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Le Basi: Agente 007 – Una cascata di diamanti (1971)

Volevamo raccontarvi un pugno di film di James Bond in preparazione a quello nuovo, la cui uscita era prevista per il 10 aprile, ma poi è stato spostato a novembre.
Pensavano forse di scoraggiarci?
Col cazzo: adesso ci mettiamo qua e ve li raccontiamo TUTTI.
A voi Le Basi: 007.

Facciamo in fretta

È il dicembre del 1971. Tu, aitante ragazzotto che stai per raggiungere i trenta e sei a dieci anni da una meritata pensione, vibri di fomento cinematografico: sta per uscire in sala Agente 007 – Una cascata di diamanti. Poffare, è più che normale avere il sangue che ribolle. Segui fedelmente le avventure di Bond, JamesBond sin dal suo esordio in Licenza di uccidere, nel 1962 – bei tempi, quando appena diciottenne e con la terza media vincevi il concorso pilotato per dirigente anziano delle ferrovie e compravi la tua prima stecca di Nazionali senza filtro per farti accettare dai regaz dei treni. Ma tornando al fomento del ’71: non solo Una cascata di diamanti è il settimo film di James Bond ed è diretto dallo stesso bravo guaglione di Missione Goldfinger, ma TV Sorrisi e Canzoni ha detto che torna Sean Connery! Di più: il finale di Al servizio segreto di Sua Maestà – che continueremo, vanamente, a cercare di non spoilerare – lasciava un gigantesco conto in sospeso tra 007 e la sua nemesi mutaforma, Ernst Stavro Blofeld. Tu, che hai affrontato solo di striscio (per scopare) gli anni della contestazione e ti godi gli ultimi momenti di tarda adolescenza prima della muta definitiva in democristiano, hai fiducia che Una cascata di diamanti sarà la bomba di wendetta wera che ti aspetti e che ti meriti, la resa dei conti finale tra l’eroe per eccellenza degli anni ’60 e il suo nemico più giurato. Se dovessi spiegare quel fomento oggi a tuo nipote, quel lavativo che a 27 anni è ancora dietro a stupidaggini come “dottorati” e “”master””, gli diresti che potrebbe essere paragonabile al bisogno di sapere come va avanti che c’era per Avengers: Endgame. Ma tu non sai cosa sia la Marvel, hai smesso di andare al cinema dopo che han cominciato a propinarti quelle cafonate da comunisti tipo Guerre stellari, e soprattutto ti rivolgi a tuo nipote solo per rinfacciargli che la sua generazione di debosciati senza spina dorsale ha preso in mano un mondo perfetto e l’ha mandato a catafascio. Dunque non hai nessuno a cui raccontare quel fomento del ’71, durato nemmeno cinque minuti. Parte la classica cold open bondiana che precede i titoli di testa, e tu assisti a uno Sean Connery ingrigito e imbolsito che nel giro di due sganassoni e uno strangolamento ben assestati rintraccia Blofeld nella sua cava di fango bollente fabbrica cloni e lo ammazza en passant, senza il minimo cenno all’evento epocale con cui si era concluso Al servizio segreto di Sua Maestà. Come se Thanos non avesse mai schioccato le dita. Sigla!

Non so se sia proprio andata così, che all’epoca per Bond non esisteva nessuna aspettativa di universo cinematografico coerente nel senso in cui lo intendiamo oggi. Fatto sta che Una cascata di diamanti se ne incula con discreta arroganza della scioccante scena conclusiva di Al servizio segreto di Sua Maestà, liquida apparentemente il terzo Blofeld – stavolta è il sardonico e non pelato Charles Gray, grande classe nel passare da alleato comprimario di Bond in Si vive solo due volte a nemesi in questo film – più in fretta di quanto Sean Connery ci metta a indossare il parrucchino e tac: Giorgione Lazenby è dimenticato e dannato, lui e tutto quello di buono che ha fatto. Dice, ma ne consegue per forza che Una cascata di diamanti sia un Bond di quelli cessi? Neanche per sbaglio. Per quel che mi riguarda, l’ultimo 007 (ufficiale) di Connery è un oggettino di culto super divertente. A partire dai titoli di testa, che sull’iconico pezzullo di turno si abbandonano a una certa decadenza kitsch* anticipatrice dei motivi principali per cui l’internet ha avuto quel discreto successo lì: donne nude, gattini e bling bling. Passando per le classiche esotiche location che qui, in nome della locura, si risolvono in un ascensore di Amsterdam, il deserto alle porte di Las Vegas e un’anonima piattaforma petrolifera. E senza contare le numerose (mai abbastanza) acconciature ragguardevoli che danno una certa dose di gioia.

Succede anche questo. E funziona

Che poi, a dire il vero, il bond-sceneggiatore per eccellenza Richard Maibaum la storia di wendetta wera che tutti si aspettavano l’aveva anche scritta. Dopo il pacco di Lazenby, fuggito a infiocinare bionde e a fumarsi cannoni grossi come il cazzo che gliene fregava di Bond, la produzione ha prima cercato un nuovo 007. Si è parlato di Adam West e Burt Reynolds; e ci si era addirittura quasi convinti su Michael Gambon, che invece ha rimbalzato Albert Broccoli adducendo una panza da birra non esattamente bondiana e difficilmente smaltibile in tempo per le riprese. A mali estremi, dunque, la produzione si è attivata per una riscrittura che titillasse Sean Connery e lo convincesse a tornare. Hanno chiamato l’americano Tom Mankiewicz – figlio di Joseph, quattro volte premio Oscar come regista e sceneggiatore, e nipote di Herman J Punto, quello che ha scritto Quarto potere – con l’idea di dare al copione credibilità yankee ché (parola di Tom) “gli inglesi sono schiappe a scrivere gangster americani”. Si accarezza anche l’idea di tornare ai fasti di Missione Goldfinger, scegliendo come villain il gemello di Auric pronto a vendicare la morte del fratello; ma alla fine si segue l’idea di Broccoli, che una notte ha sognato il caro amico Howard Hughes sostituito da un impostore e decide che quella sarà l’ispirazione per il film. Tutto molto bello, ma non abbastanza per Connery. Il quale si è convinto a tornare solo dopo che il boss di United Artists, che lo voleva indietro a tutti i costi, gli garantisce un compenso ben ciccione (un sesto del budget totale del film) e la promessa di produrre due film a discrezione dell’attore – ne verrà realizzato solo uno, Riflessi in uno specchio oscuro per la regia di Sidney Lumet, mentre il secondo (un Macbeth interpretato da un cast interamente scozzese) saltò perché Polanski nel ’71 aveva già pronta la sua versione della tragedia scespiriana.

Wint e Kidd, belli come il sole

Facciamo un po’ di trama. Dopo aver (così pare) ucciso il terzo Blofeld, Una cascata di diamanti può sguinzagliare Bond nella sua avventura standard con finta sorpresa: 007 viene mandato a indagare su un ingente traffico illegale di diamanti che dalle miniere del Sud Africa passa per Amsterdam e ha come punto d’arrivo il deserto del Nevada alle porte di Las Vegas. Che smacco, si cruccia Bond e noi con lui; proprio io, che salvo il mondo un anno sì e l’altro pure, vengo costretto a inseguire una manica di cowboy pulciosi che giocano con le pietre preziose? Sapete cosa succede se entra della sabbia in un Rolex? In realtà a dirigere nell’ombra l’operazione, si scopre a una certa senza che nessuno si stupisca, è lo stesso Blofeld, scampato al morbo della morte grazie al vecchio trucco dei cloni di fango. Con un altro trucco, stavolta quello della voce modificata da un sintetizzatore, si appropria dell’identità di Willard Whyte, buzzurro multimilionario che possiede mezza Las Vegas. Lo scopo di Ernesto? Piastrellare un satellite con i diamanti rubati, sfruttare il potere di rifrazione del materiale e usarlo come laser spaziale per far saltare in aria tutti i missili del mondo e tenere sotto scacco le grandi potenze.

Un Ernesto motivatissimo

C’è altra cosa che questo film decide a tutti costi di non essere, coerentemente con l’idea produttiva che la riuscita, il successo commerciale e soprattutto la formula patentata del singolo Bond movie abbiano la priorità su qualsivoglia velleità di narrazione orizzontale, chiamiamola così. Una cascata di diamanti non è l’epica, drammatica resa dei conti finale tra Bond e Blofeld che ci si poteva aspettare dopo quattro film passati a farsi la guerra. Non è nemmeno un sentito addio a Sean Connery, che interpellato su un suo possibile ritorno per un altro Bond si era lanciato nel celeberrimo “Never again punto esclamativo”; che a sua volta, 12 anni più tardi, diventerà l’ispirazione per il titolo originale (Never Say Never Again) di Mai dire mai, remake di Thunderball: operazione tuono e Bond apocrifo interpretato dallo stesso Connery. Brighella che non è altro. Detto questo, Una cascata di diamanti, valutato fuori da ogni contesto, è uno dei film più gustosi fra i titoli minori (diciamo meno iconici) della serie. Spulciamo tutti i bond-tassativi e andiamo con ordine:

  • i set e gli aggeggi: pochi gadget purtroppo – era il periodo in cui a Broccoli puzzava un po’ usare Q per timore di aver abusato troppo, nei film precedenti, delle invenzioni deus ex machina – ma in compenso Ken Adam può sfruttare l’ambientazione statunitense per sfogare tutto il kitsch del mondo, che tanto sembra comunque un inno alla sobrietà se paragonato al gusto degli americani. Memorabile la camera mortuaria con navata dai vetri losangati e agile mixer per la cremazione. Ma anche le stanze d’albergo di Las Vegas non scherzano, con il leggio placcato oro da vasca da bagno che vince il premio “LO VOGLIO”. Non fa parte delle scenografie e probabilmente non c’entra nulla con Ken Adam, ma c’è anche un elefante che gioca alle slot. Chi non vorrebbe un elefante che gioca alle slot?
  • le Bond Girl: qua siamo ai minimi storici per l’era Connery. Il personaggio femminile principale è Jill St. John nei panni di Tiffany Case (gran ritorno alla tradizione dei nomi tutti matti, e ce n’è ancora): intermediaria di diamanti rubati che per mancanza di idee da parte degli sceneggiatori comincia tostissima e sveglissima, per poi finire in bikini, su una piattaforma petrolifera, trattata (abbastanza giustamente) a pesci in faccia, mentre cerca di sparare con una mitragliatrice il cui rinculo la butta in acqua, ultima di una serie di figure da cioccolataia che contraddistinguono il suo arco narrativo. Dev’essere colpa del fatto che St. John è ufficialmente la prima Bond Girl statunitense, ed è noto che se gli inglesi possono subdolamente cagare in testa agli americani trattandoli da esseri inferiori tendono a farlo. La seconda Bond Girl è Plenty O’Toole – in un mondo perfetto governato dai Monty Python, nella versione italiana sarebbe diventata Abbondanza D’Attrezzo – che ha il nome fuori da ogni grazia divina con cui battezzerò la mia primogenita e che dura davvero poco. Con entrambe le donzelle Bond si lascia andare a un numero decisamente inferiore, rispetto al solito, di sparate da bomber. E resta il dubbio che misteriosi accordi contrattuali abbiano limitato il contatto fisico tra Connery e le attrici a un bacetto in penombra scambiato con Abbondanza, appena prima che un gruppo di sgherri la scaglino nella piscina sottostante.
  • i cattivi: secondo me, la cosa migliore del film, portatori sani di un disimpegno sempre più vicino all’autoparodia. Di Ernesto si apprezzano i sorrisetti marpioni, il gusto per il travestitismo e la predisposizione (ancor più marcata del solito) per il lasciare una via di fuga facile facile a Bond perché alla fine a 007 ci vuole bene e la sua compagnia gli piace un frego. Poi ci sono Bambi e Thumper, amazzoni acrobate mute in bikini che fanno la guardia al prigioniero Willard Whyte e danno del filo da torcere a Bond prima di essere sconfitte dalla mossa speciale della doppia testa spinta sott’acqua. Per ultimi, i migliori: Mr. Wint e Mr. Kidd sono una coppia, nella vita e sul lavoro, di assassini e fixer al soldo di Blofeld. Non che si curino molto dei grandi piani malvagi di Ernesto. Vagano per il film a fare il loro mestiere, ogni tanto spuntano fuori con queste facce incredibili, fanno le cose che devono fare, ammazzano chi devono ammazzare e poi se ne tornano a casa, presumibilmente a curare i cincillà da cui poi ricaveranno un paio di pellicce gemelle per le grandi occasioni.
  • l’azione: c’è una buona scena di menare in ascensore, coreografata dallo stesso Connery, il quale ci mette un sacco di gana in più rispetto al resto del film. C’è una scena di inseguimento nel deserto (con Bond alla guida di un rover lunare munito di braccia meccaniche) che sfiora lo scult ma la accettiamo perché le motorette con le gomme troppo grosse sono adorabili. C’è un finale sulla piattaforma petrolifera che boh, è un po’ tirato via e senza troppe idee. Ma c’è anche una gran scena di sfasciamento macchine per le strade notturne di Las Vegas che (errore di montaggio a parte quando Bond guida su due ruote) fa il suo gran bel fracasso e la sua gran bella figura.

So long, Sean Connery

Bond Girl & Bond Villain by Gianluca Maconi:

Dvd quote:
«Un Bond salvato da un’Abbondanza D’Attrezzo»
Toshiro Gifuni, i400calci.com

* dice molto, su come funzionassero le cose all’epoca, il fatto che il compositore John Barry avesse chiesto a Shirley Bassey di interpretare il testo di Don Black come se stesse parlando di un pene. Probabilmente si riferiva alla parte della canzone che recita “Hold one up and then caress it / Touch it, stroke it and then dress it”. Delicatissimo. Più poetica la versione italiana Vivo di diamanti, scritta da Gianni Boncompagni e cantata sempre da Bassey sui titoli di coda, che recita “Vivo di diamanti / Solo splendidi brillanti / Più sinceri degli amanti / Che ti danno soltanto collane di giorni amari”. Gran classe.

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11 Commenti

  1. L’ozio è il padre di Virzì

    Concordo sul “Bond minore”. Uno di quei titoli che sai di aver visto, ti ricordi qualche scena e i cattivi, ma già con le Bond-girl e coi piani malvagi partono i “boh!” e i “mah!”. Anonimo.

    Dopo la chiusa del precedente film, lo showdown tra Blofeld e Bond ci starebbe stato alla grande e invece si è puntato sul “cazzomene” per un’avventura standard fatta e girata col pilota automatico.

    Dopo i primi segnali in “Si vive solo due volte”, questo film conferma la rotta verso il camp che con Moore diverrà il marchio di fabbrica della saga.

    La mia curiosità su come tratterete le pellicole future è alle stelle!

  2. Al servizio segreto di Sua Maestà è quello che alla fine 007 era in realtà morto ma non lo aveva capito e Blofeld era in realtà Keyser Soze senza zoppìa?

  3. Ste83

    Possiamo dire il peggiore 007 di Connery? Diciamolo.
    L’epilogo del film precedente viene ignorato ma ci si potrebbe anche passare sopra:alla fine tutti gli 007 sono “stand alone”, tranne per qualche riferimento qua e là e tranne la saga di Craig.
    Ma qua siamo proprio ai minimi storici per l’impegno: Connery scazzatissimo, una storia buttata lì e scenette ridicole qua e là.
    Davvero al fondo della lista per quanto mi riguarda

    • MECANO en DIOS

      eh ma infatti quando dice qualcosa del tipo “è il peggiore delle opere minori” insomma non un complimento…

      piuttosto, vivo in spagna dal 2007 e ho dovuto controllare se “gana” si dicesse anche in italiano.

      os odio (sea dicho desde el cariño mas total)”

  4. Robert Redford

    I film di bond (tranne piccole eccezioni come in al servizio segreto di sua maestà in cui scorrono i vecchi fotogrammi dei film precedenti) non hanno mai seguito una continuity (anche nell’era Craig la cosa è piuttosto carente) e credo che fosse voluto proprio per lasciare maggiore fruibilità alla pellicola. Il fatto stesso che il personaggio di blofeld cambi attore la dice lunga su quanto ciò importasse. Dico di piu: è altrettanto plausibile che il nostro 007 non sia lo stesso agente tutte le volte data la mancanza di riferimenti ai film precedenti (forse solo Moore che si “porta dietro” la conoscenza di squalo e dello sceriffo pepper).
    Alla fine il nome James bond e la sigla 007 potrebbero essere solo nickname creati dal MI6. Venendo alla pellicola si vede che Connery non ha grande voglia ed effettivamente la scelta dei nemici è piuttosto bizzarra pur sdoganando un rapporto gay (non scontato nel 71 in un film di bond). Cambia per l’ennesima volta l’attore che interpreta Felix Leiter (e cambierà anche nel film successivo) ed è vero che è tra i film più casti in quanto ad avventure sessuali (anche se l’attrice che fa la o Toole aveva posato per playboy). Quello che più risalta è la mancanza di budget riguardo i grandi set di bond. Ok c’è la piattaforma petrolifera che diventa stazione di battaglia ma alla fine tutto l’attacco viene portato da solo 4 elicotteri. Un po’ pochino per uno che minaccia gli stati uniti.

    • DutchBondFan

      Ti prego no, la code name theory è una delle cose più deleterie che mai siano uscite dalla saga di James Bond. 007 è il simbolo della licenza di uccidere, ma James Bond è sempre quello, lo si capisce benissimo dai riferimenti a Tracy che attraversano ogni incarnazione fino a Pierce Brosnan. Poi con Craig è cominciata una nuova time line, ma Bond ne è sempre il personaggio protagonista, ed è giusto che sia così, visto che in nome di questa teoria scema c’è qualche genio che ha pensato “hey, e se facessimo un James Bond donna?”

  5. tommaso

    Molto divertente, ma in effetti a lunghi tratti sembra piu’ un normale poliziesco che un film di Bond.

    Scusate se torno a citare Fellini, che amava i film di 007 perche’ li vedeva come perfette cartine di tornasole del gusto e dell’atmosfera delle epoche in cui erano girati. Direi che se si confronta “Cascata di diamanti” con “Al servizio di” la cosa e’ in effetti lampante: il secondo era ancora pienamente anni 60, “pop” e su di giri, mentre il primo, di solo due anni dopo, e’ gia’ totalmente 70s, disincantato e indolente.

  6. Marco V. (valori.m60)

    James Bond / Sean Connery bracca e colpisce il Main Villain, per antonomasia, senza esternare un coinvolgimento personale?
    La scelta di prescindere da espliciti riferimenti allo one-shot con George Lazenby (dieci anni dopo, nel prologo di FYEO, un riferimento “visivo” sarebbe arrivato ma senza menzione di Blofeld, né della SPECTRE, i cui diritti erano da tempo tornati in mano a Kevin McClory) deve essere dipesa, in buona misura, anche dalle tristezze della vita reale.

    L’attrice tedesca Ilse Steppat, efficacissima interprete di Irma Bunt (quasi una nuova Rosa Klebb), avrebbe dovuto riprendere il ruolo al fianco del Number 1 in «Diamonds Are Forever», ma venne prematuramente a mancare; anziché optare per un recasting, alla Eon decisero di rinunciare al personaggio, nello script del nuovo film (mi piace pensare anche per un fatto di sensibilità).

    E di esso si fece a meno per tutto il resto della saga OO7: un caso unico, più che raro, di villain bondiano sfuggito a “punishment and retribution” (a parte il killer Jaws/Squalo, certo, che però era stato folgorato sulla via di Cape Canaveral e redento dall’amore per una biondina brevilinea, oltre che dall’ammissione hugodraxiana di un imminente repulisti eugenetico).

    Tra l’altro il destino del love interest-henchwoman di Ernst Stavro Blofeld era rimasto indefinito, nel senso di presunto, anche nel Canone letterario di Ian Fleming («You Only Live Twice», ché al cinema l’ordine degli episodî fu invertito, posponendo ad esso OHMSS).

    Avremmo dovuto aspettare fino al 1997, con il ritorno di Irma Bunt in «Blast from the Past / La morte viene dal passato», primo racconto del terzo continuatore ufficiale Raymond Benson (dopo «Colonel Sun» di Robert Markham / Kingsley Amis e la serie di John Gardner), perché la vendetta dell’agente Double O – Seven trovasse il suo pieno compimento catartico.

    Un mio interlocutore su Facebook sostiene che “gli apocrifi non fanno testo”. Potrà anche darsi, ma (fosse pure soltanto sulla pagina, o meglio ancora direi nei termini – cari ad un nerd come chi scrive – di Bondverse espanso), gli “apocrifi” se non testo possono ben fare giustizia.
    Niente/nessuno deve mai restare impunito.

    • Ste83

      Per quanto anche il prologo di Solo per i tuoi occhi (che sarà sicuramente trattato più avanti in questa sede) è sbrigativo e fin troppo ironico se pensiamo che 007 si sta sbarazzando non di un villain qualsiasi ma della sua nemesi.
      Banalmente la vendetta di 007 avrebbe meritato un film intero. Così non è stato, così non sarà mai, era un altro modo di intendere la saga, all’epoca. Pazienza

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