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Bufalo scatenato: la recensione di Jallikattu

Una cosa bellissima del mondo del cinema è che il mondo del cinema contiene l’India.
Una cosa bellissima dell’India è che l’India, a sua volta, contiene infiniti mondi del cinema.

Non è un modo di dire e lo sappiamo: da bravo Stato federale, l’India è composta da ventinove Staterelli federati spesso diversissimi tra loro per lingua, cultura, abbigliamento, categoria di Pornhub più cliccata, eccetera eccetera. Ciascuno di questi Stati federati ha la sua industria cinematografica locale, e tutte queste industrie cinematografiche locali, sommate insieme, danno origine al Paese che produce il maggior numero di film visti dal maggior numero di persone NEL MONDO.

In India c’è la gente

Con questi dati alla mano, mi capita spesso di svegliarmi di notte tutto sudato e gridare: “Come mai non guardo abbastanza film indiani? E come mai ho questi dati alla mano?”. In effetti (e qui parlo per me, ma parlo anche per voi, perché vi conosco, mascherine), a fronte dell’immensa vastità dell’offerta, il cinema indiano è stato sorprendentemente poco sdoganato in occidente. Ora io non pretendo di parlare a nome di tutto l’occidente – che comunque è un amico e salutiamo – ma la ragione della mia personalissima cautela nei confronti del cinema indiano è proprio la sua vastità. Il cinema indiano è come quando un amico ti consiglia una serie bellissima, ti racconta un po’ la trama e quasi quasi sembra intrigarti, e allora tu chiedi “A che stagione siamo arrivati?” e lui ti risponde “Siamo arrivati ALLA MILLESEICENTODUE, con 1,86 MILIONI di episodi per stagione”. E tu dici “Ok, non credo di avere voglia di cominc…”. E lui ti interrompe per precisare “E conta che non c’è una serie sola, ma ventinove serie diverse, una per ogni Stato federale, ognuno con una lingua diversa e diversi attori e attrici venerati come divinità dalle masse degli spettatory polyteisty”.
Tutto molto bello, insomma, ma tutto molto TROPPO.

Mi ero appena riaddormentato che subito mi son svegliato di soprassalto, ancora più sudato: “Ma questa non è una buona ragione per trascurare una cinematografia così interessante! Possibile che in 11 anni i 400 Calci abbiano recensito solo due film indiani?”.
Allora ho pensato, facciamo così: prendiamo un film recente, acclamato anche all’estero, eccezionalmente breve per gli standard indiani, e persino comodamente visibile in Italia grazie ad Amazon Prime Video. E, già che ci siamo, scegliamo anche un film pazzescamente figo. Sorpresa: è sempre lo stesso film, e viene dallo stato del Kerala, nel sud-ovest dell’India, dove si parla la lingua malayalam e l’industria cinematografica si chiama Mollywood.
Ecco a voi Jallikattu, diretto da quel brighella di Lijo Jose Pellissery che anche voi, come me, non avevate mai sentito nominare.

Il jallikattu inteso come svago

Il titolo Jallikattu, innanzitutto, si riferisce a una pratica assai in voga nello Stato del Tamil Nadu e i tutta l’India meridionale. La pratica è: si prende un bufalo e lo si sguinzaglia in mezzo alla gente. Toccherà ai giovani più baldanzosi cercare di prenderlo per le proverbiali corna e domarlo, in un tripudio di mascolinità e virile sfoggio. Ah, il jallikattu! Parente indiano di quelle tauromachie che imperversano da millenni anche in Europa e danno origine a canzoni di imbarazzo giovanile e gente che abbandona ogni parvenza di umanità per farsi malissimo nei modi più stupidi.

Quindi, breve riassunto di quanto detto finora: (1) cinema del Kerala, (2) bufali sguinzagliati, (3) sfoggi di virilità, (4) gente che abbandona ogni parvenza di umanità per farsi malissimo in modi stupidi.
Ecco, questo breve elenco è anche tutto ciò che c’è da sapere su Jallikattu (il film). Di più: questo breve elenco È Jallikattu. Andiamo con ordine.

1 – Cinema del Kerala
E fin qui ci siamo.

2 – Bufali sguinzagliati
La trama di Jallikattu: in un villaggio di campagna, un bufalo sfugge ai macellai che volevano tramutarlo in banchetto di fidanzamento, e inizia a seminare scompiglio. La gente del villaggio lo insegue e tenta, senza successo, di imbrigliarlo.
Punto. Nient’altro.
Jallikattu è una lunghissima caccia che non procede secondo uno sviluppo narrativo canonico, né per variazioni sul tema: Jallikattu procede esclusivamente per accumulo ed esasperazione delle stesse situazioni, accumulo ed esasperazione. All’inizio, il bufalo che sfugge ai due macellai è ancora un bufalo, le prime persone che lo inseguono sono ancora persone. Col procedere del film, il bufalo diventa una forza misteriosa, distruttiva e irrealistica come l’autocisterna di Duel, o Lo squalo, e come quest’ultimo viene evocato da soggettive sinuose, e sbuca all’improvviso quando fa più effetto. Dal canto suo, la folla che lo insegue, oltre a farsi sempre più numerosa, diventa anche sempre più forsennata, impazzita, urlante e matta. Jallikattu è un film senza tregua, che continua a correre e a crescere e a raccogliere tutto quel che trova, portandolo con sé nel suo percorso, sfondando ogni limite di verosimiglianza e di decenza. Salvo rare eccezioni, non ci sono personaggi principali in questo film: l’elemento umano è una matassa di braccia e gambe, di barbe e panze e asciugamani legati in vita, che con le torce in mano corrono e urlano, urlano e corrono, fiere del loro essere sempre meno umane e sempre più animalesche. Lo stesso Jallikattu è un film fiero del suo dare sempre meno spazio al lato umano e sempre più spazio a un intrico di arti e zampe, urla, muggiti, sputi, pugni. Questa è la storia di un villaggio indiano che un bel giorno viene investito dal Caos sotto forma di un bufalo che si fa incarnazione dell’apocalisse e porta alla luce gli istinti più bassi e bruti dell’umanità – e non c’è modo migliore, per raccontare questa storia, che fregarsene di tutte le scene che in un film normale presenterebbero i personaggi, li differenzierebbero gli uni dagli altri e ne esporrebbero le motivazioni, e semplicemente sguinzagliare un bufalo in mezzo a una marea disumana. Sasso batte forbice, bufalo batte caratterizzazioni psicologiche. Bomba.

3 – Sfoggi di virilità
Vi ho raccontato che cos’è la tradizione del jallikattu, e il film non si intitola così per caso. In questa narrazione che procede a testa bassissima accumulando marasma e riducendo la sua umanità a marionette picchianti e urlanti, gli unici personaggi di cui cogliamo qualche dettaglio sono i due bulletti locali per i quali la caccia al bufalo diventa la classica gara a chi ha il cazzo più lungo e più succhiato dal resto del villaggio. Rivalità grottesca che diventa sfoggio di mascolinità tossica, che diventa bestialità grottesca (questo non è un film che va tanto per il sottile con le sue metafore). Qualunque motto latino, modo di dire o proverbio sull’uomo-bestia-homini-lupus-mangia-cane-ha-da-puzza’, è tutto condensato qui, nella più vasta gamma di buzzurri in canotta e ciabatta che abbia mai battuto le campagne indiane con un arsenale di fucili e bastoni sospettosamente falliformi.
Ma c’è qualcun altro che sfoggia e flexa il muscolo in questo film, ed è il regista Lijo Jose Pellissery. Lontanissimo dall’essere un film esotico, pazzerello e scalcagnato che guardiamo per dileggio, Jallikattu stordisce col suo stile prima ancora che con il suo contenuto. Scandito da una colonna sonora ululante e tribale che si accompagna al montaggio percussivo, questo film riesce nel triplete di fungere da costante assalto ai sensi, infilare una serie di virtuosismi che ci permettono di destreggiarci nel caos senza perdere mai la bussola, e dimostrare anche uno splendido gusto per i set piece complessissimi e difficili da dimenticare. Tra piani sequenza serpeggianti con interi villaggi in corsa, scene pazzesche come quella notturna delle genti che ruzzolano giù da un pendio a dozzine, ognuno con la propria torcia in mano, e momenti di pura azione sempre più ansiogena e febbrile, ai limiti dell’horror (la scena del pozzo), Pellissery crea un mondo che è al contempo radicato nel fango eppure cento metri sopra le righe, dove la più rustica delle vicende diventa un incubo conradiano collettivo senza che tu, spettatore scettico con le braghe calate, abbia il tempo di rendertene conto.

4 – Gente che abbandona ogni parvenza di umanità per farsi malissimo in modi stupidi
Forse qualcuno di voi, leggendo i paragrafi sopra, si butterà a capofitto in questo film pensando di aver scoperto il The Raid del Kerala, e resterà deluso nel trovarsi di fronte a una masnada di bifolchi che urlano in continuazione, pochi pugni, qualche intermezzo dialogato poco comprensibile e flashback che lì per lì non sembrano nemmeno flashback. Ci sta. Ma dategli tempo, e fidatevi. Pian piano vedrete che la folla aumenterà, il caldo aumenterà, il bufalo aumenterà, e senza nemmeno accorgervene vi ritroverete presi in questa valanga che ormai corre molto più veloce di quanto sembrasse all’inizio, con foga e incazzatura ammirevoli, verso un finale che è l’apoteosi e il culmine dell’assenza di ogni limite, di ogni vergogna e di ogni umanità.
Non puoi volergli male a un film così, uno di quei film per i quali è stato inventato l’aggettivo “viscerale”, uno di quei film per i quali sono state inventate LE VISCERE STESSE. Nell’anno di Uncut Gems, eccone un altro che ha lo stesso gusto per l’accumulo ansiogeno, per quello strano mix di realismo e straniamento, ma che a differenza dei Safdie ci toglie il lusso di un protagonista a cui aggrapparci, e letteralizza nella maniera più sfacciata possibile il concetto di caos e discesa negli inferi. Talmente sfacciato è Pellissery che sono disposto a perdonargli anche l’ultimissima sequenza, inutile e davvero troppo sbracata anche per un film che conficca nel cemento le sue tematiche con un martello pneumatico grosso quanto tutto il Kerala. Ma va bene anche così, caro Lijo Jose: fino a ieri non avevo idea di chi fossi, e adesso merda se ti sei fatto notare.

DVD-quote suggerita:

«A mezzanotte va / la ronda del Pliocene»
(Luotto Preminger, i400calci.com)

IMDb | Trailer | Un frammento di colonna sonora

 

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31 Commenti

  1. Rocco Alano

    C’erano anni in cui lo ska e ska-core erano popolarissimi tra i ggggiovani.
    “Ma che ne sanno i duemila”…. ecco, meglio per loro che non lo sappiano!

    • Alex

      Non conoscevo questo gruppo e ho ascoltato la canzone su youtube. Non sarà un capolavoro ma rispetto a qualsiasi forma di rap-trap-hip hop e altra merda tanto in voga tra i gggiovani di oggi… è musica per le orecchie!

    • Donnie Danko

      Distinguiamo: gli Ska-P riascoltandoli dopo secoli generano un indicibile imbarazzo anche in me (e sì che li ho pure visti dal vivo!), però lo ska giamaicano e inglese di fine anni ’60/ anni ’70 lo sento sempre volentieri quando capita

    • Rocco Alano

      Pure io vidi gli Ska-P allo Sherwood di Padova. In generale, chiaro che lo ska nei contesti in cui fu effettivamente innovativo (come hai detto tu, la giamaica degli anni ’60 o l’Inghilterra di fine anni ’70) ha il suo peso e il suo valore. Ma, tolto quello, non si salva proprio nulla…
      Per quanto riguarda il rap e hip hop, mi spiace per Alex ma la costante importanza del genere da quarant’anni a questa parte è indiscutibile. Per quanto riguarda la trap, ho 41 anni e, chiaramente, non è musica per me (e viva dio, se i genitori apprezzassero sempre quello che ascoltano i figli non ci si sarebbe mai mossi), però il suo impatto lo deciderà la storia, non i miei gusti personali.

    • LAnnoScorsoAValVerde

      1. Quando sento parlare di ska per me è sempre stranissimo, perchè io negli anni 2000 non ricordo di aver ascoltato nemmeno una nota di ska… sarà che è un genere che non ho mai ascoltato, sarà che a quei tempi ascoltavo prevalentemente elettronica, ma leggere che ai tempi era così in voga mi fa un effetto…

      2. Ah, nell’anno del signore 2020 stiamo ancora al “il rap non è vera musica!”? Cheppalle, eh.

    • Jesus strikes back

      Beh dai, obiettivamente dal vivo gli ska-p erano divertenti, non fate i raffinati

    • Donnie Danko

      Che fossero divertenti da vedere dal vivo non lo nego, però col senno di poi i testi da ribelle sedicenne mi fanno provare vette di imbarazzo paurose :D

    • Anonimo

      purea me piace di piú lo ska delle origini peró anche il 2tone ska inglese degli 80 era divertente, sono proprio gli SkaP che fan cacare… :P

    • Pure io vidi gli Ska-P dal vivo, a Pisa. L’anno non lo ricordo ma poteva essere il tour di Que corra la voz. Musicalmente non sono peggio di altra gente di quel periodo (e c’è un paio di gruppi di quel periodo a cui sono ancora affezionato); quanto ai testi, era l’età in cui bastava cantare cose a caso in spagnolo per sentirsi dalla parte del giusto. A rileggerli oggi, però, faccio dei facepalm di magnitudo 7.

    • Zavits

      E il rap non è vera musica!

    • Anonimo

      a Vivaldi e Sinatra preferisco l’insalata!

      piuttosto, come minGhia devo cercarlo sto film? in ita o castellano esiste?

  2. Anonimo

    Santiddio, se non mi hai fatto venire voglia di correre a vederlo!
    Leggendo la recensione, viscerale pure lei, mi è venuto da urlare Frankenstein a più riprese; magari non c’entra niente e mi sono lasciato fuorviare, in maniera un po’ didascalica, da folla urlante+forconi+torce.
    Il risultato non cambia, comunque, vado a vedere subito il mio, molto probabilmente, primo film indiano.

  3. Raimondo Vinello

    Lo vedo immediatamente, tanto sto , come tutti , ai domiciliari senza reato.
    Aspetto la “vostra” recensione di quella manata in faccia che è The Hunt . Miglior film Blumhouse.

  4. Anonimo

    come si dice, quando la sceneggiatura va in vacca…

  5. Al rimando a Katamari ero già conquistato.

  6. Gore Verbiscuit

    ma questi pazzi scriteriati hanno davvero girato con un bufalo impazzito o è cgi grezza?G

    • Ottima domanda. Così a naso direi bufalo vero nelle scene in cui si può, e fantoccio nelle altre (anche perché non deve mai fare grosse acrobazie). Escluderei categoricamente la CGI. C’è una scena che mi ha fatto uscire di testa in cui il carrello di un venditore ambulante parte in velocità lungo una strada in discesa, tallonato dalla mdp, e all’improvviso il bufalo entra da sinistra e ci pianta una testata. Non so come sia stato fatto ma se è un pupazzo è molto realistico.

  7. jax

    Giuro che di fretta avevo letto Jose Luis PELLISSIER…ed è subito grande Chievo

  8. Scary Grant

    Dal trailer vedo che il film è prodotto da O. THOMAS PANICKER.
    O. THOMAS PANICKER cazzo, non può che essere un film giusto.

  9. samuel paidinfuller

    il cinema indiano is a bitch perchè se mentre raschi il fondo del barile dei cataloghi netflix/prime cerchi di orientarti con IMDB non c’è UN SOLO FILM INDIANO con il voto sotto il 7,7 e i votanti sotto i 1.500

    (giuro che l’ho scritto prima di vedere la pagina imdb su jallikattu)

  10. Gigi Proiettile

    AH! LA TAUROMACHIA!

  11. MenoDZero

    Su prima ieri a sorpresa é uscito il folle e videoludico GUNS AKIMBO, cugino di CRANK, GAMER e HARDCORE, basta con sta aria snob da fuori orario, tornate a parlare di film per cui questo sito é nato.

  12. Capitan Ovvio

    Ma quindi l’ex attaccante del Chievo si è creato una carriera post calcio come regista di film in India?

    • Capitan Ovvio

      Aggiungo
      “sfondando ogni limite di verosimiglianza e di decenza”
      mi sembra la sintesi di tutto il cinema indiano

      Diciamo di tutta l’India vai

    • Barone Meshuggah

      Visto. Che bomba clamorosa!
      Luotto sei sempre una garanzia.

  13. malintenzionato

    Il buco.
    Per favore.
    Vi prego.
    Ok, non fa niente.
    Grazie lo stesso.

  14. Queste sono le segnalazioni e le rece che fanno di voi un’eccezione meritevole! Grazie davvero

  15. Volevo solo congratularmi per la DVD-quote che e’ una spanna sopra il gia’ altissimo livello medio del genere.

  16. Luotto parla per te, sono quasi sicuro di conoscerlo il regista, se non sbaglio ho regalato alla mia morosa una sua borsa, una borsa di Li-Jo

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