The field is lost.
Everything is lost!
The Black One has fallen from the sky
and the towers in ruins lie.

Quando Nightfall in Middle-Earth uscì nei migliori negozi di dischi, Uwe Boll aveva 33 anni e quattro film alle spalle (e un’enorme quantità di ore spesa a tirare dadi 20 e leggere romanzi di R.A. Salvatore), la seconda edizione di Advanced Dungeons & Dragons era in giro da un paio d’anni e la saga di Shannara aveva appena conosciuto il suo primo prequel (Il primo re di Shannara, una roba terribile). Io, invece, di anni ne avevo 15, avevo capito che rileggere Il Signore degli Anelli a intervalli regolari mi faceva stare bene e che giocare a D&D con gli amici era, in nove casi su dieci, una tremenda delusione e un’esperienza non paragonabile allo stare davanti al PC insieme a Minsc e Boo.
Fast forward a otto anni dopo: continuo a rileggere Il Signore degli Anelli a intervalli sempre più o meno regolari e ad ascoltare Nightfall in Middle-Earth quando sono sbronzo marcio, D&D è arrivato all’ennesima revisione della quarta edizione e Uwe Boll non ha ancora perso la passione per il fantasy generico e per il peggiorare la propria reputazione a ogni film. È l’anno, il 2006, del suo primo tentativo di dare forma ai suoi sogni brufolosi e copiare Tolkien: per quattro spicci e un gratta-e-vinci ottiene i diritti per girare In The Name Of The King, un film basato su Dungeon Siege, il quale, e qui sono pronto ad aprire una parentesi di confronto con quei quattro interessati all’argomento, è un videogioco di merda uscito in sordina nel 2002, un patetico tentativo di lucrare sulla necessità fisica sempre più pressante di avere per le mani un nuovo Diablo. Riassunto di Dungeon Siege: un coacervo di roba fantasy, e un asino per trasportare gli oggetti in eccesso. Uwe Boll, il coraggioso, prova a nobilitare almeno il film con la generosa aggiunta di Jason Statham, Ray Liotta, Gimli e una serie di altri nomi più o meno altisonanti. Risultato: nulla di che, con in più un pizzico di noia. Ve ne avevamo già parlato.
Sopra: gente che si diverte mentre gira un film.
E così arriviamo a oggi: Boll ha accumulato altri film di livello, io attendo ancora il nuovo Diablo e ho riascoltato Nightfall In Middle-Earth non più tardi di cinque mesi fa, Il Signore degli Anelli è finalmente passato di moda, soffocato tra riedizioni di cofanetti di raccolte di collezioni di antologie in Blu-ray, pessimi giochi per 360 e PS3 e una generale disaffezione del pubblico per linguaggi inventati (Avatar non fa testo), cretini in armatura e onore cavalleresco. In più, il mondo fa ogni giorno un po’ più cagare, e si pensa a tirare la carretta piuttosto che ad ammazzare terribili nemici a colpi di spada. Ecco perché In The Name Of The King: Two Worlds è, già nei suoi presupposti, un enorme «WTF?» (tralasciando il fatto che il collegamento con il film precedente è vieppiù pretestuoso, e che non c’è Giasone). È un WTF perché se proprio bisogna fare del fantasy oggi, insegna Sean Bean, bisogna metterci incesto, sesso selvaggio, tradimenti e possibilmente eliminare qualsiasi distinzione tra buoni e cattivi: serve un mondo popolato da stronzi, perché questo vuole la gente, perché si fa fatica a farsi fare un contratto a progetto da 900€ al mese e figuriamoci cosa ce ne frega di cavalieri senza macchia che sacrificano tutto per una causa più grande. Al limite, si può fare una piccola concessione alla tradizione stabilendo che qualcuno dei personaggi è più stronzo degli altri, giusto per aiutare lo spettatore a orientarsi. ITNOTKTW, invece, è il ritorno al sano, vecchio manicheismo fatto di spadoni e profezie e bontà d’animo, ed è quindi, nella migliore delle ipotesi, fuori tempo massimo.
La storia va così: Dolph Lundgren, ex militare canadese in pensione con un problema di alcolismo, viene magicamente catapultato in un mondo parallelo – grazie al sapiente utilizzo di un pessimo effetto speciale – da una tizia magica, che di lì a poco morirà ma avrà ancora a disposizione un paio di scene in versione “appaio a Dolph Lundgren in sogno”. Nel mondo parallelo, deliziosamente caratterizzato da Boll in assolutamente nessun modo specifico, Dolph incontra un re alchimista. Il quale compare in scena sistemandosi un parrucchino (particolare che da lì in avanti non verrà più considerato). Il re con il parrucchino dice a Dolph che lui è The Chosen One, e deve recarsi nella Enchanted Place in fondo alla Dark Forest dove ci sono delle Horrible Beasts, e deve farlo per andare ad assassinare la Dark Mother – in altri momenti chiamata inspiegabilmente Holy Mother, ma sempre e comunque regina e padrona dei cattivissimi Dark Ones –, sì da riportare la pace nel mondo grazie all’uso del Catalyst (io giuro che tutte le parole in grassetto a un certo punto compaiono nella stessa frase). Dolph, biascicando one-liner con accento svedese e un certo imbarazzo negli occhi, accetta il suo destino e decide di partire, non prima di aver provato a farsi un pisolino e di aver fatto conoscere al medico locale – che è Natassja Malthe, già vista strizzatissima in completo di pelle negli ultimi due BloodRayne – le gioie del cazzo del ventunesimo secolo. Anzi, del Time Beyond, come lo chiamano i mondoparallelisti.
«Come hai detto che si chiama quella roba che mi hai fatto con l’alluce e la radice di mandragola?»
Da lì in avanti, il film è strutturato come una serie di copia-incolla, il cui template è questa scena:
Interno, notte
DOLPH sta provando a prendere sonno
mentre si tormenta sul suo destino
MESSAGGERO GENERICO entra trafelato
MESSAGGERO GENERICO: DOLPH, il [re / strega / consigliere / indovina] ha bisogno di te!
DOLPH: Ma io stavo dormendo! È da quando sono finito in questo mondo del cazzo che non chiudo occhio! Vabbe’, ‘rivo.
DOLPH si reca dal [r/s/c/i]
DOLPH: Bella zi’.
R/S/C/I: DOLPH, tu sei l’eletto. Vai a uccidere il [c/r/i/s].
DOLPH: Le azioni parlano più delle parole. Ora vado là e gli faccio il culo. Porterò la pace su queste terre. I’ve covered wars you know?
DOLPH si avvia verso il tentativo di pisolino successivo
NB: in tre occasioni, il template di cui sopra viene lievemente modificato, sostituendo “Interno, notte” con “Foresta, giorno” e la parte successiva con “DOLPH cammina finché non arriva qualcuno che vuole picchiarlo. DOLPH vince”. Il Mondo Fantasy Senza Nome è pieno di foreste.

“Nondescript” è l’aggettivo perfetto per nondescrivere ITNOTKTW, una storiella fantasy talmente frettolosa che sembra che abbiano cominciato a girarla quando lo script era ancora in fase embrionale, e invece di nomi come “The Murky Forest of Urkaflaz” e “The Enchanted Shrine of Clergynton” (utili a dare l’idea che il mondo raccontato abbia una sua personalità e una storia alle spalle) ci fossero scritte solo indicazioni generiche tipo “Dark Sth.” o “The Chosen Someone”. La carenza assoluta di personalità e la generica poverinità permea ogni dettaglio, dai castelli che sembrano un’attrazione di Gardaland all’accento yankee con cui gli NPC blaterano frasi in pessimo Engrish per dare un tono epico alla vicenda. Non ci sono guizzi né idee, quelle che, per dire, abbondavano anche nei peggiori fantasy anni Ottanta (la fortezza del Mostro di Krull vale da sola mezza filmografia di Boll). Da un film con Dolph Lundgren, però, uno si aspetta almeno una buona dose d’azione e menare. E invece le sequenze di botte si riducono a:
1. la scena iniziale, con un inseguimento nei boschi di Vancouver che pare la ripresa amatoriale di un LARP fatta per un documentario tipo The People vs. Gary Gygax (se qualcuno fosse interessato mi contatti, io vorrei girarlo davvero)
2. due-scene-due di battaglia nella foresta, in cui i Dark Ones, cioè dei tizi con il cappuccio («È per onorare i loro morti») maneggiano maldestramente degli spadoni mentre Dolph tira loro i pugni e vince
3. la battaglia davanti alla fortezza, con l’ingresso trionfale del dragone in CGI (copiato da un miniboss qualsiasi di Devil May Cry), che fa una gran figura come “miglior personaggio del film” soprattutto quando sputa fuoco
E in tutto ciò non speriate di godervi almeno una cascata di sangue e arti amputati, perché ITNOTKTW è deliziosamente educato: siamo dalle parti di Fantaghirò, con tre o quattro risse in cui gli infilzamenti avvengono fuori inquadratura. Tutto il resto è: Dolph che spara one-liner, Natassia Malthe che fa smorfie da attricetta nell’intro di un porno lesbo, una generica sensazione di confusione e smarrimento («Contro chi è che combattono? I Dark Ones non erano mica i cattivi? Che senso ha quello che stanno facendo tutti?»), qualche sbadiglio.
Insomma, ITNOTKTW è il genere di film che nessuno sano di mente guarderebbe da sobrio e/o da solo, il genere di film che sul momento mi ha divertito molto per il suo essere totalmente sbagliato e fuori tempo e che ero già pronto a esaltare come nuovo apice di bruttezza creativa ma che, a conti fatti, è solo un filmetto fantasy del cazzo che può giusto regalare un’ora e mezza di intrattenimento a chi ancora un po’ si gasa se sente le parole “gibberling contaminato” o “illithid” e che disgusterà il restante 99% della popolazione mondiale. Il genere di film, insomma, che anche paragonato allo standard di Boll è brutto.
2, colpo mancato critico.

Dvd-quote suggerita
«Un film con degli attori che fanno delle cose per dei motivi»
(Nome Cognome, filmdelcazzo.com)
>> IMDb | Trailer
PS: la notizia migliore relativa a questo film è che Kotaku dice che Diablo III uscirà il primo febbraio. Non credo che questo impedirà a nessuno di fare filmetti fantasy del cazzo, ma almeno potrò ignorarli senza remore.