Mettiamo in chiaro le cose: per quanto io sappia di avere gusti che generalmente differiscono da quelli della “critica convenzionale”, mi sono sempre vantato di saper riconoscere, o perlomeno trovare un senso credibile ai loro punti di vista, anche quando opposti ai miei.
Ma guardando The Punisher: War Zone mi sono trovato per la prima volta incredulo davanti al contrasto tra ciò che vedevo e un impietoso 25% al pomodorometro. Stavamo guardando lo stesso film? Conoscevamo lo stesso fumetto? O qualcuno era ancora un po’ troppo ubriaco di Cavalieri Oscuri?
Il fumetto del Punitore è molto semplice, e parecchio bidimensionale rispetto a colleghi più illustri come Batman, Spiderman o persino Wolverine: mafia stermina famiglia di poliziotto ["poliziotto"?? chi ha detto "poliziotto"? sei stato tu? e tu? e neanch'io! ...Ray?], il quale diventa psicopatico, indossa maglietta con teschio e inizia a sterminare mafiosi come mosche. Come un fottuto Jason Vorhees dalla parte della giustizia. O un incrocio fra Mad Max e Steven Seagal. Non è complicato.
Eppure.
Nel 1989 ci fu il primo tentativo di portarlo sul grande schermo, ma ci pensò la New World sull’orlo della bancarotta, con un budget ridicolo e Dolph Lundgren protagonista. In più di un verso tradirono le poche cose tradibili: Dolph era biondo e lo tinsero nero, e soprattutto niente maglietta col teschio. Niente teschio! L’unico segno distintivo! E la prossima qual è, Superman senza la “S”? Magari in jeans e polo?
A parte quello il film era mediocre con punte di ridicolo (i monologhi interiori del Punitore che parla a Dio!), ma se non altro il Dolph, con il suo vagare a occhi spenti con movenze alla Frankenstein, era credibile nei panni di uno con il cervello completamente fottuto. E il dialogo “Come cazzo li chiami 125 morti in 5 anni?” “Lavori in corso.” è da applausi.
Nel 2004 il remake a budget serio. Ah, come si vantavano all’epoca, dicendo “beh come minimo verrà meglio di quello precedente”, ridendo e ammiccando e dando pacche sulla spalla. E ahimè, come si sbagliavano. E ci volevano delle belle acrobazie per sbagliarsi in un caso simile.
Comunque: il Punitore recupera la t-shirt col teschio, ma vai a sapere perché è di nuovo interpretato da un biondo tinto, Thomas Jane. Ma il problema principale è la sceneggiatura, che sposta l’azione da New York alla Florida e soprattutto trasforma il personaggio in un’incredibile fighetta che si diletta in scherzetti psicologici, e che quando s’incazza fa più che altro tenerezza. E inoltre perde una spropositata quantità di tempo su inutili personaggi secondari, facendo fare amicizia tra il Punitore e i suoi vicini di casa. Il Punitore. Che fa amicizia. Coi vicini di casa. Manco fosse “Simpatia” Will Smith. Roba da non credere [in realtà è successo, nella nota storia intitolata Bentornato, Frank... e ricordo anche questo episodio di Happy Days in cui Fonzie abbordava una tipa che non ci stava].

Ray Stevenson, mentre guarda Thomas Jane con compassione
La cosa buffa di questo sequel/reboot è che a volerlo fortemente è stato proprio Thomas Jane. Ha rotto il cazzo a tutti perché credessero nel progetto, ha preteso lo spostamento dell’azione a New York, e ha insistito per un copione più cupo e violento. Ha ottenuto tutto ciò, e poi ha ottenuto Lexi Alexander – ex-campionessa di karate e kickboxing, e già autrice di Green Street Hooligans – alla regia. E Lexi Alexander l’ha trombato in favore di Ray Stevenson, il quale – alleluja – come minimo è moro di capelli.
Bastano 5 minuti per capire che si è sulla strada giusta: abbiamo una bella tavolata di mafiosi italoamericani, di quelli che alternano inglese e italiano cavernicolo (”Mangiare! Vaffanculo!”); salta la luce ed entra il Punitore; in tre secondi netti pianta un coltello in testa al capo, spezza il collo alla moglie (olè!), spezza il collo a quello di fianco, e poi procede con calma a sterminare l’intera tavolata a coltellate e pistolettate.
Poi ok, si appende a testa in giù al lampadario e inizia a sparare a raffica in tondo come nei peggiori film di Rodriguez, ma gliela si perdona perché è l’unica sboronata coreografica che si concede in tutto il film.
Il Frank Castle di Ray Stevenson non è perfetto. È ancora un po’ troppo umano per i miei gusti, gli manca ancora la scintilla di pazzia negli occhi, ma capisco che per vendere il film non si può esagerare. Anche Mad Max si è ammorbidito quando ha incontrato Tina Turner. Ma la sua presenza è minacciosa il giusto, il conteggio dei cadaveri gli fa onore, e lo si può largamente considerare finora il più fedele all’originale.
Vogliamo però parlare del resto? Abbiamo una coppia di cattivi strepitosa: Dominic West è un Jigsaw da applausi, una specie di divertito Joker farlocco in versione tamarro siciliano, e Doug Hutchinson ruba la scena a chiunque nei panni del vero psicopatico figlio di puttana della situazione, un Loony Bin Jim al cui confronto Rorschach pare Clark Kent.
E Lexi Alexander dirige il tutto come se avesse visto gli schizzi di ultraviolenza di John Rambo e avesse urlato “PURE IO”. Cervelli che volano, teste che esplodono, sedie infilate in un occhio, ventri strappati a morsi. Neanche il Verhoeven di Robocop.

maga magia! ti guardo a te ma sparo ai due che ci hai di fianco
E quindi mi chiedo: cosa desiderare di più? The Punisher: War Zone non è e ovviamente non vuole essere un capolavoro, ma è lontano anni luce dalla pigrizia e dall’assurdità di cose alla Daredevil o Ghost Rider, ed è scemo quello che basta per non dare fastidio.
È concentrato su quello che conta di più: ha scene d’azione che fanno il loro sporco e sanguinoso dovere, un ritmo bello sostenuto, un eroe imponente e due cattivi che a guardarli sono una goduria. Mica John Travolta.
Probabilmente nessuno girerà mai il vero Punitore, ma di questo ci si può accontentare eccome.
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