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Vent’anni di Titanic

Matteo l’ho conosciuto all’università e a un certo punto abbiamo iniziato ad andare al cinema assieme. Credo sia successo per caso, tipo “stasera mi vorrei vedere questo film ma non ho nessuno con cui andare” “beh, vengo io, perché no”. Non sono sicuro ma credo che il primo film sia stato quello con Ewan McGregor e Cameron Diaz, forse di Danny Boyle, sicuramente uno dei peggiori film che io abbia mai visto. Non importa, in ogni caso: dopo qualche tempo s’andava al cinema tre o quattro volte a settimana, sempre assieme. Non aveva troppe pretese sui film, gli interessava quasi tutto, e francamente non è facile trovare una persona che ti accompagni con entusiasmo a vedere Kiarostami e Nicolas Cage. Abbiamo frequentato cinema e rassegne clandestine della mia città per un anno e mezzo, vedendoci tutto quel che potesse avere una parvenza d’interesse per almeno uno dei due; poi io ho trovato una fidanzata e lui è andato in Erasmus, e quando è tornato le cose non funzionavano più. Quelli che tornano dall’Erasmus sono come quelli che tornano dal Vietnam. La principale differenza è che se chiedi “com’è stato” a quelli del Vietnam loro si chiudevano in un silenzio tombale, mentre quelli tornati dall’Erasmus ti parlano per ore di quanto sia stato fantastico e di come a Valencia sia tutto completamente diverso (cenano due ore dopo). O forse ero io che stavo con la mia prima fidanzata e non sapevo gestirmi manco un’amicizia maschile. La prima fidanzata è come fare l’Erasmus in Vietnam. Sto divagando. Comunque, insomma, con Matteo s’andava a vedere tutto. I blockbuster di profilo altissimo, i film di culto al San Biagio di Cesena, le proiezioni in lingua originale senza sottotitoli in serata unica a 50 Km da casa, certi scalcinati incontri con i pochi autori che s’azzardavano ad avventurarsi in provincia, i classici del muto sonorizzati da musicisti locali, tutto il pacchetto. Andiamo! C’è una cosa completamente priva di senso. È su uno schermo. Puttanate francesi, puttanate italiane, puttanate statunitensi, puttanate d’azione, puttanate d’amore, puttanate geopolitiche, puttanate senza argomento, sequel di film che non avevamo visto, mattoni di quattro ore, due film uno in fila all’altro senza uscire dal multisala, prima e seconda proiezione dello stesso film (Il grande Lebowski, lo confesso), proiezioni a prezzo speciale, abbonamenti a rassegne scrause, tutto. A Matteo andava bene qualunque cosa, ha accettato di vedere tutti i film che gli ho proposto. Tutti. A parte uno.


(pausa scenica, flashback di qualche anno)
La storia che sto per raccontare probabilmente la conoscete già. Un tizio che scrive il soggetto di un film, una specie di scifi/action/horror distopico: la storia di un robot antropomorfo inviato nel presente dal futuro, per uccidere una donna. Il tizio che l’ha scritto è un tecnico degli effetti speciali alla corte di Corman, a cui era stata affidata un po’ casualmente la regia di un seguito di Piraña. Il tizio decide di vendere la sceneggiatura alla sua fidanzata, una produttrice, e di farsi pagare un dollaro soltanto, ma con una condizione: il film lo dirigo io. La produttrice accetta e inizia a muoversi. Le case cinematografiche sono molto interessate, perché la sceneggiatura è una bomba ed è perfetta per il cinema d’azione di quegli anni ma il regista non ha abbastanza esperienza. Uno studio però decide di buttarcisi a capofitto, accettare la condizione vincolante e realizzare il film, col tizio che l’ha scritto a dirigere. Anche lo studio però pone una condizione insindacabile: l’eroe dev’essere interpretato da Arnold Schwarzenegger. Arnold è sul punto di esplodere, ha incassato i primi successi e sta per diventare una star. Serve un film che lo consacri definitivamente come eroe d’azione. Il regista in realtà è contrario, gli sembra un’idea stupida: Schwarzenegger dovrebbe interpretare un tizio di nome Kyle Reese, una specie di guerrigliero mezzo matto, fragile e pieno di tic. Ma il film ha già visto chiudersi abbastanza porte davanti a sé, e forse questa è l’ultima occasione per farlo; decide di accettare ed elabora un piano B. Fisserò un incontro con Schwarzenegger, parleremo del film, litigheremo furiosamente, lui se ne andrà via incazzato come una biscia, uscirà dal film e io mi potrò trovare un Kyle Reese più sensato. Organizza l’incontro, ma le cose non vanno come previsto: Schwarzenegger è adorabile, è interessato, è perfettamente in sintonia con il film. Il tizio lo sta guardando esterrefatto: potrebbe fare dieci anni di casting e non troverebbe un attore più adatto di lui a interpretare il robot. Così il film diventa una cosa diversa, il cattivo assume il ruolo centrale, interpretato da Schwarzenegger, e alla fine si fa davvero, con pochi soldi e tante idee e tanto entusiasmo. E poi esce in sala, e il cinema diventa un’altra cosa.


La storia vera è più complicata e più tiepida, probabilmente. Ma questa versione somiglia di più alla prima che ho sentito, e secondo me racconta molto dello spirito con cui James Cameron realizza Titanic. Per comprendere Titanic appieno bisogna tuffarsi nello spirito di un certo cinema degli anni novanta, che agli anni novanta non è riuscito a sopravvivere molto bene. In quegli anni erano in voga termini come blockbuster e disaster movie, tanto per dire. Si prendeva una catastrofe, ci si costruiva attorno una storia umana, si girava il film e si incassava milioni di dollari. È facile ricordare sforzi produttivi mastodontici come Independence Day e magari rispararselo in ottica nostalgico-trash, ma quanti di noi hanno mai sentito l’impulso di rivedere film come Twister o Dante’s Peak o Deep Impact? In quegli anni erano opere che davano da mangiare a tanta gente. Titanic, naturalmente, è un disaster movie. Ed è sicuramente pensato e realizzato come un blockbuster, un film che incassi tanti soldi al botteghino. Ma quanti soldi rispetto a quelli che vengono spesi? L’annosa questione. Titanic è la storia dell’ossessione di un uomo per il cinema, un’ossessione che ha spesso i toni di un certo autolesionismo. 35 anni dopo Terminator possiamo dire che James Cameron ha ottenuto più soldi e più indulgenza di chiunque altro per realizzare i suoi film, e ha usato quei soldi e quell’indulgenza per portare tutto, sempre, oltre il limite. Il suo cinema è segnato dal costante bisogno di spingersi più avanti del proprio tempo, cercare di filmare quello che non era ancora stato filmato. Dare agli spettatori un cinema che tecnicamente non è mai esistito, come effetto collaterale della sua ossessione. Se siete d’accordo con questa premessa, sarete d’accordo anche sul fatto che Titanic è un film profondamente cameroniano. Basta scorrere a grandi linee la storia produttiva del film -che è la storia di un’ossessione, né più né meno. Non vi annoio coi particolari: mesi e mesi di ricerche certosine prima di iniziare a scrivere il film, la costruzione dei modelli in scala, la tecnologia, gli attori che rischiano la vita, l’atteggiamento tirannico di Cameron sul set, gli infiniti bracci di ferro con la produzione, l’ossessiva attenzione per ogni minuscolo dettaglio.
A posteriori, e forse anche in contemporanea, il successo di Titanic viene dato per scontato. Il film è pronto ad uscire nel dicembre del ’97, mesi e mesi oltre la deadline. Le prime settimane al cinema non sono così incoraggianti, a dire il vero; la sua fortuna sarà legata soprattutto al passaparola, ai commenti entusiasti di chi esce dal cinema. La corsa del film nelle sale si allunga, inizia a macinare numeri da record; la Di Caprio mania esplode verso la fine di gennaio. Al telegiornale, anche in Italia, iniziano ad uscire storie di ragazzine che hanno visto il film in sala una trentina di volte. Roba d’altri tempi. Nel giro di qualche settimana ci si rende conto che si è davanti a un fenomeno sociale, più che ad un film, e diventa quasi impossibile dare un giudizio critico sensato. Questo, naturalmente, può essere un problema relativo: Titanic è anche e soprattutto un successo di pubblico sterminato, e un film che volenti o nolenti è diventato fondamentale per la storia del cinema. Oltre a questo, il regista di Titanic è riuscito a massimizzare il profitto artistico, critico ed economico del film nell’unico modo che può aver senso per un regista e per i suoi fan: è stato il successo sterminato di Titanic a mettere James Cameron nelle condizioni di poter realizzare il film della sua vita. Eppure a parlarne c’è ancora una certa ritrosia, qualcosa che non torna, qualche lato oscuro nella vicenda di cui non si parla volentieri.

Ci provo un sacco di volte a convincere Matteo, ma non è aria. Dai cinema arrivano voci di sale intasate, ragazzette urlanti, file interminabili per accaparrarsi un biglietto in posizioni disumane: roba che non ha a che fare col cinema, nella nostra testa. Lui si mette in testa questa cosa di boicottare Titanic, c’è troppo hype, roba così. Per un po’ ci provo, ma poi desisto. A Gambettola però c’è un cinema, che si chiama Metropol/Caracol (ne ho già parlato), e fa le seconde visioni: la domenica sera ci vado sempre con i miei amici del paesello, alla prima proiezione: a volte Matteo si aggrega, a volte no. Titanic sta andando così bene che il giro delle seconde visioni inizia quando il film è ancora nelle sale di prima visione. Coi ragazzi però c’è un patto e ci accordiamo per andare a vedere il film al Metropol/Caracol la domenica, ci presentiamo –come al solito- al baretto 20 minuti prima dell’inizio del film -ore 21, proiezione unica. Partiamo per Gambettola e all’ingresso ci troviamo davanti uno stuolo di gente incazzata: sono finiti i biglietti. Ci riproviamo un paio di sere dopo, forse il martedì, o una serata ugualmente anonima, arrivando trenta minuti prima dell’inizio: cento metri di coda, nessuna speranza di entrare. Mai visti così tanti esseri umani a Gambettola a parte per il carnevale. La voce inizia a spargersi: se vuoi sperare di vedere Titanic al Metropol tocca essere lì alle otto, quando il cinema apre per proiettare il film in programmazione nell’altra sala. Prendi un biglietto, entri in sala, ti fai un’ora seduto a cazzeggiare in attesa che il film cominci. Le cose vanno avanti così per tre o quattro settimane, la situazione al cinema è talmente caotica che anche prendere biglietti per l’altro film in programmazione è quasi impossibile. Il film nel frattempo è uscito dalle sale di prima visione, e Gambettola è l’unico posto nei dintorni in cui lo si possa ancora vedere. I ragazzi si organizzano a sorpresa una sera in cui non riesco ad andare, riescono a prendere i biglietti e si vedono il film. Beati loro. Passa forse un altro mese, ho ormai perso le speranze ma decido di tornare alla carica: imbarco un vicino di casa, ci presentiamo al cinema un’ora prima e prendiamo un biglietto. A quel punto, all’improvviso, anche Titanic ha smesso di fare il pienone; siamo io e lui nel cinema vuoto a pigliare i biglietti per un film che inizierà tra un’ora. Entriamo ed aspettiamo, con pazienza, nella sala vuota. Alla fine arriva qualche altro povero cristo.

Ho rivisto Titanic una ventina di volte e ogni volta ci trovo cose nuove dentro. L’ho rivisto ieri sera per scrivere il pezzo: la cosa che più mi ha sorpreso è la tensione ingestibile che continuo a provare da quando le vedette avvistano l’iceberg a quando la nave lo colpisce. Dal punto di vista cinematografico forse è la sequenza più forte del film, coinvolgimento emotivo alle stelle, incapacità razionale e tutto il resto. Voglio dire, se ti fermi un attimo ti rendi conto di sapere che la barca colpirà l’iceberg, giusto? Ok. Il resto del film non mi va di commentarlo, non ha molto senso mettersi qui a fare la recensione. Mi infastidisce un certo tipo di atteggiamento delle persone che lo vedono. Mi infastidiscono i fanatici di action che non sopportano la presenza di una storia d’amore così centrale nell’economia del film e così classica nei toni (i fanatici dell’action e i fanatici della commedia romantica dovrebbero avere un briciolo di solidarietà reciproca). Mi infastidiscono quelli che lo considerano “un’americanata”, considerato tra l’altro che è il film meno “americano” di Cameron (uno che tra l’altro, a dispetto della nomea di reazionario, con la bandiera del suo paese ci si è sempre pulito il culo). Mi infastidisce che Leonardo Di Caprio abbia costruito un impero e che Kate Winslet sia considerata (ehm) solo una grande attrice. Mi infastidisce che un sacco di gente col sale in zucca si senta in dovere di fare dei distinguo: sì è buono ma tutto sommato non così grande, sì è buono ma vuoi mettere Terminator, sì è buono ma la storia di Avatar è copiata da Pocahontas. L’ultima ora di Titanic, nel frattempo, è ancora una lezione di cinema che fa paura.
Tra The Terminator e Titanic passano tredici anni, in cui Cameron realizza cinque film (tutti bellissimi). Da Titanic a oggi sono passati più di vent’anni, e Cameron in tutto questo tempo ha diretto soltanto un film. Credo che sia, senza tema di smentite, il film che è nato per realizzare. Ha senso che probabilmente sia l’ultimo che dirigerà mai, anche se pare siano in via di realizzazione quattro seguiti. I fan di Guerre Stellari sanno che i progetti così mastodontici sono più belli sulla carta che sullo schermo. L’intrattabilità cronica e l’incapacità di scendere a compromessi di Cameron sembrano essere stati un pochetto addomesticati, così riusciamo a vederlo più-o-meno-coinvolto nella realizzazione degli ultimi Terminator e in una serie di altri progetti su cui ama mettere un po’ il becco. Dall’8 al 10 ottobre Titanic verrà riproiettato nelle sale italiane, una sorta di 20th anniversary edition di cui non so molto. Il mio primo impulso è di chiamare Matteo e chiedergli di andare a vederlo, ma ormai s’è trasferito all’estero -e poi la stagione è passata. Non so se abbia mai visto Titanic, a dire il vero non voglio nemmeno saperlo. Però, fossi in voi, una ripassatina gliela darei: vent’anni sono abbastanza per liberarsi delle puttanate e accettarlo per il film grandioso che è. Magari lasciarsi stupire da certi particolari succulenti a cui non si era fatto caso. Esempio banale: ieri sera facevo scorrere i titoli di coda e mi sono accorto di una cosa che non avevo mai notato.

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95 Commenti

  1. x-meh

    Il pezzo è stupendo. Sul film resto tra i dubbiosi. Visto all’epoca al cinema a 12-13 anni con le amiche, loro per di caprio io no ma neanche per le amiche, e rivisto qualche anno dopo, mi ha sempre lasciato freddo. La storia d’amore impossibile e veramente prevedibile insieme alle storie sociali ricchi vs poveri me le ricordo abbastanza prevalenti e scontate nell ‘economia del film. In linea generale, poi, nei blockbuster mi piace tifare per qualcuno, i cattivi, i buoni, i comprimari… Qui tutto sommato resto solo spettatore

  2. Lolly

    Senza offesa Win ma i tuoi inserti autobiografici non mi coinvolgono (infatti li ho saltati quasi a piè pari, prima che replichi “allora non leggerli”), ti scrivi addosso.

    Comunque buon pezzo su un’americanata perché la sceneggiatura – oltre ad avere enormi differenze con quanto successo in realtà e incongruenze storiche che non stiamo ad elencare – è un po’ risibile ad esempio la nave sta affondando e quei due (Di Caprio e il bodyguard) giocano ad acchiapparella, la nave sta affondando, Di Caprio è nel vano merci enorme e non pensa a costruirsi un cacchio di salvagente che so con qualsiasi cosa, e si potrebbe continuare. Ah, poi si vede il blu-screen in un sacco di primi piani.

    • Wim

      Beh non ti risponderei mai “e allora non leggerli”, però non riesco a non scriverli. Davvero spiacente. Sui buchi e sul”americanata”, scrivo nel pezzo.

  3. Skalda

    Mai visto Titanic. :)

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