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Antologie che non lo erano: Books of Blood

«Non ho capito»

Quando tra qualche anno riguarderemo a cinema e TV nel 2020 e faremo l’elenco di tutte le opere che sono state in qualche modo castrate o danneggiate o mutilate dal covid, Books of Blood non comparirà perché se lo saranno cagato tipo quindici persone in tutto il mondo, ma avrebbe tutto il diritto di venire citato. Teoricamente sarebbe dovuta essere una miniserie horror prodotta da Hulu, ma l’impossibilità di portare a termine il progetto causa restrizioni sanitarie set chiusi et cetera sapete bene di cosa parlo l’ha trasformato in un film, o un’antologia horror, quantomeno questo è quello che vorrebbe farci credere.

In realtà quello che è successo al povero Brannon Braga, uno con una carriera di enorme successo come produttore soprattutto in TV che qui debutta come regista per il cinema, è che lui ha lavorato con l’orizzonte della miniserie e a un certo punto si è visto costretto ad assemblare quello che aveva e a dargli una parvenza di coerenza interna e continuità. E così ha preso tre storie separate, ha studiato modi assolutamente pretestuosi per incastrarle, le ha montate in maniera non lineare e ha deciso di chiamare questo Frankenstein “film”. Non solo! La sua creatura sarebbe in teoria ispirata ai Libri di sangue di Clive Barker, la stessa raccolta che ci ha dato tra l’altro Candyman e un pessimo adattamento del 2009; e invece di Barker c’è solo un epispdio, quella che dà il titolo a tutto quanto, e il resto è… uhm, inventato di sana pianta e appiccicato sopra l’opera letteraria per dare la parvenza di una storia più ampia che, attenzione, pensate, dovrebbe essere “a journey into uncharted and forbidden territory through three tales tangled in space and time”.

Ma cosa cazzo dite. SIGLA!

Io li ho letti i Libri di sangue di Barker eh. OK, non l’altroieri, ma non ricordo nulla su una simpatica coppia di anziani che gestiscono un B&B che potrebbe nascondere inquietanti segreti, né di un tizio che va in un quartiere infestato dai fantasmi in cerca di un fantomatico libro. Mi ricordo di Mary la psicologa scettica e razionalista che comincia a credere nel paranormale grazie a un cialtrone di nome Simon, quello sì, e infatti l’episodio (non sono ancora sicuro al 100% della definizione perché non sono neanche sicuro di poter chiamare Books of Blood un’antologia, ma considerando che i tre segmenti sono introdotti da una bella schermata rossa e da un titolo scritto sulla pelle di un’altrimenti anonima figura ho appena deciso che ora sono sicuro al 100%) su loro due è quello più solido e interessante di tutto il film.

Un filo conduttore ce l’ha il povero Books of Blood, in realtà: è un film che parla della morte e della gente morta, e di come l’unico modo per riportarli in vita sia raccontare le loro storie. Però parla anche di come a volte la gente viva non voglia rimanerlo e preferisca annichilirsi nell’infinito nulla – una nobile aspirazione che viene un po’ smontata dal fatto che il resto del film passa tutto il tempo a spiegare che c’è qualcosa dopo la morte, ma pazienza, spero sia chiaro che Books of Blood non annovera la coerenza tra le sue doti migliori.

Booking of Blood

Dopo un’intro di sangue che serve a introdurci all’idea che esista un “libro di sangue”, oltre a presentarci i due personaggi che ritorneranno come protagonisti nell’episodio finale (di sangue), Books of Blood ci presenta la prima delle sue tre riflessioni su vita e morte: la storia di Jenna, una ragazza con la fobia dei rumori che gira sempre con le cuffione perché le dà fastidio anche solo sentire la gente che mastica. Che è uno spunto fortissimo per un horror, visto che tiene sempre in sospeso la stessa Jenna (ottimamente interpretata da una perennemente depressa Brittany Robertson) tra il ruolo di vittima del casino del mondo circostante e di potenziale carnefice – dubbio alimentato dal fatto che il suo ex fidanzato Tony è morto in circostanze misteriose e che potrebbero coinvolgere anche lei. Comunque, la nostra Jenna non si è più ripresa dalla morte di Tony, e dopo una cena durante la quale la sua famiglia sgranocchia rumorosamente ogni tipo di cibo croccante su cui riesca a mettere le mani fugge per andare a Los Angeles (senza alcun motivo preciso, peraltro), e durante il viaggio si ferma a dormire in un B&B gestito da una simpatica coppia di anziani che hanno scritto “ammazziamo la gente o la seppelliamo viva in giardino in carinissime bare di legno” in fronte fin dal minuto uno.

Jenna, così si chiama l’episodio, è quindi il più classico degli horror con la coppia assassina, le loro vittime e la final girl che deve fuggire dalla loro casa della morte. E mi rendo conto che poco sopra ho parlato di dubbio e di tensione sul ruolo di Jenna, ma la realtà è che Brannon Braga spiattella i rapporti di forza fin da subito in una maniera talmente smaccata che ogni possibile sorpresa evapora quando Freda Foh Shen apre la porta di casa. A quel punto Jenna diventa quindi più una questione di recitare e mettere in scena in maniera convincente un copione già visto, e sia Robertson sia la coppia di necroalbergatori ce la mette tutta, aiutata da una regia elegante e senza svolazzi e da una discreta quantità di sangue e violenza.

NO! Non questa, un’altra!

«Ma allora scusa» vi starete chiedendo grattandovi il mento con aria dubbiosa «se stai dicendo che è figo dove sta il problema?». Il problema è che Jenna si conclude ex abrupto e senza chiudere realmente alcun arco, e la scena si sposta immediatamente altrove e il film comincia a parlare di tutt’altro. C’è un motivo, ovviamente, ma quando si arriva a capirlo è troppo tardi perché a quel punto Books of Blood ha già scavallato decisamente nel campo del cazzomene. C’è da dire che Miles, il secondo episodio, si danna l’anima per tenere alta l’attenzione: come dicevo sopra è l’unico effettivamente tratto da Barker ed è infatti l’unico che ha un qualche cazzo di senso, ed è la bella storia di un finto medium truffatore che fa il passo più lungo della gamba e arriva a disturbare gli spiriti dei morti, con tutte le prevedibili conseguenze. È un bell’episodio, barkeriano non solo nel contenuto ma anche nella forma, sorretto da una semi-rediviva Anna Friel e dal nuovo re delle facce da schiaffi Rafi Gavron, oltre che da una notevole quantità di lucine stronze, effettacci sonori fastidiosi, urla di dolore e incisioni nella carne.

Ma è anche l’unica cosa che sarebbe davvero servita al film per portare a casa la pagnotta: allargato riveduto corretto e sfrondato delle inutili appendici, l’episodio su Mary, Simon e il piccolo Miles morto di leucemia sarebbe potuto essere un horror psicologico più che accettabile, forse anche con punte di eccellenza come dimostrano un paio di sequenze di puro terrore e shock factor. E invece Miles esiste con alle spalle l’aspettativa dell’episodio precedente (a cos’è servito? Cosa c’entra con il resto?) e soprattutto abbandona la scena anche lui sul più bello per lasciare posto a Bennett, una roba di una stupidità abissale, un tentativo di riallacciarsi a Miles e integrarlo in quella che sembrava essere la cornice ma si rivela in realtà essere un altro episodio, in pratica un’appendice-spiegone della quale non si sentiva la necessità e che per di più è seguita da un ulteriore epilogo-spiegone che a sua volta non c’entra nulla con il resto ma…

«Ma cosa? Eh? COSA?»

In sostanza vi riassumo quello che ho scritto finora. Abbiamo tre episodi, due dei quali smontati e rimontati a caso intorno al terzo che è l’unica parte di Books of Blood che c’entra con i Books of Blood. Un episodio è stilisticamente ineccepibile ma scolasticissimo, e spezzettato senza motivo. Un altro è stilisticamente ineccepibile e ragionevolmente fedele a Barker, ma viene segato sul più bello e costretto a diventare un’altra roba utile solo a dare un senso al terzo, che tra buio, confusione e banalissimi jump scare non ha neanche la parte sullo “stilisticamente ineccepible” a tenerlo in piedi.

Il risultato è un’antologia che non è un’antologia e un film che non è un film ma un pasticcio, e la dimostrazione che puoi anche avere gente brava a recitare e a dirigere e a fare il sound design e tutte le altre cose belle del cinema, ma se le robe le scrivi male (o le scrivi in un certo modo e un’emergenza sanitaria mondiale ti costringe ad arrangiarti in un altro, anche) non c’è “stilisticamente ineccepibile” che tenga.

MMMM

Niente, il pezzo finisce qui, Books of Blood mi ha fatto incazzare.

Hulu quote

«Mi ha fatto incazzare»
(Stanlio Kubrick, i400calci.com)

IMDb | Trailer

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8 Commenti

  1. Giorgio Clone

    io direi Brannon Sbraga.

  2. anacleto

    i regaz della mia generazione han letto tutti i libri di sangue, credo sia colpa di frankie hi energy

  3. udokier

    i libri spaccavano.
    il film al netto di potenzialità e moncherini fa abbastanza cacare.

  4. Werzan Herzpetek

    Purtroppo sono tante le antologie horror che scavallano nel campo del cazzomene

  5. Raimondo Vinello

    Mal nosso horror brasiliano costato due soldi ed è uscito fuori un horror coi controcazzi?

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