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Le Basi: 007 – Mai dire mai (1983)

Volevamo raccontarvi un pugno di film di James Bond in preparazione a quello nuovo, la cui uscita era prevista per il 10 aprile, ma poi è stato spostato a novembre.
Pensavano forse di scoraggiarci?
Col cazzo: adesso ci mettiamo qua e ve li raccontiamo TUTTI.
A voi Le Basi: 007.

Partiamo da un dato curioso anziché no: nel 1983, all’epoca dell’uscita di Mai dire mai, Sean Connery aveva 53 anni. Nel film è un Bond già “vecchio”, o per lo meno avanti con l’età. Glielo ricordano tutti, a partire da M, che lo manda alla spa e gli consiglia la dieta per eliminare quei fastidiosi “radicali liberi” (mai concetto fu più Eighties di questo). Lo scorso marzo, Daniel Craig di anni ne ha fatti 52 e, benché sia ormai da almeno un paio di film che la menano col fatto che è ben oltre il fiore degli anni, sfiderei chiunque a dire che è “vecchio”. Questo tanto per dire come la percezione dell’età sia cambiata negli ultimi 30/40 anni.

E sempre a proposito di percezione dell’età, vorrei anche ricordarvi – anche se l’ha già fatto qualcun altro in un pezzo de Le Basi che ora non trovo – che Sir Roger era più vecchio di Sir Sean di tre anni, eppure nei suoi film faceva ancora il ganzo con le sfitinzie a Cortina d’Ampezzo (credo). Forse portava meglio i suoi anni, o forse semplicemente aveva assunto il parrucchiere e il chirurgo plastico di Big Jim. Comunque, insomma, fa ridere e riflettere (credo). Sigla!

Vi racconto una storia. Quando ero bambino, Mai dire mai era in assoluto il titolo più famoso della saga di 007, per lo meno nel mio mondo. Non parlo del film – vi ho già detto che per me Bond era Moore – ma proprio del titolo. Al punto che, ancora oggi, quando uso l’espressione “mai dire mai”, penso istantaneamente a Bond. Non so se capita anche a voi.

E non era nemmeno un film “canonico”! Questo la dice lunga sull’impatto che deve aver avuto nei primi anni ’80, su una generazione di spettatori cresciuta con i classici Bond di Connery. Spettatori che senza dubbio avevano continuato a spendere gli spicci guadagnati col sudore della fronte alla ItalPetrolCemeTermoTessilFarmoMetalChimica per vedere al cine i film di Moore, ma che, evidentemente, non avevano mai dimenticato il Bond originale, quello capace di disseminare figli in sei continenti solamente accendendosi una sigaretta. E c’è poco da fare: Roger Moore non aveva mai potuto aspirare a quel livello di coolness. Lo sapeva lui e lo sapeva la Eon, tanto che la sua gestione era stata buttata in caciara praticamente dal minuto uno.

Everything a man needs.

Ma d’altro canto, come ci ha già ampiamente spiegato Jackie Lang, da Thunderball in poi le cose non potevano che peggiorare. Quel film era stato l’apice di Bond, la sintesi di ciò che lo aveva reso un mito, e allo stesso tempo un rilancio ambizioso e persino la genesi degli elementi camp che ne avrebbero definito il percorso da Si vive solo due volte in poi. Non è un caso che fosse nato come primo adattamento cinematografico di 007, salvo poi essere rimpiazzato da Licenza di uccidere in quanto potenzialmente troppo costoso da realizzare.

La storia di Thunderball si intreccia a doppio filo con quella di Mai dire mai, ma questo immagino lo sappiate già. Tanto per cominciare: sono lo stesso film. Cioè Mai dire mai è tecnicamente un remake di Thunderball, anche se la cosa è un filino più complicata di così. Sintesi obbligatoria: sul finire degli anni ’50, Ian Fleming si mise in testa di realizzare un film di Bond. Iniziò a scrivere un trattamento con Kevin McClory, un produttore/sceneggiatore presentatogli dall’amico Ivar Bryce. McClory poi coinvolse lo sceneggiatore Jack Whittingham che, in assenza di Fleming, impegnato in un viaggio intorno al mondo per il Sunday Times, completò una stesura dello script. A quel malandrino di Fleming la sceneggiatura di Thunderball piacque molto, e, dato che poi del film non se ne fece più nulla, decise di usarla come base per l’omonimo romanzo. Senza citare né McClory né Whittingham, i quali non restarono con le mani in mano e lo portarono in tribunale.

Una foto di Barbara Carrera a caso. Se no poi vi lamentate.

McClory vinse la causa, o per meglio dire si accordò fuori dall’aula con un Fleming stremato da problemi di salute: lo scrittore avrebbe mantenuto i diritti del romanzo, ma fu obbligato a citare i co-autori del soggetto. McClory ottenne invece i diritti cinematografici di Thunderball. Per realizzare il film, la Eon si dovette accordare con McClory, che è accreditato come produttore. Da contratto, McClory si impegnò a non realizzare un altro adattamento del romanzo prima di dieci anni.

Puntualmente, a metà anni ’70, McClory si rimise al lavoro per realizzare un film concorrente alla saga Eon, ma, siccome quella dei copyright di Bond era una questione piuttosto spinosa, la Eon riuscì a rompergli le palle su cavilli (del tipo: qui stai utilizzando elementi che esulano da Thunderball) e a ritardare la lavorazione. Le cose si rimisero definitivamente in moto sul finire del decennio, con il coinvolgimento del produttore Jack Schwartzman. Dopo aver commissionato uno script a Lorenzo Semple Jr., nome ridicolo ma curriculum d’acciaio (era il creatore della serie anni ’60 di Batman, nonché sceneggiatore de I tre giorni del Condor e Papillon), Schwartzman riuscì a convincere Sean Connery a riprendere il ruolo offrendogli la modesta cifra di 3 milioni di dollari, oltre a una percentuale dei profitti e il potere di veto su cast e script.

Johnny English Begins

Connery, che era stato già coinvolto da McClory a metà anni ’70, in veste di collaboratore allo script ma senza l’intenzione, a detta sua, di tornare al ruolo, poté così agire quasi da produttore. Scelse di far riscrivere la sceneggiatura (a Dick Clement e Ian La Frenais, futuri sceneggiatori di The Commitments, non accreditati nonostante lo script di lavorazione fosse in gran parte loro) e propose gli attori, inclusi Klaus Maria Brandauer, Kim Basinger, Max von Sydow e Bernie Casey (perché un Felix Leiter nero sarebbe stato “più memorabile”; you’re welcome, Jeffrey Wright). Addirittura fu sua moglie Micheline a suggerire il titolo Never Say Never Again, in riferimento alla famosa frase pronunciata da Connery quando decise di appendere lo smoking al chiodo dopo Una cascata di diamanti (cioè “Never again!”, “Mai più”).

Dietro le quinte, è curioso notare come Schwartzman (in caso ve lo steste chiedendo, sì, era il papà di Jason Schwartzman) e McClory lavorarono inizialmente per ricostruire almeno in parte la squadra del Bond Eon, salvo ricevere picche da una serie di professionisti che non se la sentivano di tradire la fiducia di Broccoli e soci. Parliamo di Peter Hunt, storico montatore della saga e regista di Al servizio segreto di sua maestà, avvicinato per la regia prima di Irvin Kershner, ma anche del compositore John Barry e dello sceneggiatore Tom Mankiewicz, a cui Connery aveva chiesto di rimettere mano allo script di Semple.

Black Leiter matters.

Una serie di porte in faccia che costrinsero i produttori a ripiegare su altri nomi, comunque solidi e capaci di adattarsi al compito richiesto: ovvero ricreare, per quanto possibile, la magia del “vero” Bond, allontanandolo dall’immagine camp e fumettosa degli ultimi capitoli di Moore. È qui che entra in scena Irvin Kershner, solidissimo artigiano che, negli ultimi anni, aveva diretto due robette come Occhi di Laura Mars (su sceneggiatura di John Carpenter) e, così, en passant, no pressure, L’impero colpisce ancora. Oltretutto, in questo 2020 in cui tutti si sperticano a dire che Cary Fukunaga è il primo americano a dirigere uno 007, vale la pena ricordare che quel primato spetta invece a Kershner, anche se non lo caga nessuno perché fuori serie.

Ma il DNA lucasiano del film non si ferma qui. Alla fotografia fu chiamato Douglas Slocombe, e insieme a lui altri membri della troupe de I predatori dell’arca perduta: l’assistente alla regia David Tomblin, il regista della seconda unità Michael D. Moore e i production designer Philip Harrison e Stephen Grimes. Qui ci starebbe tutto un discorso su come la saga di Indiana Jones e quella di Bond siano strettamente imparentate, ma giassapéte.

Papparappaaa, papparaaaa

La produzione è un mezzo casino: Connery si rompe un polso allenandosi (con Steven Seagal, true story). Schwartzman si rende conto di aver stimato male il budget ed è costretto a metterci del suo. Lui e Connery non si parlano e Connery, insieme a Tomblin, è costretto a prendersi responsabilità produttive senza portafoglio. Eppure, nonostante tutto questo, Kershner porta a casa il risultato.

E insomma, dopo 8123 battute è anche ora che vi parli del film. Mai dire mai è un buon film. Forse è stato anche sopravvalutato per via dell’evidente distacco rispetto agli ultimi film di Moore. Octopussy era uscito pochi mesi prima, sempre nel 1983, e aveva confermato come la saga stesse ormai raschiando il fondo dell’auto-parodia. Quando il tuo avversario è un film in cui Bond si traveste da clown e da gorilla, bonci-bonci-bo-bo-bo. Hai la strada spianata. Ti basta davvero asciugare il tutto, appoggiarti a un canovaccio già collaudato, a una squadra di attori e artigiani dalla grande esperienza e piazzare al centro di tutto Sean Connery che, pur se invecchiato, ancora gliela ammollava alla grande, e hai vinto. Giusto?

Nella foto: ammollargliela.

Beh, quasi. Rivisto oggi, in realtà, per quanto solido (oddio, quante volte l’ho usata ‘sta parola?), Mai dire mai si rivela anche un’occasione mezza sprecata. Con Connery nel ruolo e con una libertà di tono che la saga Eon poteva sognarsi, il film avrebbe potuto essere davvero quello che voleva. Avrebbe potuto esagerare in un senso o in un altro, o con una violenza e una sessualità più espliciti, o con una stilizzazione ancora più pronunciata. E invece sta egregiamente nel mezzo, fa il suo dovere toccando le corde giuste nel suo pubblico target, con una spruzzata di nostalgia qua e là pur smorzata dai riferimenti espliciti all’età di Bond.

Se vogliamo una delle cose più apprezzabili è il tentativo di realismo che la produzione insegue: visto e considerato che di Ken Adam ce n’è uno solo, gli scenografi Harrison e Grimes puntano sulla concretezza della tecnologia e degli ambienti militari. Si lasciano andare solamente nel finale con il bellissimo set delle Lacrime di Allah, che pare uscito da un capitolo di Moore (o da Indiana Jones). Ed è dunque un vero peccato che non si vada fino in fondo in questa direzione, magari calcando la mano su un maggiore realismo, che vada di pari passo con la lettura leggermente più umana del personaggio di Bond.

“Basta chemin de fer, sono gli anni ’80! I giovani vogliono i videogames!”

In definitiva, Mai dire mai è un’operazione costruita a tavolino con l’intento di ricreare un certo immaginario, in cui però si infiltrano degli sprazzi di idee che, se meglio sviluppate, avrebbero prodotto qualcosa di decisamente più memorabile. Il guaio del film è che non sa decidersi quale strada intraprendere, e si accontenta di innestare su un plot canonico una serie di spunti – il cattivo più complesso della media, gli acciacchi dell’ex superuomo, un dinosauro in un mondo che sta cambiando rapidamente – lasciati cadere abbastanza in fretta, forse per paura di intristire il pubblico invece di intrattenerlo. Ed è curioso che quegli stessi spunti siano stati recuperati oltre trent’anni dopo nei film con Daniel Craig, che li hanno piazzati al centro stesso della loro mitologia, pur continuando a battere i record di incassi della saga.

L’illusione di vedere un “normale” film di Bond, comunque, è quasi perfetta. Se non fosse per le “cose che fanno strano”, come l’assenza del tema di Monty Norman (in una colonna sonora, di Michel Legrand, che neanche ci prova a farcelo dimenticare) e l’inizio sui titoli di testa. La sequenza in sé, che si conclude con un twist gustosissimo, sarebbe anche un perfetto cold open bondiano, nello spirito delle mini-avventure che da sempre aprono i film Eon. Peccato per la title track cantata da Lani Hall, che vorrebbe essere un brano di classe e finisce per sembrare invece musica da ascensore e ammosciare considerevolmente il ritmo.

“Spiacenti, quel gatto è proprietà MGM.”

L’altra cosa che fa parecchio strano è l’uso di Blofeld. Come ha già detto Jackie Lang, Thunderball era il primo romanzo di Fleming in cui appariva la SPECTRE, e per questo, una volta scaduto l’accordo con McClory, i Broccoli non hanno più potuto usarla per un bel pezzo. Era dunque inevitabile che McClory volesse usare Blofeld (con gatto d’ordinanza al seguito; un dettaglio che proviene dai film Eon, ma che per qualche ragione è passato inosservato) in Mai dire mai. Ma se in Thunderball il suo ruolo da burattinaio dietro le quinte era giustificato in previsione dei film successivi, qui fa un po’ ridere. Per carità, è sempre un piacere vedere un fuoriclasse come Max von Sydow in azione, ma il suo ruolo non ha davvero alcun peso nell’economia del film. Anche qui, perché non rielaborare più liberamente il testo per mettere al centro Blofeld invece di Largo? Se hai la possibilità di fare un film solo, perché non andare all in?

Negli anni ’90, McClory tentò di realizzare un altro remake di Thunderball con Timothy Dalton. Nel 2013, i suoi eredi hanno finalmente risolto la disputa su Thunderball e la SPECTRE con MGM ed Eon, che hanno potuto così produrre Spectre. Non ci sarà mai più un’occasione come questa e, qualunque cosa accadrà alla saga dopo Craig, d’ora in poi gli unici film di Bond che vedremo saranno quelli ufficiali. Ecco perché brucia un po’ che McClory non abbia colto a dovere l’occasione per realizzare qualcosa di realmente unico e indimenticabile. E vabbè, ci accontentiamo comunque di un film che, per lo meno, chiude il cerchio e dice addio al Bond di Connery come si deve, lasciandolo pensionato a bombarsi Kim Basinger in piscina. Te lo sei meritato.

La meritata pensione.

Bond Girl & Bond Villain by Gianluca Maconi:

DVD-quote:

“Si vive solo tre volte”
George Rohmer, i400Calci.com

>> IMDb | Trailer

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24 Commenti

  1. Gigos
  2. Marco V. (valori.m60)

    Anzitutto mi compiaccio molto per la scelta di rappresentare Kim Basinger, nell’illustrazione, con il memorabile swimsuit finale dalla testa di tigre.
    Poi un trivia-che-passione.
    La sua Domino PETACHI, immagino a scanso di incresciose assonanze (per chiunque, in Italia), qui diventò Domino PETRESCU.

  3. L'ozio è il padre di Virzì

    Come ho già detto nelle precedenti rece di questo speciale su Bond, questo è un film inutile, fatto per ripicche e beghe produttive e che non ha alcun senso.

    Capisco i denari sonanti che ballano quando c’è 007 di mezzo, ma rifare un film paro-paro all’originale non ne capisco il senso. Concordo con quanto detto da @George nel suo pezzo: hai carta bianca e campo libero. Puoi letteralmente fare il cazzo che vuoi perché ti concedono un unico shot. E tu che fai? Ti limiti al compitino con giusto un minimo di variazioni per aggiornare il personaggio… Boh! Che logica ha una cosa simile? Giuro che non capisco. O meglio, capisco andare sul sicuro per massimizzare i profitti senza rischi, ma se devi andare all-in, giocatela fino in fondo provando a sbancare il casinò.

    Vabbè, veniamo al film. Pur non facendo parte del canone ufficiale, è uno di quei film di Bond che da piccolo mi piaceva di più. Forse, sempre come dice George, avevo l’età giusto per venire investito dall’impatto di “Mai dire mai”. O più facilmente per via della scena del videogioco tra Connery e Brandauer… Mi affascinava molto più del gioco d’azzardo classico.

    Rivisto da adulto è quantomeno da sopracciglio alzato… A parte la non originalità della trama, trovo che questo “Mai dire mai” abbia provato a seguire il filone ironico intrapreso da Moore. Quanto “Thunderball” era 007 all’ennesima potenza con modi, gesti e scene rimaste nel mito, questo remake vuole essere piacione, leggero e ruffiano. Connery nell’originale era un’icona senza aprire bocca, qua pare il divorziato coi capelli brizzolati e il pelo che gli esce dalla camicia, che dal bar della discoteca prova a portarsi a casa le ragazzine. Giusto un pelo fuori parte! Ovviamente su questo provano a giocarci ma con risultati altalenanti (salvo giusto l’occhiolino alla fine che sfonda la quarta parete). La Basinger era tanta roba! Solare e radiosa e nella scena del tango vuole essere sensuale. Peccato che la sua rivale sia Barbara Carrera… Vestita da infermiera, in pelle nera, in costume da bagno rosso,… La mora batte la bionda con triplo 6-0.

    Perfino il nostro Celi con la sua benda da pirata è meglio e più credibile di questo nuovo Emilio Largo, che fa il pazzo isterico ma non pare proprio un cattivo minaccioso. Max von Sydow è un fuoriclasse e si sa, ma è totalmente sprecato e ritorniamo al punto centrale: puoi fare ciò che vuoi, c’hai Blofeld e la SPECTRE, c’hai il villain che è la nemesi di Bond, c’hai attoroni che possono dare vita alla resa dei conti che i fan hanno sognato e che Broccoli ha gettato via in modo frettoloso, regalaci qualcosa di più di questo!

    Film inutile fatto solo per sfruttare al massimo il gioco dei diritti e che probabilmente ha “rovinato” tre film. Questo, il concorrente diretto “Octopussy” che per vincere la gara ha confermato Moore e fatto uscire velocemente un prodotto banalotto e poco curato, ma pure il successivo “Bersaglio Mobile” visto che i cervelloni della Eon non hanno capito che il tempo di Sir. Roger era finito e sarebbe stato meglio un cambio di attore e di tono.l

  4. Denis

    Connery è l’unico Bond ad aver toccato 3 decadi ’60, ’70, ’80 .
    Questo mi ha fatto capire da piccolo la differenza di carisma tra Connery e Moore.
    Il personaggio di Leiter compare sempre con diversi attori e pure il fulcro di uno dei migliori Bond mai fatti Vendetta Privata.
    Forse Mai dire Mai è uno dei primi film con un’attore riprende il ruolo che la reso famoso a distanza di anni anche se il record appartiene a Harrison Ford 32 anni per Han Solo e 36 anni per Deckard.
    Comunque quello che ha goduto delle migliori trasposizioni videoludiche e Pierce Brosnan.

  5. Rocco Alano

    Alla fama del titolo ha contribuito anche l’ulteriore remake “Mai dire Mai a Rocco”.

    • L'ozio è il padre di Virzì

      Titolo must-have di Rocco. Ricordo perfettamente il trailer con la tipa e la bottiglia di champagne. Il resto si scrive da solo…

  6. Marco V. (valori.m60)

    Non mi ricordo con certezza se io ci avessi mai pensato, durante tutto questo tempo, ma in effetti la prima sequenza di NSNA avrebbe potuto essere un canonico “cold open” bondiano (o PTS che.dir si voglia); con quel twist finale che, ovviamente mutatis mutandis, a me sembra richiamare l’inizio di «From Russia With Love».

    • E secondo me anticipa quello di Zona pericolo.

    • Marco V. (valori.m60)

      Indubbiamente sì, anch’io ci avevo pensato almeno stamattina (proprio nel.buttar giù il commentino qui sopra): twist finale a parte, cioè riferendoci a quale sia l’organizzazione mostrata nello svolgere quella ben precisa attività, direi che il “bond” sia anzi più solido col debutto a Gibraltar di Timothy Dalton..

  7. Tony Mentana

    Domanda: verranno presi in considerazione, magari giusto nominando i più meritevoli dei figli non riconosciuti di Bond? Intendo la saga di Harry Pilmer, Danger:Diabolik, 077, Il nostro agente FLint, Ok Connery etc..?

    • Errata Corrige

      Palmer.
      Sì, meriterebbero decisamente una recensione.
      Ipcress e Il cervello da un miliardo di dollari sono anche più calcisti della maggior parte dei Bond

    • The gang bang theory

      A mio parere il miglior Harry Palmer è stato Funerale a Berlino. C’è tutto ciò che amo: guerra fredda, muro di Berlino, sovietici cattivi…

  8. Errata Corrige

    Bella recensione, peccato per la cantonata sulla sigla.
    Never say never again è elegante per davvero,
    ed è uno dei brani bondiani più riusciti:
    non puoi battere la combo Michel Legrand-Lani Hall dei Brasil 66

    • Errata Corrige

      Senza menzionare Sergio Mendes alla produzione

    • E’ che a me questo suono lounge non è mai particolarmente piaciuto, ma questi sono gusti personali. Al di là di questo, però, la trovo davvero inadatta ad accompagnare una sequenza che dovrebbe essere d’azione tesa, almeno fino al colpo di scena dovrebbe risultare credibile. Se avessero scelto di dividere cold open e titoli di testa come nei Bond canonici, allora, forse…

  9. Ste83

    Da ragazzino ignoravo tutta la guerra fredda dietro questo film, per me era semplicemente un film di 007 che non faceva parte del gruppo degli altri 007 :)
    Connery ormai fuori tempo massimo ma anche divertito nel giocarci su, a partire dalle scene iniziali nella clinica.
    Non è secondo me un film memorabile o indispensabile, ma per i fan di Connery è comunque da guardare

  10. Axel Folle

    https://m.youtube.com/watch?v=h2_T_d2gL8s

    Viste le notizie recenti avevo puntato tutto su questa come sigla del pezzo. Ho perso ma bella lì

  11. Pitch f. H.

    “Questo tanto per dire come la percezione dell’età sia cambiata negli ultimi 30/40 anni.”

    Più che altro è cambiata l’alimentazione e la cultura del corpo e del benessere.
    E dove non arriva lo stile di vita, arrivano la cosmesi e la chirurgia.

    Sean Connery 53enne sembra in effetti un pensionato di quelli che ti rompono le palle se gli occupi la panchina preferita. Daniel Craig 52enne ne dimostra al massimo 40.

    E Tom Cruise ne fa 58 (CINQUANTOTTO) tra una settimana.

    ps: Mister Bean in Mai dire Mai lo avevo completamente rimosso.

  12. John Who?

    “sfiderei chiunque a dire che è “vecchio””

    Eccomi qui!
    Ne dimostra almeno 75, mal portati.
    Dopo il primo film gli è completamente crollata la faccia, pare un personaggio disegnato da Ortolani.
    Non a caso nell’ultimo film hanno cercato di coprirgli la pelle cadente sotto al collo con un dolcevita nero.

  13. Metallaro Cinefilo

    Il film funziona perchè Connery è Bond, punto. Con buona pace di Moore, bravo attore, comunque, e dei suoi bond movie al limite del camp. Anche i film con Pierce Brosnan per dire, secondo me funzionano, perchè Brosnan è volutamente “conneriano”.

  14. Robert Redford

    Visto da bambino ricordo che mi impressiono la sfida al videogioco e la renault turbo della Carrera quando viene inseguita da bond. Ovviamente non capii minimamente le mille allusioni sessuali tra lei e bond e non capivo perché doveva scrivere quelle scemenze prima di spararle con la penna razzo. Mi fece impressione anche la morte dell’agente che accompagna bond morta affogata in una villa che pare costruita da Gaudí.
    Rivisto con gli occhi di oggi è invecchiato malissimo. La cgi con i missili è pessima (peggio di moonraker), si sente la mancanza di Ken Adam e dei suoi set, Connery gioca volutamente a decostruire il suo bond inseguendo Moore nella sua interpretazione ma non sortisce lo stesso effetto.
    Una curiosità: quanto è costato? E, per fare un confronto, rispetto a octopussy?

  15. Doc Strangelove

    Oh, sarà una cosa generazionale, ma anche io quando penso o dico la frase “mai dire mai”, immediatamente ho in testa questo film…potenza di Sir Sean

  16. Paolo

    Io comunque credo di ricordare un film penso indiano/turco/qualcosa del genere dove c’era la medesima sequenza iniziale col tizio che faceva la stessa missione di allenamento. Mi potete aiutare o me lo sono sognato?

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