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Arti marziali approvate da Carlo Marx: la recensione di Wira

Eccoci qua cari amici. È giunto di nuovo quel momento della settimana in cui andiamo al tempio per offrire la decima al sovrano galattico Netflix, con la speranza che in un futuro non troppo lontano la sua sconfinata benevolenza possa arriderci. Esatto, è proprio come pensavate voi complottisti: da qualche tempo ci stiamo lavorando i giganti dello streaming per finanziarci, ingaggiare Kim Rossi Stuart, Enrico Torralba e Ken Watanabe (non quello della compagnia aerea, l’altro più anziano e poverinoh) e farci produrre una serie sequel di Il ragazzo dal kimono d’oro. Colpo del drago in da la fazza.

Ma per piacere

No, pirlotti. Fa male al cervello pensare di doverlo spiegare, ma se spesse volte giochiamo alla ruota della fortuna di Netflix non è tanto per il gusto di, quanto perché A) funziona così, non so se hai presente: la gente si guarda la roba in streaming B) ne consegue che escono più cose (specialmente calcianti) su Netflix in un mese che non da qualsiasi altra parte in un anno C) tipo c’è una pandemia globale, dai che non voglio mica bestemmiare e D) ogni dieci film spazzatura che l’umanità guarderà in massa e che a noi ogni tanto tocca coprire, per via di A) B) e C), spunta un gioiellino portato da un gioielliere accompagnato da Corinna Negri ingioiellata, un bijou che non avremmo mai e poi mai potuto intercettare altrimenti. Stavolta la bombetta è una soap opera marziale, marxista e malese, non necessariamente in quest’ordine, diretta da un bravo ragazzo di nome Adrian Teh. Il quale, nella vita, non è mai stato un regista propriamente specializzato in film di menare – ha diretto commedie stupide, film romantici, cose di fantasmi, commedie sul mahjong; e nel momento in cui si è deciso a passare dalla parte giusta del cinema, ha fatto l’unica buona scelta possibile per uno che l’anno prima aveva girato un film  di marines malesi (PASKAL: The Movie) uscito, secondo me, un po’ loffio: ovvero ha investito sull’interurbana per Giacarta e ha chiamato uno che di queste cose ne sa a pacchi a due a due e che alla fine gli ha orchestrato la scena di combattimento dell’anno.

Ehssì. Ad Adrian Teh è venuta voglia di fare un film di mani in faccia e, per non saper né leggere né scrivere, ha chiamato al suo fianco mastro Yayan Ruhian eleggendolo a DIRETTORE D’AZIONE SPIETATO. E mamma mia, che bella idea che è stata. Il film che è venuto fuori si chiama Wira, un titolo che nella magica lingua malese – lo stesso idioma agglutinante con prestiti da olandese, portoghese, sanscrito, cinese e arabo che permette la locuzione DIRETTORE D’AZIONE SPIETATO – si traduce con “Eroe”. Il mitico tirato in ballo dal titolo altisonante è il riluttante Hassan, uno che da giovane faceva la teppa per il boss di quartiere Raja, poi si è raddrizzato facendosi disciplinare dal regio esercito, e alla fine è tornato a quella topaia di nome casa perché il suo ex datore di lavoro ha il fiato che sa di acqua di colonia sul collo della sorella – la ribelle Zain, a sua volta artista di menare – e del vecchio, stanco, orgoglioso, appassionato di machete padre. Ecco un pezzo di soap opera marxista: il brutto complesso popolare in cui vive la famiglia di Hassan l’ha costruito vent’anni prima il pessimo Raja, uno che il capitalismo l’ha preso fin troppo alla lettera quando ha rubato la terra agli abitanti dell’ex villaggio, ci ha costruito sopra una fabbrica di preservativi (con cui impacchetta crystal meth giusto per arrotondare) e ha costretto i poverinohs sfrattati a lavorare (sottopagati e sfruttati) per lui e ad abitare in quei mini appartamenti probabilmente fatti di asbesto e sabbia.

Amici amici, amici un cazzo

Hassan ha fatto quello che scappa dai problemi, chissenefrega della giustizia, io mi mangio il mio piatto di fave e, adesso che sono tornato, tento anche di convincere sorella e padre a fare marcia indietro con me fino al paesello degli antenati. Sorella e padre, invece, fanno quelli che ci va il sangue al cervello a vedere le iniquità, e soprattutto stiamo parlando di casa loro e non se ne vanno da nessuna cazzo di parte finché la situa non si risolve come si deve. Riusciranno i due a convincere quello scroto con la faccia corta e la zeppola di Hassan – interpretato dal gran artista marziale, manzo da competizione e dingo inespressivo Hairul Azreen – a darsi una mossa e a combattere per le cose importanti? Oppure, per farlo trasformare in super saiyan, dovranno prima prendere a mazzate duecento sgherri e poi fare la fine di Crili?

La fine di Crili

Quindi: c’è l’eroe riluttante e anche un po’ codardo, più il percorso di combattimenti a difficoltà crescente con il suddetto eroe che piano piano si convince del suo destino. Manca un boss finale come si deve, e abbiamo un film divertente. L’incombenza se la prende, ovviamente, il DIRETTORE D’AZIONE SPIETATO lui medesimo, che si è disegnato un capo delle guardie del corpo di Raja ben vestito, classicamente muto se non per un paio di battute oltre alla moltitudine di pugni nelle mani, e con un nome da sultano vero: Ifrit. Il direttore Ruhian, alla scena di combattimento dell’anno ci arriva dopo aver imbastito svariate altre cose ragguardevoli. Innanzitutto evita, anche con l’aiuto della sceneggiatura, la sindrome del numerino al banco del macellaio: le botte contro le masse di minion sono tutte coreografate in ambienti stretti (e sfruttati in maniera tridimensionale) che giustificano la coda alla posta per tentare di menare i protagonisti. Secondo poi, insieme a quello sgaggio di Teh e ai suoi dolly da giovane rampante, mette insieme una notevole sequenza su di un autobus in corsa, per quindi chiudere la preparazione alla resa dei conti con una lunga fuga che parte dall’ultimo piano dei palazzi popolari e si fa strada attraverso innumerevoli brutti ceffi armati. Poi il gran finale – il combattimento dell’anno, mica la coda successiva della soap opera con il grido del proletariato che inneggia al suo nuovo paladino; una conclusione talmente cicciona che l’hanno dovuta dividere in tre movimenti. La cosa più buffa è che Ruhian, portando all’estremo la legge non scritta dell’action “più fai fare bella figura al cattivo e più sarà eroica la vittoria del buono”, si è composto (ancor più rispetto al combattimento a tre di The Raid) una sinfonia di menare in cui è l’antagonista ad aver la partitura di solito riservata al protagonista: il partner di Ifrit viene sconfitto e lui deve lottare due contro uno; sembra riuscire a vincere nonostante sia sfavorito, ma viene messo all’angolo ed è sul punto di soccombere quando, all’ultimo, si riprende aggrappandosi alla sola forza di volontà e in sostanza vince, vince, e con lui vince l’Indonesia intera. Tutto davvero molto bello e appagante. Ci terrei a chiudere questa recensione ricordando che, il prossimo 19 ottobre, Yayan Ruhian compirà 52 (cinquantadue) anni. Merda. E noi qua, incastrati con la serie sequel di Il ragazzo dal kimono d’oro. Sigla!

Dvd quote:

«Non siamo qui per Netflix, siamo qui per Yayan Ruhian»

Toshiro Gifuni, i400calci.com

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26 Commenti

  1. Perché non lo trovo su Netfilx? PERCHEEEEEE’????

  2. Brainiac

    E se uno svizzero ti dice: “Italiano pizza spaghetti mandolino mamma,
    Mamma lo sai chi c’è? E’ arrivato il merendero” tu non arrossire, e non abbassare il capo, ma digli:
    Primo tu non prendi parte neanche ad una barzelletta.
    Due eee eeehehe.
    Tre-no dell’amore portami con te.
    Qua-tro-vi la gioia,
    Cinqu-inate il fiume, seeei

  3. Oliver Die Hardy

    Hasta la Victoria siempre compagno Mad Dog

  4. Rocco Alano

    Ma alla fine si scopre che è stato l’orafo?

  5. Pitch f. H.

    Direttore d’azione spietato“.

    Carina ma hai barato.
    In realtà è pengarah aksi lasak, ovvero regista delle scene d’azione più estreme.

    Comunque, lo vedrò stasera. Confermo assente su Netflix Italia, almeno al momento.

  6. GGJJ

    Spero appaia presto su Netflix Italia così lo vedo anche io!

    Cmq Ifrit non è solo un nome da sultano ma anche il nome di una creatura evocabile in ogni gioco della serie Final Fantasy, generalmente uno spirito del fuoco incazzato come una bestia

  7. Spike Li

    Parlando di Netflix e di passare dalla parte giusta del cinema, pensate di recensire Da 5 Bloods? È un bel film…

    • Axel Spinelli

      Per me ha toppato abbastanza. Come film di avventura sbraga in fretta, come film politico è poco incisivo. Colpa più grave sembra durare il doppio del suo minutaggio. Io lo sconsiglio ma nella mia bolla dell’internet a qualcuno è piaciuto

  8. Vespertime

    Utile sapere Netflix di quale paese (lascia fà) visto che in quello italiano non c’è.

  9. udokier

    Toshiro il problema non è mica che recensite delle cagate.
    E’ parlarne bene.

    • Axel Spinelli

      Ok ma tipo? L’unico esempio che mi viene in mente è quello di Berg e Mark W però una svista capita.

    • udokier

      Project power, The Old Guard, Extraction.
      Forse sono io che con la vecchiaia sto diventando meno calcista, ma mi hanno fatto tutti più o meno cagare.

  10. Axel

    Extraction è un buon film calcista per me quindi. Project Power e Old Guard ricordavo delle recensioni tiepide però dopo me le vado a rileggere.

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