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Du test is megl che uan: la recensione di Daniel Isn’t Real

“I’ll be back with more muscles.”

Succede che, nel bel mezzo del gelido inverno californiano del 1992, Arnold Schwarzenegger e la sua americanissima consorte Maria Shriver (più americano dei Kennedy c’è solo la torta di mele) si chiudono nella loro confortevole villa protetta da una squadra di dobermann geneticamente modificati e da un carro armato senziente del pianeta Cybertron, e, davanti a un bel caminetto acceso, cullati dal rumore della legna scoppiettante, fanno all’amore.

Nove mesi dopo nasce un tizio con il cognome Schwarzenegger che non parla come se fosse appena uscito da un villaggio alpino in un film di James Bond. Cioè, non parla e basta, dice solo cose come “Waaah waaah”, ma quando finalmente decide di parlare può credibilmente passare da americano nei film. Cose da pazzi. Sigla!

Il fatto che, finora, quel tizio che di cognome fa Schwarzenegger e di nome Patrick non abbia mai incrociato la sua strada con la nostra è solo colpa sua. Perché a parte – proprio a essere buoni – un ruolo in Manuale scout per l’apocalisse zombie, per il resto ha collezionato nella sua breve filmografia titoli come Stuck in Love, Un weekend da bamboccioni 2, Go North e Il sole a mezzanotte (che immagino sia un sequel di Go North LOL).

COMUNQUE. Messa da parte, forse, speriamo, si sa mai, questa fase da adolescente ribelle che vuole fare l’opposto di quello che faceva il padre, Patrick Schwarzenegger ha finalmente bussato alle porte del Cinema Giusto. Daniel Isn’t Real è il resoconto di come è andata.

Suspense!

Daniel Isn’t Real è anche l’ennesimo film prodotto dalla SpectreVision di Elijah Wood che mi sia capitato di vedere negli ultimi tempi. Come Mandy e Color Out of Space, ha quell’estetica che ormai abbiamo imparato ad associare alla casa di produzione di Brodo: tocchi vintage qua e là, colori fortissimi tra il rosso e il viola che presagiscono l’arrivo del Male, presenze maligne imperscrutabili che aiutatemi a dire lovecraftiane. Perché sì, è evidente che se il titolo dice che Daniel non è reale, Daniel è abbastanza evidentemente reale.

Daniel Isn’t Real è inoltre un film diretto da uno che si chiama ADAM EGYPT MORTIMER, e anche questo è un dettaglio lovecraftiano non indifferente. ADAM EGYPT MORTIMER (lo scriverò sempre così, in caps lock), o come si fa chiamare oggi quell’arabo mattacchione di Abdul Alhazred, ha questa bella intuizione, che mi ha fatto pensare anche a Stephen King, di associare a una patologia molto reale, la schizofrenia, un elemento horror, la possessione demoniaca. Come in King, però, il Male non è una metafora della malattia, è proprio una roba esterna alla sfera umana, che si fa i comodacci suoi indisturbata perché viene scambiata per una cosa molto più prosaica, come una malattia mentale appunto.

Nella foto, ADAM EGYPT MORTIMER.

ADAM EGYPT MORTIMER, regista di Some Kind of Hate, ha anche un’altra buona intuizione, che è quella di giocare con questa ambiguità: difficile capire se Daniel Isn’t Real sia un vero horror o effettivamente la discesa nella follia di un tizio affetto da schizofrenia, che si convince che l’amico immaginario della sua infanzia sia molto più reale di quello che sua madre (altra schizofrenica) credeva.

Terza buona intuizione di ADAM EGYPT MORTIMER: la casa delle bambole in cui, da piccolo, Luke (Miles Robbins, praticamente un clone di C. Thomas Howell) rinchiude Daniel, salvo poi liberarlo in un momento di debolezza molti anni dopo. Quella casa, anzi maniero, verrà usata bene nel terzo atto del film.

“Bring your toy back to da carpet! BRING IT BACK!”

Per il resto… boh. Vero, il film si regge su una serie di idee visive e narrative tutto sommato buone, SpectreVision ci mette quell’estetica che dicevamo, e che la sta rendendo una delle case di produzione horror più riconoscibili dei nostri tempi. Ma Daniel Isn’t Real avanza senza veri guizzi, senza mai sorprendere troppo o appassionare. L’ho trovato, insomma, abbastanza piatto nonostante qualche buona intenzione e la cura per un design horror classico che non dispiace.

Ma com’è, in definitiva, questo Patrick Schwarzenegger? Meh, anche qui non so. Pare… avete presente gli ologrammi? Quei foglietti di cartoncino che se li giri da una parte vedi una cosa, dall’altra ne vedi un’altra? Ecco, Patrick Schwarzenegger è tipo un ologramma dove da una parte c’è Arnold Schwarzenegger, dall’altra Silvio Muccino, e se lo giri passa dall’uno all’altro senza soluzione di continuità. In parecchie scene, e in diverse pose, assomiglia veramente in maniera impressionante al padre, tipo qua:

In generale, però, ho idea che tutto il carisma dell’albero genealogico se lo sia ciucciato Ahnuld. Quindi, a parte essere la prova vivente che Jean-Baptiste Lamarck era un cazzone, mi sa che Patrick Schwarzenegger è anche uno che non imbraccerà nessun Uzi 4 millimetri nel suo futuro. Ma magari mi sbaglio, magari il ragazzo ha solo bisogno di tempo per trovare la sua strada, verrà a reclamare a gran voce il suo posto nell’olimpo delle fazze da cinema. E noi saremo lì pronti ad accoglierlo, per dargli grandi pacche sulle spalle e fumare con lui i costosi sigari di suo padre, dicendogli cose come: “You’re real, man. You’re real”.

DVD-quote:

“ADAM. EGYPT. MORTIMER.”
George Rohmer, i400Calci.com

>> IMDb | Trailer

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8 Commenti

  1. Past

    ricordo quando si diceva che arnold voleva infilarlo come figlio di conan…meno male che non si è fatto nulla se no altro che i figli di will smith…

    per quanto riguarda i figli-incapaci-dì il to resta sempre scott eastwood che ti manda in vacca il cervello ogni volta che lo vedi: come fa ad essere cosi uguale al padre e allo stesso tempo cane-cartonato inarrivabile…?

    p.s.

    aspetto colour out of space, come l’estate…chi l’ha visto mi ha detto di non gasarmi troppo, ma non glielafacciomancounpò.

    • Maxnataeleale

      Se ti gasi troppo (come ho fatto io) è probabile che color out of space ti deluda un po’. Però ha tutto quello che serve abbastanza nei posti giusti quindi è comunque un bel lavoro

  2. jax

    Non sapevo che la Spectrevision fosse di Brodo, e bravo Elijah! Color Out of Space mi è piaciuto assai, guarderò con curiosità anche questo (ma in effetti anche là c’erano toni violacei)

  3. Scopro ora che il figlio di Schwarzenegger fa l’attore. E la cosa poteva anche fomentarmi se solo non avessi letto associato al suo nome quello di Silvio Muccino… e quindi, considerando che parrebbe pure un film non così entusiasmante o imperdibile, mi sa che stavolta me lo lascio sfuggire…

  4. Landis Buzzanca

    “Bring your toy back to da carpet! BRING IT BACK!”

    qua mi sono sudati un po’gli occhi.

  5. Killing Joke

    Si sa qualcosa sull’uscita italiana di Color Out of Space?

  6. Zosimo Rossato

    Ma non era mica: “Uzi NOVE millimetri”?

  7. Cristofaro Coulumbu

    “più americano dei Kennedy c’è solo la torta di mele”

    Bella, penso di averla capita.

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