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Addio boxe, ciao MMA: WARRIOR

Avete presente quando passate davanti a una locandina e ci vedete scritta una cazzata colossale tipo “tutti i Rocky messi insieme”? Voi, che tutti i film di Rocky messi insieme ve li siete sparati più volte, guardate quella faccia da pirla di Tom Hardy da una parte, la non-speranza bianca Joel Edgerton dall’altra, sorridete, scuotete la testa e tirate dritto scordandovene subito. Quello che non sapete è che una leggenda antica, tramandata da un vecchio pazzo che l’ha imparata da una racchia cieca, dice che ogni mille notti di luna piena una donna con una voglia a forma di avocado sulla caviglia darà alla luce un bambino con sette dita nella mano destra che sposerà una trovatella capace di comunicare telepaticamente coi lupi i quali salveranno la vita a un ragazzo con una cicatrice dietro l’orecchio il cui ex-compagno di banco delle medie da grande riuscirà a farsi pubblicare una quote al 100% accurata (anche dal punto di vista medico). Ora, il malvagio Saruman ha inutilmente tentato di ostacolare il corso del destino facendo ripetute stragi di innocenti, ma alle sue grinfie è sfuggito un anonimo critico di Shortlist (magazine inglese gratuito che ti consegnano i barboni all’ingresso della metro), che è riuscito a scrivere la fatidica frase di cui sopra. Urlando “Primo!”, tra l’altro. Il film in questione, l’opera che ha potuto godere del privilegio di questo atto magico, si chiama

WARRIOR

WARRIOR si scrive tutto maiuscolo, grassetto e a tutto schermo. Dovreste infatti vederlo a tutto schermo. Se non vi funziona provate a riavviare.
WARRIOR parla di due fratelli, ex promesse del wrestling scolastico, separatisi da ragazzini per colpa di un padre alcolizzato molesto. Li ritroviamo circa 15 anni dopo: Tommy (Tom Hardy) riappare dal nulla davanti al padre ora sobrio (Nick Nolte), mette in chiaro di non averlo perdonato e di non voler parlare del suo passato, ma gli chiede di allenarlo per introdursi nel giro delle MMA. Brendan (Joel Edgerton) dal canto suo non ha mai lasciato Pittsburgh, si è sposato, ha due figli, si tiene in forma ma ha mollato lo sport per insegnare fisica in una scuola superiore. Ma per campare è troppo poco: i debiti aumentano, la banca incalza e l’unica speranza per non perdere la casa consiste anche per lui nel rientrare nel giro delle MMA. I due – non spoilero nulla, sta tutto nel trailer – si incontreranno allo Sparta, il torneone più peso di tutti i tempi, a cui partecipa anche l’imbattibile russo Koba (Kurt Angle).
Mettiamolo in chiaro subito nel caso non si fosse intuito: questo non è Undisputed 3. I due protagonisti sono attori, non atleti, e il cuore del film non è sfoggiare gli ultimi ritrovati in fatto di tecniche e coreografie. Da questo punto di vista un film mainstream sulle MMA è ben più difficile da rendere rispetto a uno sulla boxe perché fisicamente molto più impegnativo, per cui puntualmente le mosse più complicate vengono affidate a campi larghi e controfigure. E a noi va bene, perché quello che conta in questi casi non è la tecnica ma il cuore.

Spoiler

Il regista Gavin O’Connor si affida a ottimi attori (tutti quanti, ma due punti in più a Nolte) e costruisce prima la storia, le fondamenta emotive, la posta in palio. Lo fa in modo semplice ma con mano ferma e implacabile efficacia. Lo fa – e per questo lo abbraccio fortissimo – alla John G. Avildsen. Niente eccessi pseudo-autoriali ma semplice traduzione degli archetipi dalla boxe alle MMA, il tutto imbevuto di quell’orgoglio proletario che negli irlandesi è più forte e puro che negli USA. E il suo successo a pieni voti risiede proprio nel modo in cui riesce a promuovere le MMA da sport da circo a sport completo, degno di rispetto, capace di reggere storie universali su cui magari un giorno gireranno biografie da Oscar (sto guardando te, Kimbo Slice).
Sistemate le basi, O’Connor si butta convinto (“convinto”, contrario di “vigliacco”) su tutti i più sporchi trucchi del mestiere. Brandon, con la sua carica di umanità, l’affetto della moglie, degli studenti e persino del preside che si era trovato costretto a sospenderlo, diventa Rocky. Tommy, con la sua rabbia repressa, il suo misterioso passato fatto di impensabili sacrifici e la sua impressionante potenza fisica, diventa uno scomodo incrocio fra Clubber Lang e Ivan Drago. Lo pseudo-imbattibile Koba (ci pensa già il trailer a svelare che i due fratelli si incontreranno in finale, per quell’1% di spettatori distratti o mostruosamente ingenui) è una pura macchina eleva-pathos. Intorno un’intera folla di potenziali Premi Bravo che, con le loro faccette e reazioni scomposte, fanno mezza finale da soli, mentre in colonna sonora Mark Isham remixa l’Inno alla Gioia di Beethoven come se l’avesse composto Bill Conti.
È proprio uno di quei film. Uno di quelli dove non solo sospendi volentieri l’incredulità, ma ti ritrovi a fare attivamente il tifo affinché tutto vada esattamente come il Manuale del Riscatto dell’Outsider insegna da decenni, senza interferenze. Qua non si fa né l’esercizio in sobrietà autoriale di The Wrestler, né il picchiaduro in salsa indie-urbana di Fighting, né il dramma familiare con contorno di pugni di The Fighter. Qua si fa classicismo vero, senza strizzate d’occhio. Talmente classico da non vergognarsi a piazzare gli split screen più brutti degli ultimi 30 anni durante l’obbligatorio montaggio sugli allenamenti. Talmente classico che ogni cosa vagamente meno classica, tipo le rivelazioni sul passato di Tommy, suonano irrimediabilmente forzate. Talmente classico che potrei stare qua e raccontarvelo scena per scena, e poi voi andreste al cinema e piangereste come fontane lo stesso.
Andateci con qualcuno che vi conosce e vi accetta così come siete.

Eat lightnin', crap thunder

DVD-quote:

“Tutti i Rocky messi insieme”
Il Prescelto, Shortlist

DVD-quote:

“Come sopra”
Nanni Cobretti, i400calci.com

>> IMDb | Trailer

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52 Commenti

  1. Me

    Visto stasera (ogni tanto su Iris danno proprio bella roba). Mi ha ricordato la fine di ogni serie di partite tra me e mio fratello al primo Winning Eleven sulla prima PlayStation, quando lo sconfitto desiderava lavare l’onta a suon di schiaffoni in da la fazza del vincitore, e si finiva a darsele sul divano in un brutale misto tra Judo, MMA e mazzate di morte casuali. Poi arrivava mio padre e diventavamo bersaglio di precisi lanci di pantofole ninja, e si tornava amicici per difenderci dal nemico comune. Bei tempi.

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