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SPL III, o qualcosa del genere: Paradox, la recensione

È una saga strana, quella di SPL, tanto per cominciare perché è una saga solo di nome. Ne avevamo già parlato quando ci eravamo sparati ignari il secondo capitolo, “Ai confini della giustizia“, e questo terzo, intitolato enigmaticamente “Paradox” per il mercato occidentale, lo conferma: si tratta di seguiti non seguiti, episodi che non c’entrano nulla l’uno con l’altro a livello di trama, ma si configurano come una sorta di franchise ideale (e quindi potenzialmente infinito). Un modo di fare che a noi suonerebbe come una mezza truffa, o se non altro come quelle operazioni un po’ losche da direct to video in cui un film si chiama “seguito” solo perché sulla copertina del dvd non stava bene scrivere “reboot povero”, che invece si rivela non solo assolutamente legittimo, ma addirittura vincente per il cinema asiatico. La continuità esiste, ma riguarda unicamente gli aspetti produttivi poiché ciò che questi seguiti vendono è la promessa di trovare gli stessi temi, le stesse maestranze, la stessa epica e alcune delle stesse facce, come una sorta di colonnina dei video consigliati di YouTube o dei suggerimenti di Amazon — “gli utenti che hanno comprato questo prodotto hanno comprato anche…”.

Superamici assembled!

Del primo capitolo, quello con gli indimenticabili Donnie Yen e Sammo Hung (che qui torna ma dietro le quinte, in veste naturalmente di coreografo marziale), SPL III recupera le atmosfere noir, il gusto per la tragedia e il pessimismo di fondo, mentre del secondo conserva la struttura a incastri fatta di tanti personaggi i cui cammini si incrociano quasi per caso, il melodramma famigliare e la location. Siamo di nuovo in Thailandia — una Pattaya coloratissima che è tutta mercati, quartieri popolari e magazzini deserti — alle prese coi soliti poliziotti “compromessi”, i criminali senza scrupoli e i politici convinti di comprare tutto coi soldi, tra profondi legami virili, inconsolabili drammi personali, l’assenza quasi totale di donne se non come vittime sacrificali sull’altare del man pain e Tony Jaa in odore di santità.

Io ormai quando mi dicono che in un film c’è Tony Jaa non so veramente cosa aspettarmi. Sarà un combattente, un ballerino o una scimmia del parkour? Sarà umiliato o valorizzato? La sua presenza nel film avrà effettivamente un senso o era sul set perché Google Maps aveva fatto casino con le indicazioni? Io lo so che un giorno di questi vedrò il suo nome nei titoli di coda di un film e penserò “strano, non l’avevo mica visto” per poi scoprire che era il parrucchiere, me lo sento. Senza raggiungere questi estremi, il suo ruolo in SPL III è comunque strano forte. Ha una parte che è troppo lunga per essere un cameo e troppo breve e insignificante per un attore coi suoi trascorsi, forse era stata concepita per essere più corposa ma sfighe produttive hanno costretto a tagliare, vai a sapere. Comunque: è un poliziotto thailandese, buono, integerrimo, modesto e puro di cuore, il classico tipo sale-della-terra alla Tony Jaa, ma coi poteri mistici! Tipo che tocca uno e ha una visione che lo avverte che è un’anima tormentata, sente che c’è un pericolo all’orizzonte, dispensa braccialetti magici portafortuna, gli fa male il callo quando sta per piovere. Cose così. Una roba che non ha necessariamente bisogno di essere spiegata (siamo nella mistica Thailandia, c’è un Buddha ogni 20 passi!) ma che forse, per l’economia del film, valeva la pena approfondre..? Non so, lui nel dubbio entra in scena, recita due battute di numero, partecipa a una sequenza d’azione, salva un bambino perché è Tony Jaa, cazzo vuoi non fargli salvare neanche un bambino, ed esce di scena. Perplessità in sala. Formidabile e sprecato come sempre.

Lookin’ sharp, Tony

Protagonista indiscusso è invece Louis Koo, di ritorno da una piccola parte nel capitolo precedente, in cui interpretava il ruolo completamente diverso di uno spietato signore del crimine dalla mente acuta e la salute cagionevole. A questo giro veste i panni più usuali del poliziotto hongkongese dai modi spicci e che non si fa problemi a sporcarsi le mani (il trademark che l’ha reso famoso; gliel’avevamo visto fare, per esempio, anche in Three di Johnnie To), padre vedovo e iperprotettivo nei confronti di una figlia che verrà inevitabilmente rapita dai soliti trafficanti d’organi. A completare il quadro, un poliziotto buono (la spalla di professione Wu Yue) in attesa di diventare padre, un poliziotto cattivo in attesa di prenderne tantissime, un sindaco malato in attesa di un trapianto di cuore, un faccendiare con molto pelo sullo stomaco e un capo della polizia avvezzo a piegarsi alle esigenze della politica.

La sceneggiatura è di Lai-Yin Leung, già autore di SPL II e si sente, mentre la regia è nuovamente affidata a Wilson Yip, già autore del primo capitolo, che segnò tra altro l’inizio del lungo e fruttuoso (per entrambi) sodalizio con Donnie Yen. Yip se la prende con calma, si mette come sempre al servizio della storia e degli attori e, con l’aiuto dell’onnipresente coreografo Sammo, trova ogni volta la soluzione più adatta a ogni personaggio e situazione: se Tony Jaa può rotolare per sei rampe di scale, tuffarsi da un balcone e tirare le solite ginocchiate che sfidano la gravità senza praticamente prendere fiato e un attore pur sempre atletico ma meno “marziale” come Yue Wu può lanciarsi in scazzotate e inseguimenti che sembrano non finire mai, Koo, che è il meno sportivo dei tre, sembra invece subire l’azione — viene spinto, investito, malmenato, si schianta, le prende e le da con una foga e una disperazione che non appartiene agli altri due personaggi — muovendosi nello spazio come un’organismo estraneo (è del resto un hongkongese in Thailandia).

Lookin’ un po’ meno shark, Louis

Ciò che non smette mai di deliziarci del cinema asiatico, è la sua capacità di raccontare storie in cui le cose raramente vanno a finire come ci si aspetterebbe e allo stesso tempo sembrano seguire una sorta di tragica ineluttabilità per cui ogni azione non poteva che portare a quelle conseguenze. In questo, Paradox raccoglie l’eredità soprattutto del primo SPL, un poliziesco violento, cupo e senza speranza nella più classica delle tradizioni di Hong Kong. Purtroppo perde l’occasione di fare quell’ulteriore passo in avanti che servirebbe per diventare davvero memorabile: si ferma un po’ prima, ma un “po’ prima” che, oh, avercene.

DVD-quote:

“Thaiken”
Quantum Tarantino, i400calci.com

>> IMDb | Trailer

“Buddha, ti prego, fa’ che ritrovo il motorino”

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9 Commenti

  1. alucab

    E poi trovi una recensione Sui 400 calci a risollevarti la giornata

    Come al solito lo trovero’ in aereo in lingua originale con sottotitoli in una lingua Europea a caso e mi salvera’ almeno un paio d’ore.

    Grazie amici

  2. El mariachi

    Thaiken…grande! Ma i primi due sono usciti.in italiano in dvd?

  3. El mariachi

    Thaiken…grande! Ma i primi due sono usciti.in italiano in dvd?

  4. Hellblazer Joestar

    Paradox? È PLATEALMENTE un collegamento a Cloverfield.

  5. Axel Folle

    Il primo SPL è una mina. Bella la storia, il pathos è trasmesso alla grande, Donnie infila delle sequenze di combattimento da applausi, insomma per me grandioso.

    Il secondo mi piacque, ha tutte le cose al suo posto ma non ha lo stesso mordente dl capostipite.

  6. Axel Folle

    Questo appena posso comunque me lo recupero

  7. Landis Buzzanca

    (secondo me l’unica nerd-fanbase che tiene testa a quella di Firefly è quella di Boris)
    [cui con orgoglio appartengo]

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