Crea sito

L’inizio degli Avengers cinesi: la recensione di Master Z: The Ip Man Legacy

Così si stringono la mano i veri uomini

Questa è la recensione di Master Z: The Ip Man Legacy, il titolo che Donnie Yen ha dato al più bagnato dei suoi sogni erotici. Quello da polluzioni che non serve il luminol. Quello in cui è la reincarnazione di Bruce Lee con il maipiùmoscio di Robert Downey Jr., in cui interpreta un Captain America cinese attorno al quale sta costruendo un Universo cinematografico Ip Marvel. Perché, tolta la maschera di Mission:Impossible, Donnie Yen per tutto questo tempo è sempre stato Kevin Feige. Visto l’alto tasso di yenerotismo, questa recensione farà uso di immagini pornografiche – il baffo di Dave Bautista è quello di John Holmes, ma con massa grassa al 6% e probabilmente i testicoli dimezzati –, non si risparmierà in ammiccamenti sbarazzini, come questo inspiegabile e sublime momento camp, conterrà del narcisismo patriottico, qualche patetica lacrima post-coito e soprattutto, vivaddio, farà largo uso di calci ben assestati. Sigla da sogno!

Ip Man 3 è un film che, volendo essere sintetici ma al contempo tecnici, fa cagare. È il film in cui a Donnie Yen si è chiusa la vena dopo aver avuto una visione del se stesso dal futuro ma ancora in perfetta forma che gli rimprovera di aver sempre storpiato il nome di Ip Man: si pronuncia come Superman. Donnie Yen trasforma definitivamente il simpatico vecchino tabagista insegnante di arti marziali in un supereroe difensore della patria con i divini poteri dell’autocontrollo, della bontà e dell’umanità confuciane. Ip Man 3 si faceva volere un po’ di bene grazie alla corposa sottotrama che aveva per protagonista Cheung Tin Chi, maestro di wing chun povero ma bello, padre single, clamoroso nelle arti marziali, sebbene non ancora al livello di Ip Man a causa di un compasso morale in fase di assestamento. In quel terzo capitolo, Tin Chi sfruttava l’assenza dalle scene marziali di Ip Man, impegnato a prendersi cura della moglie malata terminale, per rubargli poco onorevolmente il posto in cima alla piramide del wing chun. Segue duello a porte chiuse in cui Donnie Yen umilia con garbo la concorrenza. Master Z si apre nel momento in cui Tin Chi si ritira dal giro di attività losche (che coinvolge anche Tony Jaa) che gli ha permesso di raggranellare abbastanza da aprire un piccolo negozio di alimentari dentro un teatro di posa sulla cui porta c’è scritto “Shanghai, anni ’60”.

I musical hongkonghesi sono i migliori

La “Shanghai, anni ’60” ha, bizzarramente, le stesse dinamiche della Foshan anni ’30 e della Hong Kong anni ’40 e ’50, le ambientazioni spazio-temporali dei tre Ip Man: c’è un demone straniero che in questo caso non solo fa le cose illegali, ma le fa subdole e le fa anche infami tipo vendere la droga brutta; c’è il soldato inglese diventato capo degli sbirri corrotti vestiti da boy scout di Shanghai che, coadiuvato dal poliziotto cinese troppo ligio al dovere, protegge il male e vessa gli indigeni; c’è il compatriota ambizioso a cui fottesega di patria e famiglia, altolà alla legalità, sì all’eroina; c’è il percorso a ostacoli di un eroe che trova, nella difesa del più debole e del bene comune, la forza di tornare a usare le arti marziali mettendole al servizio di un giusto fine, ascendendo al nirvana dei sifu. Nella miglior tradizione del cinema classico hongkonghese, tutto e tutti, in Master Z, sono consapevolmente finti, corpi e oggetti di un teatro cinematografico che enfatizza e spettacolarizza canovacci di storie archetipiche. È la mano pesante di Yuen Woo-ping, classe 1945, che è sì “Quello delle coreografie di Matrix”, ma è anche il regista che ha debuttato negli anni ’70 e ha dato il suo contributo ciccione alle carriere di Jackie Chan (Drunken Master), Sammo Hung (Magnificent Butcher), Donnie Yen (Iron Monkey), Jet Li (Tai Chi Master) e Michelle Yeoh (Wing Chun). Insomma Donnie Yen, produttore di Master Z e padrone creativo dell’Universo cinematografico Ip Man, si è scelto un regista in grado di mettere in scena l’ennesima variazione della solita parabola melodrammatica, ma con il bonus di una brenta* di stile (basti anche solo apprezzare l’uso accorto dei cavi), la cura fino all’ultimo dettaglio e il gusto per una narrazione in funzione delle e integrata alle botte.

“Sono venuto qui per masticare bistecche e spaccare culi”

Master Z non farà strappare i capelli a nessuno mai nella vita, sia ben chiaro. Non c’è, programmaticamente, niente di nuovo in questo film. Che però ha il pregio di farsi apprezzare anche (magari soprattutto) a digiuno dal resto della saga di Ip Man. Dave Bautista che si spaccia per enorme filantropo con il feticismo per le bistecche e per lo sport illegale del lancio del piccolo orientale è gustoso e fieramente fuori posto almeno tanto quanto il suo baffo; Michelle Yeoh che dà lezioni su come si agita una spada e di come si sta in scena con grazia, quale che sia l’ammontare del minutaggio, è regale; Tony Jaa ha sempre di più la faccia di suo zio e fa un paio di toccate e fughe – la prima delle quali coinvolge anche Yuen Wah, una delle Seven Little Fortunes insieme (tra gli altri) a Jackie Chan, Sammo Hung, Yuen Biao e Corey Yuen – divertenti ma ininfluenti. E poi il protagonista Max Zhang, che è stato il cattivo in The Granmaster e in SPL II, che è tanto stolido e scarso il giusto nei panni dell’eroe costretto a esprimere inutili concetti retorici, quanto è impeccabile quanto deve semplicemente menare le mani, o i tubi di ferro. Non so quali siano i piani per l’Universo cinematografico di Donnie Yen, visto che il prossimo Ip Man (il quarto) dovrebbe essere anche l’ultimo. Fatto sta che Master Z ha il suo perché, quindi se funziona come scusa per avere più film del genere – divertenti, non pretenziosi, ben fatti – vai Donnie, continua a essere così megalomane.

*unità di misura tipica di Canton, una brenta corrisponde alla quantità di alcol (5,7 litri) che serviva a sbronzare il veneziano Marco Polo in visita

DVD quote:
“Donnie Yen augura un’ottima Pasqua, Pasquetta e Pasquarcazzo”
(Toshiro Gifuni, i400calci.com)

Alla vostra sinistra, un eroe dei nostri tempi

Post Scriptum
Prima di andarcene, prendiamoci un momento per onorare la figura tragica di Xing Yu, caratterista del menare che anche stavolta, superando lo spazio e la luce e le correnti gravitazionali del morbo della morte – era già schiattato nel primo Ip Man, vedi sotto – come il Battiato degli stinchi rotti che ci meritiamo, è riuscito a fare quello che gli riesce meglio: essere l’adorabile spalla con la faccia da tonno insuperabile che muore molto male come stratagemma narrativo per innescare la rabbia e la reazione del protagonista. Era il muscolini tira calci maestro d’arti marziali in incognito nella corte degli straccioni, che viene trucidato da un boss intermedio in Kung Fusion. Era uno dei monaci maestri del sacrificio con capriola in Shaolin. Era Krillin in Ip Man, dove veniva massacrato dal generale giapponese incazzato – con il raro tocco di classe della morte in spaccata – provocando la trasformazione in Super Sayan di Donnie Yen (Super Sayen). Se non è Colui che muore male solo per mandare avanti la trama, il ruolo di riserva preferito di Xing Yu è quello dello Sgherro numero 3, quello che se le prende peggio di tutti: in Fatal Contact Wu Jing digrigna i denti e gli spezza braccio e gamba, in Flash Point Donnie Yen lo scaglia attraverso un tavolo con un suplex non prima di averlo suonato come una zampogna. E in tutto questo, magia del cinema e dell’ego di Donnie Yen e di tutte gli altri divi delle arti marziali, Xing Yu sarebbe anche quello che è cresciuto per davvero in un monastero Shaolin prima di intraprendere la carriera da attore. Sentiti omaggi.

Tags: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

8 Commenti

  1. Lucas Leivatiotispacco

    Segnalo refuso su The Gran(d)master, a.k.a. la migliore camomilla di questo secolo :)

  2. Oliver Die Hardy

    Tutto bene, tutto bello, bravi tutti… ma ora facciamoci una domanda e diamoci una risposta: “Se mi piacciono le acrobazie finalizzate al puro scribai della cofandina come fosse produttore, perché invece di questo film non mi guardo due ore di Festival del Circo Cinese?”.
    Non sto a fare il cahierducinemazzo, ma posso capire perché complimentarmi con Donnie Ego per averci propinato la versione più danarosa e con più calci in fazza dei filmini autocelebrativi da self-made-man fantozziano?

  3. Maxnataeleale

    Giusto per capire.. Come botte a che livello siamo?

  4. Tamerlano

    A un buon livello, vale la pena vederlo

  5. Kaiser Zozzo

    Un sacco di chiacchiere e neanche hai parlato se le coreografie fossero quantomeno decenti

    • Lolly

      D’accordo Kaiser Zozzo, ho trovato poi l’introduzione farraginosa e addirittura non capivo se Donnie Yen era o no nel film. Va bene essere originali ma lo si può essere anche senza per questo scriversi addosso.

  6. Shu-Shá

    Qualunque film con Bautista e Michelle Yeoh ha i miei soldi subito.
    In effetti, è un vero peccato che in Star Trek Discovery non ci sia Bautista.

  7. Piperno

    Master z: zero wing chun un occasione davvero sprecata

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.