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Gli amici del pub presentano: The Gentlemen

“Allright allright allright.”

 

IL PEZZO DI GEORGE ROHMER

Per un periodo della mia vita ho vissuto a Roma, e insieme a Darth Von Trier frequentavo il leggendario pub Big Star di Trastevere. Andavo spesso, praticamente ogni sabato, e ci trovavo sempre le stesse facce. Non sono mai stato un assiduo frequentatore di un unico locale nella mia vita, ma lì ho capito quelli che lo sono: sei nel tuo ambiente, hai le tue certezze, le tue birre, i tuoi homies. È rassicurante.

Vedere un film di Guy Ritchie – di quelli in cui Guy Ritchie fa Guy Ritchie, non quelli che fa per pagare gli alimenti a Madonna – dà la stessa sensazione. Sia a quelli che lo vedono che a quelli che lo fanno. Ma soprattutto a quelli che lo fanno, che è come se si trovassero al pub a #berneunpaio, ricordando i bei vecchi tempi in cui vomitavano ai concerti degli Oasis o roba del genere.

The Gentlemen è esattamente questa roba qua. È, come accade sempre nei film “personali” di Guy Ritchie, una galleria impressionante di nomi grossi del cinema britannico e non, molti in ruoli marginali ma estremamente gustosi. Si capisce perché Colin Farrell accetti di lavorare per Ritchie quando gli propone il ruolo di allenatore di MMA / boss di quartiere dal cuore tenero che fa il gangster controvoglia per proteggere “i suoi ragazzi”. Qui ci sono anche Hugh Grant, Matthew McConaughey, Charlie Hunnam, Henry Golding (occhio Ken Watanabe, che abbiamo il nuovo go-to asian guy) e quell’incredibile faccia da cinema che è Eddie Marsan.

Non i soliti pigiami.

E sono tutti a loro agio, come al pub davanti a una pinta di Guinness. Al punto che, ve lo giuro, quando ho iniziato a scrivere questa recensione, ho scelto la metafora degli amici del pub perché ero certissimo che la metà di questi signori avessero lavorato con Ritchie nei suoi altri film di gangster londinesi. Che quello di The Gentlemen fosse, in sostanza, un gruppo rodato di gente che sapeva come muoversi in un film di Ritchie. E invece, Shyamalan Twist: non è così. Cioè tipo voi lo sapevate che Colin Farrell non aveva mai lavorato prima con Guy Ritchie? Io ci sono rimasto secco. Era una roba che davo per scontata. Il cazzo di Charlie Hunnam ha fatto più film con Guy Ritchie di Colin Farrell. Charlie Hunnam! E parliamo comunque di due film, uno dei quali è King Arthur (e ok, anche quello è un film di gangster londinesi).

Lo stesso numero di film che Hugh Grant ha fatto con lui, questo e una parte marginale in Operazione U.N.C.L.E. Giusto Eddie Marsan può essere considerato un “veterano” del cinema di Ritchie, avendo recitato nei due Sherlock Holmes prima di questo. Eppure sono tutti talmente al loro posto nell’universo action/comedy/pulp-nel-senso-tarantiniano di Guy Ritchie che sembra di vedere all’opera una compagnia teatrale che ha sempre fatto spettacoli insieme.

Mórto parp, pure troppo.

Incredibilmente, forse quello che lascia meno il segno è proprio McConaughey. Alla notizia che sarebbe apparso nel nuovo film di Guy Ritchie ho tirato un mezzo sospiro di sollievo: da anni, dopo aver vinto un Oscar e aver ricordato al mondo che era in effetti un grande attore, Macco non azzecca un film. Lui è sempre professionale, eh, però davvero ha sbagliato progetti. Voglio dire, lo avete visto Serenity? Ecco. Lavorare con Ritchie è sinonimo almeno di decenza, si parte da un buon livello base e, generalmente, sono film che mettono in mostra le doti di un attore. Qui, nel ruolo seriosissimo del trafficante di droga di alto bordo, laureato con lode in agraria e raffinato nei modi, avrebbe potuto spaccare. Quando ho letto la trama mi aspettavo un Wooderson in salsa uomo d’affari, e invece il suo Mickey Pearson è l’opposto. Peccato che alla fine sia piuttosto marginale come personaggio, pure in un film corale come ci ha abituati Guy.

Lo sapete invece chi si prende con la forza i riflettori strappandoli a Maccox e non restituendoli mai più neanche sotto tortura? Hugh Grant. Hugh Grant ha l’urgenza della vecchia star che vuole dimostrare di essere ancora in palla. Ha una carica pazzesca, una stoffa micidiale e la riversa tutta nel ruolo del vecchio investigatore laido, avido e viscido con il pallino del cinema. È l’alter ego di Ritchie nella maniera più plateale (ha scritto una sceneggiatura basata sulle informazioni raccolte su Pearson), allo stesso tempo narratore e cuore della vicenda.

“Stai a vedere come mi ti mangio tutto il film.”

Per il resto, The Gentlemen è ordinaria amministrazione per Guy Ritchie. È piacevole e divertente, e se non avete mai visto Lock & Stock, Snatch o Revolver è un buon modo per entrare nel mondo di Ritchie. Però gli manca un po’ l’occhio della tigre, il tiro dirompente di quelle prime opere. Soprattutto, dato che siamo su un sito di cinema action, va detto che l’action latita. The Gentlemen è più una commedia in cui tutti si mettono in posa da duri sperando che basti e, il più delle volte, basta. La violenza è spesso lasciata intendere più che mostrata e l’effetto è che il film pare un bignami del cinema di Ritchie confezionato per i fan di Henry Golding. “Hai visto Crazy & Rich e Last Christmas? Vieni a riscoprire il tuo attore preferito in un divertente film di guasconi che si fanno brutto a vicenda!”.

Detto questo, qualche colpo di genio c’è, tipo il suddetto personaggio di Hugh Grant, il legame di Mickey Pearson con la nobiltà inglese e la gang di YouTuber che si fanno i video hip-hop nei posti che rapinano. Se c’è una cosa che Guy Ritchie sa fare è tenere alto il ritmo, e tutto si può dire di The Gentlemen tranne che il ritmo non sia alto. Se però cercate le mazzate, siete nel posto sbagliato.

IL PEZZO DI CICCIOLINA WERTMÜLLER

Mickey Pearson entra nel suo pub (il Royal Victoria di Shepherd’s Bush) e ordina una pinta di pale ale (di marca “Gritchie”, haha) e un pickled egg; più tardi, sua moglie Rosalind offre al gangster Dry Eye un boiled sweet. Queste scelte alimentari non sono casuali, bensì rimandano a una old school Britishness che Ritchie vede sparire e trasformarsi in qualcos’altro, proprio come i possedimenti degli aristocratici dilapidati; non c’è dubbio che tutti i discorsi sullo sfruttamento del terreno pubblico, sui debiti delle famiglie che vivono nelle magioni ma non hanno i soldi per ripararne il tetto, sui loro rampolli ipocritamente ribelli, siano tutte cose che il regista conosce di prima mano: Guy Ritchie, imparentato alla lontana con la Duchessa di Cambridge, è un povero ricco che forse si duole sinceramente di non essere nato nei bassifondi (per circa 30 secondi, poi chiede al maggiordomo di vedere se c’è ancora caviale in frigo): è un “Toff Guy”, come ironicamente ammette il nome della sua casa di produzione; non tough, che gli piacerebbe, ma proprio toff, cioè “damerino arrogante e ricchissimo”. E insomma, più guardavo Pearson e più mi convincevo che il suo modus operandi sia plausibilissimo e che probabilmente Ritchie lo ha prelevato dal suo vissuto, da qualcuno che conosce, ammira, invidia.

Questa, in inglese, è una “estate”. E’ una di quelle che Pearson usa per fare affari.

Allo stesso tempo, Pearson è il contrario di Ritchie: il primo è un ragazzino poverissimo che si intrufola fra gli studenti borghesi e poi fra le loro famiglie altolocate, mentre il secondo mal sopporta la sua gabbia dorata e sceglie di scendere nei quartieri popolari per conoscere abbastanza da vicino i personaggi di cui gli piace parlare. Ritchie, con una curiosità disarmante, ha fame di sapere che cosa fanno e che cosa vogliono i giovani poveri nel 2019: nel loro mondo, ci racconta, il denaro è ormai diventato secondario (perché tanto sanno che non lo vedranno mai); la vera misura della ricchezza sta nel sapere usare una videocamera e uno schermo, nel potere di propagazione dell’immagine filmata come potere di influire sulla realtà. Nulla di nuovo, certo, ma in The Gentlemen varie scene madri sono costruite attorno all’atto di filmare qualcosa di illecito: i ragazzini del palazzone squallido testimoniano una morte scomoda coi loro telefoni facendo partire una tripla sequenza di inseguimento slapstick; la gang dei Toddlers (i “bimbi che gattonano”, perché non sono altro che quello) si mostra più interessata a filmare e condividere il fight porn girato con le GoPro anziché a non rovinare le delicate e ben più redditizie piante di marijuana; il magnate della stampa viene ricattato con un video di sesso con un maiale (probabilmente un ammicco all’ex PM David Cameron). Al confronto, l’astuto mascalzone Fletcher con la sua sceneggiatura cartacea da presentare alla Miramax e girare in 35 mm fa davvero la figura del patetico boomer, ed è per quello che il suo piano non va a segno; quando l’uomo con un teleobiettivo lungo mezzo metro incontra il pischello con una microcamera, l’uomo col teleobiettivo è un uomo morto.

Anche questa, in inglese, è una “estate”. Qui c’è dentro la figlia tossica di Sting da salvare.

Quando fa parlare Fletcher di cinema, il Tough Toff Guy ammette (con lo spettatore, con se stesso) di essere ambivalente rispetto al suo medium: non perde occasione di sborrare metacinema dove capita, si permette di snobbare Coppola e loda la grana della pellicola (ma da noi il film esce su Prime); prende un’icona rassicurante di certo cinemino buonista (Hugh Grant) e la trasforma in un mellifluo villain sopra le righe e politicamente scorretto; prende un’icona solare americana (Matthew McConaughey) abituata al gigionismo e la fa lavorare di sottrazione, tutta la sua tensione compressa in uno sguardo, i pochi scatti di rabbia che lasciano il posto alla stanchezza. Intanto, i pullman rossi viaggiano ben in vista fuori dal Royal Victoria e la gente comune passeggia placidamente nelle campagne dello Yorkshire: se i protagonisti creati da Ritchie (e i comprimari, tutti indimenticabili grazie ad un cast superlativo) sono personaggi “larger than life”, l’Inghilterra in cui sono immersi è reale, quotidiana, ordinaria, piena di “busy cunts”. Guy Ritchie cerca di fare da tramite fra queste due dimensioni nell’unico modo che gli è congeniale: giocandoci. Ma il giocattolo è sempre a un passo da esplodergli fra le mani, e lui lo sa. Ormai lontano dal vitalismo pompato dei primi film, Ritchie sta forse approdando a un nuovo tipo di cinema più complesso e obliquo; to be continued.

Questa, invece, è una delle scene più romantiche dell’anno.

DVD quote:

“Oste, versacene un’altra”
George Rohmer, i400Calci.com

IMDb | Trailer

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26 Commenti

  1. GGJJ

    Sono d’accordo su quasi tutta la recensione di George Rohmer, il tono generale che sa di “mestiere” (quello che Ritchie sa fare lo sa fare sempre bene, ma la creatività è un’altra cosa), Hugh Grant che si mangia il film…ma sono un pochino più cattivello.Il film, sempre godibile per carità, non è però cosi divertente come probabilmente voleva essere, e ha un buon ritmo si, ma non eccelso. Gli inizi di Ritchie erano un’altra cosa.

    Riguardo l’analisi “sociologica” di Cicciolina, sarà per la presenza di Michelle Dockery, ma in certi momenti il film mi sembra un seguito ideale di Downton Abbey. L’aristocrazia terriera britannica che non ha più una lira ma cerca in ogni modo di mantenere le proprie dimore e di restare fedele ad uno stile di vita, trasgressioni dei pargoli comprese

  2. avdf

    Lock n stock e the snatch resteranno per sempre la, sul piedistallo nel cuore, ma dai..questo non è niente male, la sua impronta c’è.
    Se l’avessi visto senza sapere di chi era, avrei gridato Ritchie dopo mezzo secondo…

  3. jax

    “Hugh Grant ha l’urgenza della vecchia star che vuole dimostrare di essere ancora in palla. Ha una carica pazzesca, una stoffa micidiale”—> giuro pensavo stessi parlando di Paddington 2.

    Lo vedrò come tutto quello di Ritchie anche se dai toni mi pare più sul livello Rocknrolla.
    ma a guy gli si vuole bene e king arthur è un grandissimo film

  4. Cris

    Film godibile, forse un po’ lungo. Su tutti ho apprezzato tantissimo Colin Farrel :con gli anni migliora come il vino.
    Ps. Nel filmato del ricatto col maiale ci ho visto richiamo a episodio di. Black Mirror… Anche lì x salvare le terga a un nobile inglese.

  5. Oboewithashotgun

    A me è piaciuto molto e da fan di Ritchie mi ha fatto piacere che sia tornato a fare un “suo” film (premettendo che non ho visto King Arthur) di cockney gangsters, che pur, ovviamente, essendo nella scia dei suoi primi film (Lock and Stock e Snatch) è più maturo, meno “videoclipparo” (leggevo proprio ieri una vecchia rece di qui in cui il suo stile era definito un po’ limitato, ma che, oh, mi gasava un sacco), con meno ralenti, meno zoomate, meno scritte in sovraimpressione (che ci sono), ma comunque stiloso e autoironico. Maturo anche letteralmente, i protagonisti sono vekki che o vogliono ritirarsi a vita privata (Macca McConaughey) o sono degli ex casinisti (Farrel) che però lo fanno ancora per i lads o sono as been viscidi che cercano la svolta per la pensione (Hugh Grant, che mi ha sorpreso). Poi come dicevate c’è questo confronto generazionale, tra ggiovani e vecchi, che però, per fortuna, non ha quel tono da “Eeeh ai miei tempi era diverso, sti giovani non si sanno comportare, e i telefonetti, e l’internette, dove andremo signora mia”, ma è di puro confronto, appunto, con le differenze inevitabili tra la cultura, il modo di fare e i riferimenti dei 40/50enni e dei ventenni. E anche loro, i ggiovani, sono ben rappresentati con tutte le differenze che corrono, come avete sottolineato, tra giovani ricchi finti ribelli e giovani “de borgata”. Ecco, forse rispetto ai suoi primi film di gangster londinesi, cambia il punto di vista dei protagonisti che non sono più i giovani cazzari, poveri, che cercano sempre di svoltare con qualche impiccio che finisce male, ma rimane comunque chiaro che Ritchie fa il tifo per loro a discapito dei vecchi tromboni inglesi, che non hanno capito che per loro è finita. Appunto ai nobili decaduti il film riserva il ruolo più degradante, nobili ormai solo di nome che nelle loro tenute piene di muffa e stucchi scrostati aspettano impotenti e imbarazzati la mancetta per mantenere la facciata di uno status che non esiste più. Mentre i nuovi potenti sono quelli che con furbizia e volontà (oltre a una buona dose di sangue e mazzate) si sono fatti largo a gomitate nella vita (sull’aspetto morale di questo ultimo punto sorvolerei, non è la sede). E poi di fatto sono proproprio i lads di Farrel che svoltano i nodi del film, sistemando tutti i casini e riportando l’ordine.

  6. Gigos

    Sarò trasgressivo, forse fuori luogo, chiamatemi pazzo furioso, chiamatemi ragazzo ribelle che gioca secondo le sue regole e se ne frega dei matusa, ma io la butto lì: Last Christmas come commediola non era niente male, battute carine e sviluppo abbastanza inaspettato.
    Emma Thompson che fa l’accento russo è buffissima, purtroppo per lei è solo questione di tempo prima che qualche genio la accusi di appropriazione culturale e scriva il suo nome sulla lavagna nella lista dei cattivi.

    Premier che fa le zozzerie col maiale = Black Mirror
    La realtà si è accodata solo dopo.

  7. Buondì LaMotta

    Stavo sempre al Big Star, uno dei pochi pub a permettere una pinta di Ipa (spesso fanno lagne se non ti danno la 0.3). ^_^

    Per me un ottimo film, complice forse la lingua originale (e che fatica con quei dialetti): incredibile come non riesca a diventare noioso nonostante la struttura rimanga identica in ogni suo film.

    Abbastanza sicuro che una delle due guardie del corpo di “Raymondo” sia il tizio che le prende da Sherlock nell’incontro del primo film.

  8. Vin Diesel30€grazie

    Cerco di darmi un tono, immaginando di dire questa frase in perfetto accento British – come la direbbe FLAECCE(r) – indossando un elegantissimo abito di tinta marrone/verdone (al diavolo il no brown in town):
    Più che in McConaughey, ho adorato la sottrazione nella regia di Ritchie. Quasi teatrale e nascosta, non l’ho trovata invadente come al solito, seppur riconosco sia innovativa e divertente. I guizzi credo siano tutti nella scrittura e nei dialoghi.

  9. Raimondo Vinello

    Quando arrivi al punto di pensare ” quasi quasi lo stacco” ,il film decolla.

  10. Sex De Fer

    A Ritchie si vuole bene come un fratello, dai, è innegabile dopo lock & stock e the snatch le aspettative fossero altissime e purtroppo nn sono state mantenute. Ma qui torna nel suo “habitat”, la Londra chiaro-scura che lo ha fatto amare.
    devo ancora vederlo, ma mi spiace solo che manchi Vinnie Jones.

  11. Shu-Shá

    Grandissimo ritorno del Guy, ne parlavo lunedì con mio fratello dopo aver visto il film, e dicevamo proprio quello che scrivete.

    Ho adorato come viene raccontato il rapporto tra Mc Counaghey e la moglie. In tre scene e due battute ti fanno capire che si amano, si rispettano e si fidano totalmente: questo è saper fare cinema.
    E sì, sono romantici da morire, chi ha visto il film sa che il fermo che avete messo con dida non è una battuta.

    Difettuccio? Mc Counaghey a un fil di gas. La rece dice per sottrazione. Ci sta. E comunque un filo di gas gli basta eh… Ovviamente.
    Però si vede. Cioè Hunnam, qui molto bravo, sta al pari suo dando tutto… Mc Counaghey é in ciabatte.

    Hugh Grant che con un personaggio e novanta minuti si fa perdonare una carriera di palle al cazzo di commedie romantiche inglesi <3 .

    P.S.: ancora oggi senti dei disagiati parlare male di Colin Farrell.

  12. Barone Meshuggah

    Mi è piaciuto moltissimo. C’è ritmo, c’è l’irresistibile umorismo inglese di Ritchie, c’è Colin Farrel che parla sempre educato e paterno. C’è la Londra popolare. Un Lock and Stock d’alto bordo (per via degli attori).

  13. bald

    Grandissimo Colin Farrell!

    Film gran bello, me lo riguardo presto

  14. tommaso

    L’avevo, ehm, recuperato ancora ad inizio d’anno in originale. Nonostante i sottotitoli mi ci ero perso in quei dialoghi, dopo mezz’ora mi ero accorto di non starci capendo niente e avevo spento. Poi sono passati i mesi e mi avete fatto tornare la voglia voi: dunque visto, e dunque bum! gran bella bombetta di film.
    Con tutto che personalmente apprezzo il tentativo autoriale di “Revoler” e perdono l’aborto seriale a “Rocknrolla”, decisamente un Ritchie tornato alla verve e alla coolness dei primi due film. Un po’ il suo “Jackie Brown” arrivato con qualche bell’annetto di ritardo.

  15. Che poi, diciamolo: [SPOILER ALERT] Mickey Pearson salva le chiappe alla nobiltà inglese caduta in disgrazia per gli elevati costi delle magioni, ovvero la medesima nobiltà con i medesimi problemi dei tizi di “Downton Abbey” e, come se non bastasse, si sposa proprio l’erede della famiglia Crawley, ovvero Lady Mary. Furbo lui…

  16. Capitan Ovvio

    Io continuo a non capacitarmi del fatto che King Arthur abbia floppato: viviamo in un’epoca oscura e triste

  17. ste

    una sorpresa…di film così se ne fanno sempre meno…e perdono a Guy quella roba senza senso di rock’n’rolla…e Matthew nella scena del leone not bad

  18. VandalSavage

    Cos’aveva che non andava Rock’n’Rolla? Ma soprattutto cosa CAZZO ha di figo The Gentlemen?

    • ste

      rock’n’rolla per me tamarrata quasi inguardabile con attori in overacting (protagonista insopportabile)..questo non è di certo un capolavoro ma sarà la musica saranno gli attori in palla … gli da due piste per me.

    • VandalSavage

      Non sono d’accordo, ma grazie della risposta. :)

  19. Gippo79

    Scusate l’OT, vi seguo ormai da anni ma ora che leggo che tu, George Rohmer, hai frequentato il Big Star quando vivevi a Roma, probabilmente ci siamo anche conosciuti di persona (per tua sfortuna)!!

  20. Templeton Peckinpah

    L’ho visto più che altro spinto dalla vostra doppia recensione (e a spezzoni perché frenato dallo slang in lingua originale). Ritchie si è imborghesito ma il suo mestiere lo sa fare molto bene. Molto affiatato il cast, su cui spicca Grant, che, nonostante il suo ruolo serva solo come pretesto per raccontare la trama, qui ha davvero una marcia in più. Michelle Dockery sembra recitare il suo stesso personaggio di Downtown Abbey, ma aggiornato ai giorni nostri; sarebbe interessante rivederla in altri ruoli. Colin Farrell dovrebbe ringraziare quotidianamente il suo agente, vista la varietà e qualità di ruoli che riesce a procurargli ultimamente. McCounaghey, che arriva a citare il Mercante di Venezia, appare quello un po’ più penalizzato: talvolta sembra un po’ con il freno tirato, comunque resta professionale come sempre. Non conoscevo Hunnam e Golding, bravi entrambi, direi meglio il primo. Nel complesso film godibile e, solo a tratti, dall’umorismo graffiante, di sicuro non indicato per i fan del politically correct. Non un capolavoro, comunque 2 ore tutt’altro che buttate.

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