Post Taggati ‘tony jaa’

Ong Bak 3: La gigantesca scritta Cock

02/09/2010 | recensioni | di Luotto Preminger

Riassunto:
2003: Ong Bak. Jaa e Pinkaew diventano famosi.
2005: The Protector. Jaa e Pinkaew diventano famosissimi. Ma Jaa inizia a stufarsi di fare il saltimbanco, per lui il muay thai è come il babbà per Marisa Laurito. Jaa vuol diventare regista e dirigere un film di arti marziali come Budda comanda.
2006-2007: Jaa e Pinkaew litigano. Jaa si allea con l’action director Panna Rittikrai e comincia a dirigere Ong Bak 2 con ambizioni spropositate. Ben presto gli sfugge tutto di mano: caricato di troppe responsabilità, si mette a piangere con la sua voce a trombetta e scappa nella giungla. Poi torna, va in TV, frigna di nuovo, giura che finirà il film, lo finisce a prezzo di grandi sacrifici.
2008: Ong Bak 2. Film di alte e seriose ambizioni ma difettoso e arrabattato, pallosissimo nello svolgimento della storia ma sempre molto lodevole quando c’è da menarsi con dei costumi fichi. Jaa però è ormai fuori fase, per contratto gli tocca fare un terzo film ma non ne ha più voglia, le pressioni lo schiacciano, piange di continuo.
2010. Ong Bak 3. Terza parte in cui Tony Jaa tenta il suicidio, non ci riesce e allora fonda i Joy Division.
Vediamo come.

Sembra fico, neh?

Sembra fico, neh?

Intanto è bene precisare che Ong Bak 3 non è stato concepito – o non del tutto – come film a sé: Ong Bak 2 era venuto fuori come una sbracata di 4 ore, scombinata e zoppicante, al punto che i produttori avevano deciso alla disperata di dividerlo in due film sperando di rientrare nelle spese. Ecco perché Ong Bak 2 si chiudeva di botto à la cazzo di cane, o se preferite à la Matrix Reloaded. Poi, come abbiamo appena detto, dopo Ong Bak 2 Jaa di tutto aveva voglia fuorché di mettersi a lavorare su Ong Bak 3. Che infatti è stato appiccicato con lo sputo con i rimasugli avanzati da quanto già girato, più altra roba messa lì perché si doveva. Ma a Jaa non gliene fregava già più nulla e – incredibile ma vero – anche il fisico iniziava a traballare, minato da tutti quei cazzi per la testa.
E questo era il mattino; passiamo al buon giorno.

La trama in breve: prima massacrano Jaa di botte e lo torturano un sacco rendendolo storpio, poi il re cattivo inizia ad avere delle pedanti visioni in CG, poi il re cattivo viene ucciso da un altro ancora più cattivo e con ancora più eyeliner, e infine c’è il duello tra il re eyeliner e un Jaa nel frattempo guarito grazie all’amore, alla religione e al comic relief di Mum Jokmok.

Lo abbiamo ritrovato: era in questo film

Lo abbiamo ritrovato: era in questo film

Ora, finché Jaa viene massagrato di botte tutto ok. Uno ci può anche vedere la volontà di autoflagellazione del depresso patologico. Dopo: una miseria pressoché totale. In piena crisi mistica, Jaa dedica un bel 40% del minutaggio totale a inquadrare sé stesso che fa le mosse di muay thai per guarire dalla zoppia con tanta forza interiore e molte più danze tradizionali di quanto io sia disposto a sopportare in tutta la mia vita. Non è un caso che Tony, dopo questo film, abbia detto ciao ciao al brutto e cattivo show business e sia entrato in convento (lo sapevate, no?).
Tanto scarsa era la voglia che le scene più cool e il personaggio teoricamente più carismatico vengono affidate a Dan Chupong, nel ruolo dell’ancora più cattivo tutto pittato di nero, denti inclusi. Costui è piuttosto ripetitivo nelle sue mosse di muay thai e quanto a presenza scenica se la gioca con le colonne del palazzo reale, quindi figuratevi su che popò di paia di spalle solide si regge la baracca.

Il magnetico Dan Chupong

Il magnetico Dan Chupong

Ma tutto questo, in fin dei conti, sarebbe anche sopportabile. Noi abbiamo sempre avuto fiducia in Jaa perché i suoi film altrimenti penosi venivano salvati e portati nell’Olimpo grazie a scene di combattimento verso cui fastforwardare avidamente, e da vedere e rivedere all’infinito (cazzo, nel primo Ong Bak era il regista stesso che ci offriva i replay). Qui invece, signora mia! Le scene di botte sono pigre, zero fantasia, mosse risapute, invenzioni riciclatissime, no spettacolarità, tutto già visto, niente da ricordare, chiusura attività, prezzi stracciati, fuori tutto, ci vogliamo rovinare. E ci siete riusciti.
Cristo Iddio. Potrei chiudere il discorso qui. Potrei semplicemente scrivere questa cosa, cancellare tutto il resto e fare una recensione di tre righe. Però uno spera sempre che il film si salvi su altri fronti: colpi di scena, colpi da maestro. Talento visivo. Musiche. I COSTUMI. Boh! Che ne so, poteva esserci un cameo a sorpresa dell’ippopotamo della Lines. A un certo punto il film poteva interrompersi per mostrare il trailer di Room in Rome. Non so, qualcosa. Qualcosa qualsiasi. E invece – colpo di grazia – c’è il finale.

Il making of

Il making of

Il finale secondo me è stato concepito da Jaa per far capire a chi non ci fosse ancora arrivato che LUI DI FARE QUESTO FILM NON NE AVEVA PUNTA VOGLIA. Quel finale lì, buttato via quant’altri mai, con uno dei peggiori duelli finali mai visti (di certo il peggiore se si tiene conto delle potenzialità di chi lo combatte), quel finale è un dito puntato al pubblico: è colpa vostra se mi hanno costretto a fare questa merda. Io sto male, lo capite? Ma voi continuate ad applaudire, ad acclamare, a darmi soldi. Tò, stronzi. Ve lo meritate. Beveteve ’sta sbobba. Già, peccato che grazie a questo atteggiamento da stronzino capriccioso il film sia venuto una mezza merda, e se questa è la direzione in cui doveva andare la carriera di Jaa, allora meglio il convento. Lo dico sempre io, che non ce n’è come un anno o due di convento per far rigare dritte le teste calde.

DVD-quote suggerita:

“Ma va’ in convento, va’”
Luotto Preminger, i400calci.com

>> IMDb | Trailer

ARCA RISSA: The Protector

31/08/2010 | divagazioni | di Luotto Preminger

Quanto dura?
Dura quattro minuti.

Cosa succede?
Tony Jaa irrompe nel ristorante panasiatico più grande del mondo e sale delle gran rampe di scale fino in cima. Lungo la strada, Tony Jaa rovina una gran quantità di pezzi d’arredamento scagliandovi sopra qualche malcapitato. Alcuni malcapitati li butta giù dalle scale, altri li fa desistere lanciando poltroncine, molti altri vengono presi a ginocchiate o adoperati per saggiare la consistenza dei paraventi.
Oh, insomma, non prendiamoci in giro. Succede, in questi quattro minuti, tutto quello per cui una rubrica come ARCA RISSA può essere stata concepita: botte vere e dolorose e variegate e perfettamente coreografate, in piano sequenza e splendidamente fini a sé stesse. Prima ammirare, poi discutere:

Bello! Contestualizzamelo.
Siamo nel 2005. Il regista Prachya Pinkaew e l’attore picchiaduro e salterino Tony Jaa sono sotto le luci di riflettori grossi come tutta la Thailandia. Due anni prima hanno stupito il mondo con Ong Bak, e Tony Jaa si è ritrovato sulle spalle il fardello di dover dimostrare di essere l’erede di Jackie Chan, Bruce Lee e Oler Togni tutti insieme. Pinkaew, ancora convinto di poter usare Jaa come un burattino da circo e desideroso di battere il ferro finché è caldo, prende la stessa sceneggiatura di Ong Bak («Tony Jaa incazzato perché rivuole testa di statua di Budda. Tony Jaa picchia tutti»), si limita a sostituire la testa di Budda con un bel par di elefanti, e poi impone a Jaa di fare cose fuori del mondo. Ancora più fuori dal mondo che in Ong Bak. E lui le fa.
Poi cosa accade: tra uno stunt mozzafiato semi-circense e una gomitata muay thai, Prachya inizia a sentirsi inferiore al suo attore Jaa, virtuoso ginnasta, e decide di volere pure lui la reputazione di virtuoso. Quindi niente, si chiude in camera, elabora un piano sequanza della madonna, esce dalla camera, si reca sul set, espone la sua idea e impone a tutti di obbedire: zitti e sfiancarsi, si gira il piano sequenza di botte più impressionante mai visto.
Realizzarlo è così complicato che lo devono ripetere cinque volte, quasi sempre per colpa degli anonimi stuntmen che Jaa deve sollevare e scagliare lontano, oppure sfracellare contro paraventi: una volta uno stuntman vien lanciato sopra un tavolino e il tavolino non si rompe. Un’altra volta lo stuntman cicca il tappetino di sicurezza e si rompe lui. Insomma, uno sfinimento tale che le cinque riprese devono essere effettuate nell’arco di un mese.

Nel blu dipinto di blu

Nel blu dipinto di blu

Pendo dalle tue labbra.
In effetti non c’è da biasimare Jaa se poi ha litigato con Pinkaew: The Protector, e questa scena in particolare, sono puro gusto della spettacolarizzazione delle botte, puro “guardate Jaa che CAZZO sa fare senza fili né CG né inganno alcuno”, puro circo action violento e sborone. Purtroppo per Pinkaew, non era questo che Jaa voleva fare col suo muay thai. Ma ne parleremo in altra sede, presto.
Diciamo soltanto, come nota positiva, che se Jaa non se ne fosse andato sbattendo la porta, noi non avremmo mai avuto Jeeja.

E il resto del film com’è?
È Ong Bak coi soldi. E questo è un pregio, niente da obiettare. Abbiamo Jaa che spacca lampioni con un calcio, abbiamo Nathan Jones, che è alto dieci metri, nel ruolo del mostro dell’ultimo livello. Abbiamo il piano sequenza. Abbiamo elicotteri, signori e signore, abbiamo gente che parla l’americano come nei film, scene girate in luoghi occidentalizzati, grattacieli, l’Australia! Insomma, abbiamo fatto il salto, non siam più del morti di fame. E questi son tutti pregi: quanto ad azione, esimio signor duca, a The Protector non glielo ficca in culo nessuno. D’altra parte però Pinkaew sta iniziando ad avere le velleità da regista serio, oltre che virtuoso, e piazza qua e là delle lunghe sequenze dialogate che non sono piaciute nemmeno ai più cari amici di Pinkaew (ce lo vedo, lui che chiede cosa ne pensano, loro che abbozzano, il gelo). Risultato finale: The Protector è un film nel complesso molto più tedioso di Ong Bak. Tra il pubblico è tutto un fast forward alle scene di botte. Il resto -- TUTTO il resto; tutto quanto non sia Jaa che fa i miracoli -- è una palla unica girata male e sbagliata in partenza. E questo è un difetto, non c’è cazzi.

Ecco, QUESTO è Pinkaew

Ecco, QUESTO è Pinkaew

Ma il tipo che cade dalla balaustra a 2′10” è morto?
Bè, bene non sta. Però non lo si vede cadere fino a terra, quindi la mia idea è che nel frattempo abbiano piazzato un materassone per farcelo finire su.

Chi ne interpreterebbe l’eventuale remake italiano?
Nel ruolo di quello che cade a 2′10″, non so voi, ma io spero Ezio Greggio.

Fattore U:
UUUUUUUUUu

Scusate, volevo chiudere così.

Scusate, volevo chiudere così.

ARCA RISSA: Breaking News

03/06/2010 | divagazioni | di Luotto Preminger

Quanto dura?
Sei minuti e cinquanta, secondo più secondo meno. Johnnie To non è uno che si lasci scoraggiare del vecchio adagio “Lo sai cosa si dice di chi fa i piani sequenza lunghi”.

Cosa succede?
Il finimondo. O almeno un finimondo minimal-noir alla To: una bella sparatoria di quelle che si scopre che quasi tutti quelli che sembravano stare lì per caso in realtà erano o criminali in borghese o poliziotti in borghese e c’avevano tutti la pistola in tasca e non avevano paura di usarla. Una sparatoria di quel genere, con in più tutto l’antefatto ricco di tensione: confabulaggi, vigili urbani ficcanaso che rischiano di mandare tutto a monte, litigi improvvisati per distogliere l’attenzione, gente che sale e scende le scale, imprevisti, probabilità. E poi, dicevamo, la sparatoria. Anzi, già che ci siamo, ambientiamo il tutto in una di quelle viuzze hongkonghesi un po’ laide, equivalente urbano dei canyon dove gli indiani facevano le imboscate ai cowboy, ma con in più un lanciarazzi. E To in quel canyon urbano ci sguazza con una gru della madonna e ci fa il cazzo che vuole per sei minuti e cinquanta. Spero di aver reso l’idea.

Proprio come nei film

Proprio come nei film

Ma che, davéro?
Davéro sì, cazzo! Ditemi voi se non vi vien voglia di andare da Juan José Campanella, prendere per il bavero lui e tutti i suoi tecnici degli effetti speciali argentini, e dirgli DAVERO SI’, CAZZO! Mica gli stacchetti ben camuffati! Mica le ombre cancellate col Photoshop! Mica il computer! Qui è tutto vero, qui se per sbaglio le luci dei riflettori abbagliano un attore provocando il fastidioso effetto occhi rossi, qui non c’hai manco un freeware di fotoritocco per eliminarlo. Gru, strade, furgoni, case, giornali che svolazzano, pulotti che s’incazzano, vogliamo andare al cinema? VACCI TU, Juan José Campanella, al cinema! Questa è la realtà. Questa è la strada. Questa è la gru. Questo è un piano sequenza di QUELLI VERI.

Ma quindi non c’è proprio niente che non sia perfetto?
Mah, guarda, in realtà io un problemino ce l’ho sempre trovato. Niente di che, eh, una questione estetica che a me ha sempre dato un po’ fastidio, non inficia nulla, però è innegabile. E no, non sto parlando del fatto che la macchina da presa traballi. Conosco gente che fa la bocca storta perché durante questo piano sequenza la macchina da presa traballa. Evabè, grazie al cazzo che traballa, son sei minuti che va su e giù con la gru,  passa da un primissimo piano da dietro una finestra a un totalone da in cima in cima, poi gira dietro le macchine, sgattaiola, spia. Se ti piacciono i piani sequenza dove non traballa nulla, c’è Juan José Campanella con le sue SCENETTE FASULLE. Hmpf. No, il difetto che imputo a questo piano sequenza è il finale: i criminali sparano un razzo dal furgone, la macchina da presa abbozza un piroettone lampo, poi stacco, esplosione, bailamme. Mi è semblato di vedere un film di Paul Greengrass. Insomma dai, l’avessi fatto io, di tirare di lungo per sei minuti e cinquanta con una simile meraviglia, l’avrei fatto finire con un cazzo di SIPARIO -metaforico o anche no- per chiuder tutto con un bel fiocchettino e beccarmi gli applausi. E invece To ostenta massimo controllo e virtuosismo impeccabile, per poi concludere in un modo confuso e imperfetto. Probabilmente ha ragione lui e io sono un esteta del cazzo. Però uffa.

Com’è stato realizzato questo piano sequenza?
Con sangue, sudore, precisione millimetrica, sicurezza di sé, classe assurda e la mamma di tutte le gru.

Perché ce l’hai tanto con Campanella? Non ne avevi parlato male, del suo piano sequenza.
No, infatti, per carità. Ma qui siamo su due campi da gioco completamente diversi. Campanella è i combattimenti di Matrix Reloaded: spettacolari e tutti finti. Wow, bocca aperta, regazzini in delirio che escono e si vanno a sputtanare non so, DUGENTO euro per avere gli occhiali da sole come Keanu Reeves, ma son tutti cavi, green screen e flow-mo a go go. Ottimo, rivoluzionario, tutto quel che volete.
Ma il piano sequenza di Breaking News è Jackie Chan, Yuen Biao e Sammo Hung in Project A. È Tony Jaa che fa la spaccata vera sotto un vero SUV in Ong Bak uno.
E noi chi preferiamo?
Non ho altre domande, vostro onore.

Cercavo "Johnnie To" con Google Immagini, ho trovato questa

Cercavo "Johnnie To" con Google Immagini, ho trovato questa

E il resto del film com’è?
È To al Top della sua padronanza dell’azione. È To che fa vedere a tutti come si può rendere interessante una qualunque storia di Poliziotti contro Criminali con contorno di Critica alla Società dei Media: è facile, basta essere To. Osservate come gestisce la tensione nella parte centrale coi criminali asserragliati in casa di Lam Suet. Osservate come non gliene freghi fondamentalmente nulla dei personaggi e si limiti a essere bravissimo a disporli sulle rampe di scale e a farli sparare a raffica. Breaking News è To senza il cameratismo languido e disperato di quasi tutti i suoi film più famosi, e quel che rimane è maestria tecnica a pacchi (e per pacchi intendo pacchi che se fossero paracadutati da un aereo su un paese di registi bisognosi del terzo mondo, ci sarebbe di che far diventare bravi INTERI VILLAGGI) ma personaggi assolutamente piatti e non interessanti. Ce ne frega? Ce ne frega poco.

Chi ne interpreterebbe un eventuale remake italiano?
Se c’è un capo dei criminali che cammina con la pistola in mano, un po’ fico e un po’ scazzato, un po’ pirata e un po’ signore, allora c’è Santamaria.
Se c’è Lam Suet padre di famiglia sfigato nonché alleggerimento comico tenuto in ostaggio dai criminali, allora c’è un tappeto rosso che dalla soglia di casa di Beppe Battiston corre fino al set. Ce lo vedete, Battiston che prega i banditi di non spaventare i bambini con le pistole, poi fatica a far comprendere la serietà della situazione ai propri figli che non lo rispettano? Io ce lo vedo.
La poliziotta non so, è un personaggio talmente ritagliato con le forbici dal giornalino degli stereotipi e incollato male sulla pellicola, che per me potete metterci chi vi pare. Isabella Ferrari è troppo in su con l’età, ma quanto ad antipatia corrisponde perfettamente al profilo. Per cui non so, se vi viene in mente un’attrice più giovane della Ferrari ma antipatica uguale, fate un fischio. Io personalmente non sprecherei un’Inaudi o una Ragonese per un ruolino così dimenticabile.

"Tame the cunt"

"Tame the cunt"

Fattore U:
UUUUUUUUUu

Ninja la furia disumana

20/04/2010 | recensioni | di Nanni Cobretti

ninjaLo so, molti di voi ribelli anarchici rivoluzionari underground col pugno chiuso che non accettano di seguire le regole di nessuno e amano l’adrenalina del vivere spericolatamente aldilà della legge si sono procurati questo film per rischiose vie clandestine (che non so esattamente come funzionino, ma mi fido di come le dipinge Repubblica e vi immagino tutti con la faccia di Zack De La Rocha) già da tempo. Io invece, che tendo a sudare per mezzora se soltanto qualcuno intorno a me pronuncia la parola “mulo” anche fuori contesto, ho aspettato pazientemente che uscisse il bluray. E poi ho aspettato un altro pochino che calasse di prezzo. Ed eccoci finalmente qua.

Tell me the story, tell me the legend
tell me the tales of war
tell me just one time
what it was like befoooore…

Devo ammettere che non è facile approcciarsi a Ninja con le giuste aspettative.
Da una parte Isaac Florentine gira film da ormai 15 anni e si è capito come sono: capacità narrative basilari, buon ritmo, e marchio di fabbrica nelle riprese dei combattimenti, belle larghe, con poco montaggio e fluidi rallenty improvvisi a valorizzare il gesto atletico. La migliore serie B possibile.
Dall’altra è indubbio negare che Ninja ci arriva con potenziale e ambizioni, almeno in teoria. C’è la voglia di lanciare definitivamente Scott Adkins come nuovo Guerriero Bianco e unica risposta anglofona più che plausibile a Tony Jaa e i suoi cugini; c’è quel titolo secco e definitivo; c’è la gustosa possibilità di battere i sorelli Wachowski non sul tempo (negli USA Ninja è uscito cinque mesi dopo Ninja Assassin) ma in qualità (la parte facile…). E quando ho visto che il trailer si presentava in pieno formato Cinemascope, piuttosto inutile per un’uscita esclusivamente in homevideo, l’ho presa come conferma della voglia di fare il salto di qualità.

"Lasciamela appoggiare qua intanto che colpisco gli altri due con l'altra gamba"

"Lasciamela appoggiare qua intanto che colpisco gli altri due con l'altra gamba"

In realtà no. Isaac Florentine continua a rimanere su territori a lui familiari “limitandosi” a dare il meglio di se stesso, e dimostrando che forse è meglio così. Ninja non è uno sfonda-barriere, nè tantomeno qualcosa di paragonabile a quella clamorosa perla ai porci che si è rivelata essere Universal Soldier: Regeneration: ce la si mette tutta per confezionare un bel prodottino a modo, ma fin da quel titolaccio sbattuto là frettolosamente in CGI a buon mercato è chiaro che si ha a che fare con gente che ormai ha la serie B nel sangue e da lì non si schioda. E non è mica un male, anzi.
In poche parole, se uno non si fa tutte le paranoie che mi sono fatto io, si trova davanti all’ennesimo facile e onestissimo moderno classico della Nu Image, con uno Scott Adkins finalmente protagonista buono, per l’occasione persino pettinato bene, e in forma disumana come al solito. Rimangono scene magistrali come l’assalto al tempio, con Scottie uno contro venti a sfoggiare i suoi tipici calci in cui parte in un modo e, quando ti sembra di aver capito come colpisce, ecco che ci aggiunge altre due giravolte aeree impossibili e ti castiga con l’altra gamba. Che magari così facendo arriva una carezzina piuttosto che una bastonata, ma la mascella ti casca per terra comunque. E il suo avversario è Tsuyoshi Ihara, faccia da schiaffi incredibile, una specie di Sean Penn giappo che voglio vedere immediatamente diretto in qualsiasi cosa da Bong Joon-Ho (anche se è coreano, lo so, rimettetevi seduti) per vedere da un grugno così cosa ne cava fuori.
Insomma: probabilmente rimane più divertente vedere Scottie fare il cattivone violentissimo in Undisputed 2, ma questo Ninja vale abbondantemente il prezzo di qualsiasi formato in cui decidiate di procurarvelo. In attesa, ovviamente di Undisputed 3.
Sigla:

DVD-quote suggerita

“Ninja survive (in dreams I walk by your side)”
Joey Tempest, Europe

No ok metto anche la mia:

“Un altro imperdibile classico della nuova era d’oro delle arti marziali”
Nanni Cobretti, i400calci.com

(sono sempre più professionale, non trovate? in questi frangenti mi sento un po’ il Mollica dell’action/horror)

>> IMDb | Trailer

P.S.: sto per comprare il bluray di Wolverine solo per il filmato di Scottie che si sgranchisce dietro le quinte O_o

Il nuovo trailer di Ong Bak 3 fa PAURA

10/04/2010 | news | di Nanni Cobretti

Ma proprio nel senso che è un horror.
Guardate qua se non ho ragione:

Sto male.
Lo voglio vedere ieri.
Buon weekend.

Alla luce degli ultimi sviluppi: Scott Pilgrim vs. The World, il trailer.

26/03/2010 | news | di Nanni Cobretti

Non ero sicurissimo di volerne parlare, poi effettivamente su 1:25 di trailer ci sono circa 59 secondi di botte. Mi inchino alla matematica.
Scott Pilgrim vs. The World è tratto da un fumetto che tanto per cambiare non ho letto… comincio a soffrire di grossi deja-vu, ci dev’essere una falla nel matrix… dicevamo, un fumetto che non ho letto che parla di un tizio che si innamora di una e per conquistarla deve fare a pizze in faccia con tutti i suoi ex. Se lui fosse Tony Jaa, sarebbe il film più atteso dei prossimi cinque anni. E invece lui è… non riesco nemmeno a scriverlo. Non in questo modo, qui, a così poca distanza da Tony Jaa. Fatemi prendere una pausa.

Uff.

Rieccomi, procediamo.
Cosa non funziona:
- Michael Cera fa Michael Cera. BASTAAA.
- Mary Elizabeth Winstead solitamente è la luce dei miei occhi, qua invece ha una parrucca ridicola e sembra che non abbia mezza voglia (ma magari è così il personaggio)
- qualcuno ha drogato Chris Evans con roba molto pesante
- qualcuno ha messo nel cast Jason Schwartzman a tradimento
- qualcuno ha messo nel cast Brandon Routh a tradimento
- da metà in poi non ci si capisce più un cazzo

Cosa funziona:
- chi di voi aveva ordinato il Batman degli anni ‘60? Eccovi serviti:

Sì, è ovviamente modernizzato e iper-giovanilistico, ma gli effetti sono loro, e non fanno venire il latte alle ginocchia. Bravo Edgar.
Ditemi la vostra!

Indonesia nuova Thailandia? Merantau

24/03/2010 | recensioni | di Nanni Cobretti

merantauSapete tutti com’è andata: un giorno arriva un certo Tony Jaa dalla Thailandia, gira un paio di nuovi indiscutibili classici del cinema di arti marziali, e dimostra che qualsiasi paese sottosviluppato – a patto che disponga di atleti che non disdegnino l’eventualità di morire sul set – può produrre film che incassano milioni in tutto il mondo. Segue prontamente il Cile e quel genio di Marko Zaror. Ora anche l’Indonesia ha detto “PURE IO”, e questo Merantau (ma il dvd inglese è intitolato Merantau Warrior) è il loro primo esperimento.
Vi avverto: l’ho guardato senza sottotitoli. L’ho fatto apposta. E no, non conosco mezza parola di Indonesiano. Ma sapete cosa? Consiglio di farlo anche voi. È bellissimo. Invece che quelle minchiate da soap opera amatoriale che si dicono normalmente nei film di arti marziali, potete immaginarvi quello che volete. Potete immaginarvi che l’eroe dica solo battute fighissime come Kurt Russell, che il pappone sia cool come Samuel L. Jackson, e che la patata non faccia che ripetere quanto le piace passare tutto il weekend a guardarsi la filmografia di Sho Kosugi. È come leggere un libro, ma al contrario. La fantasia al potere! Poi il cattivo parla inglese e tappa buchi che effettivamente anche se non li tappava era lo stesso.
Per cui ecco la storia come l’ho capita io: Yuda (Iko Uwais) lascia la famiglia e il paesino di campagna per andare in città a cercare un motivo per fare a pizze. Trova subito un monello che gli ruba il portafoglio (e che nella mia immaginazione parla come Chunk dei Goonies, l’unico minorenne simpatico che conosco): prontamente lo insegue per ribaltarlo di pigne, poi ha un ripensamento e si guarda in giro in cerca di un avversario più credibile. Coincidenza vuole che dietro l’angolo ci sia un pappone che sta schiaffeggiando la sua troietta: Yuda si frega le mani e parte a fare lo sbruffone, vincendo facile. Fra lui e la troietta scoppia quindi il più devastante degli amori bonjoviani (quelli in cui per lei faresti di tutto – piangere, mentire, rubare, morire – tranne che scopartela). Il problema è che così facendo Yuda non ha indispettito solo il simpatico pappone Jonny, ma anche un uomo d’affari occidentale cattivisssimo senza scrupoli (l’ottimo Mads Koudal) di quelli che se ordinano cinque zoccole e gliene porti solo quattro fa su un casino che non te l’immagini. Ma Yuda è molto contento, perché ora sa che farà a pizze regolarmente da qua alla fine del film. Siamo contenti anche noi.

"Ma sei imbecille? Mi hai mancato almeno di un metro"

"Ma sei imbecille? Mi hai mancato di almeno un metro"

Passando alle cose che vi interessa sapere: Iko Uwais è preparatissimo e più che adeguato. Fa cose meno disumane rispetto a Tony Jaa, in compenso ha un faccino che pare fatto apposta per le copertine del Cioè indonesiano. È un po’ il Vaporidis indonesiano. Tranne che non è antipatico, anzi, a partire dal fatto che picchia come un ossesso – spesso in discreti piani sequenza – e quando prende il ritmo non lo fermi più.
La regia e la sceneggiatura sono invece di… Gareth Evans. Lo so. Ho cercato informazioni, ma l’unica cosa riportata dalla sua scheda IMDb è “Statura: 1,93 m”. Giuro. Suona anche un po’ minacciosa messa così. Ma ecco, non saprei dirvi se è nato a Giacarta da genitori di Cardiff o cosa. Quello che posso dirvi però è innanzitutto che la versione originale del film dura ben 134 minuti, mentre quella che ho visto io, il taglio internazionale, si ferma a 107. Ma va sottolineato che nonostante ciò – fermo restando che le coreografie delle scene d’azione sono tutte di pregevole fattura – si nota decisamente maggior solidità narrativa rispetto ai film di Prachya Pinkaew (che finalmente dopo sei anni riesco a scrivere senza copiaincollare). E a un numero cospicuo di invenzioni mica male si aggiunge un ritmo  più sciolto e coerente e una cura tecnica tutt’altro che povera. Si nota insomma la voglia di fare un film equilibrato e non la solita scusa per un po’ di circo, e il risultato è che non ti viene da fare fast-forward tra una scazzottata e l’altra come in The Protector. In particolare lo scontro finale riesce a coinvolgere e convincere non solo dal punto di vista atletico, ma anche delle emozioni dei personaggi. Quindi o Evans è bravo, o l’assenza di sottotitoli fa davvero miracoli. Provateci e sappiatemi dire.
Nel frattempo: benvenuta Indonesia, ti sei meritata il primo applauso.

"E ne ho in serbo altre bellissime!"

"E ne ho in serbo altre bellissime!"

DVD-quote suggerita:

“Il nuovo Tony Jaa, dall’Indonesia con furore!”
Nanni Cobretti, i400calci.com

(non è esattamente così, ma ho pensato che a un addetto stampa potesse piacere – anzi, scommetto che a questo turno se esce in Italia me la copiano senza ammettere che è mia, state a vedere…)

>> IMDb | Trailer

Io sto con gli elefanti: Ong Bak 3

02/02/2010 | news | di Nanni Cobretti

ong bak 3Un mesetto fa avevo iniziato sul mio quadernino a righe di seconda (due grandi una piccola) un post nel quale mi dilungavo a spiegare come mai assegnavo alla Thailandia il Premio Sylvester per Miglior Paese degli Anni Zero. Non l’ho mai finito, per cui vi racconto qua più o meno com’era: in pratica spiegavo di come fossi commosso dal fatto che un paese del terzo mondo, pur di farsi notare, avesse fatto di necessità virtù e si fosse ridotto a sfruttare al massimo quella centralità dell’uomo di cui tanto blatera Faenza anche se secondo me non intendeva esattamente questo. Nel senso: in mancanza di soldi il metodo thailandese è stato semplicemente allevare atleti disumani alla Tony Jaa con metodi che secondo me Sparta in confronto era il Centro Benessere di Salsomaggiore Terme, e poi -- ignorando il “Don’t try this at home” che compare prima dei film di Jackie Chan -- infilarli senza CGI, cavi, reti o controfigure in coreografie acrobatiche e pericolose ai limiti dello snuff: Ong Bak ha una scena in cui Tony Jaa tira un calcio volante mentre le gambe gli vanno letteralmente a fuoco, e non è niente in confronto a Born To Fight dove ci si picchia e ci si scaraventa giù da camion in corsa. Ovviamente in tutto questo la trama diventa dichiaratamente secondaria, e là dove in Ong Bak ci sono replay a sottolineare le acrobazie più pese manco stessimo guardando la diretta di Giochi senza Frontiere, Born to Fight dopo mezzora diventa un’unica meravigliosa megarissa indistinta senza soluzione di continuità. E non dimentichiamo Chocolate, il primo film a mostrare gli infortuni sul set direttamente nel trailer.

Jackie Chan non l'ha mai fatto

Jackie Chan non l'ha mai fatto

Ma tutto questo è diventato rilevante non solo grazie a materiale umano da macello che a volte dà idea di essere stato assunto solo in cambio di un’assicurazione sul decesso con la quale la famiglia camperebbe tutta la vita, ma anche grazie a un tizio estremamente scaltro e preparato come Prachya Pinkaew e alle sue intuizioni registiche che elevano i film a qualcosa di ben più intelligente e interessante che puro circo suicida alla Mondo Cane: cito per l’ennesima volta sia l’impossibile piano sequenza in The Protector che l’assoluta genialità visionaria della scena alla Super Mario sulle impalcature in Chocolate.
Poi i suoi allievi lo hanno abbandonato. Tony Jaa ha inseguito il progetto della vita con uno pseudo-prequel di Ong Bak durante le riprese del quale si è fatto venire un crollo totale di nervi, e Mrs. Jeeja Yanin Cobretti ha preteso la stessa indipendenza creativa per il meno ambizioso Raging Phoenix, nel quale però tradisce il dogma ricorrendo per brevi frangenti anche ai maledetti cavi.
E ora, finalmente, il succo del post odierno: realizzato in tempi imprevedibilmente brevi, è già in uscita in aprile sugli schermi thailandesi l’annunciato e attesissimo Ong Bak 3.
A questo turno non si hanno notizie pittoresche di fughe nella giungla e pianti in tv, per cui ne deduco che sia andato tutto liscio.
La trama ve la potrei anche riportare, ma tanto non vi interessa. La regia penso sia stata divisa in modo più o meno ufficiale tra Tony Jaa e il suo coreografo/mentore Panna Rittikrai.
Il primo trailer è questo:

In Italia, vista la fine che ha fatto il secondo, scordatevelo. Ma tanto un’altra cosa bella di questi film è che anche senza sottotitoli te li godi che è una meraviglia.

DVD-quote preventiva:

“Perché usare cavi quando puoi usare ELEFANTI?”
Nanni Cobretti, i400calci.com

Premio Sylvester 2010: i vincitori!

20/01/2010 | divagazioni | di Nanni Cobretti
nanni cobretti

Il vostro Nanni Cobretti saluta la folla in attesa di consegnare uno dei prestigiosi premi Sylvester

Amici! Sono emozionato! Innanzitutto oggi I 400 Calci compie un anno, ma ne dimostra a) di più, oppure b) di meno (votate!). Per cui tanti auguri a noi, e tanti grazie a voi che se non ci leggevate probabilmente ci fiaccavamo prima.
Secondo di tutto: abbiamo gli attesissimi vincitori dei prestigiosi Premi Sylvester 2010! Non sapete quante telefonate mi sono arrivate che mi dicevano “me ne dai uno? ti prego, ne voglio uno anch’io! posso? tipregotipregotiprego!”. E invece no! Ho fatto decidere a voi del pubblico. E voi del pubblico avete parlato (= cliccato sugli appositi bottoni per votare). Avete votato davvero in tantissimi, e la cosa ci riempie di orgoglio -- personalmente sono addirittura commosso.
Comunque: la cerimonia si è tenuta a mezzanotte (ora italiana) in un luogo segreto così non ci venivate, e a parte qualche piccolo incidente (ne parlerò più avanti) è stata un successone. Davvero, dovevate esserci. Ma non potevate. Per garantire uno spettacolo memorabile abbiamo preso spunto dalla Notte degli Oscar: in particolare per risolvere il problema dei discorsi di ringraziamento troppo lunghi, invece che far partire la musica abbiamo assunto direttamente Marko Zaror a tirare uno schiaffone a chi si dilungava troppo. Quello era da intendersi come il segnale per smettere.
Prima però di passare all’elenco vincitori, abbiamo per voi un video-messaggio in esclusiva da Jean-Claude Van Damme, uno dei pochi assenti alla cerimonia (mancava anche il toro-drago alieno incazzoso di Outlander), che ha voluto comunque commentare la sua mancata vittoria nella categoria Miglior Attore. Eccolo:

Non ha tutti i torti, ma ormai è andata.
E ora passiamo al dunque: via con l’elenco dei vincitori! Continua a leggere »

Mandrill: un trailer che fa arrapare (hahaha! no sul serio)

12/12/2009 | news | di Nanni Cobretti

Vi avevamo già accennato a Mandrill quando qualche mese fa aveva vinto il Fantastic Fest e Marko Zaror -- premiato come miglior attore -- aveva festeggiato prillando a mezz’aria come una libellula impazzita.
Beh, ora è uscito il trailer. Nel trailer, Marko Zaror prilla più volte per aria come una libellula impazzita. Senza trucco e senza inganno (tranne quando si butta dal palazzo, credo).
Eccolo qua (non fatevi ingannare dal fermo-immagine di Youtube, non vi sto scherzando col nuovo di Moccia):

Boh, io guardo lui, Scott Adkins e Tony Jaa, e penso che da qualche parte esiste davvero la scuola per mutanti del professor Xavier, e magari non lo sappiamo ma Marko Zaror è anche capace di lanciare palle di fuoco dalle mani (Tony Jaa invece sa notoriamente ipnotizzare gli elefanti, mentre Scott Adkins ha già praticamente interpretato se stesso in X-Men Origins: Wolverine).
In ogni caso, Undisputed 3 film più atteso del millennio dopo Expendables.
E Mirage Man poi, che già l’originale era una sorprendente chicca, e ora Zaror ci sta preparando il remake in 3D.
E non scordiamoci Mandrill! Che stavamo parlando di questo. Mi si insegna che un film di arti marziali che vince un festival di fantascienza non è roba da sottovalutare.
Il prossimo decennio deve ancora iniziare, ma già sta dando piste a questo che è una cosa poco normale.