante se lo contendono nel disinteresse generale i soliti quattro sindacalisti cagacazzi e i burloni con un futuro nella tossicodipendenza, a Val Verde la storia è seria e prestigiosa, dal momento che i due vincitori si interfacciano direttamente con Nanni Cobretti e vincono uno stage come portasciugamani nel suo dojo personale. Si comincia a settembre con una preselezione, detta Kumitè (da cui l’ispirazione per Senza esclusione di colpi), quindi i sopravvissuti si sottopongono al giudizio popolare producendo un film calcista che verrà votato dal resto del corpo studentesco. Sono lavori acerbi, pieni di tenerezza e smania di alzare le manine sulla fazza del cinema, girati con due soldi e tanta passione. Tipo Jailbreak. Solo una volta il preside del liceo, Cecil B. De Milian (lo zio nobile decaduto del nostro Luotto) si è rifiutato di proiettare uno dei saggi. Era il 2016, l’anno di Arès e del guercio Jean-Patrick Benes. Mestamente, sigla.

 

Come tutti i saggi e le tesine ed esposizioni dell’adolescente medio, anche Arès si basa su un assioma fondamentale: la sua premessa dev’essere qualcosa che, quando qualcuno la espone mentre sei fatto come una pigna, ti fa sgranare fortissimo gli occhi, ti fa abbassare la mascella di mezza spanna e ti fa dire «Noooo. Ma è pazzesco proprio perché potrebbe essere vero». Qui le premesse sono che nel giro di una dozzina d’anni la Francia andrà in default e il debito dello stato verrà rilevato dai colossi farmaceutici, che finalmente possono spadroneggiare senza vergogna. Fra le conseguenze più vistose si annoverano la legalizzazione della sperimentazione sugli esseri umani e il libero utilizzo di doping nello sport. Specialmente in quelli di combattimento, dove gli atleti sono sponsorizzati e pompati dalle varie multinazionali farmaceutiche, che sfruttano la sovraesposizione mediatica dei tornei di menare – vengono proiettati ovunque perché il regista ha fatto il classico e gli è rimasta impressa la storia del panem et circenses – per pubblicizzare i loro steroidi asciuga testicoli e alzare il profitto.

Quello che gli atleti russi chiamano stretching

In mezzo a tutta questa gazzarra c’è Reda, in arte Arés. Sì, perché ogni combattente ha un nome di battaglia tipo Panzer, Tonio Marcantonio, Il Grosso Ciccione o Il Secco Appuntito. Reda, dieci anni prima, era fra i migliori al mondo nel menaggio di mani. Poi una botta di troppo di doping l’ha lasciato in mezzo al ring, steso da un ictus, e non è più stato lo stesso. Al momento vivacchia nei bassifondi della città e delle classifiche, guadagnando il giusto per permettersi il latte agli ormoni, sognando di risparmiare abbastanza per rilevare un chiosco di giornali e arrotondando facendo il finto sbirro aggiunto quando c’è da pestare qualche manifestante ribelle, tra i quali peraltro figurano anche la sorella e la giovane nipote. A Reda non frega più nulla di tutto ciò che lo circonda, desidera solo farsi un enorme e burbero vassoio di fatti suoi. Figurati se c’è spazio per l’idealismo e la voglia di cambiare lo status quo. In questo contesto, la multinazionale farmaceutica più cattiva fra le multinazionali farmaceutiche cattive scopre che il sangue di Arès è l’unico compatibile con un nuovo doping extra lusso che stanno finendo di approntare. Del tipo che a tutto il resto del mondo frizza il sangue quando viene iniettato, ad Arès no. Lo sappiamo perché, per testarlo, la multinazionale cattiva ha trucidato più di 30mila cavie umane. Per entrare ancora di più nello spirito del film, ribadirò il sottotesto sempre sussurrato: MULTINAZIONALI FARMACEUTICHE CATTIVE. Insomma, tentano di convincere Reda con i soldi. Non funziona. Tentano di persuaderlo con i soldi e incastrando la sorella mettendola in carcere. Funziona. Ma qualcosa va storto, e non solo Reda deve vendicarsi, sventare un gomblobbo e proteggere le nipotine, Adolescente Ribelle e Bimbetta Saputella, insieme al vicino di casa travestito; dovrà pure ergersi a eroe della resistenza. Proprio lui! Il cinico disilluso menefreghista! Chi l’avrebbe mai detto.

C’è pure la versione discount di Nathan Jones

“Ehi Toshiro, ma alla fine in quello che hai detto non ci trovo nulla di inaccettabile, magari intravedo una struttura un po’ manichea e un semplicismo che, immagino, esista a scopi puramente spettacolari. Insomma, se su Netflix mi guardo un film francese di fantascienza a caso non pretendo sia scritto da Dick, da Gibson o da Dan Simmons o financo da Moebius, mi basta siano 80 minuti di buon intrattenimento distopico”. Ringraziando Espediente Narrativo per questo intervento fuori luogo, rispondo: no. È vero che non c’è nulla di inaccettabile in un film di fantascienza distopica sempliciotto e superficiale, se cinematograficamente valido. Ma ci si avvicina alla soglia d’intolleranza quando la scena di combattimento che tu, regista Jean-Patrick Benes, mica io spettatore che fa la punta al cazzo, hai deciso dovesse essere fondamentale ai fini della narrazione – Reda affronta l’imbattibile campione Panzer, la sua vita è in pericolo perché non sa se il doping sperimentale funzionerà, c’è in ballo la salvezza della sorella che dev’essere estratta di prigione a forza di mazzette; ebbene, quando questo match con cui mi hai fomentato per decine di minuti si risolve in una scena montata con sgarbo, coreografata male, girata peggio e con decisamente meno pathos di questa recensione, beh, se non ti mando a cagare è perché sono una persona a modo. Ma persona a modo lo dici a tua sorella, quindi: vai a cagare Jean-Patrick Benes. Passata la scena madre!, Arés prosegue con insipienza verso un finale didascalico e consolatorio che mi ha messo prurito un po’ ovunque e mi ha fatto venire voglia di dimettermi dal cinema.

FAQ

– So che non si potrebbe chiedere visto il clima, ma almeno ci si consola con alcune donne bellissime?
No, solo grossi deltoidi infilati in magliette a maniche lunghe ricavate da sacchi di iuta e con il colletto sudato e slabbrato, il primo risultato quando si cerca su Google immagini “Come ci si veste nella fantascienza distopica?”

– Ma Jean-Patrick Benes, chi cazzo è?
Non lo so amico, ma l’unico altro film che ha scritto e diretto è una cosa in cui una ragazza ciccia e simpa decide da un giorno all’altro di diventare cattiva. Insomma, prima del saggio delle superiori c’è quello delle medie no?

– Mi racconti una cosa buffa, giusto per non finire in mestizia?
Il protagonista del film è svedese, all’anagrafe fa Pär Ola Norell ed è stato sposato con la collega e connazionale Noomi Norén. Siccome i tatuaggi di coppia sono da sfigati buzzurri americani Wino(na) Forever, i due hanno deciso di celebrare il loro amore eterno (dieci anni) cambiando entrambi legalmente cognome in Rapace. E per Rapace si intende proprio rapace.

DVD quote:

                          “Mi sanguinano gli occhi”
                          (Toshiro Gifuni, i400calci.com)

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17 Commenti

  1. Gore Verbiscuit

    PärOla Rapace avrebbe sbancato ai Jimmy Bobo

  2. avdf

    visto tempo fa…
    già dimenticato al punto che ho fatto fatica a ricordare se in effetti l’avessi già visto o no.
    me l’hai fatto ricordare con il vicino di casa e l’eroe della resistenza.

  3. Shu-Shá

    Ma non lo avevate recensito due anni fa, quando uscì? Mi pareva.

  4. Maxnataeleale

    Allora voglio Boyka del futuro

  5. marco

    Non lo vedrò. Però mi son goduto la recensione.

  6. Steven Senegal

    ma perché non si fanno film distopici tutti matti qua in italià :(

  7. Ma perchè l’hai recensito?

  8. Nathan Jones pessimo il suo stint alla WWE.

  9. John Books

    grazie per le FAQ, la seconda illuminazione della giornata dopo quella che Mahna Mahna è di un compositore italiano (lo so, arrivo tardi ed è OT, ma questo è quanto).

  10. gilberto

    In realtà è la solita recensione spocchia, il film non è affatto da buttare così nel cesso e visto che nessuno l’ha capito e ci si aspettava senza esclusione di colpi NON E’ un film di arti marziali. C’è di molto ma di molto peggio in giro e andare a cercare il pettegolezzo sull’attore protagonista per deridere un film è proprio roba di basso livello.

  11. Lucio Dallas

    É un film che racconta il nostro presente, ma quella televisione e quei giornali che controllano la popolazione, oggi non sono piú cosí inportanti. Per questo il film é invecchiato piú di 1984 di Orwell, che raccontava il nostro presente usando oggetti inventati che assomigliano molto alle fotocamere e telecamere e microfoni che ci circondano.

  12. Anonimo

    Pagina sbagliata! Scrivevo di Essi Vivono. Scusate.

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