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La bellezza venuta dallo spazio: Arrival

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Presentata senza commento.

Cosa vi viene in mente guardando questa immagine?

  • «Syd Mead», come molto banalmente ho pensato pure io
  • «Magritte», come mi ha suggerito Casanova con un’aria da “davvero non ti era venuto in mente”?
  • «FICO, astronavi giganti!», come dovrebbe venire naturale a tutti.

Amerete Arrival in qualsiasi caso perché è un film universale, un gigantesco gioco di specchi fatto per piacere agli appassionati di fantascienza – che accetteranno senza battere ciglio un paio di soluzioni poco ortodosse in cambio di un’ora e quaranta di xenolinguistica –, a quelli che nel cinema cercano il sempre imprescindibile Elemento Umano – che vengono introdotti a due ore di xenolinguistica dal più classico dei melodrammi familiari, con la promessa di ritornarci –, a quelli che vanno al cinema perché lo schermo è grosso e la sua ragione di esistere è ospitare strutture volanti altrettanto enormi, agli esteti, ai cinefili, a chi è cresciuto con gli Urania e a chi è cresciuto con Spielberg.

È, qui in Italia, il primo film imprescindibile dell’anno, e un approccio rigoroso al genere che non si vedeva dai tempi di Contact, nonostante i recenti, valorosi tentativi di NolanScott e Cuaron. Che sono nomi che sarebbero necessariamente venuti fuori prima o poi, quindi tanto vale farlo e sgombrare il campo da un equivoco: Arrival ha più in comune da un lato con certa fantascienza in minore tipo Monsters (che tanto inosservata non dev’essere passata se ha portato Edwards a Godzilla e Star Wars), dall’altro con certe opere senza tempo di Arthur Clarke tipo Rama, che con la sacra triade di questi ultimi anni, tre film che, in varia misura e frequenza, andavano alla ricerca dello spettacolo e del bello cinematografico a scapito di loro stessi. La bellezza di Arrival è spesso accidentale, le astronavi quasi sempre sullo sfondo, a disturbare dialoghi e primi piani; è un film spesso intimo, con il coraggio però quando serve di essere molto più grosso di noi.

Molto, molto più grosso di noi.

Molto, molto più grosso di noi.

È anche un film sfacciato ben oltre i limiti dell’arroganza, ma di questo temo non si possa discutere in questa sede. Sigla!

Sono arrivati gli alieni e non si capisce cosa vogliano. Invece di bombardarli o di mandargli virus nel computer, decidiamo di provare a comprenderli: Arrival è cominciato da dieci minuti e ha già annunciato di essere diverso. «Cosa ci fa sui 400calci se la nostra reazione a un’invasione aliena non è una guerra termonucleare?» è una domanda più che legittima, a cui Amy Adams e Occhio di Falco rispondono spaccando i culi a suon d’intelletto. Lei, Louise, è una linguista, lui, Ian, un fisico teorico, e insieme creano la spina dorsale di Arrival: la loro dedizione alla missione – il governo li vuole nella squadra che sta cercando di decifrare il linguaggio degli alieni – è ossessiva e totalizzante, e lascia sullo sfondo sia le suggestioni geopolitiche dovute alla situazione (come collaborerebbero dodici diverse nazioni in giro per il mondo se si trovassero gli alieni sotto casa?) sia il già citato melodramma (la figlia di Amy Adams, ci dice Villeneuve in apertura, è morta di cancro). Parlare con gli alieni, parlare tra di noi, parlare con noi stessi: sono le tre anime di Arrival, e se le ultime due acquistano con il tempo sempre più importanza – al punto da sfiorare il collasso sul finale –, per quasi due ore tutto quello che interessa al film è raccontarci questo:

Nella foto: la nebbia dello spoiler copre il vero aspetto degli alieni di Arrival.

Nella foto: la nebbia dello spoiler copre il vero aspetto degli alieni di Arrival.

Ed è qui che, considerazioni sulle sue già ben note capacità di girare cose esteticamente bellissime a parte, Villeneuve compie il vero miracolo: si abbandona alla storia e lascia che sia lei a dettare il ritmo, il tono, l’atmosfera. E fa economia: nonostante tutte le sue aspirazioni da film apocalittico e globale, Arrival è sostanzialmente statico, tutto girato (con l’esclusione di un paio di sequenze) in tre ambientazioni due delle quali al chiuso, gli alieni più presenti nei discorsi tra umani che in scena. Il risultato è una sbrodolata sulla relatività linguistica raccontata come un thriller, che occasionalmente si arresta in contemplazione di una bellezza aliena e (per il momento) inspiegabile.

A fronte di tanto splendore, si può anche perdonare ad Arrival il fatto che, gioco di specchi a parte, quello che dice non è poi così ficcante. Certo l’approccio guerriero alla ricerca scientifica di Louise e Ian ne fa due modelli dal potenziale quasi jurassicparkiano, e non smetterò mai di sottolineare l’importanza di un film sci-fi con gli alieni che non ci vogliono solo fare la guerra, ma lo stesso Villeneuve (e Ted Chiang, l’autore del romanzo breve da cui è tratto il film, prima di lui) si rende conto che “comunicare e capirsi è importante” è un messaggio bello, ma che da solo non potrebbe reggere un finale all’altezza. È qui che Arrival abbandona la scienza in favore della filosofia, alza la testa dai libri e, per la prima volta, aggredisce lo spettatore.

«Oh, no!».

«Oh, no!»

Non è una valutazione qualitativa, anche se per quanto mi riguarda non posso negare una piccola fitta al cuore quando ho capito la direzione intrapresa. È, semplicemente, il momento in cui Arrival smette di far finta di essere un film sul comunicare con gli alieni e ammette di essere un film sul comunicare. È la convergenza delle tre anime, la risposta alle tre domande, il culmine di un percorso che ha, eventualmente, il solo difetto di non essere stato onesto fin da subito sulla sua natura.

È anche, l’intero terzo atto in realtà, una cascata di sequenze potentissime e sparate a ritmo travolgente, forse il primo momento in cui Villeneuve mette il film al servizio del suo talento invece che il contrario. È una lezione di cinema condensata, e sospetto non sia un caso che sia usata per coprire il momento potenzialmente più controverso di tutto il film.

(voglio dire che è tutto talmente potente che sticazzi se alla fine lei vede il futuro perché impara l’alieno) (è in bianco perché è uno spoilerone)

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Io, mentre finiva il film.

In un mondo ideale Arrival, con i suoi messaggi di ascolto e comprensione del diverso, diventerebbe un simbolo, un manifesto ideologico; un film importante per dirla come mi ha detto Cicciolina. Non essendo io un sociologo né questo il luogo adatto a queste riflessioni non mi azzardo a dire che purtroppo non viviamo in un mondo ideale e che tutte le cose bellissime che Arrival dice verranno ascoltate solo da coloro che già erano d’accordo con queste cose bellissime.

Mi limito a rilevare che è un film clamoroso, forse un po’ ingenuo, che ha tutto per far felici tutti, a parte forse quelli a cui non piacciono le cose belle, e che la fantascienza ha disperato bisogno di altre cose così. Considerato che ha già incassato quasi il quadruplo del budget, forse c’è speranza.

La luce in fondo al tunnel.

La luce in fondo al tunnel.

DVD quote:

«Ci voleva»
(Stanlio Kubrick, i400calci.com)

IMDb | Trailer

PS: come successo per Interstellar, anche Arrival ha il suo (perfettamente inutile e assolutamente grandioso) compendio per chi vuole saperne di più sulla scienza dietro il film. Stephen Wolfram per esempio, uno dei due tizi che hanno creato il linguaggio degli alieni, ha spiegato molte cose in questo post. È pura pornografia.

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135 Commenti

  1. Imperatrice Pucciosa

    Film bello, ma mi aspettavo di meglio.
    Nel senso e’ un gigantesco coito interrotto. Al momento del plot twist si scopre praticamente che Amy Adams ha salvato il mondo con l’espediente narrativo piu’ forzato dell’universo.

    E io che saluto il capolavoro.
    Peccato, mancava tanto cosi.

    Pero’ bello, anche se in effetti non e’ che sia cosi tanto calciabile (non c’e’ violenza in questo film e il mondo lo salva una linguista!)

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